domenica 12 aprile 2026

Geopolitca, inflazione e tassi: un equilibrio ancora instabile




Qui Teheran: “Di Trump non ci fidiamo!”

Dal briefing pre-incontro di Trump: “Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni e le armi più avanzate mai costruite!”

È con queste premesse che sabato 11 aprile, sotto l’egida del Pakistan, hanno preso avvio i colloqui tra Stati Uniti e Iran nel tentativo di trovare una via d’uscita dal ginepraio in cui i due Paesi sono impantanati da ormai sei settimane.

Le aspettative, considerate le premesse, sono da parte nostra contenute. Tuttavia, il semplice fatto che le parti abbiano deciso di sedersi allo stesso tavolo, rappresenta già un segnale non trascurabile.

Il perimetro del negoziato sembra essere stato definito dall’Iran — i dieci punti sono riportati a margine del nostro post — ma, alla luce delle richieste avanzate, riteniamo che gli spazi di manovra per raggiungere un accordo saranno estremamente limitati.

Non aggiungiamo altro e restiamo a osservare, pur rimanendo pronti — se del caso — a essere sorpresi qualora una soluzione venisse raggiunta in soli tre giorni di colloqui (... ma si potrebbe anche trattare ad oltranza.)

Ciò che in questo momento più ci interessa, ovviamente,  è comprendere come i mercati finanziari si stanno preparando a questo evento:



Malgrado nello Stretto di Hormuz il traffico navale è ancora estremamente contenuto...


... il prezzo del petrolio (WTI e Brent) è sceso sotto la soglia critica dei 100 dollari al barile, quasi a testimoniare una certa fiducia nel tentativo di USA e Iran di uscire dall’impasse.


Anche il ritorno del VIX sotto il 20 rafforza questa nostra sensazione...




…segnali che trovano conferma pure nel Fear & Greed Index della CNN, risalito da 19 della scorsa settimana a 38.

Il miglioramento è stato trainato principalmente dal calo della volatilità (VIX) e dal recupero di altri indicatori chiave che compongono l’indice. In particolare, si osserva un netto miglioramento del put/call ratio — con una riduzione della domanda di coperture al ribasso (put) e un aumento relativo dell’interesse per opzioni call — e soprattutto un rafforzamento dell’ampiezza di mercato (market breadth), segnalato da un numero crescente di titoli in rialzo accompagnati da volumi significativi.

Nel complesso si tratta di segnali coerenti con un ritorno graduale della propensione al rischio che non si osservava dalle prime fasi del conflitto e che, come vedremo fra poco, hanno fatto bene ai mercati azionari.

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Un'occhiata ai dati macro pubblicati questa settimana bisogna però darla. Ma prima vediamo cosa è scaturito mercoledì dalle minute della FED a proposito di quanto discusso nell'ultima riunione del 18 marzo:

Le minute confermano un contesto in miglioramento sul fronte inflattivo ma ancora non tale da giustificare un cambio di rotta nella politica monetaria.

L’inflazione è (era...) in graduale rientro rispetto ai picchi ma resta superiore al target del 2%, con componenti ancora rigide — in particolare servizi e dinamica salariale — che inducono la Fed a mantenere un atteggiamento prudente.

Di conseguenza, il messaggio che emerge è chiaro: i tassi resteranno probabilmente stabili nel breve periodo, in un contesto di “higher for longer”, con eventuali tagli che verranno presi in considerazione solo a fronte di evidenze più convincenti sul percorso disinflazionistico.

In questo quadro si inserisce il recente aumento delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, che ha contribuito a riaccendere i timori inflattivi, in particolare attraverso il canale energetico. Questo elemento ha reso il percorso della Fed ancora più incerto, spostando in avanti le aspettative di un primo taglio dei tassi e rafforzando un approccio più cauto.

Nel complesso, pur emergendo alcuni segnali di rallentamento dell’economia, la priorità della Fed resta il controllo dell’inflazione, evitando un allentamento prematuro che potrebbe rimettere sotto pressione i prezzi. La lettura chiave è che non si tratta di una Fed che cambia direzione ma di una Fed che, in attesa di conferme sul rientro dell’inflazione, si trova ora a confrontarsi con uno shock esterno che rischia di rallentarne il percorso.

Infatti venerdì i timori della FED sono stati confermati (ma non era difficile immaginarlo...):

  • Consumer price index (CPI) marzo: +0.9% (atteso: 1%; precedente: 0.3%)
  • CPI yoy                                              :    3.3% (atteso: 3.4%; precedente: 2.4%)
  • Core CPI yoy                                    :    2.7%  (precedente: 2.5%)
Il dato di marzo cattura tutto l'aumento del prezzo del petrolio che è costato, per il momento,  uno 0.9% di aumento dell'inflazione americana; per quanto meno delle aspettative siamo comunque tornati lontani dall'obiettivo della FED che mira al 2%. Se leggiamo il dato concentrando l'attenzione sul Core CPI (che misura l'aumento dei prezzi esclusi quelli più volatili di energia e alimentari) vediamo che è meno drammatico e per quanto sia al rialzo è evidente che se i costi energetici diminuiranno, grazie (speriamo)  ad un accordo tra USA e Iran, la situazione sul versante del rincaro potrebbe rientrare abbastanza velocemente.



Ciò non toglie che, allo stato attuale, il mercato non sconta alcun taglio dei tassi americani nel corso del 2026: il livello attuale dei Fed Funds è al 3.63% e fra un anno la previsione li prevede al 3.64%;   questo rappresenta certamente un elemento, come potete immaginare,  poco favorevole per il comparto obbligazionario denominato in dollari.

Diciamo che non vorremmo essere nei panni del prossimo presidente della Fed: Kevin Warsh che, qualora venisse confermato, si troverebbe ad affrontare un contesto particolarmente complesso dovendo gestire da un lato un’inflazione ancora persistente e dall’altro le pressioni politiche di Trump che ha più volte ribadito la volontà di vedere tassi più bassi. Insomma, si troverà tra l'incudine e il martello... non lo invidiamo.

Portiamo inoltre alla vostra attenzione l’evoluzione attesa dei tassi europei e svizzeri: per l’Eurozona il mercato sconta per i prossimi 12 mesi  circa tre aumenti da 25 punti base ciascuno che anche in questo caso non farà del bene al comparto obbligazionario.

Anche per la Svizzera le aspettative si sono recentemente orientate verso un possibile rialzo dei tassi nei prossimi 12 mesi— con un primo intervento già prezzato e la possibilità, non trascurabile, di un secondo — configurando uno scenario che rappresenta, a tutti gli effetti, un elemento di sorpresa.

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Purtroppo tra gli scenari di guerra, gli aumenti dei costi di energia e alimentari ed i probabili mancati tagli ai tassi di interesse la fiducia dei consumatori americani è ai minimi storici:


Un ulteriore elemento di attenzione arriva dalla fiducia dei consumatori americani: pubblicata venerdì dall’Università del Michigan e scesa a 47,6 punti (freccia rossa),  un livello che non si era mai visto fino ad oggi.

Si tratta di un segnale rilevante in quanto riflette un deterioramento marcato delle aspettative delle famiglie su reddito, inflazione e condizioni economiche generali. In un’economia come quella statunitense, dove i consumi rappresentano circa il 70% del PIL, un calo così significativo della fiducia tende a tradursi in un atteggiamento più prudente con possibili ripercussioni sulla spesa e quindi sulla crescita.

Pur non rappresentando di per sé una conferma di recessione, livelli così depressi sono storicamente associati a fasi di forte rallentamento economico, soprattutto se dovessero persistere nel tempo.

Nel contesto attuale, questo dato contribuisce a complicare ulteriormente il quadro per la Federal Reserve: da un lato segnala un indebolimento della domanda, dall’altro si inserisce in un contesto in cui le pressioni inflattive restano ancora elevate, limitando i margini per un allentamento della politica monetaria. 

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Tutto sommato, malgrado gli scenari di guerra, gli aumenti dei costi energetici e la fiducia dei consumatori americani ai minimi storici, i mercati azionari stanno reagendo piuttosto bene e anche questa settimana hanno cercato, chi più chi meno, di rientrare nei canali ascendenti che li caratterizzavano prima dell'inizio della guerra tra USA e Iran.



Anche il ciclo composito di Ned Davis sta rientrando piuttosto rapidamente verso una certa normalità, quella segnalata dall’algoritmo che ha avuto uno sbandamento ma ovviamente non poteva prevedere l’impatto esogeno di un evento come l'attuale conflitto.

Nelle ultime sedute si osserva tuttavia un progressivo tentativo di stabilizzazione, favorito anche dai possibili sviluppi negoziali tra le parti. I mercati, come spesso accade, tendono ad anticipare gli scenari più favorevoli e stanno già iniziando a prezzare l’ipotesi di una risoluzione, anche solo parziale, del conflitto. Speriamo di averne una conferma nei prossimi giorni.


Ci fa piacere osservare come lo S&P 500 (-0,42% ytd) sia riuscito a riportarsi al di sopra delle tre medie mobili, fermandosi tuttavia a ridosso del supporto del canale ascendente, senza riuscire — almeno per ora — a rientrarvi.

Qualora i colloqui tra Stati Uniti e Iran dovessero evolvere verso una qualche forma di risoluzione, a condizione che questa venga effettivamente rispettata, non si può escludere che già nel corso della prossima settimana l’indice possa rientrare all’interno del canale. Si tratterebbe di un segnale tecnico decisamente costruttivo.



La scorsa settimana avevamo avanzato una cauta ipotesi operativa, avendo individuato una configurazione tecnica riconducibile a un possibile testa e spalle rovesciato, che avrebbe potuto favorire un recupero del Nasdaq (-1.46% ytd) in area 23'300 punti.

Il movimento atteso si è in buona parte materializzato, con l’indice che si è progressivamente avvicinato al target indicato. L’obiettivo non può ancora dirsi pienamente raggiunto ma la distanza residua appare ormai contenuta.

Nel complesso, la dinamica osservata rafforza la validità dell’impostazione tecnica individuata, pur richiedendo una conferma definitiva per considerare il pattern completamente sviluppato.


Questa settimana possiamo registrare con una certa soddisfazione il rientro dell’EuroStoxx 50 (+2.33% ytd) all’interno del canale ascendente avviato circa un anno fa: è un segnale tecnico che contribuisce a rafforzare il quadro di fondo.

L’area dei 5'500 punti ha svolto un ruolo chiave, fungendo prima da solido supporto e successivamente da trampolino per la ripartenza del movimento. Il successivo superamento al rialzo delle tre principali medie mobili rappresenta un ulteriore elemento costruttivo che lascia ipotizzare una possibile riaccelerazione della dinamica positiva nel breve termine.

A supporto di questo scenario si osserva anche un incremento dei volumi, segnale che conferma una partecipazione più ampia degli operatori al movimento in atto e ne rafforza la credibilità.



Il superamento, seppur marginale, della resistenza in area 13'070 punti da parte dello SMI (-0.63%ytd) rappresenta già un segnale tecnico incoraggiante.

Il movimento si è tuttavia arrestato in prossimità della linea di supporto del canale ascendente, senza riuscire — almeno per il momento — a rientrarvi. Ne deriva un’impostazione tecnica ancora interlocutoria, molto simile a quella osservata sullo S&P 500.

In questo contesto, la prossima settimana sarà particolarmente rilevante per verificare la capacità dell’indice di consolidare il recupero e rientrare nel canale, rafforzando così il quadro tecnico di breve termine. Un eventuale miglioramento del contesto geopolitico potrebbe rappresentare il catalizzatore necessario per favorire questo passaggio.

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È ragionevole ritenere che un eventuale accordo proveniente dall’area pakistana, con implicazioni rilevanti sul fronte energetico e quindi sul prezzo del petrolio, possa incidere in modo significativo anche sulla dinamica del dollaro.

In tale scenario una normalizzazione — o riduzione — delle tensioni sui prezzi dell’energia potrebbe contribuire ad attenuare le pressioni inflattive e, di riflesso, ridimensionare il sostegno attualmente offerto al biglietto verde.

Alla luce di queste considerazioni, non si può escludere l’opportunità di un progressivo alleggerimento dell’esposizione al dollaro da valutare tuttavia con attenzione alla luce dell’evoluzione concreta del contesto geopolitico.



Anche nei confronti dell’euro il dollaro sta iniziando a mostrare alcuni segnali di indebolimento. Il recente superamento al rialzo delle tre principali medie mobili da parte del cambio EUR/USD rappresenta infatti un primo elemento tecnico a favore della valuta unica.

Qualora il contesto geopolitico dovesse evolvere verso una risoluzione delle tensioni, non si può escludere un’ulteriore estensione del movimento con il cambio che potrebbe riportarsi in area 1.19.

Si tratterebbe di un livello coerente con un progressivo ridimensionamento della forza del dollaro in un contesto di minori pressioni inflattive e di una possibile normalizzazione delle aspettative sui tassi soprattutto se pensiamo che la moneta unica può beneficiare (forse) di 3 aumenti dei tassi nei prossimi 12 mesi.



Il cambio EUR/CHF si è portato leggermente al di sopra della resistenza in area 0.9216, un primo segnale tecnico di rafforzamento della valuta unica che sembra sostenuta pure dall'idea di tre possibili aumenti dei tassi nel 2026.

Un eventuale superamento deciso anche della media mobile dei 200 giorni (linea blu) rappresenterebbe un passaggio particolarmente significativo, in quanto aprirebbe spazio per un’estensione del movimento verso area 0.93.

Resta tuttavia da monitorare l’eventuale ingresso in territorio di ipercomprato che potrebbe, temporaneamente, limitare la portata del rialzo senza necessariamente comprometterne l’impostazione di fondo.




È evidente come il Bitcoin sia entrato in una fase di consolidamento, caratterizzata da un movimento laterale all’interno di un canale ben definito, con un supporto in area 62–63'000 dollari e una resistenza significativa in prossimità dei 75'000 dollari.

In questo contesto riteniamo opportuno mantenere un approccio attendista: valuteremo un eventuale ingresso solo in presenza di una rottura convincente della resistenza posta a 75'000 dollari, segnale che confermerebbe la ripresa del trend rialzista.





Un eventuale indebolimento del dollaro potrebbe fornire ulteriore supporto al recente rimbalzo del prezzo dell’oro innescatosi in prossimità del livello tecnico di 4'370 dollari per oncia.

Ad oggi il metallo prezioso ha recuperato circa il 50% della correzione registrata nel mese di marzo. Il completamento di questo movimento — che permetterebbe il recupero della restante metà — potrebbe concretizzarsi qualora il prezzo del petrolio dovesse riportarsi in modo più deciso al di sotto della soglia dei 100 dollari al barile e stabilizzarsi su tali livelli.

Buona domenica!


Ecco le 10 condizioni iraniane che, a quanto ci è dato sapere, fungono da canovaccio durante il bilaterale tra USA e Iran:


  • Patto di non aggressione USA
    Garanzie vincolanti che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran in futuro; inclusa la cessazione degli attacchi israeliani contro Hezbollah.
  • Controllo dello Stretto di Hormuz
    Monitoraggio del traffico navale da parte delle forze iraniane (eventualmente con l’Oman), invece della piena libertà di navigazione.
  • Riconoscimento del programma nucleare iraniano
    Diritto all’arricchimento dell’uranio per fini civili.
  • Rimozione delle sanzioni internazionali
    Eliminazione immediata di tutte le sanzioni (primarie e secondarie) e sblocco dei fondi iraniani all’estero.
  • Fine delle misure dell’AIEA
    Stop ai controlli e alle restrizioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sui siti nucleari iraniani.
  • Compensi di guerra
    Risarcimenti per i danni causati dai bombardamenti USA e israeliani, soprattutto su infrastrutture civili.
  • Pedaggio sullo Stretto di Hormuz
    Introduzione di una tassa di transito per le navi (anche fino a ~2 milioni di dollari), da condividere con l’Oman.
  • Ritiro delle forze USA dal Golfo
    Smantellamento della presenza militare americana nella regione.
  • Protezione degli alleati regionali
    Garanzie per Hezbollah, Houthi e milizie sciite: niente sanzioni né attacchi contro di loro.
  • Ratifica internazionale dell’accordo
    Approvazione formale da parte del Consiglio di Sicurezza ONU per dare legittimità globale all’intesa.


Alla luce delle condizioni attualmente sul tavolo, le probabilità di giungere a un accordo pienamente soddisfacente per entrambe le parti nel breve periodo appaiono piuttosto contenute. Le richieste avanzate dall’Iran si configurano infatti come una piattaforma negoziale ampia e per certi aspetti difficilmente conciliabili, almeno nella sua interezza, con le posizioni statunitensi.

È quindi più realistico attendersi un percorso graduale, basato su compromessi parziali e progressivi, piuttosto che un’intesa complessiva immediata. In questo contesto, eventuali sviluppi positivi potrebbero concretizzarsi inizialmente sotto forma di misure limitate — ad esempio un allentamento selettivo delle sanzioni o una de-escalation sul piano militare — in grado di favorire una stabilizzazione del quadro senza risolvere completamente le divergenze di fondo.

Per i mercati, ciò implica che eventuali segnali di apertura verranno probabilmente anticipati e amplificati, pur in presenza di un processo negoziale ancora lungo e incerto, che continuerà a richiedere conferme nel tempo.

Godetevi la giornata!









domenica 5 aprile 2026

Navigare a vista

Se non avete le idee in chiaro, sappiate che siete in abbondante compagnia. D’altronde il Commander in Chief dell’esercito americano — impegnato un giorno a levare le tende dal ginepraio mediorientale esortando gli europei, se vogliono il petrolio, "ad andare a prenderselo da soli"  mentre il giorno dopo, compiendo un ribaltone,  ritorna a minacciare l’Iran "di riportarlo all’età della pietra" radendo al suolo tutto ciò che c’è da abbattere — non aiuta di certo noi investitori a dissipare l’unica cosa di cui siamo sicuri e che abbonda nei report di pressoché tutta la comunità finanziaria internazionale.

Stiamo ovviamente parlando di quell’incertezza che, se fosse stata programmata a tavolino, sarebbe nella sua diavoleria quasi da ammirare. In realtà temiamo che sia dettata più dal caso, così come dal caso sembra essere guidato il conflitto mediorientale — e non solo quello — in un contesto globale in cui le variabili geopolitiche si moltiplicano, le reazioni dei mercati diventano sempre più erratiche e la visibilità sugli scenari futuri si riduce a un orizzonte sempre più corto costringendo noi investitori a navigare a vista.

Questo tipo di navigazione in ambito finanziario significa adottare un approccio decisionale privo di traiettorie di lungo periodo chiaramente definibili, con il rischio di sostituire la previsione — fondamentale per non procedere a tentoni — con un adattamento continuo del nostro operato alle condizioni contingenti dove l’obiettivo primario diventa quello minimo e banale della preservazione del capitale ma che al lato pratico per essere raggiunto richiede disciplina, lucidità e una capacità di lettura del contesto tutt’altro che scontata. 

In queste situazioni l'esperienza ci suggerisce di evitare le vendite sull’onda del panico: analizziamo invece con attenzione ciò che di valido abbiamo nel portafoglio e interveniamo in modo selettivo, alleggerendo solo quegli asset che riteniamo meno resilienti e con minori probabilità di recupero una volta normalizzato il quadro, per poi riallocare il capitale verso opportunità più solide e con migliori prospettive. A dirla tutta, le vendite che abbiamo ritenuto opportuno effettuare in queste ultime settimane sono state piuttosto contenute. 

Un'altro problema che segue le vendite forzate a piene mani - questo vi sembrerà strano -  è costituito dal rientro nel mercato una volta che se n'è usciti: la scelta del timing è difficile da definire e spesso quando si rientra si è già in marcato ritardo. In caso di dubbi adottiamo comunque qualche tecnica che, sfruttando la volatilità elevata, ci  permette di essere nel mercato senza sborsare cifre importanti e ci da la possibilità di limitare i danni se le tempistiche per il rientro non sono quelle giuste. Se siete interessati sentiamoci...

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Vogliamo ora portare alla vostra attenzione questa vignetta di Kal pubblicata dall'Economist. Guardatela bene:


Il geniale vignettista dell’Economist riesce a sintetizzare con straordinaria efficacia ciò che sta accadendo in Iran; peccato però che questa vignetta risalga al 2012 (!), in piena fase di tensione sul nucleare iraniano e sulle sanzioni occidentali che ne seguirono. È una rappresentazione brillante di un concetto chiave che dovremmo sempre tenere ben presente: alcune crisi geopolitiche non sono facilmente estirpabili perché si configurano come sistemi autoreferenziali che si autoalimentano nel tempo.

Queste dinamiche non tendono a risolversi in modo definitivo ma piuttosto a riassestarsi attraverso fasi di attenuazione, compromesso o shock esterni; tra questi annoveriamo anche un attacco militare che, per essere realmente risolutivo, non deve limitarsi a prevalere sul piano tattico ma deve incidere in modo significativo sull’equilibrio complessivo del sistema. A prima vista — pur con tutta la cautela del caso — quanto sta accadendo oggi in Iran potrebbe configurarsi come un successo tattico americano senza però intravedere alcun cambiamento sostanziale dell’assetto di fondo che resta purtroppo saldamente nelle mani degli ayatollah.

In questo contesto, un eventuale disimpegno americano rischierebbe di riportarci esattamente al punto di partenza con l'aggravante che lo Stretto di Hormuz non è ancora aperto, il petrolio naviga sopra la linea dei 100$, il sistema estrattivo mediorientale è stato danneggiato e ci vorranno anni per riportarlo alla piena efficienza per non parlare dell'insicurezza che si è instaurata nei Paesi che si affacciano sul Golfo Persico. In queste condizioni fra 14 anni il vignettista dell'Economist potrebbe limitarsi a riproporre la stessa immagine con minime modifiche per descrivere un sistema che finirebbe per assomigliare in modo sempre più inquietante a un vero e proprio moto perpetuo. Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo a Trump...

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Ok, basta filosofeggiare e passiamo alle cose più concrete.


Come sapete da quanto è scoppiata la guerra iraniana, che poi direttamente o indirettamente ha coinvolto tutta la regione Mediorientale, l'unica cosa che veramente ci interessa seguire, per capire come reagiranno i mercati azionari, sono i prezzi del petrolio. Grande attenzione la riserviamo al Brent, che fa da riferimento su scala mondiale, e non manchiamo di osservare anche il WTI che intercetta il prezzo del petrolio domestico americano. Le quotazioni di questi due tipi di petrolio sono di norma indirettamente correlate con l'indice S&P500 e oggi abbiamo voluto testare la solidità di questo rapporto: nel grafico Brent (Co1) e WTI (Cl1), che si comportano in modo molto simile, mostrano in effetti di avere, almeno dal 2021 ad oggi,  una notevole correlazione inversa con lo S&P500 (linea rossa): infatti quando i primi salgono lo S&P scende e viceversa. 

Ecco perché, se il prezzo del petrolio rimarrà troppo a lungo sopra i 100$, potremmo assistere ad una discreta correzione del mercato azionario americano (che influenzerà pure le altre borse mondiali), correzione che se osservate bene (ovale viola) potrebbe già essere iniziata.



Mercoledì  1° aprile il prezzo di entrambi i benchmark petroliferi aveva temporaneamente ritracciato, sulla scia delle dichiarazioni di Trump che lasciavano intravedere la possibilità — forse non troppo remota — di una de-escalation del conflitto (ovale rosso). Abbiamo voluto crederci ma in realtà siamo ben consapevoli che una risoluzione non è imminente. È infatti bastato che il giorno dopo Trump evocasse l’ipotesi di “riportare l’Iran all’età della pietra” per spingere nuovamente il prezzo del barile oltre i 100 dollari. Inoltre, alla luce delle recenti tensioni sul campo (due aerei da combattimento americani sono stati abbattuti), il timore è che i tempi di una soluzione si allunghino sensibilmente ben oltre quanto inizialmente auspicato. Trump ha comunque dato tempo all'Iran fino a lunedì 6 aprile per riaprire lo Stretto di Hormuz e se resterà chiuso, "sarà l'inferno" .

Di certo la cosa non piacerà neppure agli americani. Il Brent normalmente quota più del West Texas Intermediate perché è più liquido e globale; quando però il WTI lo supera (vedi cerchio rosso), significa che le condizioni locali negli Stati Uniti — tra scorte, domanda e vincoli logistici — risultano temporaneamente più tese rispetto al mercato internazionale a cui si sommano dinamiche di posizionamento sui futures che amplificano il movimento relativo.

Ora mettiamoci nei panni del consumatore americano al quale da anni viene ripetuto che gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica: scoprire di non essere affatto immuni alle tensioni del mercato petrolifero internazionale non è esattamente ciò che si aspettava ed è tutt’altro che rassicurante. Il rafforzamento del WTI si trasmette rapidamente ai prezzi alla pompa, comprimendo il potere d’acquisto e inducendo comportamenti più prudenti nei consumi. Non è una situazione facile da digerire e temiamo che gli entusiasmi del Presidente (“stiamo facendo un sacco di soldi con il petrolio a questi livelli”) contino ben poco per il consumatore medio. All'aumento del costo della benzina si aggiunge quello dei fertilizzanti, delle materie prime e degli alimentari con un effetto poco simpatico sull'inflazione che spingerà verosimilmente il costo del denaro americano verso l'alto. Poi, in un attimo, si arriverà alle elezioni di midterm e sarà allora che si misurerà concretamente il sentiment degli americani nei confronti della sua leadership e se queste sono le premesse... 

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Per oggi ci fermiamo qui. È Pasqua e non vogliamo rovinarvi la giornata di festa. Vale comunque la pena segnalare che negli ultimi giorni sono stati pubblicati diversi dati macro che indicano come l’economia americana, nel complesso, continui a mostrare una buona tenuta. Ci ritorneremo con maggiore attenzione ma per il momento il focus resta sul petrolio. Qualcuno si sarà anche accorto che Trump sta di nuovo introducendo dazi (15%) sui farmaci che arrivano dall'estero: vedremo presto se vi saranno delle conseguenze. Affaire a suivre.

Passeremo in rapida sequenza i soliti grafici utili ad evidenziare come i mercati azionari, nonostante il contesto, non siano poi così fragili come la situazione potrebbe far pensare:


Le due borse americane insieme a quella tedesca sono quelle che mostrano la peggior performance ma se pensiamo che quelle americane, per 3 anni consecutivi, sono salite di oltre il 20% all'anno una correzione di 4-5 punti percentuali è ben poca cosa. Bene invece una buona parte delle borse europee che sono ritornate addirittura in positivo. 



Non scordiamoci che il Fear & Greed Index, malgrado sia quasi raddoppiato dalla scorsa settimana , marca ancora molto male! E' vero che fa riferimento soprattutto alla realtà americana ma insomma, meglio esser ancora prudenti.



Questa settimana lo S&P 500 (-3,84% YTD) è riuscito a lasciarsi alle spalle la condizione di ipervenduto riportandosi al di sopra della soglia di supporto dei 6.500 punti. I volumi restano tuttavia poco convincenti, segnale di una prudenza ancora diffusa tra gli investitori,  che sono in attesa di vedere se domani, 6 aprile, l'inferno si aprirà sotto i piedi degli iraniani...



Anche il Nasdaq (-5,86% YTD) si è allontanato dalla scomoda condizione di ipervenduto e sta tentando di riportarsi sopra la soglia dei 22.000 punti. Qualora riuscisse a consolidare il superamento di questo livello, azzardiamo — davvero con tutte le cautele del caso — una possibile lettura tecnica: sembra infatti delinearsi un accenno di testa e spalle rovesciato. In tale scenario, un obiettivo potenziale potrebbe collocarsi in area 23.500 punti, non distante dai massimi storici… sempre che il contesto geopolitico non torni a rimettere tutto in discussione.



Bene anche l’EuroStoxx 50 (-1,70% YTD), che ha testato e confermato il supporto in area 5.500 punti, rimbalzando con volumi in lieve aumento. Il prossimo passaggio chiave sarà il tentativo di rientrare nel canale ascendente formatosi circa un anno fa: un segnale costruttivo in tal senso potrebbe arrivare dal superamento al rialzo della media mobile a 100 giorni (linea verde).



Anche per lo SMI ( -2.15% YTD) la settimana è stata tutto sommato positiva: l’indice si sta riportando a ridosso della resistenza in area 13.070 punti. Un segnale più costruttivo potrebbe arrivare già dalla prossima settimana, qualora riuscisse a superare al rialzo la media mobile a 100 giorni (freccia rossa), rientrando così nel canale ascendente. Resta tuttavia da valutare l’impatto delle eventuali misure statunitensi sui farmaci importati che potrebbero rappresentare un elemento di rischio per il settore farmaceutico svizzero.

Non ci resta che sperare che domani non si arrivi davvero a un’escalation incontrollata della guerra. Nelle ultime ore è inoltre circolata la notizia di un possibile ricovero del Presidente, ipotesi che qualcuno ritiene plausibile alla luce dell’età e dello stress a cui è sottoposto; al momento, tuttavia, la Casa Bianca ha già smentito ufficialmente e, in assenza di conferme, è opportuno trattare queste informazioni con la dovuta cautela.


Buona Pasqua!

domenica 29 marzo 2026

La frittata è servita!


Quando si parla di frittata, il pensiero corre inevitabilmente alla più celebre di tutte: quella che il ragioniere Ugo Fantozzi — nato dalla sagace penna di Paolo Villaggio negli anni ’70 — si fa servire dalla moglie Pina mentre in televisione va in onda la partita di qualificazione ai Mondiali tra Italia e Inghilterra.

Trattasi di una frittatona alle cipolle, di cui Fantozzi va pazzo, accompagnata da una birra Peroni ghiacciata formato famiglia e consumata con l’immancabile copertina della nonna distesa sulle ginocchia.

Naturalmente non possono mancare il tifo indiavolato e il rutto libero: quest’ultimo, catartico e autentico, è simbolo di quella totale libertà di cui Fantozzi gode purtroppo soltanto tra le mura domestiche. Per la generazione di noi boomers Villaggio, con i suoi libri e i film,  è stato per molti fonte di grande divertimento e sulle frittate della Pina di tanto in tanto ci facciamo ancora una bella risata.

Oggi però parliamo metaforicamente di un'altra frittata - per nulla esilarante -  che ci viene servita da oramai quattro settimane:  è quella mediorientale che sta diventando stucchevole e decisamente indigesta, complice il prezzo del Brent ostinatamente ancorato sopra i 100 dollari al barile e che non ha alcuna intenzione di scendere! Oramai tuorlo e albume sono intimamente legati e tornare indietro non si può: possiamo solo guardare avanti e quello che vediamo non ci fa assolutamente ridere...

La settimana appena conclusa ha offerto ai mercati un classico esempio di “illusione diplomatica” rapidamente riassorbita dai fatti. L’avvio, lunedì, è stato caratterizzato da un temporaneo allentamento delle tensioni con il rinvio di alcune iniziative militari da parte degli Stati Uniti che ha alimentato aspettative di de-escalation e riportato il Brent sotto la soglia psicologica dei 100 dollari; i mercati in tarda mattinata si sono ringalluzziti ma è durato poco. Martedì gli americani recapitano all'Iran, attraverso l'intermediazione del Pakistan, una lista di 15 richieste che, se accettate, farebbero cessare le ostilità; gli iraniani controbattono con 5 richieste ben precise (per chi è interessato al contenuto delle richieste può trovare un riassunto dopo i saluti). Se ne deduce che le due parti sono agli antipodi e probabilmente la frittata a qualcuno resterà sullo stomaco... 

Infatti, già a partire da metà settimana, il quadro si è progressivamente deteriorato. Le indiscrezioni su un possibile piano negoziale non hanno trovato riscontro concreto, mentre l’Iran ha mantenuto una posizione rigida, accompagnata da segnali operativi tutt’altro che concilianti. Il risultato è stato un rapido ritorno del premio per il rischio geopolitico rispedendo il Brent stabilmente sopra i 100 dollari con punte fino ai 119 $. 

Il passaggio chiave è stato il progressivo ridimensionamento della credibilità di una tregua nel breve termine. Il mercato, che inizialmente aveva provato a prezzare uno scenario di normalizzazione, ha dovuto rapidamente ricalibrarsi su una realtà più complessa: non tanto un’escalation immediata e incontrollata, quanto piuttosto un conflitto destinato a protrarsi.

In questo contesto il vero elemento dirimente non è rappresentato dalle dichiarazioni politiche, bensì dalla funzionalità dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita una quota rilevante dell’offerta globale di greggio. Anche un’interruzione parziale o selettiva è sufficiente a sostenere livelli elevati del prezzo del petrolio rendendolo il principale indicatore sintetico del rischio macro-finanziario globale. 

Il quadro si completa con gli attacchi mirati condotti dall’Iran contro i siti di produzione nell’area del Golfo Persico i cui danni — con il passare dei giorni — si stanno rivelando ben più gravi di quanto potesse apparire a una prima superficiale lettura. Un elemento che inevitabilmente allunga, anche in modo significativo, i tempi necessari per un ritorno — se mai sarà possibile — alle condizioni precedenti al conflitto.

Per gli investitori le conseguenze sono chiare: il mercato sta progressivamente spostando il proprio focus dall’evento alla durata. Un Brent stabilmente sopra i 100 dollari introduce pressioni inflattive non trascurabili e limita i margini di manovra delle banche centrali riaprendo scenari che, per intensità e natura, richiamano dinamiche tipiche degli shock energetici del passato.

In sintesi, la settimana ha segnato il passaggio da una narrativa di possibile soluzione ad una più realistica: il rischio geopolitico non è più un fattore episodico ma una variabile strutturale con cui i mercati dovranno convivere nel prossimo futuro.



La presa di coscienza da parte dei mercati che qualche cosa non sta andando per il verso giusto è ben rappresentato dal VIX che venerdì è tornato sopra il 30...




...e pure il Fear & Greed Index è ulteriormente peggiorato passando dal 15 della scorsa settimana al 10 di venerdì sera.


Di cosa i mercati hanno paura è relativamente semplice spiegarlo:



L’economia globale continua a richiedere poco più di 106 milioni di barili di petrolio al giorno, un livello che, nonostante la crescita delle rinnovabili, rimane strutturalmente elevato. La crescente domanda energetica legata alla digitalizzazione — inclusi intelligenza artificiale e infrastrutture legate al mondo crypto — suggerisce che, almeno nel medio termine, il fabbisogno di energia tradizionale resterà significativo.

In condizioni normali, i Paesi del Golfo Persico producono circa 22–25 milioni di barili al giorno, di cui una quota prossima ai 20 milioni transita attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici globali.

Una parte rilevante di questi flussi è destinata all’Asia, con la Cina che assorbe circa un quarto del greggio in transito. Tuttavia le recenti tensioni e i danni alle infrastrutture stanno introducendo frizioni significative, sia sul lato produttivo sia su quello logistico, riducendo la disponibilità effettiva di petrolio sul mercato globale.

Più che a una scomparsa totale dei volumi, il sistema si trova oggi di fronte a una combinazione di interruzioni, rallentamenti e riallocazioni dei flussi sufficiente però a generare uno squilibrio rilevante tra domanda e offerta.

Nel breve termine le riserve strategiche di molti Paesi possono contribuire a compensare la riduzione dell’offerta ma si tratta di una soluzione necessariamente temporanea e limitata a poche settimane. Successivamente il problema potrebbe assumere dimensioni decisamente più rilevanti: una contrazione nell’ordine del 15% della produzione giornaliera rappresenterebbe infatti uno dei più gravi shock di offerta mai osservati.

A titolo di confronto, le crisi petrolifere degli anni ’70 comportarono una riduzione dell’offerta globale nell’ordine del 4–5%, mentre nel periodo 2020–2022 lo squilibrio fu determinato principalmente da un crollo della domanda — legato alla pandemia — e risultò quindi rapidamente riassorbibile con la normalizzazione dell’attività economica.



Ora la domanda più importante, ammesso e non concesso che questa guerra finirà presto, è capire quanto tempo ci vorrà per ritornare ad una certa normalità. Abbiamo chiesto a ChatGPT di stimare i danni fatti dagli attacchi iraniani ai siti di produzione (petrolio e gas) attorno all'area del Golfo Persico e quanto tempo ci vorrà per un ripristino delle estrazioni. Ecco la risposta :

1. Normalità logistica minima: settimane / pochi mesi
Se il conflitto finisse presto e Hormuz venisse riaperto davvero, Barclays vedeva una possibile normalizzazione del traffico già entro inizio aprile in uno scenario favorevole; Kuwait Petroleum dice che, anche con stop immediato delle ostilità, servirebbero comunque 3-4 mesi per riportare la produzione pienamente a regime. 

2. Normalità industriale sugli impianti: da mesi a qualche anno
Reuters parla di oltre 25 miliardi di dollari di riparazioni/restoration e aggiunge che il ripristino richiederà anni. Per gli asset meno danneggiati puoi ragionare su 3-12 mesi; per hub complessi come LNG, GTL, grandi raffinerie e sistemi integrati export-processing, la forchetta realistica è più vicina a 1-3 anni

3. Normalità di mercato e premio geopolitico: molto più lunga
Qui la vera risposta è la più scomoda: Reuters scrive che i mercati oil & gas porteranno un Middle East risk premium per anni, se non decenni. Quindi anche quando i flussi fisici torneranno, il prezzo “politico” del barile potrebbe non normalizzarsi rapidamente. 

Riassumendo:
per la produzione e export fisico: 3-12 mesi nei casi leggeri, 1-3 anni nei casi pesanti;
vera normalità di prezzo, assicurazioni, noli e risk premium: più probabilmente 3-5 anni, e in alcuni segmenti anche oltre. Questa non è una previsione certa ma un’inferenza coerente con i danni già osservati, i costi di riparazione e il fatto che la regione uscirà da questa crisi con un premio di rischio strutturalmente più alto. 

E qui la frittata prende la forma di un enorme pasticcio che facciamo ancora fatica a comprendere nella sua complessità. Ma una prima reazione la stiamo già testando da diverse settimane:



Il Brent ha già sfiorato i 120 dollari al barile, chiudendo la settimana a 112. In assenza di una rapida soluzione al conflitto e a fronte di uno shock di offerta di questa entità, non è difficile ipotizzare un movimento verso area 140–150 dollari se non oltre.

È possibile (anzi sperabile)  che tale scenario non si materializzi ma la narrativa che attualmente domina i mercati è piuttosto chiara: un rialzo così marcato del prezzo dell’energia per parecchio tempo riaccenderebbe inevitabilmente le pressioni inflattive, obbligando le banche centrali a mantenere i tassi su livelli elevati più a lungo del previsto se non addirittura costringendole ad aumentarli.


I mercati si stanno già posizionando in merito e il decennale americano è prossimo al 4.5% (4.42%) e quello tedesco ha superato il 3%. A reagire con maggior reattività sono comunque i tassi a breve che sono in effetti quelli controllati dalle banche centrali.

Il rischio è quindi quello di un rallentamento significativo dell’attività economica fino a configurare uno scenario tipicamente associato alla stagflazione.

In questo contesto diventa cruciale comprendere se — e con quali strumenti — gli Stati Uniti saranno in grado di gestire una dinamica che più che l’intensità dello shock è la sua durata a rappresentare la vera incognita per i mercati. Intanto gli americani stanno spostando migliaia di uomini verso lo scenario di guerra: serviranno pure a qualcosa! Fino a quando non sapremo cosa gli americani hanno in mente non siano tranquilli...

***


Come l'hanno presa i mercati azionari? Evidentemente non bene:


Le perdite da inizio anno iniziano ad essere consistenti ma allo stato attuale ancora recuperabili soprattutto se si trovasse una soluzione rapida al conflitto. Il Nasdaq è prossimo al -10% ytd e potrebbe segnare l’ingresso del mercato in una fase di correzione: per il momento il movimento è ancora fisiologico ma potrebbe riflettere un cambiamento nella percezione del rischio e può rappresentare l’anticamera di dinamiche più profonde qualora il quadro macro dovesse deteriorarsi ulteriormente.

Anche per questa settimana limiteremo i commenti tecnici allo stretto necessario in attesa di un ritorno a dinamiche di mercato più normali. Si raccomanda pertanto un approccio particolarmente prudente nella loro interpretazione.


Lo S&P 500 (-6,96% ytd) ha purtroppo rotto il supporto in area 6.500 punti e si sta rapidamente dirigendo verso il successivo livello, individuabile non prima dei 6.100; 4-5 punti percentuali possono ancora essere facilmente persi. La media mobile a 50 giorni sta incrociando al ribasso quella a 100 giorni, generando un segnale tecnico poco incoraggiante. Il mercato si trova ormai in territorio di ipervenduto, ma il contesto attuale suggerisce che tale condizione potrebbe protrarsi più a lungo del previsto.



Della dinamica del Nasdaq (-9.87% ytd) abbiamo già fatto cenno: il prossimo supporto si colloca in area 20.670 punti, livello la cui tenuta sarà determinante nel breve termine. Tra luglio e settembre 2025 si è sviluppata una fase di consolidamento (ovale nero) che potrebbe offrire un primo elemento di sostegno all’indice pur in un contesto che resta estremamente incerto.

 


Per quanto riguarda l’Eurostoxx 50 (-4.93% ytd) in condizioni normali il livello dei 5.500 punti rappresenterebbe un supporto convincente sul quale l’indice si è attestato in chiusura di venerdì. Resta tuttavia difficile stabilire se tale livello potrà essere confermato anche nella prossima settimana.



La volatilità della seduta di lunedì (freccia rossa)  è chiaramente visibile nel grafico dello SMI (-5.26% ytd). Nel complesso, il mercato svizzero ha evidenziato una relativa resilienza, chiudendo la settimana al di sopra dei minimi. La media mobile a 200 giorni (linea blu) si sta confermando come primo livello tecnico di supporto la cui tenuta sarà rilevante nel breve termine.


***



Le fasi di tensione geopolitica confermano ancora una volta il ruolo del dollaro come valuta rifugio. Il recente rafforzamento nei confronti del franco svizzero ha riportato il cambio in area di ipercomprato, un livello che non si osservava dalla fine del 2024.

Nel breve termine manteniamo il posizionamento, consapevoli tuttavia che un’eventuale e improvvisa de-escalation del conflitto potrebbe innescare un rapido movimento correttivo rendendo il dollaro uno dei primi candidati a prese di profitto.



Anche nei confronti dell’euro il dollaro mantiene una tendenza al rafforzamento; per il momento, tuttavia, il cambio non riesce a scendere stabilmente sotto quota 1,15. È quindi probabile una fase di movimento laterale, in linea con quanto osservato a partire da giugno 2025.


Un euro/chf ad un soffio dallo 0.92 non si vedeva da metà gennaio e questo farà sicuramente la felicità della BNS e di molti esportatori svizzeri. Rientrare nel canale trasversale delimitato dallo 0.9216 e dallo 0.9422 non sembra più una chimera...


Buona domenica (ricordatevi dell'ora legale!)


👉 la lista completa dei “15 punti USA” non è stata resa pubblica integralmente.
Quello che circola sui media è una ricostruzione per blocchi tematici, mentre le 5 richieste iraniane sono invece abbastanza chiare e confermate.

Faccio una sintesi strutturata e pulita.


🇺🇸 Le richieste degli Stati Uniti (ricostruzione dei 15 punti)

Le fonti concordano sui pilastri principali del piano (più che sui singoli 15 punti uno per uno):

1. Nucleare (cuore della proposta)

  • Smantellamento completo delle capacità nucleari
  • Distruzione/chiusura dei siti principali (Natanz, Fordow, Isfahan) 
  • Stop totale all’arricchimento dell’uranio 
  • Impegno a non sviluppare mai armi nucleari

2. Controllo internazionale

  • Supervisione dell’IAEA (Agenzia internazionale energia atomica)
  • Possibile trasferimento del materiale nucleare all’esterno 

3. Missili e sicurezza

  • Stop allo sviluppo di missili balistici 

4. Influenza regionale

  • Riduzione/cessazione del supporto ai gruppi alleati (Hezbollah, ecc.) 

5. Energia e logistica globale

  • Riapertura completa dello Stretto di Hormuz 

6. Cessate il fuoco

  • Tregua iniziale (circa 1 mese) per negoziare 

7. Contropartite USA

In cambio:

  • Revoca delle sanzioni nucleari
  • Supporto al nucleare civile iraniano
  • Normalizzazione progressiva dei rapporti 

👉 In sintesi:
disarmo strategico completo dell’Iran in cambio di reintegrazione economica.


🇮🇷 Le 5 richieste dell’Iran (più definite)

Queste sono molto più chiare e convergenti tra le fonti:

1. Stop immediato agli attacchi

  • Fine dei bombardamenti e degli “assassinii mirati” 

2. Garanzie di sicurezza

  • Impegni concreti che la guerra non riprenda 

3. Fine dei conflitti su tutti i fronti

  • Stop alle operazioni contro alleati iraniani (Hezbollah, ecc.) 

4. Risarcimenti

  • Pagamento dei danni di guerra 

5. Sovranità su Hormuz

  • Riconoscimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz 

👉 In alcune versioni si aggiungono richieste implicite:

  • fine delle sanzioni totali
  • mantenimento del programma missilistico
  • riduzione della presenza militare USA nel Golfo 

⚖️ Lettura strategica (importante)

Il motivo per cui i mercati sono nervosi — e il Brent resta alto — è evidente:

  • 🇺🇸 chiedono disarmo strutturale
  • 🇮🇷 chiedono sicurezza + compensazioni + sovranità

👉 Tradotto in linguaggio finanziario:

  • gli USA vogliono ridurre il rischio geopolitico a lungo termine
  • l’Iran vuole prezzo immediato + garanzie politiche

📌 Gap negoziale enorme → bassa probabilità di accordo rapido