domenica 29 marzo 2026

La frittata è servita!


Quando si parla di frittata, il pensiero corre inevitabilmente alla più celebre di tutte: quella che il ragioniere Ugo Fantozzi — nato dalla sagace penna di Paolo Villaggio negli anni ’70 — si fa servire dalla moglie Pina mentre in televisione va in onda la partita di qualificazione ai Mondiali tra Italia e Inghilterra.

Trattasi di una frittatona alle cipolle, di cui Fantozzi va pazzo, accompagnata da una birra Peroni ghiacciata formato famiglia e consumata con l’immancabile copertina della nonna distesa sulle ginocchia.

Naturalmente non possono mancare il tifo indiavolato e il rutto libero: quest’ultimo, catartico e autentico, è simbolo di quella totale libertà di cui Fantozzi gode purtroppo soltanto tra le mura domestiche. Per la generazione di noi boomers Villaggio, con i suoi libri e i film,  è stato per molti fonte di grande divertimento e sulle frittate della Pina di tanto in tanto ci facciamo ancora una bella risata.

Oggi però parliamo metaforicamente di un'altra frittata - per nulla esilarante -  che ci viene servita da oramai quattro settimane:  è quella mediorientale che sta diventando stucchevole e decisamente indigesta, complice il prezzo del Brent ostinatamente ancorato sopra i 100 dollari al barile e che non ha alcuna intenzione di scendere! Oramai tuorlo e albume sono intimamente legati e tornare indietro non si può: possiamo solo guardare avanti e quello che vediamo non ci fa assolutamente ridere...

La settimana appena conclusa ha offerto ai mercati un classico esempio di “illusione diplomatica” rapidamente riassorbita dai fatti. L’avvio, lunedì, è stato caratterizzato da un temporaneo allentamento delle tensioni con il rinvio di alcune iniziative militari da parte degli Stati Uniti che ha alimentato aspettative di de-escalation e riportato il Brent sotto la soglia psicologica dei 100 dollari; i mercati in tarda mattinata si sono ringalluzziti ma è durato poco. Martedì gli americani recapitano all'Iran, attraverso l'intermediazione del Pakistan, una lista di 15 richieste che, se accettate, farebbero cessare le ostilità; gli iraniani controbattono con 5 richieste ben precise (per chi è interessato al contenuto delle richieste può trovare un riassunto dopo i saluti). Se ne deduce che le due parti sono agli antipodi e probabilmente la frittata a qualcuno resterà sullo stomaco... 

Infatti, già a partire da metà settimana, il quadro si è progressivamente deteriorato. Le indiscrezioni su un possibile piano negoziale non hanno trovato riscontro concreto, mentre l’Iran ha mantenuto una posizione rigida, accompagnata da segnali operativi tutt’altro che concilianti. Il risultato è stato un rapido ritorno del premio per il rischio geopolitico rispedendo il Brent stabilmente sopra i 100 dollari con punte fino ai 119 $. 

Il passaggio chiave è stato il progressivo ridimensionamento della credibilità di una tregua nel breve termine. Il mercato, che inizialmente aveva provato a prezzare uno scenario di normalizzazione, ha dovuto rapidamente ricalibrarsi su una realtà più complessa: non tanto un’escalation immediata e incontrollata, quanto piuttosto un conflitto destinato a protrarsi.

In questo contesto il vero elemento dirimente non è rappresentato dalle dichiarazioni politiche, bensì dalla funzionalità dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita una quota rilevante dell’offerta globale di greggio. Anche un’interruzione parziale o selettiva è sufficiente a sostenere livelli elevati del prezzo del petrolio rendendolo il principale indicatore sintetico del rischio macro-finanziario globale. 

Il quadro si completa con gli attacchi mirati condotti dall’Iran contro i siti di produzione nell’area del Golfo Persico i cui danni — con il passare dei giorni — si stanno rivelando ben più gravi di quanto potesse apparire a una prima superficiale lettura. Un elemento che inevitabilmente allunga, anche in modo significativo, i tempi necessari per un ritorno — se mai sarà possibile — alle condizioni precedenti al conflitto.

Per gli investitori le conseguenze sono chiare: il mercato sta progressivamente spostando il proprio focus dall’evento alla durata. Un Brent stabilmente sopra i 100 dollari introduce pressioni inflattive non trascurabili e limita i margini di manovra delle banche centrali riaprendo scenari che, per intensità e natura, richiamano dinamiche tipiche degli shock energetici del passato.

In sintesi, la settimana ha segnato il passaggio da una narrativa di possibile soluzione ad una più realistica: il rischio geopolitico non è più un fattore episodico ma una variabile strutturale con cui i mercati dovranno convivere nel prossimo futuro.



La presa di coscienza da parte dei mercati che qualche cosa non sta andando per il verso giusto è ben rappresentato dal VIX che venerdì è tornato sopra il 30...




...e pure il Fear & Greed Index è ulteriormente peggiorato passando dal 15 della scorsa settimana al 10 di venerdì sera.


Di cosa i mercati hanno paura è relativamente semplice spiegarlo:



L’economia globale continua a richiedere poco più di 106 milioni di barili di petrolio al giorno, un livello che, nonostante la crescita delle rinnovabili, rimane strutturalmente elevato. La crescente domanda energetica legata alla digitalizzazione — inclusi intelligenza artificiale e infrastrutture legate al mondo crypto — suggerisce che, almeno nel medio termine, il fabbisogno di energia tradizionale resterà significativo.

In condizioni normali, i Paesi del Golfo Persico producono circa 22–25 milioni di barili al giorno, di cui una quota prossima ai 20 milioni transita attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici globali.

Una parte rilevante di questi flussi è destinata all’Asia, con la Cina che assorbe circa un quarto del greggio in transito. Tuttavia le recenti tensioni e i danni alle infrastrutture stanno introducendo frizioni significative, sia sul lato produttivo sia su quello logistico, riducendo la disponibilità effettiva di petrolio sul mercato globale.

Più che a una scomparsa totale dei volumi, il sistema si trova oggi di fronte a una combinazione di interruzioni, rallentamenti e riallocazioni dei flussi sufficiente però a generare uno squilibrio rilevante tra domanda e offerta.

Nel breve termine le riserve strategiche di molti Paesi possono contribuire a compensare la riduzione dell’offerta ma si tratta di una soluzione necessariamente temporanea e limitata a poche settimane. Successivamente il problema potrebbe assumere dimensioni decisamente più rilevanti: una contrazione nell’ordine del 15% della produzione giornaliera rappresenterebbe infatti uno dei più gravi shock di offerta mai osservati.

A titolo di confronto, le crisi petrolifere degli anni ’70 comportarono una riduzione dell’offerta globale nell’ordine del 4–5%, mentre nel periodo 2020–2022 lo squilibrio fu determinato principalmente da un crollo della domanda — legato alla pandemia — e risultò quindi rapidamente riassorbibile con la normalizzazione dell’attività economica.



Ora la domanda più importante, ammesso e non concesso che questa guerra finirà presto, è capire quanto tempo ci vorrà per ritornare ad una certa normalità. Abbiamo chiesto a ChatGPT di stimare i danni fatti dagli attacchi iraniani ai siti di produzione (petrolio e gas) attorno all'area del Golfo Persico e quanto tempo ci vorrà per un ripristino delle estrazioni. Ecco la risposta :

1. Normalità logistica minima: settimane / pochi mesi
Se il conflitto finisse presto e Hormuz venisse riaperto davvero, Barclays vedeva una possibile normalizzazione del traffico già entro inizio aprile in uno scenario favorevole; Kuwait Petroleum dice che, anche con stop immediato delle ostilità, servirebbero comunque 3-4 mesi per riportare la produzione pienamente a regime. 

2. Normalità industriale sugli impianti: da mesi a qualche anno
Reuters parla di oltre 25 miliardi di dollari di riparazioni/restoration e aggiunge che il ripristino richiederà anni. Per gli asset meno danneggiati puoi ragionare su 3-12 mesi; per hub complessi come LNG, GTL, grandi raffinerie e sistemi integrati export-processing, la forchetta realistica è più vicina a 1-3 anni

3. Normalità di mercato e premio geopolitico: molto più lunga
Qui la vera risposta è la più scomoda: Reuters scrive che i mercati oil & gas porteranno un Middle East risk premium per anni, se non decenni. Quindi anche quando i flussi fisici torneranno, il prezzo “politico” del barile potrebbe non normalizzarsi rapidamente. 

Riassumendo:
per la produzione e export fisico: 3-12 mesi nei casi leggeri, 1-3 anni nei casi pesanti;
vera normalità di prezzo, assicurazioni, noli e risk premium: più probabilmente 3-5 anni, e in alcuni segmenti anche oltre. Questa non è una previsione certa ma un’inferenza coerente con i danni già osservati, i costi di riparazione e il fatto che la regione uscirà da questa crisi con un premio di rischio strutturalmente più alto. 

E qui la frittata prende la forma di un enorme pasticcio che facciamo ancora fatica a comprendere nella sua complessità. Ma una prima reazione la stiamo già testando da diverse settimane:



Il Brent ha già sfiorato i 120 dollari al barile, chiudendo la settimana a 112. In assenza di una rapida soluzione al conflitto e a fronte di uno shock di offerta di questa entità, non è difficile ipotizzare un movimento verso area 140–150 dollari se non oltre.

È possibile (anzi sperabile)  che tale scenario non si materializzi ma la narrativa che attualmente domina i mercati è piuttosto chiara: un rialzo così marcato del prezzo dell’energia per parecchio tempo riaccenderebbe inevitabilmente le pressioni inflattive, obbligando le banche centrali a mantenere i tassi su livelli elevati più a lungo del previsto se non addirittura costringendole ad aumentarli.


I mercati si stanno già posizionando in merito e il decennale americano è prossimo al 4.5% (4.42%) e quello tedesco ha superato il 3%. A reagire con maggior reattività sono comunque i tassi a breve che sono in effetti quelli controllati dalle banche centrali.

Il rischio è quindi quello di un rallentamento significativo dell’attività economica fino a configurare uno scenario tipicamente associato alla stagflazione.

In questo contesto diventa cruciale comprendere se — e con quali strumenti — gli Stati Uniti saranno in grado di gestire una dinamica che più che l’intensità dello shock è la sua durata a rappresentare la vera incognita per i mercati. Intanto gli americani stanno spostando migliaia di uomini verso lo scenario di guerra: serviranno pure a qualcosa! Fino a quando non sapremo cosa gli americani hanno in mente non siano tranquilli...

***


Come l'hanno presa i mercati azionari? Evidentemente non bene:


Le perdite da inizio anno iniziano ad essere consistenti ma allo stato attuale ancora recuperabili soprattutto se si trovasse una soluzione rapida al conflitto. Il Nasdaq è prossimo al -10% ytd e potrebbe segnare l’ingresso del mercato in una fase di correzione: per il momento il movimento è ancora fisiologico ma potrebbe riflettere un cambiamento nella percezione del rischio e può rappresentare l’anticamera di dinamiche più profonde qualora il quadro macro dovesse deteriorarsi ulteriormente.

Anche per questa settimana limiteremo i commenti tecnici allo stretto necessario in attesa di un ritorno a dinamiche di mercato più normali. Si raccomanda pertanto un approccio particolarmente prudente nella loro interpretazione.


Lo S&P 500 (-6,96% ytd) ha purtroppo rotto il supporto in area 6.500 punti e si sta rapidamente dirigendo verso il successivo livello, individuabile non prima dei 6.100; 4-5 punti percentuali possono ancora essere facilmente persi. La media mobile a 50 giorni sta incrociando al ribasso quella a 100 giorni, generando un segnale tecnico poco incoraggiante. Il mercato si trova ormai in territorio di ipervenduto, ma il contesto attuale suggerisce che tale condizione potrebbe protrarsi più a lungo del previsto.



Della dinamica del Nasdaq (-9.87% ytd) abbiamo già fatto cenno: il prossimo supporto si colloca in area 20.670 punti, livello la cui tenuta sarà determinante nel breve termine. Tra luglio e settembre 2025 si è sviluppata una fase di consolidamento (ovale nero) che potrebbe offrire un primo elemento di sostegno all’indice pur in un contesto che resta estremamente incerto.

 


Per quanto riguarda l’Eurostoxx 50 (-4.93% ytd) in condizioni normali il livello dei 5.500 punti rappresenterebbe un supporto convincente sul quale l’indice si è attestato in chiusura di venerdì. Resta tuttavia difficile stabilire se tale livello potrà essere confermato anche nella prossima settimana.



La volatilità della seduta di lunedì (freccia rossa)  è chiaramente visibile nel grafico dello SMI (-5.26% ytd). Nel complesso, il mercato svizzero ha evidenziato una relativa resilienza, chiudendo la settimana al di sopra dei minimi. La media mobile a 200 giorni (linea blu) si sta confermando come primo livello tecnico di supporto la cui tenuta sarà rilevante nel breve termine.


***



Le fasi di tensione geopolitica confermano ancora una volta il ruolo del dollaro come valuta rifugio. Il recente rafforzamento nei confronti del franco svizzero ha riportato il cambio in area di ipercomprato, un livello che non si osservava dalla fine del 2024.

Nel breve termine manteniamo il posizionamento, consapevoli tuttavia che un’eventuale e improvvisa de-escalation del conflitto potrebbe innescare un rapido movimento correttivo rendendo il dollaro uno dei primi candidati a prese di profitto.



Anche nei confronti dell’euro il dollaro mantiene una tendenza al rafforzamento; per il momento, tuttavia, il cambio non riesce a scendere stabilmente sotto quota 1,15. È quindi probabile una fase di movimento laterale, in linea con quanto osservato a partire da giugno 2025.


Un euro/chf ad un soffio dallo 0.92 non si vedeva da metà gennaio e questo farà sicuramente la felicità della BNS e di molti esportatori svizzeri. Rientrare nel canale trasversale delimitato dallo 0.9216 e dallo 0.9422 non sembra più una chimera...


Buona domenica (ricordatevi dell'ora legale!)


👉 la lista completa dei “15 punti USA” non è stata resa pubblica integralmente.
Quello che circola sui media è una ricostruzione per blocchi tematici, mentre le 5 richieste iraniane sono invece abbastanza chiare e confermate.

Faccio una sintesi strutturata e pulita.


🇺🇸 Le richieste degli Stati Uniti (ricostruzione dei 15 punti)

Le fonti concordano sui pilastri principali del piano (più che sui singoli 15 punti uno per uno):

1. Nucleare (cuore della proposta)

  • Smantellamento completo delle capacità nucleari
  • Distruzione/chiusura dei siti principali (Natanz, Fordow, Isfahan) 
  • Stop totale all’arricchimento dell’uranio 
  • Impegno a non sviluppare mai armi nucleari

2. Controllo internazionale

  • Supervisione dell’IAEA (Agenzia internazionale energia atomica)
  • Possibile trasferimento del materiale nucleare all’esterno 

3. Missili e sicurezza

  • Stop allo sviluppo di missili balistici 

4. Influenza regionale

  • Riduzione/cessazione del supporto ai gruppi alleati (Hezbollah, ecc.) 

5. Energia e logistica globale

  • Riapertura completa dello Stretto di Hormuz 

6. Cessate il fuoco

  • Tregua iniziale (circa 1 mese) per negoziare 

7. Contropartite USA

In cambio:

  • Revoca delle sanzioni nucleari
  • Supporto al nucleare civile iraniano
  • Normalizzazione progressiva dei rapporti 

👉 In sintesi:
disarmo strategico completo dell’Iran in cambio di reintegrazione economica.


🇮🇷 Le 5 richieste dell’Iran (più definite)

Queste sono molto più chiare e convergenti tra le fonti:

1. Stop immediato agli attacchi

  • Fine dei bombardamenti e degli “assassinii mirati” 

2. Garanzie di sicurezza

  • Impegni concreti che la guerra non riprenda 

3. Fine dei conflitti su tutti i fronti

  • Stop alle operazioni contro alleati iraniani (Hezbollah, ecc.) 

4. Risarcimenti

  • Pagamento dei danni di guerra 

5. Sovranità su Hormuz

  • Riconoscimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz 

👉 In alcune versioni si aggiungono richieste implicite:

  • fine delle sanzioni totali
  • mantenimento del programma missilistico
  • riduzione della presenza militare USA nel Golfo 

⚖️ Lettura strategica (importante)

Il motivo per cui i mercati sono nervosi — e il Brent resta alto — è evidente:

  • 🇺🇸 chiedono disarmo strutturale
  • 🇮🇷 chiedono sicurezza + compensazioni + sovranità

👉 Tradotto in linguaggio finanziario:

  • gli USA vogliono ridurre il rischio geopolitico a lungo termine
  • l’Iran vuole prezzo immediato + garanzie politiche

📌 Gap negoziale enorme → bassa probabilità di accordo rapido



domenica 22 marzo 2026

Terza settimana di guerra e non si vede (ancora) la fine



                                                                     The Economist, March  21st - 27th 2026

Dopo i primi tre giorni si pensava che il conflitto fosse ormai vicino alla conclusione — ricordate? “non abbiamo più nulla da bombardare…” — ma la realtà si è rivelata ben diversa. A distanza di tre settimane, non solo la fine non è in vista, ma permane un’elevata incertezza su quando potremo tornare a distogliere l’attenzione da questo scenario.

Ciascuno di voi si sarà inevitabilmente formato un'opinione su quanto sta accadendo; per questo evitiamo di disperdere tempo in analisi geopolitiche che ci porterebbero lontano dal nostro obiettivo. Ma prima di voltare pagina vi proponiamo la chiusura di un articolo pubblicato sull'ultimo numero dell'Economist che, a mo di ricapitolazione,  potrebbe essere utile per capire dove stiamo andando:

"Gli obiettivi di Trump sono ancora poco chiari: vuole rovesciare il regime, stringere un accordo con esso o semplicemente ostacolarlo? I funzionari del Golfo faticano a interpretare le sue dichiarazioni in continuo mutamento. Tuttavia, trasformando questa guerra in una guerra per l’energia, l’Iran potrebbe aver reso tali domande irrilevanti. Sta spingendo tutti i suoi nemici verso la stessa conclusione: che la guerra non può finire finché il regime non sarà paralizzato." Insomma: L’escalation dell’Iran verso una guerra energetica rende irrilevante l’ambiguità iniziale di Trump, spingendo tutti gli attori verso una conclusione inevitabile: il conflitto non può chiudersi senza neutralizzare il regime iraniano. Se così fosse, prepariamoci a tempi biblici...

Comunque sia, quello che ci proponiamo oggi, dopo 3 settimane di osservazione, è il solito esercizio — necessariamente parziale — di “conta dei danni”  ed il loro influsso sul sistema economico e finanziario.

Come già evidenziato nei nostri appunti di un paio di settimane fa, il vero fattore critico non è tanto l’intensità del conflitto quanto la sua durata: oggi, da questo punto di vista,  possiamo iniziare a misurare concretamente quanto rapidamente il quadro si sia deteriorato e quali siano le prime, tangibili conseguenze.

Ci scusiamo fin da subito per la ripetitività degli indicatori che stiamo monitorando, ma riteniamo fondamentale cogliere il momento in cui iniziano a stabilizzarsi, segnalando in tal modo un possibile punto di ingresso per impiegare la liquidità che abbiamo prudentemente accantonato proprio in previsione di scenari come quello attuale.

Ormai lo avrete notato anche voi: almeno una volta all’anno i mercati attraversano fasi di volatilità accentuata che, per quanto possano risultare fastidiose, offrono — se lette correttamente — opportunità  per acquistare società di qualità a valutazioni più interessanti. È evidente che tali opportunità sono difficilmente sfruttabili quando si è costantemente pienamente investiti ma in tal caso è comunque possibile costituire posizioni sintetiche tramite l'impiego degli strumenti derivati. 

Partiamo!



Partiamo dal petrolio il cui prezzo ha continuato a salire anche questa settimana: in particolare il Brent (grafico blu) ha toccato intraday i 119 dollari al barile, per poi chiudere a 112 dollari. Finché il costo dell’energia resterà su livelli elevati, è difficile attendersi un miglioramento significativo del quadro macro. In questo contesto diventa cruciale che i Paesi coinvolti nei conflitti evitino di colpire infrastrutture strategiche come impianti di estrazione, raffinazione e trasporto. Potete immaginare che la  tentazione, da entrambi i fronti, è evidente ma le conseguenze potrebbero essere estremamente rilevanti: l’attacco iraniano alla società statale QatarEnergy, in particolare al grande hub del gas di Ras Laffan, ha già generato notevoli tensioni sui mercati.

Danni principali

  • Colpito il principale complesso LNG del Paese (il più grande al mondo)
  • Distrutti/danneggiati 2 impianti di liquefazione (LNG trains) e un impianto gas-to-liquids
  • Circa il 17% della capacità di esportazione di LNG compromessa
  • Impatto stimato: ~20 miliardi di dollari l’anno di perdite
  • Tempi di riparazione: 3–5 anni
  • Danni estesi anche al Pearl GTL (Shell) e incendi su più infrastrutture 

In sostanza l'Iran ha colpito il cuore del sistema gas del Qatar e mettendo fuori uso circa il 17% della capacità LNG globale per anni sta generando uno shock energetico di portata sistemica. 





Tornando al petrolio, secondo Oxford Economics, una società indipendente specializzata in analisi e previsioni macroeconomiche, un prolungamento per alcuni mesi delle quotazioni di Brent e WTI nell’area 120–140 dollari al barile potrebbe tradursi in un’inflazione prossima al 4%.
Se a questo si aggiunge il rincaro del petrolio, insieme a quello del gas e dei relativi derivati, emerge chiaramente come uno scenario di inflazione al 4% non sia più soltanto teorico, ma sempre più concreto.
Anche il grafico elaborato da Bloomberg sui costi energetici rafforza questa lettura: dall’inizio del conflitto la dinamica è stata costantemente al rialzo, senza segnali evidenti di stabilizzazione o di ritracciamento.







Anche il costo delle materie prime è in costante aumento e tra queste troviamo l'elio, assolutamente indispensabile per la produzione dei semiconduttori che sappiamo essere di vitale importanza. Desta poi particolare preoccupazione anche l’andamento delle quotazioni dei fertilizzanti. Una quota rilevante della produzione mondiale — prossima ad un terzo — transita attraverso lo Stretto di Hormuz che al momento resta un punto di forte vulnerabilità.

Gli agricoltori americani stanno già manifestando una crescente tensione e, per l’amministrazione Trump — così come per i consumatori statunitensi (ma non solo) — questa dinamica, fortemente inflazionistica,  rappresenta tutt’altro che una buona notizia.


Infatti, malgrado i dati fanno riferimento al mese di febbraio, i prezzi alla produzione (PPI) americani pubblicati lo scorso 18 marzo salgono con costanza: 

  • PPI feb : +0.7% (atteso: 0.3%; precedente: 0.5%)
  • PPI yoy: 3.5% (precedente: 2.9%)

Alla luce del rincaro dell’energia e delle materie prime, a cui si affianca il continuo aumento dei prezzi alla produzione, è ragionevole attendersi per il mese di marzo un livello di inflazione ancora più elevato, potenzialmente anche superiore alle attese. Le implicazioni di questo scenario sono facilmente intuibili.


***



La settimana che sta per finire è stata anche la settimana delle Banche Centrali.


La FED ovviamente se l'è guardata bene dall'abbassare i tassi e la decisione è stata presa quasi all'unanimità: a votare diversamente è stato Christopher J. Waller uno dei governatori della Federal Reserve nominato da Trump nel 2020 alla fine del suo primo mandato presidenziale. Comunque sia Powell, oramai a fine corsa, si è concesso il lusso di togliersi un sassolino dalla scarpa e ha fatto sapere a Trump - ma in realtà anche a tutti noi - che a "tirare giù i tassi" proprio non ci pensa e che "è già bello che non li aumentiamo!"


Le conseguenze di una tale ammissione non sono tardate a manifestarsi:



in vista della prossima riunione della Federal Reserve del 29 aprile, la probabilità di un rialzo dei tassi di 25 punti base — fino a pochi giorni fa pari a zero — è attualmente stimata al 6,2%. Si tratta di un valore ancora marginale ma che meriterà di essere rivalutato alla luce dei dati sull’inflazione di marzo.



Nel frattempo i rendimenti dei Trausury non smettono di salire: il decennale è al 4.47% (!) e pure il 2 anni è ad un passo dal ritornare sopra il 4%... non aggiungiamo altro. 


Anzi, se avete voglia andate a vedere come evolve il debito pubblico americano cliccando qui

Siamo a 39 trilioni di dollari ed è praticamene inarrestabile... la guerra deve finire presto anche per questo motivo altrimenti a costare sempre di più non sarà solo il petrolio...


Anche la BCE si è riunita giovedì e ha lasciato i tassi invariati ma probabilmente ad aprile aprirà la discussione sull'idea che un loro rialzo potrebbe essere necessario. Se così fosse, ma non strappiamoci ancora i capelli dalla testa,  dobbiamo tenere d'occhio la sessione dell'11 di giugno dove verosimilmente sarà resa operativa (durante il mese di maggio nessuna banca centrale ha in programma di riunirsi).


Ovviamente basta sentir odore di aumento dei tassi, in dollari o euro che sia,  per mandare in tilt il mercato obbligazionario:






Quello in dollari sta perdendo l'1.10% da inizio anno: significa che sommando il corso delle obbligazioni al rendimento pro-rata da inizio anno, abbiamo una perdita netta appunto dell'1.10%. Direte poco ma vi rammentiamo che questo settore deve ancora recuperare un terzo di quanto perso da inizio 2022... di questo passo ci vorranno ancora anni.




...ed il medesimo settore in euro è anche messo peggio:  sotto dello 0.80% da inizio anno, per arrivare ai massimi di inizio 2022 deve ancora recuperare quasi il 50%. Non bello.

***


Anche il modello di Ned Davis Research appare, comprensibilmente, in difficoltà in questa fase a dimostrazione di come gli algoritmi fatichino ad anticipare eventi esogeni di natura straordinaria. Un conflitto come quello attuale rappresenta infatti uno shock di ampia portata con impatti significativi, in primis sui mercati azionari, quasi impossibili da modellizzare ex-ante. 
Resta tuttavia il riconoscimento per il valore di questa società di analisi: in contesti geopolitici più stabili, le sue indicazioni — in particolare il ciclo composito dello S&P 500 — si sono dimostrate negli anni uno strumento estremamente utile per orientarsi nel complesso mondo dei mercati azionari e continueremo ad utilizzarlo.

Come già evidenziato, in questa fase complessa dei mercati il nostro obiettivo, oltre a mantenere la necessaria disciplina, è individuare con un ragionevole grado di probabilità un livello oltre il quale il mercato tende a trovare supporto. Storicamente tali minimi si formano quando il pessimismo diventa estremo e diffuso tra gli investitori.

Esistono diversi indicatori che cercano di misurare il livello di stress emotivo degli investitori, aggregando una serie di comportamenti e dinamiche di mercato in un unico indice sintetico. Uno di quelli che in questi casi seguiamo volentieri è quello messo a punto dalla CNN Business (per chi è interessato, vi rimandiamo dopo i saluti finali per sapere come funziona questo indice):



Dal Fear & Greed Index possiamo dedurre quanto segue:
  • In questo momento il mercato è dominato dalla paura (l'irrazionale ha la preminenza).
  • Una parte del rischio è già stata assorbita dal mercato, ma, come vedremo, i volumi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo solo nelle ultime due sedute.
  • Le vendite forzate dalle banche (margin call) potrebbero non ancora essere decisivi.
  • Le valutazioni non sono ancora completamente compresse (condizione che si verifica quando i prezzi scendono a livelli inferiori rispetto ai fondamentali e alle medie storiche).
  • Non vediamo ancora la creazione di supporti significativi
Riassumendo:  i primi due punti li vediamo chiaramente, le vendite forzate non sono ancora scattate, stiamo verificando se ci sono valutazioni compresse (in questo l'IA è imbattibile) ma non riusciamo ancora a vedere la formazione di supporti convincenti.

Per il momento manteniamo la liquidità restando in posizione di osservazione. Stiamo monitorando diverse opportunità su titoli di qualità e abbiamo iniziato a testare, per chi interessato, alcune strategie di risk reversal (vendita di put e acquisto contestuale di call), con l’obiettivo di sfruttare i livelli elevati di volatilità che facilitano la costruzione di queste strutture e consentono un ingresso sul mercato con un profilo di rischio più controllato.

Passando ai mercati, siamo consapevoli che in questa fase l’analisi tecnica può avere un’efficacia limitata, soprattutto quando a guidare i movimenti è la componente emotiva degli investitori. Vi invitiamo quindi a considerare quanto segue con la dovuta cautela.



Lo S&P 500 (-4,95% YTD) è uscito dal canale ascendente e nella seduta di venerdì si è portato in prossimità del supporto in area 6.500 punti. Le condizioni di ipervenduto sono evidenti, il che potrebbe favorire un rimbalzo tecnico nel breve termine.
Tuttavia, un elemento che ci lascia perplessi è rappresentato dalla dinamica dei volumi: la correzione si è sviluppata, nel complesso, con livelli di attività piuttosto ordinari, fatta eccezione per la seduta di venerdì — coincidente con le scadenze tecniche delle opzioni — che ha naturalmente registrato un incremento significativo degli scambi (osservazione valida anche per gli altri mercati analizzati).
Questo porta a due possibili interpretazioni: o il mercato statunitense sta mostrando una sorprendente resilienza rispetto al contesto geopolitico, oppure sta già scontando uno scenario di progressiva attenuazione del conflitto. In entrambi i casi, la lettura non è del tutto rassicurante e ci induce a mantenere un atteggiamento di particolare prudenza.




Osservazioni analoghe valgono per il Nasdaq (-6,86% YTD), che tuttavia non presenta ancora condizioni di ipervenduto, elemento che impone ulteriore cautela. I volumi, anzi, appaiono in diminuzione, facendo venir meno una delle condizioni tipiche di un vero e proprio sell-off.
Non fraintendeteci: siamo contenti che non abbiamo (ancora) assistito a vendite a piene mani,  ma questo comportamento è quantomeno atipico e meritevole di attenzione.



Il comportamento dell’Eurostoxx 50 (-5,01% YTD) appare, a nostro avviso, più coerente con il contesto attuale: la fase di vendita si è sviluppata negli ultimi giorni con un progressivo aumento dei volumi che, anche al netto della scadenza tecnica di venerdì, si sarebbero comunque attestati su livelli elevati.
Questo indica che gli investitori hanno ridotto l’esposizione in modo graduale ma crescente, contribuendo a portare il mercato in condizioni di ipervenduto.
L’indice si è ora posizionato in prossimità del supporto in area 5.500 punti, livello che potrebbe favorire un rimbalzo tecnico nel breve termine. Anche un recupero contenuto rappresenterebbe già un primo segnale costruttivo.
È evidente come gli investitori europei percepiscano il rischio geopolitico in misura maggiore rispetto a quelli statunitensi, probabilmente anche per la diversa prossimità al conflitto. Se da un lato il mercato americano sembra scontare uno scenario di rapida normalizzazione, dall’altro in Europa prevale un atteggiamento più prudente, alla luce di un contesto che appare ancora in evoluzione.



Se nella seduta di venerdì osservando lo SMI (-7,13% YTD) avete avvertito una certa apprensione, sappiate di non essere stati i soli. Il mercato svizzero, per sua natura relativamente concentrato, ha risentito in modo marcato delle vendite, con poche società tra le componenti dell’indice in grado di sottrarsi alla pressione ribassista.
Le condizioni di marcato ipervenduto ne sono una chiara evidenza. Il supporto in area 12.400 punti sembra essere stato violato, aprendo spazio verso il successivo livello in area 11.800. Auspichiamo tuttavia che il mercato possa dimostrare maggiore resilienza nelle prossime sedute.

***



L’aumento dei rendimenti negli Stati Uniti, insieme al contesto geopolitico, sta sostenendo il dollaro nel suo percorso di rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero. Il cambio si trova ormai in prossimità di 0,79, livello che nel corso della settimana è stato anche temporaneamente superato, senza tuttavia riuscire a consolidarsi.
Si intensificano intanto le domande su un possibile intervento della Banca Nazionale Svizzera volto a contenere un eccessivo rafforzamento del franco. Nella giornata di giovedì, il presidente dell’istituto si è espresso sul tema in modo piuttosto cauto e non del tutto esplicito, lasciando intendere — tra le righe — una possibile attività di sostegno. Eventuali conferme potranno arrivare solo con la pubblicazione dei prossimi dati di bilancio,


Riteniamo probabile che  l'euro/dollaro possa tornare a muoversi all’interno del canale laterale compreso tra 1.1488 e 1.19. L’eventuale orientamento più restrittivo della Banca Centrale Europea, con possibili rialzi dei tassi, potrebbe contribuire a sostenere questo scenario.



È probabilmente sul cambio euro/franco che si coglie con maggiore evidenza il possibile intervento della Banca Nazionale Svizzera: dopo diverse settimane è tornato sopra area 0.91 allontanandosi così dai minimi storici.
Resta da capire quanto questa dinamica possa essere sostenibile nel tempo ma nel breve termine il quadro appare relativamente più rassicurante.



L’oro ha risentito dell’aumento dei rendimenti e del conseguente rafforzamento del dollaro. Dopo essere stato recentemente al centro dell’interesse speculativo, il metallo prezioso è ora oggetto di prese di profitto. Il prossimo livello di supporto si colloca in area 4.370 dollari.

Buona domenica!



Cos'è l'indice Fear & Greed di CNN Business?

L'indice Fear & Greed è uno strumento che permette di valutare l'andamento del mercato azionario e verificare se i titoli sono valutati in modo equo. La teoria si basa sulla logica secondo cui un eccesso di paura tende a far scendere i prezzi delle azioni, mentre un eccesso di avidità tende ad avere l'effetto opposto.

Come viene calcolato l'indice Fear & Greed?

L'indice Fear & Greed è una raccolta di sette diversi indicatori che misurano alcuni aspetti del comportamento del mercato azionario. Si tratta di: momentum di mercato, forza dei prezzi azionari, ampiezza dei prezzi azionari, opzioni put e call, domanda di junk bond, volatilità di mercato e domanda di beni rifugio. L'indice tiene traccia di quanto questi singoli indicatori si discostino dalle loro medie rispetto a quanto normalmente divergono. L'indice assegna a ciascun indicatore un peso uguale nel calcolo di un punteggio da 0 a 100, dove 100 rappresenta la massima avidità e 0 segnala la massima paura.

Con quale frequenza viene calcolato l'indice Fear & Greed?

Ogni componente e l'indice vengono calcolati non appena sono disponibili nuovi dati.

Come si utilizza l'indice Fear & Greed?

L'indice Fear & Greed viene utilizzato per valutare l'umore del mercato. Molti investitori sono emotivi e reattivi, e gli indicatori di sentiment relativi alla paura e all'avidità possono mettere in guardia gli investitori dalle proprie emozioni e dai propri pregiudizi che possono influenzare le loro decisioni. Se combinato con i fondamentali e altri strumenti analitici, l'indice può essere un modo utile per valutare il sentiment del mercato.

domenica 15 marzo 2026

Liberare lo Stretto di Hormuz è problematico




Oggi saremo insolitamente brevi ma, in fondo, dobbiamo parlare di un solo — si fa per dire — argomento: quella guerra che dopo appena una manciata di giorni sembrava già conclusa poiché «non ci sono più obiettivi da bombardare, abbiamo raso al suolo tutto ciò che c’era da radere al suolo», aveva dichiarato Trump, forse un po’ troppo frettolosamente, in una delle sue tante interviste. Salvo poi accorgersi che i tempi supplementari di questa partita, arbitrata dall’israeliano Netanyahu, stanno durando più della partita stessa e, purtroppo, non è ancora chiaro quando si potrà rientrare negli spogliatoi. 

Ovviamente il fatto di non riuscire a stimare neppure lontanamente quando questa guerra potrà finire non piace affatto ai mercati che, come vedremo, stanno diventando sempre più irrequieti. Nel frattempo il Commander-in-Chief americano, anche lui sempre più preoccupato, sta cercando una via d’uscita e, malgrado continui a sostenere che «la guerra è vinta», chiede l’aiuto della Cina e di altre potenze internazionali soprattutto per liberare lo Stretto di Hormuz.

Un’altra sua preoccupazione — che naturalmente non ammetterà mai apertamente — riguarda i costi del conflitto. Agli americani questa guerra sta costando circa un miliardo di dollari al giorno, forse anche di più. Basti pensare che per abbattere i droni iraniani, che costeranno sì e no 20-30 mila dollari, vengono utilizzati missili Patriot che non sono esattamente a buon mercato: sfiorano infatti i 4 milioni di dollari per ogni intercettazione. Immaginate quindi i costi di tutto il resto.  A quanto pare Trump ha chiesto al Pentagno risorse per stare in guerra per un centinaio di giorni ancora... I tempi brevi da lui prospettati si allungano. Ma di questo non avevamo dubbi.

Comunque sia da qualche giorno tutta l'attenzione si è concentrata attorno allo Stretto di Hormuz dove, allo stato attuale, le sole petroliere che riescono a passare sono quelle battenti bandiera cinese. Le altre devono restare all’ancora e, se decidono di forzare il blocco, dovranno comunque fare i conti con mine, barchini telecomandati carichi di esplosivo, missili costieri e altre diavolerie. La cosa ha mandato Trump su tutte le furie: in un primo momento ha pensato bene di far scortare i tanker dalla marina americana, salvo poi rinunciare quasi subito quando gli hanno fatto notare che non era proprio il caso di correre certi rischi. A quel punto ha cercato di risolvere la questione a modo suo, consigliando ai capitani delle petroliere di tirare fuori gli attributi — in realtà ha usato un sinonimo ben più colorito — e tentare comunque il passaggio, in una strategia che assomiglia molto alla classica «o la va o la spacca». Non sappiamo a voi, ma a noi l’idea pare quantomeno bizzarra.

Le ultime notizie che arrivano dalla regione — stiamo scrivendo nel pomeriggio di sabato — riguardano l’isola di Kharg, praticamente il cuore nevralgico del sistema petrolifero iraniano. Durante la notte l’isola è stata interessata da un raid aereo americano che, per il momento, ha preso di mira soltanto obiettivi militari. Ma il messaggio è piuttosto chiaro: se Teheran dovesse perseverare nei tentativi di bloccare lo Stretto di Hormuz, i prossimi raid potrebbero coinvolgere anche le infrastrutture petrolifere. Sarebbe decisamente meglio che ciò non accadesse, anche perché a quel punto il prezzo del petrolio potrebbe tranquillamente ritrovarsi nell’intervallo tra i 150 e i 200 dollari al barile.

Rispetto alla scorsa settimana non abbiamo molto altro da segnalare: le osservazioni che avevamo fatto restano tutte valide e rischieremmo soltanto di ripeterci; tenete presente che nel frattempo i dati che già conoscete non hanno fatto altro che peggiorare.

Infatti il prezzo del petrolio va per la sua strada, ovverosia verso l'alto:


il WTI si è issato attorno ai 98$ al barile mentre il BRENT è andato oltre i 103$. 



In generale i costi energetici sono progrediti: rispetto alla scorsa settimana sono saliti di un altro 10% e da inizio anno segnano un +52%. 

Se non si trova una soluzione al conflitto, alla lunga risveglieremo di certo l'inflazione. I dati pubblicati questa settimana vanno presi con grande beneficio d'inventario in quanto fanno riferimento al rincaro per il mese di febbraio:

  • Consumer Price Index (CPI) yoy: 2.4% (atteso: 2.4%; precedente: 2.4%)
  • Core Consumer Price Index yoy : 2.5% (atteso: 2.5%; 2.5%)
  • Personal Consumption Expeditures (PCE) yoy: 2.85% (atteso: 2.9%; precedente: 2.9%)
  • Core Personal Consumption Expeditures yoy   : 3.1% (atteso: 3.1%; precedente: 3%)
Bisognerà attendere i dati di marzo per sapere quale sarà l'impatto del rincaro energetico sull'inflazione americana e temiamo che pure quella europea non sarà risparmiata.


Possiamo quindi definitivamente dire addio ad un taglio ai tassi il prossimo mercoledì 18 marzo in occasione della riunione della Fed: le probabilità sono vicine allo zero. Attenzione: il 19 marzo abbiamo le riunioni della BCE, BNS e  Banca del Giappone... Come già sottolineato quest'anno la BoJ è una sorvegliata speciale e temiamo che dal suo direttorio possono scaturire decisione di politica monetaria che si faranno sentire non solo negli USA ma anche dalle nostre parti. Per  BCE e BNS non ci  aspettiamo nessuna sorpresa di rilievo e si limiteranno a confermare l'attuale livello dei tassi anche se dobbiamo ammettere che pure in Europa e Svizzera i rendimenti piano piano iniziano a salire...



... come stanno facendo in modo molto più marcato i rendimenti dei Treasury: il decennale è al 4.27%.



Le conseguenze sui consumi, non solo americani, sono abbastanza facilmente immaginabili ed il GDPNow elaborato dalla FED di Atlanta sembra già anticipare il trend... (freccia rossa)

Se questa guerra non dovesse concludersi in tempi ragionevoli — tempi che peraltro restano difficili da stimare — parlare di stagflazione potrebbe smettere di essere un sacrilegio. Se così fosse, allora Trump a novembre potrebbe trovarsi a fare i conti non solo con l’elettorato democratico…


***

Come potete immaginare i mercati, soprattutto quelli azionari, non stanno comprensibilmente passando un momento dei più esaltanti e se avete proceduto a qualche alleggerimento non è stata una brutta idea. Infatti dobbiamo segnalare che per tutti i mercati che seguiamo più da vicino, siamo usciti dal trend ascendente ed ora vedremo dove andremo a parare. 


Lo S&P 500 (-3.12% ytd), dopo il pullback della scorsa settimana, ha invertito la rotta e ora sta puntando verso il supporto dei 6.500 punti. Va però notata una cosa valida anche per gli altri indici: da diversi giorni i volumi giornalieri sono in calo, segno che il movimento ribassista non è alimentato da veri e propri sell-off. Oseremmo piuttosto dire che ci troviamo di fronte a prese di beneficio relativamente ordinate. In questi frangenti, fatto salvo fattori eccezionali - ma cosa c'è di più eccezionale di una guerra che fa schizzare i prezzi del petrolio alle stelle - non dovremmo assistere a dei veri e propri crolli. 

Per tutti i mercati siamo inoltre in prossimità dell’ipervenduto, il che farebbe pensare che non siamo molto lontani da un possibile potenziale rimbalzo. Resta il fatto che con una guerra come quella che stiamo vivendo, fare previsioni resta inevitabilmente complicato e soprattutto le usuali "regole del gioco" per il momento sono temporaneamente sospese.


Anche per il Nasdaq (-4.89% ytd) fare previsioni in queste condizioni non è affatto facile. Per quel che può valere, segnaliamo un obiettivo tecnico a 21.615 punti: i volumi sono in calo ma l’ipervenduto non è ancora a portata di mano. Un po’ di prudenza con il tecnologico, quindi, non guasta.



Lo SMI (-3.23% ytd) si trova in piena fase di correzione e, se non dovesse fermarsi sul debole supporto dei 12.750 punti, potrebbe puntare verso 12.400. Per fortuna i volumi sono nettamente in calo e l’indice si trova già in ipervenduto… per quel che può valere.


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Chi sta approfittando della situazione è il dollaro americano. Anche contro il fortissimo franco svizzero si è rafforzato e non di poco: nel giro di un paio di settimane è passato da un preoccupante 0,7650 a 0,7911. La guerra e probabilmente anche lo zampino della BNS sembrano essere le cause principali di questo movimento.



Anche contro euro la valuta americana ha fatto un bel salto: si è adagiata su di un debole supporto (linea tratteggiata rossa) e siamo in netto ipervenduto: un rimbalzo dell'euro sarebbe in queste condizioni giustificato ma diciamo che con questa guerrra sospendiamo il nostro giudizio.



Sebbene non ne abbiamo una prova formale, siamo quasi certi che la nostra Banca Nazionale sia intervenuta più volte per evitare che l’euro si indebolisse eccessivamente fino a sfondare il supporto di 0,90. Vedremo per quanto tempo riuscirà a reggere…



Il bitcoin sta provando a ritagliarsi un ruolo da bene rifugio: apprezziamo l’impegno, ma per il momento è ancora presto per attribuirgli ufficialmente questa qualifica. Ciò non toglie che stia tentando di superare i 75.000 dollari e, se il clima geopolitico dovesse restare quello attuale, pensiamo che possa anche riuscirci. Attenzione però: una volta superata quella soglia, prima di puntare ai 92.800 dollari dovrà fare i conti con una debole ma non trascurabile resistenza attorno agli 81.500.



L’aumento non trascurabile dei rendimenti americani e il deciso rafforzamento del dollaro hanno finito per indebolire l’oro che, malgrado gli scenari di guerra tutt’altro che trascurabili, negli ultimi giorni della settimana è stato venduto in quantità significative. Non è quindi impossibile rivederlo sotto i 5.000 dollari l’oncia..

Buona domenica!