domenica 15 febbraio 2026

Paura e confusione

 C'è paura e confusione nella testa degli investitori! Cerchiamo di capire succintamente il perché.

  • La scorsa settimana avevamo già evidenziato le preoccupazioni legate agli ingenti investimenti necessari per sostenere lo sviluppo e l’operatività dell’Intelligenza Artificiale. In molti si interrogano sulla loro effettiva sostenibilità e, soprattutto, sulle tempistiche con cui tali esborsi potranno tradursi in ritorni economici tangibili. Ridotta all'osso la questione è questa: i capitali impiegati sono rilevanti, ma l’entità e l’orizzonte temporale dei benefici economico-finanziari restano incerti. E' proprio questa incertezza che i mercati tendono a scontare negativamente.
  • È probabile che questa settimana abbiate sentito parlare spesso di “AI disruption”, espressione che descrive un processo di trasformazione sistemica indotto dall’Intelligenza Artificiale che è una tecnologie capace di rendere rapidamente obsoleti processi, prodotti e talvolta interi modelli di business e nel contempo genera nuovi mercati e vantaggi competitivi per coloro che si muovono per primi.  Negli ultimi due anni l’attenzione degli investitori si è concentrata prevalentemente sui produttori d'infrastrutture e semiconduttori legati all’AI — NVIDIA in primis — in una corsa atta ad accaparrarsi la “pala e il piccone” della nuova corsa all’oro tecnologico.  
  • Oggi, però, il focus si sta spostando: ci si rende conto con maggiore consapevolezza della velocità con cui interi settori dell’economia potrebbero essere oggetto di una trasformazione profonda. Tra i comparti più esposti figurano quello bancario e quello assicurativo, dove l’automazione dei processi, la gestione del rischio tramite modelli predittivi e la personalizzazione dell’offerta possono ridefinire radicalmente strutture di costo e dinamiche competitive. È sufficiente osservare l’andamento recente delle quotazioni di questi settori per comprendere quanto il mercato stia iniziando a prezzare non solo le opportunità, ma anche i rischi di compressione dei margini e di disintermediazione. 
    In sintesi: ora che l’AI sta uscendo dai laboratori di ricerca per permeare rapidamente l’economia reale, l’entusiasmo per i potenziali benefici si accompagna a una crescente apprensione per gli effetti redistributivi e competitivi che questa transizione comporta. Ed è proprio questo riequilibrio tra aspettative e rischi che sta alimentando la volatilità. Il termometro di questo malessere è ben rappresentato dall'indice Nasdaq che segna, fatto insolito per questo indice, un -3% ytd ; non è ancora una febbre da cavallo ma potrebbe diventarla... 

Se la paura nasce dalla crescente consapevolezza che l’Intelligenza Artificiale non è una moda passeggera ma una trasformazione strutturale — destinata a generare efficienze, nuovi modelli di business ma, inevitabilmente, anche effetti collaterali su occupazione e margini settoriali — la confusione, invece, è alimentata dai dati macroeconomici statunitensi (ne sentivate la mancanza vero?! 😁) pubblicati questa settimana. Vediamo i più significativi:

  • Vendite al dettaglio Dicembre: 0.0% (atteso: 0.4%; precedente: 0.6%)
Qualcuno ha argutamente osservato che la spesa effettiva ha finalmente raggiunto il sentiment dei consumatori e questo non proprio in senso positivo.  Zaccarelli di Northlight Asset Management ha sottolineato che "per mesi i dati sulla fiducia dei consumatori sono stati deludenti ma anche se si sono lamentati del costo elevato di qualsiasi cosa, hanno comunque continuato a spendere. Tuttavia i dati di questo mese mostrano che i consumatori non stanno più aumentando incessantemente il loro livello di spesa". Ergo: i tassi potrebbero iniziare a scendere.

  • Nuovi posti di lavoro,  gennaio: 130k (atteso: 55k; precedente: 48k)
Bene. L'economia anche senza particolari stimoli monetari è in grado di creare un discreto numero di posti di lavoro... Il taglio ai tassi può aspettare.

  • Paghe orarie yoy,  gennaio: 3.7% (atteso: 3.7%; precedente: 3.8%)
Non sembra esserci, malgrado la creazione di parecchi posti di lavoro in più rispetto alle aspettative, una grande pressione sulle paghe orarie che sono rimaste invariate. Il dato è da considerarsi neutro.

  • Inflazione yoy,        gennaio: 2.4% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%)
  • Core inflation yoy, gennaio: 2.5% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%)

Questi dati, pubblicati venerdì, hanno sostenuto con decisione il comparto dei Treasury statunitensi e, in apertura, hanno favorito anche i mercati azionari, innescando una sorta di short squeeze.

Il movimento, tuttavia, si è progressivamente attenuato nel corso della seduta: dopo l’impulso iniziale alimentato dalle ricoperture e dal riposizionamento tattico, il mercato ha raffreddato l’entusiasmo, segno che permane una certa cautela nell’interpretazione del quadro macro.

Resta tuttavia aperta un’interrogativo cruciale: sempre parlando d'inflazione  la flessione osservata è il risultato della coerenza di Jerome Powell, che con un approccio prudente ha evitato un taglio prematuro dei tassi, oppure rappresenta l’avvio di un trend più preoccupante legato a un raffreddamento della domanda interna e a una contrazione dei consumi delle famiglie americane?

In ogni caso il dato diffuso venerdì — qualora trovasse conferma nei prossimi mesi — potrebbe rafforzare le condizioni macroeconomiche necessarie per un futuro intervento espansivo sui tassi di interesse.


Come detto, c'è un po' confusione ma da venerdì il mercato dei Treasury sta prezzando con maggior convinzione la possibilità di tagli ai tassi da parte della FED:



Era dalla fine di novembre dello scorso anno che il rendimento del Treasury decennale non si riportava in area 4,05%. Un livello che ha inevitabilmente riacceso l’attenzione sul comparto obbligazionario americano.

Detto questo, sapete bene che restiamo piuttosto scettici sull’ipotesi di una marcata e strutturale compressione dei rendimenti a lungo termine negli Stati Uniti: il quadro fiscale, l’entità dell’offerta di debito e la resilienza dell’economia americana rendono meno lineare uno scenario di discesa significativa e duratura dei tassi reali.




In ogni caso, il mercato monetario sta prezzando, nell’arco dei prossimi dodici mesi, almeno tre tagli dei tassi negli Stati Uniti, mentre al momento non si intravedono interventi espansivi né in Svizzera né nell’Eurozona. Teniamolo presente quando vogliamo acquistare obbligazioni di questi due paesi.




A questo punto sarà interessante vedere, se confermato dal Senato, quali saranno le prime mosse di Warsh come presidente della FED: annotatevi la data del 17 giugno 2026. Fino ad allora sarà abbastanza probabile che di tagli ai tassi in America ne vedremo pochi. 

Alleghiamo il calendario delle riuioni della FED, della Banca Centrale Europea (BCE), della Banca Nazionale Svizzera (BNS) e della Banca del Giappone (BOJ). Di norma, fatto salvo per la BNS, le sedute delle banche centrali durano due giorni: nella tabella riportiamo la data dell'ultimo giorno di riunione dove sono programmati gli annunci riguardanti le decisioni prese durante il meeting.


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Per i mercati americani sapevamo che il 2026 non sarebbe stata una passeggiata. Le elezioni di mid-term hanno il loro peso...

... ed anche Trump deve forse iniziare a muoversi con maggior circospezione in quanto pure dallo schieramento repubblicano stanno arrivano segnali che non possono essere sottovalutati. E' probabile che i dazi al Canada non verranno tolti,  il Presidente ha comunque l'ultima parola, ma in questo caso la vera notizia è che ci sono 6 repubblicani che gli hanno votato contro. 



Il resto dei mercati azionari mondiali tutto sommato non si sta comportando male e i soli ad essere in negativo da inizio anno sono proprio lo S&P 500 e  il Nasdaq che hanno ancora P/E molto elevati. Decisamente più equilibrati i P/E europei e Asiatici (Nikkei a parte ma guardate la performance ytd!).



I 7'000 punti stanno diventando sempre di più un incubo per lo S&P500 (-0.14% ytd) ed ora c'è da sperare che la media mobile dei 100 giorni (linea verde) si riveli sempre più un solido supporto. Per il momento il trend è confermato ma questo appiattimento dell'indice non ci piace per niente. Lunedì i mercati americani sono chiusi per festività (President Day); dovremo aspettare martedì per testare se il mood negativo sarà ancora presente ma la cosa è abbastanza probabile...


E' la seconda volta in una manciata di giorni che il Nasdaq (-2.99% ytd) si appoggia sulla linea di supporto del trend ascendente e ovviamente questo ci inquieta. In caso di rottura dobbiamo ammettere che il primo supporto - per la verità non troppo convincente - lo troviamo già a 22'200 punti. Vedremo se sarà sufficientemente robusto per assistere ad un rimbalzo. Per sicurezza abbiamo proceduto ad alleggerire un po' le nostre posizioni sul tecnologico americano consolidando i guadagni fatti nei trimestri passati.


Tutto sommato il trend dell'Eurostoxx50 (+3.35% ytd) non ci dispiace affatto! Siamo costantemente sopra le tre medie mobili (50, 100 e 200 giorni) e segnali di inversione di tendenza non ne vediamo. Stiamo tenendo sotto controllo il settore bancario e assicurativo in quanto, come abbiamo sottolineato, potrebbe avere un momento di sbandamento dovuto all'arrivo dell'AI ma non ne vogliamo fare una tragedia. Fra parentesi ci sono anche i dividendi da portare a casa.



 Non tutti i titoli dello SMI (+2.51% ytd) ci piacciono o si stanno comportando dignitosamente ma nell'insieme il nostro indice non sfigura. Il trend non ci dispiace e per il momento  di inversioni non se ne vedono. 

Vale la pena chiarire cosa accade quando una o più società dello SMI staccano il dividendo.

Lo SMI è un indice price return (a differenza, ad esempio, del DAX, che è calcolato in versione total return e reinveste i dividendi). Questo implica che, nel giorno ex-dividend, l’indice scende meccanicamente dell’importo ponderato dei dividendi distribuiti dalle società componenti senza che vi sia necessariamente una reale pressione di vendita sul mercato.

In altri termini: considerato che i dividend yield delle blue chip svizzere sono spesso significativi — nell’ordine del 2,5% fino al 5–5,5% — l’effetto tecnico può risultare visibile anche sull’andamento dell’indice. Tuttavia si tratta di un trasferimento di valore dall’azione al cash distribuito agli azionisti non di un deterioramento strutturale del mercato. Di questo bisogna tenerne conto.

Dalla prossima settimana inizieranno gli stacchi nel comparto assicurativo — tradizionalmente quello con i rendimenti percentuali più elevati — seguiti progressivamente dagli altri settori fino alla fine di maggio.

Sarà nostra cura aiutarvi a distinguere i movimenti puramente tecnici legati allo stacco dei dividendi da quelli che, invece, riflettono segnali macro o fondamentali meritevoli di maggiore attenzione.


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Se non vi saranno tagli ai tassi statunitensi almeno fino a giugno e l’inflazione dovesse proseguire lungo il sentiero di discesa, sarà interessante osservare se l’eventuale aumento dei rendimenti reali potrà tradursi in un rafforzamento del dollaro.

Per il momento, tuttavia, la valuta americana continua a mostrare una certa debolezza strutturale: contro l’euro, il cambio EUR/USD oscilla dall’inizio dell’anno in prossimità dell’area di 1,19, che rappresenta la resistenza superiore del canale laterale in atto. Tecnicamente, salvo nuovi catalizzatori, tale livello potrebbe continuare a fungere da barriera.

Considerato che al momento non sono attesi tagli dei tassi nell’Eurozona, il differenziale atteso di politica monetaria potrebbe offrire al dollaro un margine di recupero. Resta però da verificare se il mercato riterrà sufficiente questo fattore per invertire una dinamica che, finora, rimane improntata alla debolezza.



La persistente debolezza dell’euro contro franco dall’inizio dell’anno inizia a destare qualche preoccupazione. Non è semplice immaginare la posizione della Swiss National Bank: per indebolire il franco dovrebbe tornare a intervenire in modo massiccio sul mercato dei cambi, acquistando euro e dollari in misura significativa, con il rischio — tutt’altro che teorico — di essere accusata di manipolazione valutaria dall’amministrazione americana che non mancherebbe di ricordarci che i dazi potrebbero anche ritornare al 39%...

L’alternativa sarebbe il ritorno ai tassi negativi. Ma l’esperienza precedente ha lasciato più criticità che benefici: compressione dei margini bancari, distorsioni nei prezzi degli asset, pressioni sul sistema previdenziale e incentivo a una maggiore assunzione di rischio. In un’economia come quella svizzera, fortemente orientata al risparmio, gli effetti collaterali sono stati tutt’altro che trascurabili.

Dal punto di vista tecnico, il cambio EUR/CHF permane in area di ipervenduto; tuttavia, da diverse settimane non si osservano rimbalzi significativi. Segnale che la pressione strutturale sul franco resta intatta e che, in assenza di un catalizzatore macro o di un intervento esplicito, l’inversione di tendenza potrebbe richiedere tempo.


È plausibile che i dati macroeconomici statunitensi pubblicati venerdì — qualora trovassero conferma nei prossimi mesi — abbiano fornito un impulso anche al Bitcoin. Un eventuale consolidamento dello scenario di inflazione in calo e tassi meno restrittivi tende infatti a sostenere gli asset più sensibili alla liquidità e ai rendimenti reali.

A questo si è aggiunto con ogni probabilità un fattore tecnico: la chiusura di numerose posizioni corte. Il short covering potrebbe proseguire anche nella prossima settimana, soprattutto dopo il rimbalzo del titolo Coinbase, salito di circa il 16% nonostante risultati inferiori alle attese. Il mercato ha reagito positivamente ad alcune dichiarazioni del CEO, che ha ribadito la solidità strutturale dell’ecosistema cripto; al contempo, va ricordato che la società ha ormai diversificato in modo significativo le proprie fonti di ricavo, riducendo la dipendenza esclusiva dalle commissioni di trading.

In termini tecnici, il rimbalzo di Bitcoin potrebbe estendersi ancora per qualche seduta, soprattutto in caso di ritorno stabile sopra i 70.000 dollari. La prima area di resistenza si colloca attorno ai 75.000 dollari; un eventuale superamento aprirebbe spazio verso l’area degli 81.000.

Resta tuttavia un mercato caratterizzato da elevata volatilità: per chi non è in grado di assorbirne le oscillazioni, un approccio prudente rimane consigliabile.

Buona domenica!

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