domenica 11 ottobre 2026

Arrivano i numeri del terzo trimestre


... quello pubblico, che sta diventano un incubo
 per governanti ed investitori... Corriere 10.10.26

La settimana ci ha consegnato un mercato azionario ancora capace di segnare nuovi massimi ma sempre più sensibile alle aspettative, gigantesche, legate all'intelligenza artificiale. Martedì lo S&P 500 ed il Nasdaq hanno raggiunto nuovi record storici; malauguratamente nelle sedute successive sono poi tornate le vendite con i titoli dell'AI penalizzati dai dubbi sulle prospettive di guadagno futuri e con una lente macroscopica puntata sugli attuali  ricavi di OpenAI che continua a perdere 10 miliardi di dollari al mese; la cassa, a quanto pare,  inizia a svuotarsi celermente e l'azienda si sta concentrando su massicci round di finanziamento privato (non è ancora quotata, meglio così) per raccogliere nuovi capitali da fondi di investimento internazionali. Quello di OpenAI è solo uno dei (tanti) campanelli d'allarme che potrebbero uscire dalla pubblicazione dei dati del terzo trimestre: abbiamo bisogno che i numeri delle società coinvolte nella rivoluzione dll'AI siano all'altezza delle enormi aspettative sugli utili presenti e futuri che le borse, considerati i giganteschi investimenti, stanno già scontando. Iniziare a dare un'occhiata a questi numeri sarà il tema principale degli odierni Appunti.

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Sul versante dei tassi i verbali della Fed, pubblicati mercoledì,  hanno confermato che durante la riunione di settembre la maggioranza dei partecipanti ritiene probabilmente opportuno un altro rialzo da compiersi entro la fine dell'anno, ovviamente subordinandolo ai dati macro che via via saranno pubblicati. Il documento evidenzia inoltre il doppio ruolo dell’AI: sostiene investimenti e crescita, ma può anche alimentare pressioni sui prezzi e aumentare la competizione, sempre più accanita,  per accaparrarsi i finanziamenti. Nel frattempo le aste dei Treasury hanno incontrato una domanda che, con le rese dei decennali attorno al 5.30%-5.35%,  hanno attirato capitali anche dall'estero come non si vedeva da parecchio tempo. 

Per il momento la domanda è stata capace di frenare la salita dei rendimenti che hanno chiuso la settimana al 5.23%. Un sollievo per le obbligazioni, dunque, ma che da sola non basta a dimostrare un’inversione di tendenza per quanto riguarda la recente escalation dei redimenti americani. La lettura che ne ricaviamo è quella di un equilibrio assai precario: utili robusti sostengono le azioni, mentre energia cara e inflazione persistente ostacolano un allentamento monetario. Da qui partiremo, negli appunti delle prossime settimane,  per valutare se gli utili attesi per il 2027 offriranno ancora un margine sufficiente per assorbire la pressione che potrebbe colpire i multipli azionari a suon di ribassi.

Nel frattempo il settore obbligazionario in dollari ed euro (non dimentichiamoci che l'aumento delle rese non è, come abbiamo visto la scorsa settimana, un fenomeno solo americano...) stanno soffrendo:


Lo dimostra l'indice total return obbligazionario di Bloomberg,  tanto in dollari...


... quanto in euro. Per il momento, la cosa giusta da fare se proprio si deve investire a reddito fisso è rimanere sul corto/cortissimo termine. Poi vedremo dove vorranno assestarsi i movimeni dei tassi e decideremo se allungare le scadenze. 

Rammentiamo che un indice obbligazionario Total Return misura il rendimento complessivo di un paniere di obbligazioni, considerando non soltanto le variazioni dei loro prezzi di mercato, ma anche le cedole incassate, ipotizzando che vengano reinvestite nell'indice. E' quindi la misura più completa della performance di un investimento obbligazionario, perché rappresenta il risultato economico complessivo per l'investitore prima di eventuali costi e imposte. Purtroppo da inizio anno sia quelle in dollari che in euro non hanno portato alcun beneficio alle nostre performance e per il momento non intravvediamo grossi margini di miglioramento. 

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Alla vigilia della stagione delle trimestrali del terzo trimestre, le premesse rimangono comunque incoraggianti. Secondo le rilevazioni di FactSet del 2 ottobre, gli analisti si attendono per lo S&P 500 una crescita annua degli utili del 29.5% e dei ricavi del 12.3%. Numeri decisamente importanti, che dovranno naturalmente trovare conferma nei bilanci delle società, ma che aiutano a comprendere perché Wall Street sia riuscita finora a resistere così bene al continuo aumento del costo del denaro.

La domanda che ci poniamo, tuttavia, rimane sempre la stessa: per quanto tempo la crescita degli utili riuscirà a compensare rendimenti obbligazionari così elevati? E, soprattutto, quanto di questa crescita sarà effettivamente diffuso tra i diversi settori dell'economia, anziché continuare a dipendere quasi esclusivamente dai grandi protagonisti dell'intelligenza artificiale? Un interrogativo che riguarda certamente il 2027, sul quale abbiamo concentrato buona parte delle nostre riflessioni, ma che potrebbe diventare particolarmente attuale già in quest'ultimo scorcio del 2026.

Non vorremmo infatti che una correzione, della quale per il momento non esistono ancora conferme sufficienti, potesse prendere avvio proprio nelle prossime settimane, magari innescata da trimestrali meno brillanti delle attese o, peggio ancora, da indicazioni poco incoraggianti sugli utili futuri. Quando le aspettative sono così elevate, non è necessariamente sufficiente pubblicare buoni risultati: bisogna riuscire a soddisfare, e possibilmente superare, ciò che il mercato ha già incorporato nei prezzi.

Per il momento, almeno sui principali indici americani, l'analisi tecnica continua a offrirci motivi per mantenere una visione costruttiva: i trend rialzisti sono ancora riconoscibili e i supporti più importanti non sono stati compromessi. Ci piacerebbe però che, nelle prossime settimane, arrivasse una conferma altrettanto convincente anche dall'analisi fondamentale, attraverso utili solidi, margini resilienti, revisioni positive delle stime e una partecipazione alla crescita meno concentrata su poche grandi società. Perché un mercato sostenuto contemporaneamente dai grafici e dai bilanci è certamente più rassicurante di uno che deve affidarsi soltanto alla forza del proprio trend. 

Individuare il momento perfetto per uscire dai mercati è un esercizio nel quale riescono in pochi e, quando accade, spesso è difficile distinguere il merito da una buona dose di fortuna. Più che cercare di anticipare il giorno esatto in cui il mercato cambierà direzione, riteniamo quindi molto più utile, e soprattutto più razionale, individuare e monitorare quei fattori che potrebbero incrinare la fiducia degli investitori, innescare le prime prese di beneficio e, qualora dovessero manifestarsi contemporaneamente, trasformare una normale correzione in qualcosa di ben più serio.

Il nostro obiettivo non è prevedere l'imprevedibile, ma riconoscere per tempo quando le condizioni che hanno sostenuto il rialzo cominciano a venir meno. Perché le prese di profitto fanno parte della normale vita dei mercati; è quando iniziano a sommarsi al deterioramento degli utili, all'aumento del costo del capitale e alla perdita di fiducia che possono diventare il segnale di un cambiamento di trend.

Vediamo dunque quali sono gli indicatori che, a nostro giudizio, meritano maggiore attenzione nelle prossime settimane:

  1. Delusioni diffuse sui risultati: Utili per Azione (EPS) inferiori al consenso, accompagnati da ricavi deboli o margini in calo. Un problema condiviso da più società pesa più di un risultato isolato.
  2. Previsioni aziendali ridimensionate: risultati trimestrali anche buoni, ma indicazioni meno favorevoli su domanda, crescita, redditività e generazione di cassa futura. Questo potrebbe spingere gli analisti a ridurre gli EPS 2027.
  3. Un cambiamento nella filiera AI: cloud e ricavi AI che rallentano mentre investimenti, ammortamenti e costi continuano a salire. Anche una riduzione degli investimenti (capex) avrebbe effetti diversi: potrebbe aiutare la cassa dei grandi clienti, ma penalizzare i fornitori.
  4. Tassi e credito che aggravano la delusione: revisioni degli utili al ribasso insieme a rendimenti elevati e spread più ampi. Sarebbe la combinazione più difficile da assorbire.
  5. Conferme nei prezzi: vendite persistenti sui titoli guida, partecipazione al rialzo sempre più debole e rottura dei supporti con mancati recuperi. Controlleremo anche se il mercato vende società che pubblicano risultati apparentemente buoni.
  6. Sarebbe particolarmente incoraggiante se il buon andamento dello S&P 500 non dipendesse quasi esclusivamente da una manciata di grandi società legate all’intelligenza artificiale, ma fosse sostenuto da un numero crescente di titoli e settori. Un miglioramento della Market Breadth (Ampiezza del Mercato)  renderebbe il trend rialzista più solido, equilibrato e sostenibile, riducendo il rischio che un’eventuale correzione delle grandi società tecnologiche finisca per trascinare al ribasso l’intero indice. 

E' arrivato quindi il momento di gettare un'occhiata sulle aspettative del Q3 e a tal proposito abbiamo assemblato una scorecard con qualche numero utile (clicca sulla scorecard se non riesci a leggere bene). Prima di passare al commento di alcuni dati, per coloro che non hanno confidenza con la terminologia riportata nella tabella, l'abbiamo ripresa dopo i saluti finali e vi abbiamo aggiunto una legenda in modo tale da essere più chiari anche se riteniamo che non ci sia nessun termine particolarmente "sconosciuto".


Breve commento: solo 19 società su 500 hanno già pubblicato e quindi i numeri non sono ancora statisticamente significativi ma l'84.2% ha pubblicato EPS sopra le aspettative (mediamente di un +4.9%): possiamo senz'altro dire che abbiamo iniziato con il piede giusto. Idem per quanto concerne gli utili netti: il 73% delle società ha battuto le aspettative sui ricavi (mediamente del +1.9%).
La crescita attesa degli utili Q3 anno su anno è pari al 29%. Importante anche la guidance (linee guida future) dove prima ancora di pubblicare i numeri 72 società si sono già dette ottimiste sul prossimo futuro  e 44 società un po' meno... Il contrario sarebbe stato se non deleterio, quasi. Gli EPS per il 2027 sono stati recentemente  rivisti da FactSet al rialzo: 420.59$ (+15.7%) per tutto l'anno e questa è un'altra buona notizia soprattutto se pensiamo che quelli attesi per il 2026 si attestano a 363.41$.

Per il momento sembra procedere tutto come da aspettative ma quello che più ci interessa, e dove potrebbero esserci reazioni poco simpatiche, è evidentemente il settore legato all'AI. Abbiamo fatto una piccola e poco esaustiva tabella ma le principali aziende legate a questo mondo sono presenti:


Prestate particolare attenzione alle date di pubblicazione delle trimestrali: molte sono già state confermate ufficialmente dalle società, mentre per altre si tratta ancora di date stimate (non datele per certe).  Avrete certamente notato che gli appuntamenti più importanti si concentrano a ridosso della fine del mese, quando entreremo nel vivo della stagione degli utili ed inizieremo a capire se le aspettative particolarmente generose degli analisti siano effettivamente giustificate. Fino ad allora, non vogliamo certo sostenere che si possa dormire sonni tranquilli ma è proprio tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre che potrebbe arrivare il primo vero esame di maturità per il rialzo delle Borse americane. 


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Comunque a confortarci c'è sempre l’algoritmo di Ned Davis  che anche questa volta pare abbia svolto egregiamente il proprio lavoro: ottobre è iniziato sotto i migliori auspici e Wall Street si è persino concessa il lusso di aggiornare, soltanto qualche giorno fa, i propri massimi storici. Se le trimestrali del Q3 dovessero confermare le aspettative degli analisti, ci sarebbero buone ragioni per ritenere che il mercato azionario americano possa proseguire lungo il sentiero rialzista, naturalmente a condizione che rendimenti obbligazionari e condizioni finanziarie non tornino a peggiorare ulteriormente.

Purtroppo, altrettanto ottimismo non sembra trovare spazio sui mercati europei. Le persistenti tensioni politiche e geopolitiche, alle quali si aggiungono le preoccupazioni per i conti pubblici di alcuni Paesi, continuano a frenare le nostre Borse, impedendo loro di beneficiare pienamente del clima favorevole che si respira oltreoceano. Peccato, perché un miglioramento del contesto internazionale potrebbe offrire anche all’Europa qualche buona occasione di recupero. Se lo S&P 500 dovesse continuare a macinare nuovi massimi, prima o poi qualche beneficio potrebbe arrivare anche dalle nostre parti, sebbene non sia affatto scontato che ciò basti a risolvere le debolezze interne del Vecchio Continente.

C’è poi un’altra questione sulla quale dovremo iniziare a riflettere seriamente: le elezioni americane di Midterm del prossimo 3 novembre. Che cosa potrebbe accadere ai mercati finanziari se Donald Trump e i Repubblicani dovessero uscirne pesantemente ridimensionati, magari perdendo il controllo di entrambe le Camere del Congresso? Le prime analisi che abbiamo letto non sembrano affatto concordi: alcuni osservatori temono che un simile risultato possa alimentare incertezza e volatilità, mentre altri ritengono che un Congresso diviso potrebbe limitare alcune iniziative dell’amministrazione e, sotto determinati aspetti, persino rassicurare gli investitori. 

Non vogliamo anticipare conclusioni, tanto meno attribuire al risultato elettorale conseguenze che dipenderanno anche dall'andamento dell'economia e della Fed. È però un tema che merita di essere approfondito: nei prossimi Appunti cercheremo di chiarirci le idee e, soprattutto, di capire quali potrebbero essere le ripercussioni su Borse, Treasury, dollaro e aspettative sugli utili del 2027.



 Lo S&P 500 (+14.11% ytd)  continua a mostrare una solidità tecnica difficilmente contestabile. Il canale rialzista che accompagna l'indice da diversi anni rimane perfettamente riconoscibile e le principali medie mobili continuano a disporsi nella configurazione più favorevole. Anche l'RSI, vicino a 60, non segnala particolari eccessi, lasciando teoricamente spazio a ulteriori progressi. Il recente consolidamento sotto i massimi storici sembra quindi, almeno per il momento, più una pausa di assestamento che l'inizio di una vera correzione. Qualche cautela è tuttavia opportuna: l'indice si sta avvicinando alla parte superiore del proprio canale rialzista, mentre la partecipazione al rialzo rimane ancora relativamente concentrata. La vera conferma della solidità del movimento arriverebbe da un miglioramento della Market Breadth, capace di affiancare alla forza delle grandi società tecnologiche un contributo più generalizzato degli altri settori. Finché lo S&P 500 rimarrà sopra l'area 7’580–7’700 punti, continueremo a privilegiare lo scenario rialzista; una sua violazione ci indurrebbe invece a diventare progressivamente più prudenti.




 Il Nasdaq (+17.74% ytd)  continua a muoversi all'interno di un solido canale rialzista, sostenuto soprattutto dalla forza delle grandi società tecnologiche e dalle aspettative di crescita degli utili legati all'intelligenza artificiale. La chiusura a 27’366 punti mantiene l'indice vicino ai massimi storici e a breve distanza dalla resistenza dei 27’500 punti, il cui superamento potrebbe aprire la strada verso quota 28’000. Le medie mobili rimangono favorevolmente allineate e l'RSI, intorno a 60, non segnala ancora condizioni di eccesso particolarmente preoccupanti. Qualche cautela è tuttavia opportuna: la vicinanza alla parte superiore del canale e una partecipazione al rialzo ancora concentrata su pochi grandi titoli rendono il Nasdaq particolarmente sensibile a eventuali delusioni sulle prossime trimestrali. Per il momento non vediamo segnali sufficienti per parlare di inversione del trend, ma l'area 26’260–26’560 punti merita attenzione: una sua violazione, soprattutto se accompagnata da revisioni negative degli EPS e da Treasury ancora elevati, rappresenterebbe un primo deterioramento significativo del quadro tecnico.




L'Eurostoxx50 (+6.60% ytd) continua a non convincerci. A differenza dei principali indici americani, che rimangono saldamente inseriti nei rispettivi canali rialzisti, il nostro indice europeo ha ceduto il limite inferiore del canale che ne accompagnava l'ascesa dalla primavera del 2025. Non è un bel segnale, inutile nasconderlo! Per fortuna, almeno per il momento, la media mobile a 200 giorni continua a svolgere egregiamente il proprio lavoro di supporto, impedendo che il deterioramento tecnico assuma contorni ancora più preoccupanti. Anche l'RSI, sceso intorno a 41, conferma una perdita di forza del movimento, pur senza segnalare condizioni di ipervenduto.

Prima di dichiarare concluso il trend ascendente, vogliamo però concedere all'indice la possibilità di dimostrare, già nel corso della prossima settimana, di avere la forza necessaria per rientrare nel canale rialzista. Un recupero convincente, accompagnato da un miglioramento del momentum, ci permetterebbe di interpretare l'attuale cedimento come una falsa rottura. Viceversa, una permanenza prolungata al di sotto del canale e, soprattutto, l'eventuale perdita della media mobile a 200 giorni rappresenterebbero segnali ben più difficili da ignorare.

Il confronto con Wall Street rende la situazione ancora più evidente: mentre gli indici americani continuano a beneficiare delle aspettative sugli utili e della forza delle grandi società tecnologiche, le Borse europee sembrano risentire maggiormente delle incertezze politiche, delle tensioni sui debiti sovrani e di prospettive economiche meno brillanti. Per il momento, dunque, prudenza sì, ma senza anticipare un'inversione che il mercato non ha ancora definitivamente confermato.



Anche lo SMI (+3.92% ytd)  purtroppo, continua a non darci grandi soddisfazioni. Il recupero di venerdì, che ha riportato l'indice a 13’787 punti, è certamente incoraggiante, ma non è ancora sufficiente per modificare il giudizio tecnico che avevamo espresso nelle scorse settimane. Lo Swiss Market Index è infatti uscito dal canale rialzista che ne aveva accompagnato l'ascesa e, almeno per il momento, non sembra avere trovato la forza necessaria per rientrarvi. I tentativi di recupero si sono arrestati in prossimità dei 14’050 punti, confermando l'importanza di questa resistenza.

Per fortuna, la media mobile a 200 giorni, attualmente intorno a 13’644 punti, continua a svolgere il proprio ruolo di supporto, impedendo che il deterioramento tecnico assuma contorni più preoccupanti. Anche l'RSI, vicino a 42, segnala una perdita di forza, ma senza indicare condizioni di ipervenduto. La situazione rimane quindi delicata, non ancora compromessa in modo definitivo.

Come per l'Eurostoxx50, prima di dichiarare concluso il trend ascendente vogliamo vedere se già nella prossima settimana lo SMI riuscirà a recuperare terreno e, soprattutto, a rientrare nel canale rialzista. Un ritorno sopra 14’050–14’145 punti sarebbe un primo passo importante, mentre una perdita convincente della media mobile a 200 giorni ci costringerebbe a diventare decisamente più prudenti. In quel caso, i 13’070 punti, che fino a qualche settimana fa sembravano così lontani, tornerebbero a rappresentare un obiettivo ribassista tutt'altro che trascurabile.

Il confronto con Wall Street resta poco confortante: mentre S&P 500 e Nasdaq continuano a gravitare vicino ai massimi storici, il mercato svizzero fatica a ritrovare una direzione convincente. Non è ancora il momento di decretare la fine del rialzo, ma certamente non possiamo ignorare i segnali di debolezza che il grafico continua a mostrarci.

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L'Economist del 5 ottobre ha pubblicato un articolo intitolato The bond market sell-off is helping the dollar dove afferma che, rendimenti dei Treasury elevati capaci di attrarre anche investitori stranieri, crescita relativa degli USA e una copiosa domanda di obbligazioni corporate (societarie),  possono sostenere il dollaro anche in una fase di volatilità obbligazionaria. Questo meccanismo non è però garantito: se il mercato iniziasse a temere soprattutto la sostenibilità del debito americano, il dollaro potrebbe reagire diversamente. In effetti la pensiamo più o meno alla stessa maniera.

Tecnicamente USD/CHF mostra una struttura nettamente migliorata, con medie mobili rialziste e momentum positivo. Il cambio ha già superato 0.8200, ma deve ancora affrontare la resistenza di 0.84. È proprio questo il livello che potrebbe confermare una vera inversione di medio periodo, mentre il ritorno sotto 0.82 sarebbe il primo segnale di prudenza.



 EUR/USD presenta il quadro tecnico più deteriorato. Il trend rimane ribassista ma l'RSI sotto 25 suggerisce prudenza nell'inseguire ulteriori discese. Il comportamento intorno a 1.12 sarà decisivo per distinguere un possibile rimbalzo tecnico da una nuova accelerazione verso 1.10.



Il franco è tornato a mostrare la propria forza difensiva che rafforza l'impressione che le cose in Europa non stanno andando affatto bene! Il grafico EUR/CHF conferma la fragilità della moneta europea. Il supporto 0.9216–0.9240 sarà il riferimento decisivo delle prossime sedute. Finché regge, rimane possibile una stabilizzazione; sotto questa fascia, il quadro diventerebbe sensibilmente più preoccupante.



Il Bitcoin continua a darci qualche motivo di soddisfazione, ma non ancora abbastanza per dichiarare definitivamente conclusa la lunga correzione iniziata dopo il massimo storico di 124’000$. Il recupero dai minimi della primavera, vicini a 60’000$, è stato certamente significativo e ha permesso alla criptovaluta di riconquistare alcune importanti medie mobili, migliorando sensibilmente una struttura tecnica che soltanto pochi mesi fa appariva decisamente compromessa.

La chiusura di venerdì a 82’571$ mantiene Bitcoin sopra il supporto di 81’500–82’000$, che consideriamo particolarmente importante per la tenuta del recupero. Tuttavia, il recente tentativo di superare 86’800–87’000$ non ha avuto successo e l'RSI, tornato intorno a 50, segnala che il movimento ha perso parte della propria forza. Per il momento, quindi, preferiamo continuare a parlare di consolidamento piuttosto che di una vera inversione rialzista.

Il livello che potrebbe cambiare sensibilmente la nostra interpretazione rimane 92’800$. È una resistenza che il grafico evidenzia molto chiaramente e che, se riconquistata stabilmente, rafforzerebbe l'ipotesi di una ripresa più duratura. Prima, però, sarà necessario superare l'ostacolo degli 87’000$. Viceversa, una perdita convincente di 81’500$ riporterebbe l'attenzione verso 72’700$, livello che rappresenta un importante riferimento dinamico di medio periodo.

C'è infine un aspetto che non possiamo trascurare: Bitcoin sta cercando di recuperare in un contesto finanziario tutt'altro che favorevole agli asset più speculativi. Treasury americani ancora sopra il 5%, dollaro forte e condizioni del credito meno accomodanti non costituiscono certamente il terreno ideale per un nuovo grande rialzo. La capacità di Bitcoin di mantenersi sopra i supporti è quindi incoraggiante, ma vorremmo vedere una conferma anche dai flussi verso gli ETF spot e da una ripresa convincente del momentum. Per ora il mercato sembra volerci dire che il peggio potrebbe essere alle spalle, ma la prova definitiva deve ancora arrivare.




L'oro continua a rappresentare uno dei mercati più difficili da interpretare in questa fase. Con tutte le tensioni geopolitiche, le preoccupazioni per i debiti pubblici e un'inflazione che non sembra voler rientrare facilmente, ci saremmo forse aspettati una maggiore forza del metallo prezioso. E invece, dopo avere raggiunto massimi vicini a 5’500$ l'oncia, l'oro ha attraversato una correzione piuttosto importante, tornando a chiudere venerdì intorno a 4’194$.

Dal punto di vista tecnico, la situazione merita particolare attenzione. Le quotazioni si trovano ancora sotto le principali medie mobili, compresa quella a 200 giorni, che transita intorno a 4’530$, e l'RSI, vicino a 46, conferma un momentum non particolarmente brillante. C'è tuttavia un elemento che ci induce a non diventare eccessivamente pessimisti: la trendline ascendente di lungo periodo, che accompagna il movimento dalla primavera del 2025, continua per il momento a offrire un importante riferimento di supporto.

Sarà proprio la tenuta dell'area 4’100–4’200$ a dirci se l'oro dispone ancora della forza necessaria per costruire una base dalla quale ripartire. Un recupero sopra 4’334$ rappresenterebbe un primo segnale incoraggiante, ma per tornare a guardare con maggiore ottimismo al metallo prezioso vorremmo vederlo riconquistare anche la media mobile a 200 giorni. Viceversa, la perdita della trendline e soprattutto del supporto a 3’950$ ci costringerebbero a rivedere sensibilmente la nostra interpretazione.

Non dimentichiamo, infine, che il principale concorrente dell'oro rimane oggi il mercato obbligazionario americano. Con Treasury che continuano a offrire rendimenti particolarmente elevati e un dollaro sostenuto dal differenziale dei tassi, il metallo prezioso fatica a beneficiare pienamente del proprio ruolo di bene rifugio. La situazione potrebbe naturalmente cambiare qualora i rendimenti reali (al netto dell'inflazione) iniziassero a scendere oppure la domanda di protezione tornasse a prevalere. Per il momento preferiamo attendere una conferma tecnica prima di dichiarare conclusa la fase correttiva.



Buona domenica!




Legenda degli indicatori — Trimestrali Q3 2026

Una breve guida per comprendere i principali indicatori utilizzati nel cruscotto degli Appunti Finanziari, anche senza particolari conoscenze finanziarie.

1. EPS (Earnings Per Share) — Utile per azione. Indica quanto utile netto viene attribuito a ciascuna azione di una società. È uno degli indicatori principali della redditività aziendale. Nel cruscotto confrontiamo gli EPS effettivamente pubblicati con quelli attesi dagli analisti.

2. Ampiezza della sorpresa EPS. Misura di quanto gli utili per azione effettivi abbiano superato o deluso le aspettative degli analisti. Per esempio, se erano previsti EPS di 2.00$ e vengono pubblicati EPS di 2.20$, la sorpresa positiva è del 10%. È diversa dalla percentuale di società che battono le attese: misura di quanto le superano.

3. Crescita degli utili. Indica di quanto sono aumentati o diminuiti gli utili delle società rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. Una crescita del 15% significa che gli utili sono superiori del 15% rispetto a un anno prima. Non significa necessariamente che abbiano superato le aspettative degli analisti.

4. Crescita dei ricavi. Misura l'aumento o la diminuzione del fatturato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Permette di capire se le aziende stanno vendendo di più, indipendentemente da quanto riescano a guadagnare su quelle vendite.

5. Margine netto Q3 2026. Indica quale percentuale dei ricavi del terzo trimestre si trasforma in utile netto. Un margine del 15% significa che ogni 100$ di fatturato generano 15$ di utile netto. È un indicatore importante per capire quanto le aziende riescano a controllare i costi.

6. Margine netto Q3 2025. È il margine netto dello stesso trimestre dell'anno precedente. Serve come termine di confronto: se il margine passa dal 13% al 15%, significa che la redditività è migliorata di 2 punti percentuali, anche senza conoscere l'aumento del fatturato.

7. Guidance EPS positiva e negativa. La guidance è la previsione sugli utili futuri comunicata direttamente dalle aziende. È positiva quando la previsione supera le aspettative degli analisti e negativa quando risulta inferiore. È particolarmente importante perché la Borsa guarda soprattutto agli utili futuri, non soltanto a quelli appena pubblicati.

8. Revisione EPS Q3. Indica quanto gli analisti hanno modificato le loro stime degli utili per il terzo trimestre rispetto a una precedente rilevazione. Una revisione positiva significa che si aspettano utili maggiori; una negativa segnala un peggioramento delle aspettative. Non va confusa con la sorpresa sugli utili effettivamente pubblicati.

9. EPS 2027 bottom-up. È la stima degli utili per azione dell'intero S&P 500 per il 2027, ottenuta aggregando le previsioni degli analisti sulle singole società che compongono l'indice, secondo la metodologia del fornitore dei dati. È uno dei parametri fondamentali per valutare se le quotazioni azionarie siano sostenute da utili futuri sufficientemente elevati.

10. Revisione EPS 2027. Misura di quanto è cambiata la previsione degli EPS dell'S&P 500 per il 2027 rispetto alla rilevazione precedente. Per esempio, un passaggio da 418.80$ a 420.59$ rappresenta una revisione positiva di 1.79$, pari a circa +0.43%. È uno degli indicatori più importanti del nostro monitoraggio, perché ci permette di individuare tempestivamente un eventuale deterioramento delle aspettative sugli utili futuri.

Come leggere correttamente il cruscotto

La distinzione fondamentale è tra risultati effettivi, aspettative e revisioni.

  • Risultati effettivi: ciò che le società hanno realmente guadagnato e fatturato.

  • Aspettative: ciò che analisti e mercato prevedevano prima della pubblicazione.

  • Revisioni: come cambiano le previsioni degli analisti nel tempo.


domenica 4 ottobre 2026

I rendimenti continuano a salire!




Con sempre maggiore insistenza l’hanno definita persistente, appiccicosa, duratura, perniciosa, preoccupante. Potremmo continuare ma fermiamoci qui: avete già capito che stiamo parlando dell'attuale inflazione che sembra ormai togliere il sonno a più di un banchiere centrale. E non soltanto a loro!

Quel 2% tanto anelato da Warsh, Lagarde e colleghi appare, almeno per il momento, piuttosto lontano. Non sarebbe certo il momento migliore, se non altro per una questione di credibilità,  per spostare il traguardo verso l'alto:  è quindi assai improbabile che le principali banche centrali decidano d'innalzare il proprio obiettivo d’inflazione pur consce che quello a cui mirano sembra essere irraggiungibile.

Il problema, quindi, rimane tutto sul tavolo: se l’inflazione continuerà a dimostrarsi così resistente, Fed e BCE potrebbero essere costrette a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto e, se necessario, a intervenire con ulteriori aumenti dei tassi. È proprio questa prospettiva che il mercato obbligazionario sta progressivamente incorporando. I rendimenti dei Treasury americani, così come quelli europei — tanto per restringere il campo alle due principali aree economiche occidentali — sono infatti orientati decisamente al rialzo e con con quello che sta accadendo in giro per il mondo non poteva essere altrimenti.

Nelle ultime due settimane il rendimento del Treasury americano a 10 anni si è spinto ben oltre il 5% e nella sessione di giovedì ha persino sfiorato per un attimo il 5.34% prima di ritracciare. Siamo su livelli che non si vedevano da moltissimi anni (2002) e che meritano particolare attenzione proprio perché superano anche quelli raggiunti durante la fiammata inflazionistica successiva alla pandemia.

Già che stiamo parlando d'inflazione vediamo come è uscito mercoledì il dato che la misura, quello preferito dalla FED:

  • PCE index yoy Agosto: 3.4% (atteso: 3.7%; precedente: 3.7%)

I numeri sono meglio delle attese e secondo molti analisti potrebbe ridurre l’urgenza di un ulteriore rialzo dei tassi. Attualmente la probabilità di un aumento al 28 ottobre è stimata da FedWatch al 22%.  

Altri dati importanti sempre pubblicati venerdì:

  • Nuovi posti di lavoro non agricoli  settembre: 29k (atteso: 89k; precedente: 133k). 

Si aspettavano numeri ben più alti e quindi è abbastanza probabile che la FED si prenderà una pausa ma... il 28 è ancora lontano e molte cose possono ancora cambiare. Comunque sia, se un payroll di appena 29’000 nuovi posti non riuscirà a riportare stabilmente il 10Y sotto il 5.20%, dobbiamo prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che il nuovo equilibrio dei rendimenti lunghi sia strutturalmente più elevato. Evoluzione da tenere sotto stretta osservazione.

Vediamo anche i salari pubblicati sempre venerdì: 

  • Retribuzione oraria media yoy settembre: 3% (atteso: 3.2%; precedente: 3.1%)
Salari +3.0% contro inflazione +3.4%: il rischio di rallentamento dei consumi cresce; è un altro piccolo campanello d'allarme...


Subito dopo la pubblicazione dei dati di venerdì, parecchio attesi, l'idea che la FED potesse rinunciare ad aumentare i tassi ha spedito il rendimento del Treasury decennale dal 5.24% al 5.15% per poi chiudere la sessione con un rendimento al 5.27%... altro segnale poco confortante: si continua a vendere obbligazioni e treasury malgrado i tassi potrebbero essere tagliati o per lo meno restare invariati... difficilmente quindi i rendimenti scenderanno...

Ma torniamo all'inflazione, un quinto di quella americana è spiegata dal rincaro di alimentari ed energia (0.74%) e quello energetico è sicuramente un settore che da questo punto di vista va tenuto sotto stretta osservazione. Più passa il tempo e più è evidente che, come sottolineato anche dall'Economist, la risorsa scarsa può essere la capacità di raffinazione, anziché la mancanza di greggio. Di petrolio in effetti pare che in circolazione ce ne sia più che a sufficienza ma i continui attacchi alle raffinerie di mezzo mondo hanno ridotto, si stima, di  un 5% la capacità di distillazione quotidiana, non poco! La situazione si aggrava pensando soprattutto alle tempistiche delle riparazioni delle raffinerie danneggiate che possono durare settimane, mesi e, in qualche caso, persino anni. 

E' fuor di dubbio che la situazione energetica sia comunque preoccupante tanto da richiedere un intervento coordinato sfociato nella decisione dell'Europa di liberare nei prossimi 4 mesi 100 milioni di barili di greggio e di prodotti raffinati dalle sue riserve; non risolve il collo di bottiglia della raffinazione ma almeno c'è il tentativo di fare qualche cosa e persino Trump è schizzato dalla sedia presidenziale per applaudire a questa iniziativa!


Questo permette di spiegare perché il diesel e altri prodotti raffinati possono rincarare anche senza un movimento equivalente del petrolio.

Anche i costi di trasporto, tra gli altri,  sono complici dell'aumento dell'inflazione:


Il Baltic Dry Index (misura il costo del trasporto marittimo delle principali materie prime “secche”, industriali e agricole)  ha registrato dall’inizio dell’anno un balzo impressionante. È vero che molti economisti ritengono che, almeno inizialmente, questo aumento avrà un impatto relativamente limitato sull’inflazione; ma è altrettanto vero che, se i costi di trasporto dovessero rimanere così elevati abbastanza a lungo, prima o poi qualcuno dovrà pagarli. E quel qualcuno, attraverso la catena che va dalle materie prime alla produzione e infine alla distribuzione, rischia di essere il consumatore finale. Del resto, anche noi in Svizzera abbiamo un esempio molto concreto di quanto possa pesare il trasporto: le difficoltà nel far arrivare grandi quantitativi di carburante attraverso la via navigabile del Reno comportano un aggravio stimato nell’ordine di 15 centesimi al litro sul prezzo della benzina. Senza voler essere polemici, il punto è semplice: quando parliamo di inflazione non possiamo guardare soltanto al prezzo della materia prima. Anche trasportarla, raffinarla e farla arrivare dove serve ha un costo. E quel costo, eccome se conta.


Sarebbe comunque riduttivo attribuire il rialzo dei rendimenti soltanto all’inflazione. C’è infatti dell’altro e francamente non siamo sereni: facciamo riferimento all’enorme quantità di debito pubblico che le principali economie occidentali devono continuamente finanziare e rifinanziare. Quando aumenta copiosamente l’offerta di titoli di Stato, gli investitori diventano più esigenti e per convincerli ad assorbire tutto quel debito occorre offrire rendimenti più elevati. Ed è qui che la questione comincia a diventare particolarmente delicata.

È forse proprio questa la parte del problema che ci preoccupa maggiormente. L’inflazione, almeno in linea teorica, dispone di una cura conosciuta: rendere il denaro più costoso, frenare la domanda e mantenere condizioni monetarie restrittive abbastanza a lungo da riportare sotto controllo la dinamica dei prezzi. La medicina può essere dolorosa e richiedere del tempo ma abbiamo letto e riletto il bugiardino e quindi conosciamo bene i suoi effetti e siamo consapevoli persino dei danni collaterali che può causare se si esagera con il dosaggio. 

Con il debito è molto più complicato. Riportare il rapporto tra indebitamento e capacità di produrre reddito a livelli più sostenibili - per uno Stato come per un privato - richiede anni, disciplina fiscale, crescita economica e, spesso, decisioni politicamente molto poco popolari.

Ed è qui che il cerchio rischia di chiudersi nel modo peggiore. Una delle strade storicamente utilizzate da economisti e politici che non sanno più che pesci pigliare per alleggerire il peso reale di un debito troppo elevato, consiste nel lasciare che una certa dose d’inflazione se lo “mangi” letteralmente: infatti se i prezzi, i salari e il PIL nominale aumentano mentre il valore nominale del debito rimane invariato, il suo peso reale diminuisce.

Ma se l’inflazione rimane troppo alta, le banche centrali sono costrette a mantenere elevati i tassi d’interesse; tassi più elevati fanno aumentare progressivamente il costo del servizio del debito; interessi più pesanti peggiorano i conti pubblici e richiedono nuove emissioni obbligazionarie ed una maggiore quantità di debito può spingere gli investitori a pretendere rendimenti ancora più elevati. E' il cane che si morde la coda...



È ormai evidente che l’aumento dei rendimenti dei titoli governativi decennali  (quello francese in blu fa paura!!) e l’allargamento dei credit spread  - cioè il rendimento aggiuntivo che gli investitori richiedono per prestare denaro a un’azienda anziché ad uno Stato considerato più sicuro - stanno interessando buona parte dei mercati mondiali. (clicca sull'immagine per una migliore visione)

Per il momento, fortunatamente, le reazioni delle Borse rimangono relativamente contenute. Dobbiamo però essere consapevoli che, se il trend rialzista dei rendimenti dovesse tardare a invertirsi e i credit spread continuassero ad allargarsi, prima o poi qualche grana potrebbe emergere: il costo del capitale aumenterebbe ulteriormente e la pressione finirebbe inevitabilmente per trasferirsi dalle obbligazioni agli utili, agli investimenti e, infine, alle valutazioni azionarie.

***


A quanto pare la temuta correzione del mese di settembre, che avremmo dovuto vedere secondo quanto suggerito da Ned Davis, non c'è stata poiché le positive aspettative sugli utili aziendali del 2026 e 2027 hanno contribuito a far scorrere lateralmente lo S&P500 (linee rosse). Ora,  secondo l'algoritmo, dovremmo attenderci un rally che porterà questo indice (e molti altri vista la sua influenza) a chiudere l'anno con un ennesimo record storico. Speriamo! 


Invece la situazione Europea è un pochino diversa e soprattutto Germania, Francia e Svizzera soffrono...

Come avevamo cercato di spiegare negli ultimi Appunti,  ci scusiamo per gli eccessivi tecnicismi, vogliamo riprendere il discorso relativo alla stima del valore dello S&P500. Insistiamo a rendevi la vita più complicata ma a questo livello dei mercati americani il controllo degli utili diventa la chiave di volta per capire quando saremo confrontati con una correzione seria. 

Quindi a partire da oggi monitoreremo assieme le due tabelle sottostanti che saranno costantemente aggiornate in modo tale da avere EPS e P/E stimati sempre sotto controllo: se cambiano notevolmente potremo avere a disposizione , oltre che ai segnali dell'analisi tecnica, anche un warning che arriva dalle attese sugli utili.  

Quindi stima del valore S&P500 = Utili per azione (EPS) x Prezzo / Utili (P/E) 

Qui sotto riportiamo le attese per gli utili societari del 2027 e le aspettative di P/E




Si può molto semplicemente creare una tabella dove possiamo divertirci a ipotizzare il valore futuro dello S&P500 modificando i P/E ipotizzando che gli utili attesi rimangano stabili




Ricordatevi - da qui parte la nostra preoccupazione per le rese che continuano imperterrite a salire - che 
rendimenti più alti (come ad esempio quelli del Treasury) riducono il valore che attribuiamo oggi agli utili futuri, anche se la previsione di quegli utili resta invariata. Dimostriamolo:

l’idea di partenza è semplice: 100$ ricevuti fra cinque anni valgono meno di 100$ disponibili oggi, perché il denaro disponibile oggi può essere investito e produce subito un reddito.

Facciamo un esempio: immaginiamo di ricevere 100$ fra cinque anni:

Tasso di sconto ipotetico                           Valore oggi dei 100$ futuri
4%                           82.19$
5%                           78.35$
6%                           74.73$

I 100$ futuri non sono cambiati. Diminuisce quanto siamo disposti a pagarli oggi man mano che i tassi salgono.

Perché il tasso di sconto aumenta quando salgono i rendimenti obbligazionari? Perché gli investitori possono ottenere una remunerazione maggiore dalle obbligazioni e chiedono quindi un rendimento maggiore anche alle azioni, considerando il rischio aggiuntivo. Il rendimento del Treasury è un parametro di riferimento anche se il tasso di sconto delle azioni comprende anche un premio per il rischio, quindi non coincide semplicemente con quello del decennale.

Questo meccanismo pesa maggiormente sulle società il cui valore dipende da guadagni attesi molto lontani nel tempo: più lontana è la somma futura, maggiore è l’effetto dello sconto. Il settore delle nuove tecnologie spesso è "vittima" di questo meccanismo soprattutto quando gli EPS attesi sono in calo.

In buona sostanza, avrete di certo capito che rendimenti in deciso aumento possono avere un influsso negativo:

  • Sugli EPS: interessi più onerosi e domanda più debole possono ridurre gli utili.
  • Sul P/E: un tasso di sconto maggiore può ridurre il prezzo pagato per quegli utili, anche se gli EPS non cambiano.

Bene! Speriamo di essere stati maggiormente didattici... 

A tal proposito vi anticipiamo quanto il mercato si aspetta  per gli EPS del terzo trimestre 2026 che inizieranno ad essere pubblicati a breve: gli analisti prospettano un altro trimestre molto forte, con utili dello S&P 500 in crescita di circa il 29% rispetto al terzo trimestre 2025. Quindi l’asticella da superare è bella alta.

Il rapporto FactSet del 25 settembre 2026 offre questo quadro:



La crescita attesa, però, presenta forti differenze:



Energia, tecnologia e servizi di comunicazione sono attesi risultati eccellenti, forse anche troppo (basta una virgola in meno per scatenare i ribassisti...) ma se i numeri vengono confermati è abbastanza probabile che il rally, che secondo Ned Davis deve partire ad ottobre, può diventare realtà. Dita incrociate!

***


Un'occhiata veloce ai grafici di questa settimana dobbiamo darla:



Lo S&P500 (+12.68% ytd) avevamo già visto che è entrato in modalità scorrimento laterale: evidentemente sta aspettando la conferma che gli EPS del terzo trimestre siano effettivamente aumentati rispetto all'anno precedente di circa il 29%. Se così non fosse dobbiamo solo sperare che la correzione che ne seguirà non lo faccia uscire dal canale di scorrimento del trend rialzista.



Discorso simile per il Nasdaq (+16.99% ytd) che è tenuto al galla dall'AI e da qualche risultato strepitoso di alcune aziende che fanno da corollario al mondo della superintelligenza (copyright: Donald Trump ).



Considerando la quantità di problemi che l’Europa sta affrontando nelle ultime settimane, è quasi sorprendente che l’EuroStoxx 50 (+7.72% ytd) non sia già uscito dal proprio canale rialzista. Il margine, tuttavia, si sta progressivamente assottigliando e la Francia potrebbe rappresentare uno dei principali elementi di instabilità. Il CAC 40 perde già il 3.10% da inizio anno e un’eventuale intensificazione delle proteste studentesche aggiungerebbe incertezza a un quadro già delicato. Per i mercati, infatti, il problema non è soltanto politico: maggiore instabilità può tradursi in un premio per il rischio più elevato, rendimenti obbligazionari più alti (l'impennata del decennale che abbiamo visto non la si può ignorare...)  e maggiore pressione sulle valutazioni azionarie. Finché l’EuroStoxx 50 riuscirà a rimanere all’interno del proprio canale rialzista potremo parlare di una sorprendente capacità di tenuta; una sua rottura, soprattutto se accompagnata da un ulteriore deterioramento del mercato obbligazionario e degli spread, sarebbe invece un segnale da non sottovalutare.



Quello che è successo questa settimana allo SMI, ancora in rialzo del 2.97% da inizio anno, non ci piace particolarmente. Il deterioramento tecnico è diventato evidente: anche provando ad allargare il canale rialzista che ha accompagnato l’indice negli ultimi mesi, lo SMI non riesce più a rimanere al suo interno. Per il momento è la media mobile a 200 giorni a fare da argine e a impedire che la correzione assuma caratteristiche ancora più preoccupanti, ma non sappiamo per quanto tempo questo supporto riuscirà a reggere. La sua eventuale rottura rappresenterebbe un ulteriore segnale di debolezza e ci costringerebbe a spostare l’attenzione decisamente più in basso. I 13’070 punti, che fino a pochi giorni fa sembravano un livello piuttosto lontano, dopo la seduta di venerdì lo sono improvvisamente molto meno. Non siamo ancora necessariamente di fronte a un’inversione del trend di lungo periodo, ma il grafico ci sta chiaramente suggerendo che è arrivato il momento di alzare il livello di attenzione. Se vi siete protetti, anche solo parzialmente, restateci.


***

Sul mercato dei cambi la settimana è stata tutt’altro che tranquilla. Il dollaro ha reagito con particolare sensibilità ai dati macroeconomici americani: inflazione, occupazione e conseguente continuo riposizionamento delle aspettative sulla Fed hanno modificato più volte il differenziale atteso dei tassi e, con esso, la forza del biglietto verde. Sul franco svizzero sta però agendo contemporaneamente un’altra forza. Le crescenti tensioni politiche, sociali e fiscali in Europa — con Francia e Spagna in particolare sotto osservazione — stanno riportando alla memoria degli investitori una delle caratteristiche storiche della nostra valuta: quella di bene rifugio. Una parte dei capitali sta quindi cercando protezione nel franco, sostenendolo soprattutto contro l’euro e, in alcune fasi, anche contro il dollaro. USD/CHF diventa così il punto d’incontro fra due forze contrapposte: da una parte rendimenti americani elevati e politica Fed, che sostengono il dollaro; dall’altra l’aumento dell’avversione al rischio europeo, che favorisce il franco. Su EUR/CHF, invece, il messaggio appare più netto: finché le tensioni europee non si attenueranno, sarà difficile togliere al franco il suo premio di sicurezza.

In rapida rassegna i grafici delle valute:



Euro/dollaro: le agitazione stanno rafforzando la valuta americana. Raggiunto il supporto di lungo periodo a 1.12. SE lo sfonda rientriamo nel range di spostamento laterale tra 1.05 e 1.12. RSI in evidente ipervenduto vediamo se rimbalza in settimana.


Dollaro/franco: siamo disposti a vederlo scendere fino a 0.82... sotto si alleggerisce. La chiusura del Treasury a 10 anni dovrebbe alla fine ancora favorire la valuta americana... 



Euro/franco: peccato! Ci piaceva, da svizzeri, vederlo sopra 0.94... I disordini francesi e spagnoli hanno rovinato la festa e speriamo che non ci siano altri focolai di protesta in giro per l'Europa pronti a scoppiare la prossima settimana...



Il Bitcoin ha concluso la settimana intorno a 84’500$, sostanzialmente invariato, dopo essersi spinto venerdì fino a circa 86’800$. Più del risultato settimanale, ci sembra interessante la capacità della criptovaluta di resistere a un contesto che, sulla carta, dovrebbe esserle decisamente poco favorevole: Treasury sopra il 5.2%, dollaro forte e primi segnali di deterioramento sul mercato del credito. Per il momento, quindi, continuiamo a interpretare il movimento come una fase di consolidamento e non come un’inversione del trend. L’area 81’500-82’000$ rimane il livello da non perdere: una discesa al di sotto di questa fascia metterebbe seriamente in discussione il breakout delle ultime settimane. Al contrario, il superamento convincente di 86’800-87’000$ potrebbe riaprire la strada verso 90’000$ e successivamente 92’800$. La conferma migliore arriverebbe però da un breakout accompagnato da nuovi e consistenti afflussi negli ETF spot, perché ci direbbe che dietro al movimento stanno tornando acquisti reali e non soltanto le ricoperture di chi aveva scommesso su una discesa dei prezzi.


Buona domenica!



domenica 20 settembre 2026

We removed a dose of accommodation

Erano due gli avvenimenti che la scorsa settimana vi avevamo segnalato e che andavano seguiti con particolare interesse: oramai sappiamo che la FED, come largamente scontato, ha aumentato il tasso dei Fed Funds di un quarto di punto; non succedeva dal luglio 2023. 
Siamo invece rimasti parzialmente sorpresi nel venire a sapere che martedì il Senato americano ha rimando al mittente il Clarity Act che, a dire la verità, davamo quasi per acquisito: i senatori hanno bocciato l‘entrata in materia per 50 voti contrari e 49 favorevoli (tutti repubblicani); ne servivano 60 per avviare la discussione. Anche se la porta non è definitivamente chiusa, si rischia di dover aspettare mesi - i più pessimisti parlano di anni - prima di ritornare sull‘argomento; il mondo crypto non l‘ha presa benissimo anche se, come vedremo,  non ne sta ancora facendo una tragedia, anzi…

Ma partiamo dalla FED. 

Scopo di questi nostri Appunti è quello di capire quanti eventuali altri aumenti può sopportare la borsa americana e di rimando anche un buon numero di altre borse internazionali. Abbiamo ascoltato con attenzione quanto Warsh, non particolarmente loquace e decisamente stringato nelle sue risposte, ha detto durante la conferenza stampa con i giornalisti. Proviamo ad imbastire un ragionamento su quanto abbiamo recepito…

«We removed a dose of accommodation»

Partiamo dalla frase che probabilmente meglio riassume la riunione della Federal Reserve di questa settimana. Dopo avere alzato di 25 punti base il Fed Funds, portandolo al 3.75–4.00%, Warsh ha spiegato che la Fed ha rimosso una dose di accomodamento monetario. La scelta delle parole merita attenzione. Warsh non ha detto che la politica monetaria è diventata restrittiva e neppure che la Fed abbia eliminato l’accomodamento. Ha parlato deliberatamente di una dose, suggerendo implicitamente che nel sistema di accomodamento ne rimane ancora. Nella nostra testa si è quindi automaticamente materializzata una sequenza che dovremo tenere bene a mente: accomodante → meno accomodante → neutrale → restrittiva. Il rialzo di settembre ci ha fatto avanzare lungo questo percorso ma siamo ancora ben lontani dall’ultima casella, quella della politica decisamente restrittiva.

La FED per il momento è convinta che l’attività economica americana continua a espandersi a un ritmo solido, la spesa interna è resiliente, la produttività cresce e gli investimenti rimangono robusti; contemporaneamente, però, l’inflazione resta troppo elevata rispetto all’obiettivo del 2%. È questa combinazione - economia forte e inflazione ancora alta - che permette alla Fed di iniziare a ridurre l’accomodamento senza ritenere, almeno per ora, di stare soffocando la crescita. Il voto è stato unanime e il nuovo dot plot rafforza il messaggio: 16 dei 18 partecipanti al FOMC indicano almeno un ulteriore rialzo entro la fine del 2026.

Insomma, la Fed non distribuisce certezze  - Warsh continua peraltro a mostrare una certa avversione per una forward guidance troppo vincolante  - ma ci sta dicendo che il processo di rimozione dell’accomodamento potrebbe non essere terminato. Il mercato dovrà quindi abituarsi all’idea che l’aumento dello 0.25% di settembre potrebbe non essere un episodio isolato. Per la cronaca attualmente si aspetta, con un 55% di probabilità, un altro aumento dello 0.25% nella prossima riunione della FED prevista il 28 di ottobre. Il dato è ancora poco significativo e prendetelo come tale.




Il Treasury al 5% non ha ancora spaventato Wall Street

Qui nasce però una domanda interessante. Se i Fed Funds stanno salendo e il Treasury decennale ha raggiunto il 5%, perché Wall Street non è (ancora) entrata in crisi? La risposta è che un Treasury al 5% non significa sempre la stessa cosa. Un rendimento al 5% determinato da un’economia forte, investimenti elevati e utili societari in crescita è molto diverso da un 5% provocato esclusivamente da inflazione fuori controllo, deterioramento fiscale o perdita di fiducia nel debito americano.

Finora il mercato sembra interpretare il movimento prevalentemente attraverso la prima chiave di lettura. Il raggiungimento del 5% sul decennale è avvenuto con una volatilità obbligazionaria relativamente contenuta, spread creditizi ancora compressi e un’economia resiliente. Dopo l’iniziale reazione negativa alla Fed, il giorno successivo lo S&P 500 ha recuperato 1.14%, mentre il Nasdaq ha guadagnato 1.69%. Il messaggio, almeno per il momento, sembra piuttosto chiaro: il 5% non rappresenta automaticamente una soglia di rottura per il mercato azionario. A dirla tutta, se ben ricordate, ci stavamo convincendo del contrario…

La vera battaglia è tra tassi, utili e multipli

Per capire quando i tassi potrebbero realmente diventare pericolosi dobbiamo far capo, e qui ci perdonerete per i tecnicismi, all’aritmetica fondamentale del mercato azionario che ci suggerisce che la quotazione dello S&P500 la si ottiene nel modo seguente:

 S&P 500 = EPS × P/E

Senza entrare nel merito del loro calcolo, gli EPS rappresentano gli utili per azione delle società che compongono l’indice aggregati in modo tale da esprimere la capacità complessiva di generare profitti. Il P/E, ossia il rapporto tra prezzo e utili, indica invece quante volte gli investitori sono disposti a pagare tali utili. Un P/E pari a 20 significa, per esempio, che il mercato valuta un’azione o nel nostro caso l’intero indice, 20 DOLLARI per ogni dollaro di utile annuo prodotto. In estrema sintesi, gli EPS ci dicono quanto guadagnano le società, mentre il P/E esprime il prezzo che il mercato è disposto a riconoscere a quegli utili. 

La cosa interessante è che possiamo sfruttare questa formula sostituendo gli EPS correnti con gli EPS attesi dagli analisti per stimare quale sarà il valore futuro, ad esempio, del nostro indice. Qui entra in gioco quanto abbiamo visto la scorsa settimana: quando aumenta il rendimento privo di rischio o considerato tale (ricordate i Treasury a 10 anni vicini al 5%?) aumenta il tasso con cui vengono scontati gli utili futuri; più è alto meno oggi valgono gli utili attesi dei prossimi anni. Quindi a parità di tutto il resto, il multiplo (P/E) che un investitore è disposto a pagare dovrebbe diminuire. Ma se gli utili continuano a crescere abbastanza rapidamente e corposamente possono compensare una parte, se non addirittura tutta, la diminuzione del P/E.

Facciamo un esempio: partiamo, per semplicità, da un mercato valutato 20 volte gli utili. Se l’aumento dei rendimenti facesse comprimere il multiplo a 19 volte, basterebbe una crescita degli EPS del 5.3% per lasciare invariata la quotazione delll’indice o dell‘azione. A 18 volte servirebbe un +11.1%; a 17 volte un +17.6% e  a 16 volte addirittura un  +25%. Riassumiamolo in una tabellina:

Compressione del P/Eda 20 a….              Crescita EPS necessaria per lasciare invariato l’indice
20x → 19x+5.3%
20x → 18x+11.1%
20x → 17x+17.6%
20x → 16x+25.0%

Questa semplice tabella spiega buona parte della resilienza osservata finora dalle borse di mezzo mondo. Gli utili, soprattutto di molte aziende americane, stanno offrendo alle borse un importante cuscinetto. Un segnale particolarmente significativo arriva dalle revisioni degli analisti: nei mesi di luglio e agosto le stime dell’EPS dello S&P 500 per il terzo trimestre sono aumentate dell’1.2%, da 88.64$ a 89.69$. Per ora, quindi, l’aumento dei tassi non sta coincidendo con un deterioramento delle aspettative sugli utili.

Mettiamo alla prova Wall Street

Possiamo allora costruire una matrice molto semplice. Non è una previsione dello S&P 500, ma una mappa di sensibilità: sulle righe mettiamo diversi livelli di EPS e sulle colonne diversi multipli. Ogni casella è semplicemente il risultato di EPS × P/E (ovverosia la quotazione dello S&P 500):

EPS16x17x18x19x20x21x
325$5’2005’5255’8506’1756’5006’825
350$5’6005’9506’3006’6507’0007’350
375$6’0006’3756’7507’1257’5007’875
400$6’4006’8007’2007’6008’0008’400
425$6’8007’2257’6508’0758’5008’925
450$7’2007’6508’1008’5509’0009’450

 Più salgono gli utili, maggiore diventa la diminuzione dei multipli che Wall Street può assorbire.

Adesso inseriamo il Treasury nell’equazione

Possiamo fare un secondo esercizio, questa volta associando a rendimenti progressivamente più elevati multipli progressivamente inferiori. Va sottolineato con forza che non esiste una relazione meccanica per cui un Treasury al 5.25% debba necessariamente produrre un P/E di 18 volte. Quella che segue è deliberatamente una simulazione di stress, non una previsione.

Resa Treasury 10Y. |P/E ipotetico. |EPS necessari  S&P a 7’500. | EPS necessari per S&P a 8’000
4.50%21x357$381$
4.75%20x375$400$
5.00%19x395$421$
5.25%18x417$444$
5.50%17x441$471$
6.00%16x469$500$

Ed è qui che il quadro comincia a diventare davvero interessante. Con un Treasury intorno al 5% e un P/E ipotetico di 19 volte servirebbero circa 395$ di EPS per sostenere uno S&P 500 a 7’500 punti e 421$ per mantenerlo a 8’000. Numeri impegnativi, ma non incompatibili con le traiettorie più favorevoli degli utili.

Se però il Treasury salisse al 5.25% e il mercato decidesse di pagare soltanto 18 volte gli utili, servirebbero circa 417$ di EPS per sostenere 7’500 punti e 444$ per sostenere 8’000. A 5.50% e 17 volte, gli utili necessari diventerebbero rispettivamente 441$ e 471$. Con un decennale al 6% e un multiplo di 16 volte, servirebbero addirittura 469$ di EPS per mantenere 7’500 punti e 500$ per arrivare a 8’000.

Dove si trova allora la soglia di pericolo?

Cominciamo forse a intravederla, ma dobbiamo definirla correttamente. Non è un livello preciso del Treasury: è una combinazione tra rendimento dei Treasury, dei multipli (P/E) e degli utili (EPS).

Il 5% non sembra, da solo, essere sufficiente. Il mercato lo ha appena testato senza particolari dislocazioni. La fascia 5.25–5.50% merita invece crescente attenzione, soprattutto se l’aumento dei rendimenti dovesse accompagnarsi a un rallentamento delle revisioni positive degli utili. Non perché esiste una barriera matematica a 5.25% o 5.50%, ma perché la quantità di crescita degli EPS necessaria per compensare un eventuale de-rating diventerebbe rapidamente più impegnativa.

Da qui possiamo costruire un semplicissimo cruscotto per i prossimi mesi:

Treasury       Revisioni EPS     Interpretazione.
↑↑pressione sui multipli, ma potenzialmente assorbibile
↑→crescente rischio di de-rating
↑↓scenario da sorvegliare con particolare attenzione

L’ultimo caso è evidentemente il più delicato. Il mercato verrebbe colpito contemporaneamente sui due lati dell’equazione: meno utili da moltiplicare per un multiplo più basso. È il classico double whammy: EPS in diminuzione e P/E in compressione.

E’ l’EPS del 2027 che deve preoccuparci più del prossimo rialzo dei tassi

Questo ci porta alla parte forse più importante dell’intero ragionamento. Il problema potrebbe non essere il prossimo + 0.25% della FED. Se nel 2026 gli utili continueranno a crescere rapidamente grazie alla spinta dell‘Intelligenza Artificiale, Wall Street potrebbe riuscire ad assorbire un Treasury al 5% e probabilmente anche qualcosa di più. Ma questa spinta, considerati i costi crescenti dell‘AI che prima o poi incideranno sugli utili, non è infinita.

La vera prova potrebbe arrivare nel 2027.

Immaginiamo che il prossimo anno la crescita degli utili torni gradualmente verso ritmi più normali mentre i rendimenti obbligazionari rimangono vicini al 5% o addirittura sopra. Il cuscinetto che oggi protegge le valutazioni inizierebbe ad assottigliarsi. Con utili che crescono soltanto del 5–7%, per esempio, una compressione del P/E da 20 a 18 volte non sarebbe più compensata con la crescita degli utili stessi.

Ecco perché da questo momento aggiungeremo al nostro cruscotto un indicatore particolarmente importante: le revisioni degli EPS 2027 dello S&P 500. Non ci interesserà soltanto conoscere il numero assoluto ma soprattutto la sua direzione. Finché le stime vengono progressivamente aumentate, gli utili continuano a costituire il cuscinetto che permette alle azioni di convivere con tassi elevati. Il primo vero campanello d’allarme arriverebbe invece se le revisioni 2027 cominciassero sistematicamente a scendere proprio mentre il rendimento del Treasury continua a salire.

Torniamo allora a Warsh

«We removed a dose of accommodation.»

Alla luce di tutto questo, la frase assume un significato ancora più interessante. La prima dose rimossa il mercato sembra averla digerita. Potrebbe riuscire ad assorbirne un’altra. Forse anche più di una. Ma ogni aumento dei tassi aumenta il costo del capitale, rende più attraente l’alternativa obbligazionaria e riduce, a parità di condizioni, il multiplo (P/E) che gli investitori sono disposti a pagare per gli utili futuri.

La domanda che dobbiamo porci non è semplicemente fino a dove possa salire il rendimento del Treasury ma è un poco più complessa e quindi dobbiamo cercare di capire fino a dove possono salire i tassi prima che la crescita degli utili non riesca più a compensare la compressione dei multipli.

Per rispondere seguiremo da vicino tre numeri:  Resa del Treasury a dieci anni, forward P/E (sono i P/E attesi) e le periodiche revisioni degli EPS 2027.

Se sale la resa del Treasury ma salgono anche gli utili, Wall Street dispone ancora di una linea di difesa. Se sale la resa del Treasury e scende il P/E, siamo di fronte a un de-rating, fastidioso ma non necessariamente destabilizzante. Se invece salgono i rendimenti (con la complicità dell‘inflazione e/o dei deficit pubblici molto elevati e persistenti), si comprimono i P/E e contemporaneamente vengono tagliate le stime degli utili 2027, il quadro cambia radicalmente.

Sarà probabilmente quello il momento in cui potremo dire che la Fed non starà più semplicemente “rimuovendo una dose di accomodamento” ma comincerà a somministrare al mercato una vera dose di restrizione monetaria. E‘ molto probabile che allora potremo (forse) dire addio al trend ascendente dei mercati azionari che, come ben sapete, è la cosa che ci sta più a cuore.

Ma cerchiamo di essere positivi:  per il 2026 gli EPS dovrebbero essere 370$ e le attese per gli EPS dello S&P500 per il 2027 sono di 417$ che all‘attuale P/E di 20 significherebbe (417 x 20) ritrovarci potenzialmente con uno S&P500 a 8340 (+ 9% rispetto ad oggi). Tutto teorico per il momento ma seguiremo passo passo l‘evoluzione dei 3 parametri e vedremo assieme cosa succede.


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Dal CLARITY Act al rimbalzo delle criptovalute

Martedì è arrivata da Washington una doccia fredda per il mondo delle criptovalute. Il Senato americano non è riuscito a far avanzare il Clarity Act, la legge destinata a creare finalmente un quadro regolamentare organico per gli asset digitali negli Stati Uniti e, soprattutto, a chiarire la ripartizione delle competenze fra SEC e CFTC ( è l’agenzia federale indipendente degli Stati Uniti che vigila sui mercati dei derivati): la mozione procedurale ha ottenuto 50 voti favorevoli e 49 contrari, ma ne servivano 60. Tutti i Democratici presenti hanno votato contro e a loro si sono aggiunti quattro Repubblicani -  Jerry Moran, Susan Collins, Josh Hawley e Thom Tillis -  anche se il voto contrario di Tillis è stato di natura procedurale e gli consente di chiedere successivamente una nuova votazione. Il provvedimento non è quindi definitivamente morto ma, con il Congresso prossimo alla pausa che precede le elezioni di midterm di novembre, la possibilità di approvarlo rapidamente si è sensibilmente ridotta.

La reazione iniziale dei mercati è stata decisamente negativa. Bitcoin è sceso verso e sotto area 75’000 dollari, Ethereum ha perso circa il 4.6% e la correzione è stata ancora più pronunciata su alcune altcoin e sui titoli maggiormente legati all’industria crypto. Il mercato aveva infatti incorporato nelle quotazioni una discreta probabilità che il Clarity Act riuscisse finalmente a superare il Senato. Il voto di martedì ha cancellato rapidamente questo “premio regolamentare”. Il punto di disaccordo resta soprattutto politico: nonostante le modifiche dell’ultimo momento riguardanti etica, stablecoin e altre preoccupazioni sollevate dai Democratici, non si è riusciti a costruire la maggioranza bipartisan necessaria.

Venerdì, però, il mercato ha cambiato completamente registro. Il Bitcoin ha recuperato oltre il 5%, tornando sopra gli 80’000 $ (un bello short squeeze ha aiutato!) , mentre Ethereum, XRP, Solana e numerosi titoli collegati alle criptovalute hanno registrato rialzi ancora più consistenti. Il motivo principale è che gli investitori hanno cominciato a separare due questioni: il fallimento parlamentare del Clarity Act e il processo di regolamentazione delle criptovalute negli Stati Uniti. Quest’ultimo, infatti, non si è fermato. La SEC ha concesso nuove esenzioni che permettono a determinate piattaforme di negoziare versioni tokenizzate di azioni, mentre la CFTC sta procedendo con proprie regole per disciplinare le transazioni e i mercati crypto. In sostanza, la chiarezza regolamentare potrebbe avanzare almeno parzialmente anche senza attendere il Congresso. A questo si è aggiunto il ritorno degli acquisti sugli ETF spot di Bitcoin, che giovedì hanno registrato circa 160 milioni di dollari di afflussi, interrompendo due giornate consecutive di deflussi.

Non interpreteremmo tuttavia il movimento di venerdì come un “via libera” definitivo per il Bitcoin. Una parte importante del rialzo sembra piuttosto un relief rally: il mercato aveva reagito violentemente al doppio colpo rappresentato dal fallimento del Clarity Act e dalla Fed più hawkish, salvo poi rendersi conto che il primo non significa la fine del processo regolamentare americano.

 Rimane però il secondo problema, probabilmente ancora più importante nel breve periodo: la liquidità. Una Federal Reserve che alza i tassi, Treasury elevati e prospettive di politica monetaria meno accomodante costituiscono normalmente un vento contrario per un asset come il Bitcoin. Abbiamo quindi due forze contrapposte: da una parte progressi regolamentari di SEC e CFTC, ritorno degli afflussi negli ETF e prospettiva che il Clarity Act possa essere ripreso; dall’altra tassi più elevati e condizioni finanziarie più restrittive. Il superamento degli 80’000 $ è certamente un segnale incoraggiante, ma sarà la capacità di consolidare sopra quest’area a dirci se quello di venerdì rappresenta qualcosa di più di un semplice rimbalzo.

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Non vi nascondiamo che stiamo scrivendo questi Appunti non dalla nostra abituale scrivania ma in „trasferta“ e la cosa non ci è comodissima. Quindi riduciamo all‘osso il nostro abituale commento tecnico e vogliamo ancora una volta sottolineare che, malgrado qualche correzione che non è passata inosservata, siamo ancora, per quanto riguarda l’America, in uno spostamento laterale all‘interno del trend rialzista di medio-lungo periodo. L‘Europa è appena rimbalzata sulla media mobile dei 100 giorni sempre all’interno del trend ascendente mentre lo SMI è l‘indice che per il momento più ci preoccupa:



Comunque prima di entrare in modalità panico generalizzato, vogliamo vedere se i 13‘700 punti di uno dei supporti viene confermato. Siamo anche disposti ad allargare il canale di scorrimento ascendente (linea rossa) per concedere al nostro indice una possibilità di riprendere il suo cammino rialzista all’interno di una banda di oscillazione più larga… Insomma, considerato che il movimento delle ultime settimane è stato causato da una manciata di azioni, con Novartis in testa, vogliamo dargli ancora una chance prima di ridurre significativamente le posizioni. Comunque sia la tenuta dei 13‘700 punti è fondamentale!

Ancora una informazione di servizio: lunedì 21 settembre lo SMI subirà una modifica. Usciranno dall‘indice Swisscom (che venerdì non l‘ha presa molto bene…) e Kühne und Nagel. Prenderanno il loro posto Galderma (azienda farmaceutica focalizzata sulla dermatologia)  e la rediviva Sandoz (farmaci generici e biosimilari). Non c‘è proprio modo di diversificare un pochino di più il nostro indice… 

Per oggi ci fermeremmo qui… Buona domenica!

PS: il prossimo week end ci prendiamo un paio di giorni per un po‘ di sport….ci risentiamo il 4 di ottobre.