domenica 28 giugno 2026

Settore tecnologico sotto osservazione


Nel corso delle ultime due settimane il dossier iraniano è passato dalla fase militare a quella diplomatica. Il 17 giugno Washington e Teheran hanno sottoscritto un memorandum d'intesa che ha formalizzato il cessate il fuoco e aperto una finestra negoziale di 60 giorni per trasformare la tregua in un accordo permanente. Il documento rappresenta un compromesso: gli Stati Uniti hanno accettato un primo alleggerimento delle sanzioni economiche, mentre l'Iran si è impegnato a consentire il ritorno degli ispettori dell'AIEA, a mantenere aperto lo Stretto di Hormuz e ad avviare negoziati sul proprio programma nucleare. 

Nei giorni successivi sono arrivati i primi passi concreti. Washington ha autorizzato per 60 giorni la ripresa delle esportazioni di petrolio iraniano, consentendo anche i servizi finanziari e assicurativi collegati, con l'obiettivo di creare un incentivo economico a favore del dialogo. Rimangono tuttavia numerosi punti irrisolti: le modalità di gestione delle scorte di uranio arricchito, la portata delle ispezioni internazionali, il futuro delle sanzioni e la sicurezza nello Stretto di Hormuz. Le dichiarazioni contrastanti provenienti da Teheran e dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica dimostrano come la fiducia reciproca sia ancora molto limitata e come i prossimi due mesi saranno decisivi per verificare se il memorandum potrà evolversi in un accordo stabile oppure rappresenterà soltanto una pausa temporanea nelle ostilità. 

Infatti venerdì Trump ha già accusato l'Iran di aver compiuto una "stupida" (foolish) violazione dell'accordo di cessate il fuoco in quanto avrebbe lanciato 4 droni kamikaze contro navi che stavano attraversando lo Stretto di Hormuz. Affaire à suivre...




Anche sul fronte libanese emergono i primi segnali di cambiamento. Tuttavia permane molta confusione e, nonostante l'accordo di pace, è ancora presto per affermare che l'ascia di guerra sia stata definitivamente sotterrata.

Comunque sia, per i mercati finanziari il principale effetto è stato il ridimensionamento del premio per il rischio geopolitico. La prospettiva di una riapertura stabile dello Stretto di Hormuz – a quanto pare in pochi giorni sono già transitati almeno 20 milioni di barili di petrolio –  ha contribuito ad attenuare le tensioni sul prezzo del greggio e ha favorito un miglioramento del sentiment degli investitori. La vera prova arriverà però durante la finestra negoziale di 60 giorni: ogni progresso sul fronte nucleare potrebbe sostenere ulteriormente gli asset rischiosi, mentre un eventuale fallimento dei colloqui riporterebbe rapidamente al centro dell'attenzione il rischio geopolitico. 



Godiamoci quindi il prezzo del petrolio ritornato in zona 70 $ al barile ma noi restiamo, come potete ben immaginare, sempre piuttosto vigili e dubbiosi sul fatto che il conflitto possa essere effettivamente risolto nei prossimi 60 giorni. Ergo, mantenere una quota di liquidità sui conti correnti superiore alla norma ha un suo perché.

Ovviamente vogliamo vivamente sperare che al conflitto mediorientale si trovi una soluzione definitiva in quanto sarebbe auspicabile uno stabile ritorno del prezzo del petrolio sotto i 70 $  che senz'altro contribuirebbe a riportare l'inflazione a livelli decenti.

A proposito di inflazione made in USA, giovedì è stato pubblicato il PCE yoy:

  • Personal Consumption Expenditures yoy: 4.1% (atteso: 4.1%; precedente: 3.8%)
Come ben sappiamo il PCE è l'indicatore d'inflazione preferito dalla FED ed era atteso, ma non poteva essere altrimenti, al rialzo; il 4.1%, in aumento dello 0.3% rispetto alla rilevazione precedente,  conferma le aspettative e quindi non ha generato reazioni particolarmente negative.

Anche perché:


i costi dell'energia tanto rapidamente sono saliti tanto velocemente stanno rientrando...



...e lo stesso vale per le materie prime. Qualora questo andamento dovesse consolidarsi è ragionevole attendersi un progressivo effetto disinflazionistico, non solo sull'economia statunitense ma anche su quella globale. 

Per entrambi questi indice non siamo ancora arrivati ai livelli  pre-conflitto ma non manca molto. Ciò non toglie che, per il momento, negli USA  il mercato si aspetta ancora 2 aumenti dei tassi per il 2026...


...  la probabilità che vengano aumentati già allla prossima riunione della FED del 29 luglio è attualmente del 29% e anche noi siamo dell'opinione che Warsh, considerato quanto sopra, vorrà attendere ancora qualche mese prima di pigiare sul pulsante del rialzo. Ad agosto si va tutti al mare, Banche Centrali comprese. Quindi è più probabile che se vi sarà un aumento, potrebbe concretizzarsi durante le riunioni di settembre e ottobre. A novembre ci sono le elezioni di midterm ma comunque sia la FED di norma NON si riunisce e difficilmente si alzano i tassi nell'ultima riunione di dicembre. Vedremo.


***


Vi sarete sicuramente accorti che le turbolenze che recentemente stanno caratterizzando il Nasdaq sono sempre presenti e nelle ultime due settimane sono addirittura aumentate. La cosa non ci lascia indifferenti in quanto una buona parte della spinta al rialzo delle borse degli ultimi anni arriva dal settore tecnologico e non vorremmo che la festa stia per finire. Vediamo se riusciamo a capire meglio cosa sta succedendo e perché:

  • Negli ultimi trimestri la corsa agli investimenti nell'intelligenza artificiale ha assunto dimensioni senza precedenti. I principali operatori tecnologici stanno destinando centinaia di miliardi di dollari alla costruzione di data center, infrastrutture di rete e capacità di calcolo, nella convinzione che la domanda di servizi AI continuerà a crescere a ritmi sostenuti. Il rischio, tuttavia, è che la capacità installata aumenti più rapidamente della domanda effettiva, generando un eccesso di offerta e una conseguente pressione sui prezzi dei servizi di calcolo e sui margini operativi. In uno scenario di questo tipo, il ritorno sugli ingenti capitali investiti potrebbe richiedere tempi molto più lunghi del previsto, costringendo le società a rivedere le aspettative di crescita e di redditività. Per gli azionisti ciò rappresenta un rischio non trascurabile: valutazioni oggi molto elevate incorporano ipotesi di crescita quasi perfette e lasciano poco margine di errore. Qualsiasi segnale di rallentamento della domanda o di rendimenti inferiori alle attese potrebbe tradursi in una significativa revisione delle quotazioni di mercato.
  • Uno dei rischi ancora poco considerati dell'intelligenza artificiale è la sua rapidissima obsolescenza. Modelli, algoritmi e applicazioni vengono superati nel giro di pochi mesi, costringendo aziende e investitori a continui aggiornamenti tecnologici e a ingenti investimenti. Questo fenomeno potrebbe rendere più difficile mantenere vantaggi competitivi duraturi, favorendo le società capaci di innovare con continuità e penalizzando invece quelle che non riescono a sostenere il ritmo dell'evoluzione tecnologica. Per gli investitori sarà quindi sempre più importante distinguere tra chi beneficia strutturalmente della rivoluzione dell'IA e chi rischia di esserne rapidamente superato. 

  • Un altro elemento che merita particolare attenzione è il rapido aumento dell'indebitamento di alcune delle principali società tecnologiche. Aziende che per anni hanno finanziato la crescita esclusivamente attraverso gli ingenti flussi di cassa generati dall'attività operativa stanno ora ricorrendo sempre più frequentemente al mercato obbligazionario e ai prestiti in generale per sostenere i colossali investimenti richiesti dall'intelligenza artificiale. Sebbene tali livelli di indebitamento rimangano oggi ampiamente sostenibili grazie a bilanci solidi e a una notevole capacità di generare cassa, il cambio di paradigma è significativo. Se i ritorni economici degli investimenti nell'AI dovessero rivelarsi inferiori alle attese o richiedere tempi più lunghi per concretizzarsi, l'aumento della leva finanziaria potrebbe tradursi in una maggiore pressione sui margini, sui rating creditizi e, di conseguenza, sulle valutazioni di mercato. Per gli azionisti ciò rappresenta un ulteriore elemento di rischio, soprattutto in un contesto in cui le quotazioni scontano già aspettative di crescita molto elevate. 
  • L'aumento dell'indebitamento assume particolare rilevanza nel contesto statunitense, dove il costo del capitale resta sensibilmente più elevato rispetto agli anni della politica monetaria ultra-espansiva. Sebbene molte aziende abbiano emesso debito a tassi favorevoli in passato, le nuove emissioni risultano oggi decisamente più costose e rischiano di comprimere gli utili attraverso un incremento degli oneri finanziari. Se i tassi dovessero rimanere elevati più a lungo del previsto, il costo del finanziamento dei giganteschi investimenti nell'intelligenza artificiale potrebbe diventare un fattore sempre più determinante nella valutazione delle società, riducendo la flessibilità finanziaria e aumentando il rischio di deludere le aspettative degli investitori. 
  • Facciamo l'esempio fresco fresco di SpaceX che ha appena raccolto 75 miliardi di dollari con la sua IPO ed ora chiederà al mercato altri 25 miliardi sotto forma di prestiti obbligazionari di durata e rendimenti assortiti: abbiamo calcolato la durata media ponderata delle obbligazioni in emissione in 10.28 anni e il costo medio del 5.85% annuo: significa che una volta che ha rimborsato, speriamo, tutto il debito la società avrà  pagato oltre 15 miliardi di soli interessi.  Un'emissione di questo tipo è estremamente impegnativa. Con un costo medio del capitale vicino al 6%, il progetto finanziato deve generare un ritorno sul capitale investito (ROI) significativamente superiore al 6% per creare valore per gli azionisti. Per quanto sia abituato, è una bella sfida anche per uno che si chiama Elon Musk!

  • Stabilire quindi quale sarà il reale valore delle società che in questo momento stanno creando le basi per lo sviluppo dell'AI futura sarà sempre più difficile e complesso, come dimostra lo schema elaborato da Morgan Stanley che mette bene in evidenza la problematica della circolarità che sempre più sta caratterizzando questo particolare ecosistema:




Infatti l''ecosistema dell'intelligenza artificiale si alimenta in modo circolare: le grandi aziende investono nelle infrastrutture, acquistano reciprocamente servizi e tecnologia e così facendo sostengono la crescita dei ricavi delle stesse imprese che finanziano. Bello, gli investimenti di una società diventano i ricavi di un'altra,  ma prima o poi da questo ecosistema quasi perfetto bisognerà uscire; non può durare per sempre... 


Ma forse la cosa che, nel brevissimo termine,  spiega meglio le turbolenze nel settore tecnologico sono le aspettative degli utili per il secondo trimestre 2026 delle famose Magnifiche 7

Partiamo dal principio che per lo S&P500, per quanto riguarda il trimestre in corso, sono attesi i seguenti numeri:

  • Utili per azioni atteso: mediana +14,4%, con  circa il 70% delle società in crescita

  • Ricavi attesi: mediana +2,6%, con circa il 69% delle società in crescita

Anche per questo trimestre i ricavi e soprattutto gli utili per azione sono attesi piuttosto corposi e questo è sicuramente un bene. Inizieremo a scoprirlo a partire dal 10 di luglio in poi.

Guardiamo ora le aspettativa per i Magnifici 7 che, se ben ricordate, negli anni e nei trimestri passati hanno sempre generato attese straordinarie:


Ma quando si è mai visto per i M7 che, pur in presenza di un aumento degli utili per azione e dei ricavi rispetto al trimestre precedente, le stime degli utili per azione del trimestre successivo vengano riviste al ribasso in misura così significativa (vedi % in rosso)?  E' molto probabile che gli investimenti e i debiti contratti per lo sviluppo dell'AI iniziano a farsi sentire!  Si tratta di un cambiamento che merita attenzione, perché i mercati finanziari non premiano tanto il livello assoluto degli utili quanto la loro dinamica futura. Un rallentamento delle aspettative di crescita può quindi tradursi in una contrazione dei multipli di valutazione, aumentando il rischio di correzioni delle quotazioni anche in presenza di risultati ancora positivi. Per gli azionisti ciò significa che, da questa fase in avanti, sarà sempre più importante la capacità delle aziende di sorprendere positivamente il mercato e di dimostrare che gli enormi investimenti effettuati, soprattutto nell'intelligenza artificiale, sono in grado di generare rendimenti concreti e sostenibili. Altrimenti, come stanno facendo Apple e Microsoft, bisogna iniziare a scaricare una parte di questi costi sui consumatori...  

Annotiamoci quindi le date di pubblicazione degli utili e iniziamo a incrociare le dita: tutto quello che verrà pubblicato sopra le stime sarà enfatizzato e viceversa. Dobbiamo però iniziare a guardare le Magnifiche 7 pensandole non solo come delle eterne galline dalle uova d'oro. 


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Nel complesso i mercati azionari, che continuano a rappresentare il principale motore della performance dei portafogli (difficilmente quest'anno saranno le obbligazioni a fare la differenza), stanno mostrando una buona capacità di tenuta. L'indice di volatilità VIX è ormai da diverse settimane che evolve sotto quota 20, mentre il modello di Ned Davis continua a comportarsi esattamente come previsto. È un elemento che rafforza ulteriormente la fiducia nella validità del loro algoritmo, dimostratosi ancora una volta un prezioso strumento di analisi.

 Dobbiamo solo sperare che il 70% delle società dello S&P 500 riescano non solo a confermare la crescita degli utili attesa dagli analisti ma magari anche a superarne le stime. Se questo schema dovesse ripetersi, non vi sarebbero particolari motivi per attendersi spiacevoli sorprese dai mercati. L'attenzione sarà tuttavia concentrata sulle Magnifiche Sette, le uniche che potrebbero in effetti rinviare la festa...



Lo S&P 500 (+7.43% ytd)  continua a muoversi in una fisiologica fase di consolidamento, un'evoluzione tutt'altro che negativa dopo il forte rialzo degli ultimi mesi. L'indice rimane infatti saldamente inserito nel canale ascendente che ne caratterizza il trend di medio periodo. Prestiamo tuttavia particolare attenzione alla media mobile a 50 giorni (linea viola): dopo aver svolto efficacemente il ruolo di supporto per circa due settimane, è stata violata al ribasso con volumi di scambio superiori alla media. Si tratta di un segnale tecnico che potrebbe anticipare qualche ulteriore seduta di debolezza prima che il mercato ritrovi la forza per riprendere il trend rialzista di fondo.



È soprattutto il Nasdaq (+8.84% ytd)  a risentire della debolezza delle Magnifiche Sette e nelle ultime settimane ha perso parte dello slancio che aveva caratterizzato la prima parte dell'anno. In poco più di due settimane l'indice ha restituito quasi la metà dei guadagni accumulati dall'inizio del 2026. Sarà ora fondamentale verificare se, nel corso della prossima settimana, riuscirà a difendere il supporto psicologico e tecnico dei 25'000 punti.  Va comunque sottolineato che, almeno per il momento, il Nasdaq rimane saldamente inserito all'interno del proprio canale ascendente, continuando così a confermare un trend rialzista di fondo.



Per quanto riguarda l'Eurostoxx50 (+7.43% ytd), il quadro tecnico continua a essere decisamente costruttivo. L'indice rimane infatti ben posizionato all'interno del proprio canale ascendente, confermando un trend rialzista solido e ordinato. Non sorprende quindi che un numero crescente di analisti continui a privilegiare, almeno per il momento, i mercati azionari europei rispetto a quelli statunitensi, le cui valutazioni appaiono ancora relativamente elevate, soprattutto in alcuni comparti tecnologici.



Possiamo confessarvelo? Non avremmo scommesso un solo franco che lo SMI (+6.82% ytd) sarebbe riuscito a rientrare così rapidamente nel proprio canale ascendente, arrivando addirittura a superare in settimana la soglia dei 14'000 punti e a registrare un nuovo massimo storico. Evidentemente l'indebolimento del franco svizzero continua a rappresentare un importante sostegno per molte delle grandi società esportatrici che compongono l'indice. Donald Trump dovrà farsene una ragione: il recente rafforzamento del dollaro è stato alimentato anche dalle sue scelte in politica economica e geopolitica, che hanno spinto gli investitori a rivalutare il biglietto verde. Un'ultima considerazione: gli indicatori tecnici segnalano una condizione di ipercomprato e non sarebbe affatto sorprendente assistere nelle prossime sedute a una fisiologica fase di consolidamento o a una correzione di breve periodo.

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Già che abbiamo accennato al dollaro americano, analizziamone l'andamento nei confronti del franco svizzero. Se nel corso della prossima settimana verrà confermato il superamento della resistenza posta a 0.8077, potremo ragionevolmente individuare un primo obiettivo tecnico in area 0.8250 per le prossime settimane. A sostenere questo scenario potrebbe contribuire anche il mutato orientamento della politica monetaria americana e due possibili aumenti potrebbero aiutare. Attenzione però:  una possibile evoluzione del prezzo del petrolio sotto i 70 $ potrebbe ridurre l'inflazione e gli scenari sui tassi americani potrebbero mutare.


Se andiamo avanti di questo passo non possiamo più permetterci di dire che lo spostamento di EUR/USD sia, come da metà dello scorso anno, fondamentalmente laterale. La rottura del supporto situato a 1.1488 potrebbe dare il via ad un ulteriore rafforzamento della valuta americana con un obiettivo tecnico che potremmo situare nel breve attorno a 1.12.



Non è ancora chiaro se il cambio EUR/CHF sia riuscito a superare in modo convincente la resistenza posta a 0.9216. Attorno a questo livello il mercato continua infatti a mostrare una certa indecisione e sarà necessario attendere ulteriori conferme nelle prossime sedute. Pur non essendo particolarmente costruttivi sull'euro nei confronti del franco svizzero, riteniamo comunque positivo che il cambio riesca almeno a stabilizzarsi sugli attuali livelli, evitando una nuova fase di apprezzamento del franco. Un'ulteriore rivalutazione della valuta elvetica finirebbe infatti per penalizzare la competitività delle aziende esportatrici svizzere, con possibili ripercussioni sia sull'economia del Paese sia sull'andamento della Borsa svizzera.



Il Bitcoin continua a risentire del rafforzamento del dollaro e delle mutate aspettative sulla politica monetaria americana. Il venir meno dello scenario di indebolimento della valuta statunitense, unito alla prospettiva di tassi d'interesse elevati più a lungo, ha ridotto l'attrattiva di un asset privo di rendimento come il Bitcoin. Nel frattempo, una parte crescente dei capitali si sta spostando verso il settore dell'intelligenza artificiale e dei semiconduttori, che offre prospettive di crescita più convincenti. Sempre più influenzato dai flussi degli investitori istituzionali e dalle aspettative sulla Fed, il Bitcoin sembra oggi comportarsi come un tradizionale asset di rischio, piuttosto che come un bene rifugio. 

Dal punto di vista tecnico, merita attenzione l'incrocio ribassista della media mobile a 50 giorni al di sotto di quella a 100 giorni (freccia rossa).  Si tratta di un segnale di indebolimento del momentum che, se confermato nelle prossime sedute, potrebbe anticipare una fase di consolidamento o una correzione più profonda. La nostra impressione è che presto o tardi vedremo i 52'600 $. Poi a quel livello si ragionerà se è arrivato il momento di rientrare.


L'oro si trova attualmente su un'area di supporto particolarmente importante, compresa tra 4.000 e 3.950 dollari l'oncia. La tenuta di questo livello sarà decisiva per capire se il recente movimento correttivo resterà una semplice fase di consolidamento oppure se potrà trasformarsi in una correzione più profonda. Le difficoltà del metallo giallo derivano soprattutto dal riprezzamento delle aspettative sui tassi americani: l'ipotesi di ulteriori rialzi da parte della Federal Reserve tende infatti a sostenere il dollaro e ad aumentare il costo opportunità di detenere oro, che non offre rendimento cedolare. A pesare contribuiscono anche la maggiore forza del biglietto verde, il rialzo dei rendimenti reali e una temporanea riduzione della domanda di beni rifugio. Finché il supporto in area 4.000/3.950 dollari verrà difeso, il quadro tecnico resterà comunque costruttivo; una sua violazione, invece, aprirebbe spazio a una fase di maggiore debolezza.

Buona domenica!

domenica 14 giugno 2026

La BCE alza i tassi



 The Economist, 13-19 giugno 2026



Sarà capitato anche a voi, ai tempi della scuola dell'obbligo, di dover trovare qualche stratagemma per sopravvivere alla noia mortale di quelle lezioni particolarmente soporifere. Con il compagno di banco si finiva così per contare quante volte un professore ripeteva ossessivamente la stessa parola o abusava di certi intercalari: i "praticamente", i "diciamo" e i "sostanzialmente" si sprecavano e si arrivava persino ad elaborare una classifica dei professori più prolifici in questa singolare specialità.  Erano i tempi in cui ci si divertiva con poco e si facevano salti di gioia quando sulla pagella comparivano voti che — considerato quanto sopra — raggiungevano a malapena la sufficienza.


Recentemente, alla stessa stregua di noi alunni annoiati,  un giornalista che segue da vicino le vicende mediorientali, evidentemente vittima di un tedio devastante, si è preso la briga di contare quante volte dall'inizio del conflitto tra USA e Iran il Presidente americano ha dichiarato che le parti "non sono mai state così vicine alla firma di un accordo di pace". Il contatore per il momento si è fermato a quota 37.


Considerando che il conflitto dura ormai da 106 giorni, significa che mediamente ogni tre giorni Trump annuncia che non siamo mai stati così vicini ad una svolta decisiva o inneggia alla vittoria. È una statistica curiosa, perché sembra descrivere alla perfezione uno stile comunicativo nel quale l'imminenza di un evento viene costantemente ribadita senza che l'evento stesso si concretizzi mai davvero. Bisogna ammettere che, in questo tipo di retorica, Trump è un maestro.


Ma forse, questa volta, un accordo potrebbe davvero essere dietro l'angolo. Si parlava infatti di un incontro a Ginevra nel corso del fine settimana, dove il vicepresidente Vance — il Presidente è trattenuto alla Casa Bianca dai festeggiamenti per il suo ottantesimo compleanno — avrebbe potuto finalmente apporre la propria firma sul documento che sancirebbe la fine del conflitto. Mentre scriviamo ci giunge la conferma che questo incontro NON ci sarà. Verrà sostituito, ma non si sa ancora quando, dalla firma di un trattato in forma elettronica rigorosamente certificata... Non ci risulta che una simile modalità di metter fine ad una guerra sia mai stata utilizzata e quindi saremo testimoni di un fatto storico.  Intanto le schermaglie tra i due paesi continuano.



Quello che comunque a noi più interessa, come ben sapete,  è come si sta comportando il prezzo del petrolio:




Siamo rimasti per tutta la settimana sotto la soglia dei 100 dollari e da quando è probabile una firma di un trattato tra i due paesi, siamo addirittura evoluti sotto i 90 $ al barile. E questo è un bene.



Infatti mercoldì abbiamo avuto conferma delle aspettative sullo stato dell'inflazione che, come da previsione, si è assestata attorno al 4.2%. Appare più che evidente che la causa principale del rincaro sia appunto il forte aumento del costo del petrolio e c'è da sperare che un suo ridimensionamento possa poi riportare l'inflazione là, dove la FED e tutte le principali banche centrali mondiali la vorrebbero vedere, ovverosia attorno al 2%. Vedremo mercoledì 17 giugno cosa ne pensa a tal proposito Warsh e se avrà il coraggio di aumentare il costo del denaro onde evitare che l'inflazione sfugga al suo controllo.


Nel frattempo il Capo della Casa Bianca ci fa sapere che:



E' notorio che un amore sconfinato nei confronti dell'inflazione ce l'hanno coloro che sono pieni di debiti e vedono nel rincaro la sola ed unica possibilità di ridurne il peso. E' innegabile che agli USA, che oramai hanno un debito che ha superato i 39 trilioni di dollari, un po' di inflazione non dispiaccia affatto! 

Le attese del mercato per la riunione di mercoledì prossimo sono per un nulla di fatto ma comunque sia è già scontato nelle aspettative degli investitori un aumento dello 0.25% da qui alla fine dell'anno.





Chi invece non ha voluto attendere oltre è stata la BCE.  Giovedì ha alzato i tassi dal 2% al 2.25%  per la prima volta dal settembre del 2023, adducendo ai motivi seguenti che facciamo per comodità riassumere a ChatGPT:


  1. Ritorno delle pressioni inflazionistiche
    • L'inflazione dell'Eurozona è risalita ben sopra l'obiettivo del 2%, attestandosi intorno al 3,2% a maggio.
    • Anche l'inflazione core ha mostrato segnali di riaccelerazione. 
  2. Shock energetico legato alla guerra con l'Iran
    • Il conflitto in Medio Oriente ha provocato un forte aumento dei prezzi energetici e del petrolio.
    • La BCE teme che il rincaro dell'energia possa trasferirsi ai prezzi di beni e servizi e successivamente ai salari. 
  3. Evitare il disancoraggio delle aspettative di inflazione
    • Lagarde ha sottolineato che la banca centrale deve impedire che famiglie e imprese inizino a considerare normale un'inflazione persistentemente superiore al 2%.
    • In altre parole, la BCE vuole evitare effetti di "secondo giro" su salari e prezzi. 
  4. Mercato del lavoro ancora relativamente solido
    • Nonostante il rallentamento economico, la disoccupazione rimane vicino ai minimi storici.
    • Secondo Lagarde, questo lascia ancora un certo margine per mantenere una politica monetaria restrittiva senza provocare immediatamente una recessione profonda. 

La BCE ha riconosciuto esplicitamente che il rischio è diventato più complesso: da una parte vede inflazione in aumento, dall'altra una crescita economica in rallentamento ammettendo in tal modo che l'Eurozona sta affrontando uno scenario che ricorda la stagflazione, con rischi al rialzo per l'inflazione e al ribasso per la crescita. Un tale rischio, se vi ricordate bene, lo prevede per gli USA anche il nostro modello macroeconomico.

Se sarà stagflazione per il momento non siamo ancora in grado di dirlo con sicurezza ma quello che sembra essere piuttosto certo, ed in parte già scontato dal mercato,  è che da qui alla fine dell'anno assisteremo ancora ad un paio di aumenti del costo del denaro. Prossima riunione della BCE: 29 luglio.

Come ha reagito il mercato obbligazionario in euro all'aumento dei tassi?:



Per il momento non ha fatto una piega, era già tutto scontato,  ma se effettivamente ci saranno ancora due aumenti in vista non è detto che una reazione, anche se tardiva, ci potrebbe essere. Molto dipenderà da quanto in fretta l'inflazione non minaccerà più di tanto i portamonete dei cittadini europei ed un rapido calo dei costi energetici può aiutare. Per le obbligazioni anche il 2026 non sarà comunque un grande anno.

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Venerdì 12 giugno 2026 è stata una giornata storica per i mercati finanziari:

Cosa è successo

  • L'IPO di SpaceX è stata collocata a 135 dollari per azione.
  • L'operazione ha raccolto circa 75 miliardi di dollari, risultando la più grande IPO della storia. 
  • La società è arrivata in borsa con una valutazione iniziale di circa 1.770 miliardi di dollari
  • Nel primo giorno di contrattazioni il titolo ha registrato un forte rialzo, chiudendo intorno a 160,95 dollari, con un guadagno di circa il 19% rispetto al prezzo di collocamento. Durante la seduta ha anche superato i 170 dollari. 

La valutazione finale

Grazie al rialzo del primo giorno, la capitalizzazione di mercato di SpaceX ha superato i 2.000 miliardi di dollari, entrando immediatamente nel ristretto club delle società più grandi al mondo. 

Elon Musk

Il principale beneficiario è stato naturalmente Elon Musk.

Con la partecipazione che mantiene in SpaceX, il suo patrimonio personale è stato stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari, rendendolo il primo "trilionario" della storia secondo numerose stime di mercato. 

Perché il mercato è impazzito per questa IPO?

Gli investitori hanno comprato non solo:

  • il business dei lanci spaziali;
  • la rete satellitare Starlink;

ma soprattutto la combinazione tra:

  • spazio,
  • intelligenza artificiale,
  • telecomunicazioni globali,
  • difesa,
  • data center del futuro.

Molti investitori vedono SpaceX come una sorta di fusione tra una società spaziale, una telecom e un'azienda AI. 

Gli aspetti che preoccupano gli analisti

Non tutti sono entusiasti:

  • alcuni analisti ritengono la valutazione estremamente elevata;
  • il multiplo sui ricavi è molto superiore a quello delle grandi società tecnologiche;
  • nel 2025 SpaceX ha registrato ancora perdite consistenti;
  • diversi osservatori temono una componente speculativa simile alle grandi manie borsistiche del passato. 

E' abbastanza probabile che sul titolo della società di Elon nei prossimi giorni ci sarà parecchio movimento: per chi vuol tentare la sorte è assolutamente necessario evitare ordini al meglio. Operare con i  limiti è per il momento obbligatorio se non si vuol incappare in una qualche brutta sorpresa.

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Se il mercato obbligazionario nell'immediato è piuttosto sottotono mentre quello azionario, appena convintosi che una firma sul trattato di pace tra USA e Iran potrebbe effettivamente materializzarsi a breve, ha messo i dubbi da parte e tra giovedì e venerdì è tornato a salire:


Per il momento lo S&P500 (linea arancione) si trova ben al di sopra del livello preventivato dal modello di Ned Davis e a quanto pare non dovremmo preoccuparci troppo del suo andamento almeno fino alla fine di luglio (moltissimo dipenderà dalle trimestrali che inizieranno ad essere pubblicate a partire suppergiù dal 10 di luglio. Come vedremo fra poco, i trend rialzisti dei mercati che seguiamo con maggior assiduità sono sempre in essere.




Dopo il forte recupero seguito alla correzione primaverile, lo S&P 500 (+8.56% ytd)  sta attraversando una fisiologica fase di consolidamento sotto i massimi storici. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 7'000 punti il quadro tecnico di fondo continuerà a favorire l'ipotesi di una prosecuzione del movimento ascendente. Trend rialzista in essere.



Nel grafico si nota come il Nasdaq (+11.39% ytd) abbia più volte costruito delle fasi di consolidamento laterale prima di riprendere la salita. La recente accelerazione oltre i 26'000 punti appare infatti come la naturale prosecuzione di una lunga fase di accumulazione sviluppatasi tra l'autunno 2025 e l'inizio del 2026.

Nonostante la presa di beneficio delle ultime sedute, il Nasdaq continua a mostrare una struttura tecnica robusta. Il rapido recupero seguito alla correzione primaverile e il raggiungimento di nuovi massimi storici confermano la leadership del comparto tecnologico americano. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 25'000 punti il quadro tecnico di fondo resterà favorevole. Trend rialzista in essere.



L'impressione è che l'Eurostoxx50 (+6.84% ytd) stia cercando di costruire una nuova gamba rialzista dopo aver assorbito lo shock legato ai timori di rallentamento economico e alle tensioni geopolitiche.

Continua a muoversi all'interno di un solido canale rialzista iniziato nel 2023. Dopo la correzione primaverile l'indice ha recuperato rapidamente terreno riportandosi sopra le principali medie mobili e avvicinandosi nuovamente ai massimi dell'anno. A differenza degli indici americani, l'Europa non appare ancora in una fase di euforia e conserva margini di apprezzamento qualora il quadro macroeconomico dovesse stabilizzarsi. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 5'500 punti, il trend di fondo resterà favorevole. Trend rialzista in essere, con potenziale ancora inespresso rispetto a Wall Street.




Lo SMI (+3.32% ytd) continua a muoversi all'interno di una struttura rialzista di medio-lungo periodo,ma rispetto ai principali mercati internazionali evidenzia una forza relativa inferiore. Dopo il fallito tentativo di superare i 14'000 punti, l'indice ha trascorso diversi mesi in una fase di consolidamento. 

Nelle ultime settimane il quadro tecnico è migliorato e lo SMI è tornato ad avvicinarsi ai massimi dell'anno. Un superamento deciso della soglia dei 14'000 punti rappresenterebbe un importante segnale di forza e potrebbe finalmente consentire al mercato svizzero di colmare parte del divario accumulato nei confronti delle principali borse mondiali. Trend rialzista in essere.

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(USD/CHF) Il recente rafforzamento del dollaro americano appare strettamente legato all'impennata del prezzo del petrolio (freccia rossa)  e a rendimenti obbligazionari statunitensi che continuano a sorprendere per la loro resilienza. Questi elementi hanno consentito al biglietto verde di recuperare terreno nei confronti del franco svizzero, riportandosi all'interno del canale di consolidamento in essere da circa un anno. Resta però da capire quanto tale movimento sia sostenibile nel tempo. Se le tensioni geopolitiche dovessero attenuarsi e il petrolio tornare sui livelli pre-conflitto, il sostegno fornito al dollaro potrebbe rapidamente venir meno, favorendo il ritorno di una tendenza più debole che forte nei confronti della valuta elvetica.


(EUR/USD) Il dollaro si è rafforzato non solo contro il franco svizzero ma anche nei confronti dell'euro. Da qui in avanti sarà importante valutare l'effetto combinato di un possibile calo del petrolio e della svolta restrittiva della BCE, che dopo il primo rialzo dei tassi potrebbe procedere con ulteriori due interventi nei prossimi mesi. Pur riconoscendo questi elementi di novità, continuiamo a ritenere che il trend di fondo del cambio rimanga essenzialmente laterale.



(EUR/CHF) Il recente apprezzamento dell'euro nei confronti del franco svizzero sembra essere stato favorito principalmente dal rialzo dei tassi della BCE e dalle aspettative di ulteriori interventi restrittivi nei prossimi mesi. A ciò si aggiunge una minore domanda di valute rifugio e la convinzione che la Banca Nazionale Svizzera manterrà una politica monetaria relativamente più accomodante, fattori che hanno contribuito a ridurre la tradizionale forza del franco. Qualora questa tendenza dovesse consolidarsi, l'industria esportatrice svizzera potrebbe finalmente beneficiare di una boccata d'ossigeno dopo un lungo periodo caratterizzato dalla forza quasi ininterrotta del franco. Anche lo SMI sembra essersene accorto.



A pensarci bene il mercato dell'oro  non ha reagito in modo particolarmente vigoroso alla crisi geopolitica. Se davvero gli operatori temessero una guerra regionale di ampia portata, probabilmente l'oro sarebbe già tornato sopra i 4'500 $. Questo suggerisce che, almeno per il momento, il mercato stia interpretando gli eventi come un fattore di disturbo temporaneo e non come l'inizio di una crisi sistemica. 

Il rimbalzo di questi ultimi due giorni, partito esattamente dalla zona dei 4'000 USD, è stato favorito con ogni probabilità da 4 fattori: un probabile ritorno all'indebolimento del dollaro, il temporaneo arretramento dei rendimenti reali americani, la ricopertura di posizioni speculative ribassiste dopo il test dell'importante supporto dei 4'000 dollari e, sullo sfondo, la costante domanda proveniente dalle banche centrali che continuano a incrementare le proprie riserve auree. Prossima resistenza: 4'500$.

Buona domenica!

PS: per motivi famigliari la prossima settimana Appunti Finanziari non saranno pubblicati. Ci rivedremo il 28 giugno

domenica 7 giugno 2026

Una settimana che fa riflettere





Non vi sarà certamente sfuggito che venerdì 5 giugno il mercato tecnologico americano è stato colpito da un violento sell-off facendo subire al Nasdaq un calo di oltre il 4%: una flessione di questa portata non si osservava dall'ottobre 2025. È probabilmente prematuro interpretare questo movimento come l'inizio di un vero e proprio cambio di trend ma sarebbe altrettanto imprudente ignorarlo. Più realisticamente, si tratta di un campanello d'allarme che ricorda agli investitori come nemmeno i titoli più strettamente legati all'intelligenza artificiale possono salire indefinitamente senza attraversare periodiche fasi di consolidamento e prese di profitto.

La settimana che si sta concludendo è stata comunque particolarmente ricca di eventi geopolitici, sviluppi di politica economica e pubblicazioni macroeconomiche, soprattutto negli Stati Uniti, che meritano di essere analizzati con attenzione. Molti di questi elementi potrebbero infatti contribuire a definire il comportamento dei mercati finanziari nelle prossime settimane. Per questo motivo abbiamo pensato di proporre una rapida ricapitolazione degli avvenimenti che abbiamo annotato sul nostro taccuino e che, a nostro avviso, meritano di essere monitorati con particolare attenzione.

Lunedì 1 giugno

  • La borsa svizzera, apparentemente senza un motivo preciso, ci ha regalato una delle peggiori sedute dell'anno con l'indice SMI in calo dell'1.75% e con i due pesi massimi, Roche e Novartis,  che hanno lasciato sul terreno oltre il 3%. Il contrasto con Wall Street non potrebbe essere più evidente: nello stesso giorno i principali indici americani hanno aggiornato nuovi massimi storici confermando l'entusiasmo degli investitori per il settore tecnologico e per il tema dell'intelligenza artificiale. È possibile che una parte del mercato stia progressivamente perdendo interesse nei confronti del listino svizzero poiché,  più che essere un vero mercato azionario orientato alla crescita, viene ormai spesso percepito come una sorta di surrogato del mercato obbligazionario denominato in chf. Grazie a rendimenti generalmente generosi e a una composizione fortemente difensiva, molte società quotate in Svizzera vengono acquistate più per il dividendo che distribuiscono che per le prospettive di espansione degli utili con la conseguente rivalutazione del titolo azionario. Una caratteristica che per anni ha rappresentato un punto di forza del nostro listino ma che rischia di diventare un limite quando gli investitori sono disposti a privilegiare crescita e innovazione rispetto alla stabilità e al rendimento. Non sarà per sempre così ma per il momento è quello che passa il convento.
  • Lunedì mattina veniamo a sapere che domenica 31 maggio, nel suo primo intervento pubblico da ex presidente della Federal Reserve, Jerome Powell non ha esitato a lanciare un chiaro segnale d'allarme: un'eccessiva politicizzazione della banca centrale americana rischierebbe di comprometterne l'indipendenza e la credibilità trasformandola in un fattore di rischio sistemico per l'intera economia statunitense e non solo.  Un monito che si aggiunge a molti altri ascoltati negli ultimi anni e che gli investitori farebbero bene a non sottovalutare. Ancora una volta, il messaggio è arrivato forte e chiaro. La prossima riunione della FED, la prima con Warsh alla presidenza, è prevista il 16-17 giugno: capiremo subito che aria tira.
  • Trump ha "cazziato" pubblicamente Netanyahu  durante una telefonata molto tesa avvenuta dopo che Israele aveva perpetrato attacchi contro obiettivi di Hezbollah a Beirut. Secondo diverse fonti americane, Trump avrebbe definito Netanyahu addirittura "crazy" e gli avrebbe chiesto, in termini molto duri, perché stesse rischiando di far saltare gli sforzi diplomatici statunitensi nella regione. Il grosso pericolo è quello di rivedere il prezzo del petrolio risalire sopra i 100 $ al barile. E' la prova provata che Trump sta cercando in ogni modo di far cessare il conflitto: un costo del petrolio troppo alto non se lo può più permettere.

Martedì 2 giugno
  • La pubblicazione dei JOLTS, molto più forti delle attese, ha generato paradossalmente una certa apprensione: i posti di lavoro vacanti sono saliti a 7.62 milioni (attesi: 6.8 mio;  precedente: 6.8 mio) ai livelli più elevati degli ultimi due anni. Il messaggio è chiaro: il mercato del lavoro americano continua a mostrare una forza sorprendente nonostante i tassi elevati e il rallentamento economico.

    I timori di una minore probabilità di tagli ai tassi nel breve periodo, anzi si sta persino pensando che bisognerà alzarli, mette i rendimenti obbligazionari sotto pressione. Il decennale americano è tornato al 4.52% (troppo alto, non solo per Trump...).
  • Trump torna alla carica con i tanto amati dazi malgrado la sentenza della Corte Suprema. Infatti  l'ufficio del rappresentante commerciale americano (USTR) ha pubblicato una nuova proposta di dazi basata non più soltanto su criteri economici o commerciali, ma anche sul comportamento dei Paesi in materia di lavoro forzato, diritti umani e standard etici nelle catene produttive. L'amministrazione Trump ha cercato di giustificare nuovi dazi verso circa 60 Paesi sostenendo che essi non fanno abbastanza per impedire l'importazione o la produzione di beni realizzati con il lavoro forzato. La notizia si commenta da sé... Qualcuno parla, facendo riferimento al presidente USA,  di "perdita del senso della misura che sconfina nell'arbitrario" ma non è purtroppo una novità. Quello che appare evidente è che la prima economia al mondo ha bisogno di soldi come non mai e farà di tutto per averli!

Mercoledì 3 giugno
  • Broadcom, uno dei leader mondiali nella produzione di semiconduttori, ha pubblicato risultati trimestrali eccellenti. Tuttavia il management non ha rivisto al rialzo le proprie stime di vendita per i chip destinati all'intelligenza artificiale, indicando per il terzo trimestre ricavi attesi pari a "soli" 16 miliardi di dollari contro i 17.2 miliardi che il mercato si aspettava.  La reazione degli investitori è stata impietosa: tra giovedì e venerdì il titolo ha perso quasi il 20%, bruciando oltre 450 miliardi di dollari di capitalizzazione una cifra che, tanto per dare un termine di paragone, equivale all'incirca all'intero PIL del Belgio.

    L'episodio merita particolare attenzione perché evidenzia quanto il settore legato all'intelligenza artificiale sia diventato vulnerabile alle aspettative del mercato. Quando le valutazioni raggiungono livelli molto elevati, non basta più pubblicare risultati eccellenti: è necessario superare continuamente le attese e alzare l'asticella delle previsioni future. Quanto accaduto a Broadcom potrebbe quindi rappresentare la punta di un iceberg di un mercato sempre più sensibile a qualsiasi indizio di rallentamento nella crescita dell'AI anche quando tale rallentamento è più percepito che non reale.

    • Altra tegola sulla capoccia di Trump: con 215 voti favorevoli (di cui 4 repubblicani)  e 208 contrari il Congresso americano non ha votato formalmente "contro la guerra in Iran al fine di dichiararne l'immediata cessazione" ma ha voluto ribadire il principio costituzionale secondo cui una guerra prolungata richiede l'autorizzazione del Congresso. Dal punto di vista politico è stato interpretato come il primo vero segnale bipartisan di opposizione del Congresso alla gestione della guerra da parte di Trump. Vedremo ora come la penserà il Senato. Rammentiamo che mancano 150 giorni (3 novembre 2026) alle Midterm...

    Giovedì 4 giugno
    • Caro amico ti scrivo. Zelensky invia una lettera aperta all'amico Putin chiedendo un incontro  faccia a faccia per discutere la fine della guerra; parimenti gli comunica  che "in bilico non è il futuro della Russia ma il tuo. E lo sai bene. Le tue risorse si stanno riducendo. Quando il popolo russo si stanca arriveranno i cambiamenti".  Non un bel modo per avviare un incontro di pace ma comunque sia Putin replica che "Zelensky può venire in Russia quando vuole!" Che sia l'inizio di un dialogo più promettente dei precedenti?

    • Ci si interroga seriamente su cosa sta succedendo nel mondo del credito privato e l'immagine che ne esce non è delle più rassicuranti: Il mercato dei prestiti privati continua a vivere una fase di straordinaria espansione. Negli ultimi anni il progressivo ritiro delle banche tradizionali da alcune attività di finanziamento ha aperto spazi enormi ai fondi specializzati che oggi gestiscono migliaia di miliardi di dollari e finanziano una quota crescente dell'economia reale. Gli investitori sono stati attratti da rendimenti generalmente superiori a quelli offerti dal mercato obbligazionario tradizionale e da una volatilità apparente più contenuta. 

      Proprio questo successo sta però iniziando a sollevare alcuni interrogativi. La crescente concorrenza tra operatori rischia infatti di comprimere gli spread e di indebolire gli standard di concessione del credito. Inoltre, dopo anni di forte crescita economica e abbondante liquidità, il settore non è ancora stato realmente testato da una recessione profonda e prolungata. Un ulteriore elemento di attenzione è rappresentato dal fatto che alcuni importanti gestori hanno recentemente attivato (come da regolamento dei fondi)  o rafforzato limitazioni ai riscatti su determinate strategie di credito privato, dopo aver ricevuto richieste di rimborso superiori alle attese. Si tratta di una caratteristica intrinseca di questa asset class: gli investimenti sottostanti sono per loro natura poco liquidi e, in momenti di tensione, la possibilità per gli investitori di uscire rapidamente da questo tipo di mercato può risultare limitata. Spesso ce lo dimentichiamo.

      In un contesto caratterizzato da tassi d'interesse ancora elevati e da una crescita economica meno robusta, gli investitori dovranno quindi prestare particolare attenzione non solo alla qualità dei debitori finanziati, ma anche alle condizioni di liquidità offerte dai veicoli d'investimento. Come spesso accade nei mercati finanziari, è proprio nei momenti di maggiore entusiasmo che diventa importante distinguere tra rendimento e rischio effettivamente assunto.


    Venerdì 5 giugno


    • La settimana si è conclusa con un dato sul mercato del lavoro americano decisamente più robusto delle attese. A maggio l'economia statunitense ha creato 172.000 nuovi posti di lavoro non agricoli, circa il doppio rispetto alle previsioni degli analisti, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,3%. A rendere il dato ancora più significativo hanno contribuito le revisioni al rialzo dei mesi precedenti, che confermano come il mercato del lavoro americano continui a mostrare una sorprendente capacità di resistenza nonostante i tassi d'interesse elevati, le tensioni geopolitiche e le crescenti incertezze economiche.  Se da un lato questa solidità rappresenta una buona notizia per l'economia americana, dall'altro complica ulteriormente il compito della Federal Reserve. Un mercato del lavoro ancora così dinamico rischia infatti di alimentare le pressioni inflazionistiche proprio mentre l'aumento del prezzo dell'energia e le tensioni in Medio Oriente stanno già contribuendo a mantenere elevata l'inflazione. Non sorprende quindi che, subito dopo la pubblicazione del dato, i rendimenti obbligazionari siano saliti e gli investitori abbiano ridimensionato le aspettative di futuri tagli dei tassi, arrivando addirittura a considerare la possibilità che la prossima mossa della FED possa essere un rialzo anziché una riduzione del costo del denaro. Per i mercati azionari, soprattutto per i titoli tecnologici e a forte crescita, il messaggio è chiaro: una economia troppo forte potrebbe tradursi in tassi elevati più a lungo del previsto. Il Nasdaq non ha gradito e si è congedato dalla settimana numero 23 del 2026 con un -4.18%.
    • Putin dopo aver discusso a quattrocchi con l'ex cancelliere tedesco Schroeder risponde all'amico Zelensky: "non c'è ragione di vederci". La guerra continua... ma non avevamo dubbi.

    Abbiamo come al solito scritto molto (anche troppo). Riordiniamo le idee con un'immagine:





    ***


    La prossima settimana sarà di certo una di quelle interessanti:

    • il 10.6 potremo misurare ancora una volta lo stato dell'inflazione americana:
              CPI yoy: atteso: 4.2%, precedente: 3.8%. L'inflazione sopra il 4% inizia a preoccupare...
              Core CPI yoy: atteso: 2.9%, precedente: 2.8% (senza carburanti è un po' meno allarmante)
    • 11.6 : verremo a sapere cosa ne pensa la BCE di tutto quanto abbiamo appena finito di scrivere: anche in Europa l'inflazione non sta a guardare e salvo sorprese dell'ultima ora la BCE si avvia verso il primo rialzo dei tassi dal 2023. L'accelerazione dell'inflazione, alimentata dal rincaro energetico e dalle tensioni geopolitiche, sembra aver convinto Francoforte che il rischio di agire troppo poco sia oggi superiore a quello di frenare ulteriormente una crescita economica già debole. Allacciamo le cinture...
    • Tra gli appuntamenti più attesi della prossima settimana spicca senza dubbio l'IPO di SpaceX, prevista per venerdì 12 giugno. Se le indiscrezioni saranno confermate, l'azienda di Elon Musk debutterà al Nasdaq con una valutazione vicina a 1.750 miliardi di dollari e una raccolta di circa 75 miliardi, numeri che la renderebbero la più grande quotazione in borsa della storia, superando ampiamente il precedente record detenuto da Saudi Aramco. Aswath Damodaran, universalmente considerato uno dei massimi esperti mondiali di valutazione aziendale, ha calcolato il valore intrinseco della società a "soli" 1'300 miliardi. Comunque sia, la domanda degli investitori sembrerebbe già eccedere di circa due volte l'offerta disponibile, segnale di un entusiasmo che ricorda le grandi fasi speculative del passato. Al di là degli aspetti finanziari, il collocamento rappresenta anche un importante test per il mercato azionario americano: il successo dell'operazione confermerebbe la straordinaria capacità degli investitori di attribuire valutazioni sempre più elevate alle società considerate protagoniste delle grandi trasformazioni tecnologiche del futuro. La FOMO (fear of missing out, la paura di mancare all'appuntamento) farà il resto. Come spesso accade in questi casi, la vera sfida non sarà tanto giustificare l'entusiasmo iniziale quanto riuscire a soddisfare, nel tempo, aspettative che appaiono già oggi estremamente ambiziose. Va però ricordato che, come per tutte le IPO molto attese, una parte rilevante del successo iniziale dipenderà dal sentiment del mercato e dalla disponibilità degli investitori a pagare multipli estremamente elevati per la crescita futura piuttosto che per gli utili attuali. Anthropic e OpenAI, anche loro prossime alla quotazione, sono avvisate!

    ***



    Prima di dare una rapida occhiata ai grafici degli indici e delle valute, soffermiamoci sull'evoluzione delle performance dei principali mercati azionari americani ed europei. S&P 500 e Nasdaq hanno certamente perso parte dello slancio mostrato nei mesi scorsi, ma continuano a esibire rendimenti più che soddisfacenti rispetto ai listini europei che possono tuttavia contare su P/E decisamente più ragionevoli. Resta comunque evidente una realtà difficilmente contestabile: in questa fase di mercato, se un indice non dispone di una forte concentrazione di titoli tecnologici —  in particolare di società legate all'intelligenza artificiale — diventa molto difficile tenere il passo di Wall Street. Oggi la crescita continua ad avere un nome ben preciso: tecnologia e ad esempio la Svizzera non ne ha...

    Fa parzialmente eccezione la borsa italiana che, pur essendo storicamente poco rappresentata nel settore tecnologico, continua a mostrare una performance sorprendentemente robusta grazie al peso rilevante del comparto bancario. Le banche, sostenute da tassi d'interesse ancora elevati e da utili ai massimi storici (se fossimo clienti di una banca italiana qualche domanda ce la porremmo...), sono infatti tra i pochi settori europei capaci di attirare in modo consistente l'interesse degli investitori e stanno contribuendo in misura determinante alla tenuta del listino italiano. 



    La correzione registrata venerdì dallo S&P 500 ha contribuito ad allentare una condizione di ipercomprato che si protraeva ormai da quasi due mesi. L'attuale posizionamento, tornato su livelli più neutrali, non ci dispiace affatto: il trend rialzista rimane infatti pienamente intatto e l'indice continua a muoversi comodamente all'interno della fascia verde che ne delimita la tendenza positiva. In quest'ottica, la flessione delle ultime sedute potrebbe addirittura rivelarsi salutare, consentendo al mercato di smaltire parte degli eccessi accumulati e di gettare basi più solide per un'eventuale prosecuzione del rialzo.



    Per il Nasdaq il discorso è molto simile. La correzione delle ultime sedute ha leggermente raffreddato un mercato che appariva particolarmente tirato senza però compromettere in alcun modo il quadro tecnico di fondo. L'area dei 25'700 punti potrebbe ora rappresentare un primo livello di supporto, sul quale gli investitori avranno modo di misurare la solidità del trend già a partire dalla prossima settimana. Sarà interessante osservare la reazione del mercato ma allo stato attuale non emergono segnali tali da mettere in discussione l'impostazione rialzista: il trend rimane infatti pienamente in essere e continua a favorire un'interpretazione costruttiva dello scenario.


    Per lo SMI continua invece a mancare la forza necessaria per rientrare stabilmente nel trend rialzista avviato nel luglio dello scorso anno. Ogni tentativo di recupero si è finora rivelato insufficiente e il listino svizzero sembra faticare a ritrovare un reale slancio. Alla luce dell'attuale configurazione tecnica, continuiamo a ritenere più probabile uno scenario di movimento prevalentemente laterale nelle prossime settimane in attesa di un catalizzatore capace di imprimere una direzione più convincente al mercato.



    Il dollaro continua a mostrare una sorprendente tenuta nei confronti del franco svizzero. A sostenerlo contribuisce probabilmente il differenziale dei rendimenti ancora favorevole agli Stati Uniti e la crescente convinzione che la Federal Reserve possa essere costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto, se non addirittura valutare un ulteriore rialzo dei tassi. Uno scenario che certamente non farà piacere a Trump, ma sul quale pesa anche una parte delle conseguenze delle sue stesse politiche economiche e commerciali. Il risultato è che, nonostante le numerose previsioni di indebolimento formulate negli ultimi mesi, il biglietto verde continua a difendersi egregiamente contro il franco svizzero, tanto da vantare da inizio anno una performance leggermente positiva pari allo 0.48%...


    L'euro ha mostrato qualche timido segnale di risveglio nei confronti del franco svizzero nel corso dell'ultima settimana. A sostenere la valuta unica europea contribuisce probabilmente la crescente convinzione degli investitori che la BCE possa adottare un atteggiamento più restrittivo nella riunione di giovedì, arrivando persino ad aumentare i tassi d'interesse. Nonostante questo recente recupero, il bilancio da inizio anno resta ancora negativo, con l'euro che cede circa l'1,45% nei confronti della valuta elvetica. Tuttavia, dopo mesi di debolezza quasi ininterrotta, il cambio sembra quantomeno aver ritrovato una certa capacità di reazione.

    Più in generale si potrebbe avanzare un'ipotesi interessante per spiegare, almeno in parte, la deludente performance della borsa svizzera. Per anni molti investitori internazionali hanno acquistato azioni elvetiche non solo per la qualità delle società quotate ma anche per beneficiare del costante apprezzamento del franco svizzero. Se il mercato sta iniziando a ritenere che la valuta elvetica abbia esaurito una discreta parte del proprio potenziale di rivalutazione, viene meno uno degli elementi che negli ultimi anni aveva sostenuto gli afflussi di capitale verso la Svizzera. È una teoria che richiederà ulteriori conferme ma potrebbe contribuire a spiegare perché, nonostante la solidità dell'economia e delle aziende svizzere, il listino continui a sottoperformare rispetto ad altri mercati internazionali.




    Per finire non possiamo esimerci dal commentare quanto sta succedendo al bitcoin, -41% in un anno,  e al mondo crypto in generale. Si pensava, erroneamente, che il Clarity Act (vedi Appunti Finanziari del 17 maggio 2026) potesse portare un po' di positività ma ci siamo sbagliati.

     Il crollo del Bitcoin sotto i 61'000 dollari ha riacceso l'entusiasmo dei suoi detrattori, ma secondo diversi analisti è ancora troppo presto per decretarne la fine. La debolezza attuale sembra essere dovuta soprattutto a una rotazione dei capitali verso il settore dell'intelligenza artificiale e ad importanti deflussi dagli ETF, mentre l'area compresa tra 60'000 e 61'000 dollari potrebbe rappresentare un livello di supporto accettabile anche se temiamo che in vista ci siano i 52'000 dollari.

    Detto questo dobbiamo constatare quanto segue:

    1. Bitcoin ai minimi da febbraio

    • Il Bitcoin è sceso fino a circa 61.300 dollari, toccando il livello più basso degli ultimi quattro mesi.
    • La criptovaluta si trova in una fase di mercato ribassista che sta mettendo in difficoltà gli investitori più ottimisti.

    2. Forti deflussi dagli ETF spot

    • Gli ETF statunitensi che investono direttamente in Bitcoin hanno registrato 12 sedute consecutive di deflussi.
    • In totale sono usciti circa 4 miliardi di dollari, segnale che anche una parte degli investitori istituzionali sta riducendo l'esposizione.

    3. Pressione macroeconomica

    • Il mercato sta rivalutando le prospettive dei tassi d'interesse americani.
    • Rendimenti obbligazionari elevati e una Fed ancora prudente riducono l'attrattiva degli asset più speculativi, comprese le criptovalute.

    4. Bitcoin più debole rispetto ad altri asset

    • L'oro continua a mostrare una forza relativa superiore.
    • Anche diversi segmenti del mercato azionario statunitense, in particolare quelli legati all'intelligenza artificiale, stanno attirando più capitali rispetto alle criptovalute.

    5. MicroStrategy sotto pressione

    • La debolezza del Bitcoin si riflette sui titoli più esposti alle criptovalute, tra cui MicroStrategy.
    • Gli investitori stanno ridimensionando le aspettative sui veicoli finanziari che hanno costruito la propria strategia attorno all'accumulo di Bitcoin.

    6. Non è necessariamente la fine del ciclo

    • Non diamo prematuramente morto il Bitcoin.
    • In passato la criptovaluta ha già attraversato correzioni molto profonde prima di riprendere il trend rialzista.

    Ma attenzione: malgrado o proprio a causa della maggior chiarezza regolamentare, della crescente partecipazione istituzionale e dell'adozione sempre più ampia dell'ecosistema crypto, il bitcoin sembra essere uscito dal radar dei flussi speculativi globali. Prima si muoveva - eccome si muoveva! -  proprio in assenza di regole certe e con la partecipazione di attori che altri settori della finanza avevano già da tempo estromesso dai mercati. Ora che il bitcoin è diventato più istituzionalizzato, più regolamentato, maggiormente controllato e molto simile a mille altri investimenti, piace molto meno. Facciamocene una ragione! 

    Buona domenica!


    PS: oggi, mentre scriviamo, piove a catinelle e si vede! Abbiamo ancora una volta esagerato con la lunghezza dei nostri appunti… sorry!