domenica 5 luglio 2026

Meno inflazione del previsto

Venerdì in tarda mattinata ci stavamo chiedendo cosa avremmo potuto raccontare in questi Appunti Finanziari. Sul fronte geopolitico, infatti, il percorso verso un possibile trattato di pace tra Stati Uniti e Iran sembra essersi improvvisamente eclissato e dei negoziati, per lo meno sulla carta stampata, si sono perse le tracce. Qualche cosa comunque si sta muovendo:


Il traffico navale nello Stretto di Hormuz si sta lentamente intensificando...



...e il ribasso del petrolio è continuato anche questa settimana: siamo ad un nonnulla dalle quotazioni pre-conflitto (punti rossi). Gli effetti sulle aspettative d'inflazione al ribasso, come vedremo dopo, si stanno già facendo sentire.

Sul fronte dei mercati azionari, invece, la settimana si è progressivamente svuotata di spunti: per celebrare il 250° anniversario dell'indipendenza americana, gli Stati Uniti hanno di fatto anticipato il lungo fine settimana del 4 luglio e già dal pomeriggio di giovedì i volumi di scambio si sono sensibilmente ridotti, con molti operatori che hanno preferito chiudere le posizioni e rimandare ogni decisione alla settimana successiva. Venerdì 3 luglio i mercati americani sono rimasti chiusi.

Nonostante questo clima quasi prefestivo, il bilancio degli ultimi cinque giorni rimane nel complesso positivo. Come vedremo nei grafici, i principali indici azionari hanno consolidato i recenti rialzi, dimostrando una notevole capacità di assorbire sia l'incertezza geopolitica sia i timori legati ai tassi d'interesse. Ora l'attenzione si sposta interamente sulla stagione delle trimestrali che partiranno il 10 luglio con PepsiCo e Delta Air Lines e a seguire  il 14 con le banche e poi tutto il resto. Le aspettative degli analisti sono elevate e, dopo mesi di valutazioni generose, il mercato non si accontenterà di risultati semplicemente in linea con il consenso: serviranno utili superiori alle attese e, soprattutto, indicazioni convincenti da parte degli amministratori delegati e dei direttori finanziari sull'evoluzione della domanda, dei margini e degli investimenti nella seconda parte dell'anno.

In attesa che siano i numeri a parlare, proponiamo una breve riflessione su ciò che sembra stia maturando all'interno della Federal Reserve. E' importante. L'argomento è noioso e capiamo benissimo se avete voglia di passare subito ad altro: se così fosse, andate direttamente alla sezione dei grafici. 

Ma torniamo alla FED. Più che le prossime decisioni sui tassi, ci incuriosisce il cambiamento di paradigma che sembra emergere all'interno della banca centrale americana. Alcuni membri del Comitato appaiono infatti sempre più allineati con l'impostazione del nuovo presidente della Fed, segnale che potrebbe anticipare un diverso approccio alla politica monetaria nei prossimi anni. 

Per comprendere ciò che potrebbe cambiare alla Federal Reserve vale la pena soffermarsi sulla figura di Kevin Warsh, il nuovo presidente della banca centrale americana. Warsh non arriva dal mondo accademico, come molti dei suoi predecessori, ma da quello dei mercati finanziari. Dopo aver lavorato come banchiere d'investimento presso Morgan Stanley, è stato membro del Consiglio dei Governatori della Federal Reserve tra il 2006 e il 2011, vivendo in prima persona la grande crisi finanziaria del 2008. Successivamente ha continuato a seguire da vicino i mercati, l'economia e la politica monetaria come ricercatore e docente presso la Hoover Institution. Si tratta quindi di una figura che conosce molto bene il funzionamento dei mercati finanziari e il delicato equilibrio tra politica monetaria, aspettative degli investitori ed economia reale.

Nel suo recente intervento al forum delle banche centrali ( ECB Forum on Central Banking, Sintra 29.6 - 1.7 2026), Warsh ha lasciato intendere quale potrebbe essere la filosofia della nuova Fed. Il messaggio principale è stato che le decisioni di politica monetaria dovranno tornare ad essere guidate soprattutto dai dati economici via via disponibili (data dependent), piuttosto che da percorsi predefiniti annunciati con largo anticipo. In altre parole, ogni riunione dovrà essere affrontata senza pregiudizi, valutando di volta in volta inflazione, occupazione, produttività, condizioni finanziarie e andamento dell'economia nel loro complesso. È un approccio più pragmatico e flessibile, che riduce il rischio di restare vincolati a scenari formulati mesi prima in un contesto economico che può cambiare rapidamente.

In questo contesto è destinata a perdere importanza la forward guidance, ossia la pratica con cui una banca centrale comunica in anticipo ai mercati la probabile evoluzione futura dei tassi d'interesse per orientarne le aspettative e ridurre la volatilità. Se esiste un simbolo della forward guidance della Fed, questo è senza dubbio il dot plot: il grafico che, trimestralmente, ha orientato le aspettative degli investitori sul probabile percorso dei tassi d'interesse. Negli ultimi quindici anni questo strumento è diventato uno dei pilastri della comunicazione della banca centrale, ma Warsh sembra preferire una Fed meno impegnata a promettere ciò che farà fra sei o dodici mesi e più concentrata nel reagire tempestivamente alle informazioni che emergeranno. Se questo orientamento verrà confermato, i mercati dovranno probabilmente abituarsi a una politica monetaria meno prevedibile nelle parole, ma potenzialmente più credibile nei fatti.

Con una FED che adotta un approccio ancora più data dependent, l'attenzione del mercato si concentrerà ancora di più su un numero ristretto di indicatori macroeconomici in grado di modificare, di riunione in riunione, le aspettative sui tassi d'interesse.

I dati che la Fed osserverà con maggiore attenzione saranno probabilmente i seguenti:

  • Inflazione PCE Core – È l'indicatore preferito dalla Fed perché misura l'inflazione depurata dalle componenti più volatili (energia e alimentari). È il parametro più importante per valutare se l'obiettivo del 2% sia realmente raggiungibile.
  • Mercato del lavoro – Non solo il dato mensile sui nuovi occupati (Non-Farm Payrolls), ma anche il tasso di disoccupazione, la crescita dei salari orari, il tasso di partecipazione alla forza lavoro e il rapporto tra posti vacanti e disoccupati (JOLTS). La Fed vuole capire se il mercato del lavoro rimane troppo "tirato" o se sta rallentando in modo ordinato.
  • Aspettative d'inflazione – Gli indicatori ricavati dalle indagini dell'University of Michigan, della Federal Reserve Bank of New York e i cosiddetti breakeven inflation rates ricavati dal mercato obbligazionario. Se famiglie e imprese iniziano ad aspettarsi un'inflazione più elevata, la Fed tende a reagire rapidamente.
  • Consumi delle famiglie – La spesa per consumi rappresenta circa i due terzi del PIL americano. Vendite al dettaglio, reddito disponibile e dati sui consumi personali consentono di valutare la solidità della domanda interna.
  • Produttività e costo del lavoro – Un tema molto caro a Warsh. Se l'intelligenza artificiale e gli investimenti tecnologici riuscissero realmente ad aumentare la produttività, l'economia potrebbe crescere più rapidamente senza alimentare l'inflazione, consentendo alla Fed una politica monetaria meno restrittiva.
  • Condizioni finanziarie – Oltre ai dati macro, la Fed osserva attentamente i rendimenti dei Treasury, gli spread creditizi, il valore del dollaro, i mercati azionari e la disponibilità di credito. Un irrigidimento delle condizioni finanziarie può produrre effetti simili a un rialzo dei tassi.

La vera novità non sarebbe tanto quali dati verranno osservati – sono sostanzialmente gli stessi degli ultimi anni – quanto come verranno interpretati. La Fed potrebbe attribuire meno importanza alle previsioni formulate sei o dodici mesi prima e dare maggiore peso ai dati che arriveranno tra una riunione e l'altra. Questo significa trasformarla una banca centrale più flessibile e reattiva.

Per i mercati, la conseguenza è significativa: ogni pubblicazione di dati rilevanti (PCE, CPI, occupazione, salari, vendite al dettaglio o produttività) potrebbe avere un impatto maggiore sulle aspettative degli investitori, perché ogni report contribuirebbe a ridefinire la decisione della Fed alla riunione successiva, senza che il dot plot rappresenti una guida così vincolante come in passato.

Purtroppo appare chiaro che noi investitori  NON possiamo ignorare i dati macroeconomici soprattutto quelli provenienti dagli USA. Sappiamo che molti di voi questi dati li saltano a piè pari ma nei nostri Appunti appariranno giocoforza con maggior frequenza. 

Per oggi ci limitiamo al dato più importante pubblicato giovedì 2 luglio e che concerne la creazione di nuovi posti di lavoro non agricoli (Non-Farm Payrolls) per il mese di giugno:



I nuovi posti creati sono parecchio sotto le aspettative e secondo quanto pubblicato da Deutsche Bank con un dato simile " le speculazioni su un imminente rialzo dei tassi a luglio hanno continuato a placarsi. In effetti, le aspettative di mercato sono cambiate notevolmente nelle ultime 48 ore, anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Fed Warsh a Sintra mercoledì, secondo cui i rischi di inflazione si sono ridotti”.

Se poi affianchiamo agli NFP  la previsione di crescita in real time del Pil americano elaborata dalla FED di Atlanta...


...che si aspettava una crescita di tutt'altro genere
dell'economia americana...




... ecco, sommariamente spiegato, perché le probabilità di un rialzo dei tassi a fine mese da pare della FED si stanno riducendo molto rapidamente a zero. 

Anche in area Euro e in Svizzera i dati sull'inflazione pubblicati questa settimana sono stati nel complesso più favorevoli del previsto e rappresentano una buona notizia sia per la BCE sia per la Banca Nazionale Svizzera (BNS). Il filo conduttore è uno solo: il forte rialzo dell'inflazione osservato tra aprile e maggio, alimentato dall'impennata del petrolio durante il conflitto tra Israele e Iran, si è in parte riassorbito molto più rapidamente di quanto si temesse.

In Europa la stima preliminare di giugno ha mostrato che l'inflazione è scesa dal 3,2% al 2,8%, mentre il consenso degli economisti si attendeva un calo solo al 3,0%. Anche l'inflazione core è diminuita dal 2,6% al 2,4%, un segnale importante perché indica un rallentamento che va oltre la sola componente energetica. 

La discesa è stata abbastanza diffusa:

  • Germania: 2,4% (da 2,7%)
  • Francia: 2,0% (da 2,8%)
  • Italia: 3,1% (da 3,2%)
  • unica eccezione significativa la Spagna, rimasta al 3,6%

Anche le componenti dell'indice sono incoraggianti:

  • inflazione dei servizi: 3,2% (dal 3,5%);
  • energia: 8,7% (dal 10,8%);
  • alimentari: 1,6% (dall'1,9%). 

La situazione Svizzera è ancora più tranquilla. L'inflazione di giugno è scesa allo 0,5% annuo, dal 0,6% di maggio, con prezzi invariati rispetto al mese precedente (0,0% mensile). Il dato è perfettamente coerente con l'obiettivo della BNS, che considera coerente con la stabilità dei prezzi un'inflazione compresa tra 0% e 2%

Ancora più interessante è il fatto che:

  • l'inflazione importata è rallentata sensibilmente anche se il franco svizzero recentemente si è un po' indebolito.
  • la componente energetica, grazie al rapido raffreddamento del prezzo del petrolio,  sta perdendo rapidamente pressione. 

Che cosa significa per le banche centrali?

Per la BCE questi dati sono rassicuranti. Pur restando prudente, la banca centrale può guardare con maggiore serenità ai prossimi mesi perché il rischio che lo shock energetico si trasformi in inflazione persistente appare oggi meno elevato rispetto a poche settimane fa. 

( Nota di gossip finanziario: nei corridoi della BCE circolano voci su possibili dimissioni anticipate di Christine Lagarde dalla presidenza. Nulla di ufficiale ma il toto-nomine per la sua successione sembra essere già partito.)

Per la BNS la situazione è ancora più favorevole. Con un'inflazione allo 0,5% e prezzi importati in rallentamento, non esistono al momento pressioni tali da richiedere un irrigidimento della politica monetaria. 

Per entrambe le zone, l'inflazione in calo sta facendo del bene alle borse:


Chi l'avrebbe mai detto? La tanto vituperata Europa e i suoi mercati azionari stanno, almeno per il momento, facendo leggermente meglio di Wall Street. In realtà la sorpresa è solo parziale. Da diverse settimane osserviamo come le borse europee mostrino una forza relativa superiore alle attese e, dati alla mano, questa impressione trova ora una conferma concreta. Come si spiega questo cambio di passo?

Per anni gli investitori hanno considerato gli Stati Uniti l'unica vera destinazione per il capitale azionario: crescita economica più sostenuta, aziende tecnologiche dominanti e utili in costante aumento hanno giustificato valutazioni sempre più elevate. Nel 2026, tuttavia, qualcosa sta cambiando. Pur continuando a riconoscere la superiorità strutturale dell'economia americana, i mercati hanno iniziato a guardare con maggiore interesse all'Europa.

Il primo motivo è legato alle valutazioni. Dopo anni di sottoperformance, molte società europee trattano ancora con multipli decisamente inferiori rispetto alle loro concorrenti americane. Se lo S&P 500 continua a essere valutato oltre 23-24 volte gli utili attesi, gran parte dei listini europei si colloca ancora tra 14 e 16 volte. Questo significa che basta un miglioramento anche modesto del quadro macroeconomico perché gli investitori tornino a comprare Europa.

Il secondo fattore riguarda la politica monetaria. La BCE sembra ormai vicina alla fine del ciclo restrittivo, mentre negli Stati Uniti permane una maggiore incertezza sul percorso dei tassi. Se la Federal Reserve adotterà davvero un approccio sempre più data dependent, i mercati potrebbero dover convivere ancora a lungo con rendimenti obbligazionari elevati, un elemento che tende a comprimere le valutazioni azionarie.

Un terzo elemento è la composizione settoriale. Le borse europee sono meno dipendenti dai grandi titoli tecnologici e più esposte a banche, assicurazioni, industria e lusso. In una fase in cui il mercato ricerca valutazioni ragionevoli e dividendi elevati, questi settori stanno tornando ad attirare capitali. Non è un caso che proprio il comparto bancario europeo sia tra i migliori performer dell'anno.

Infine, c'è un aspetto spesso sottovalutato: i grandi investitori internazionali erano fortemente sovrappesati sugli Stati Uniti e sottopesati sull'Europa. È quindi bastato un lieve miglioramento delle prospettive economiche europee perché iniziasse un processo di riallocazione dei portafogli, con flussi che hanno sostenuto i mercati del Vecchio Continente.

Questo significa che l'Europa abbia definitivamente superato gli Stati Uniti? Probabilmente no. L'America continua a vantare un vantaggio significativo in termini di innovazione, produttività, sviluppo dell'intelligenza artificiale e capacità di generare utili. Tuttavia, dopo anni di dominio incontrastato di Wall Street, il 2026 potrebbe rappresentare una fase di riequilibrio, nella quale il premio pagato dagli investitori per acquistare azioni americane si riduce, mentre l'Europa torna a beneficiare di valutazioni più interessanti e di un graduale miglioramento del contesto economico.


***

Sembrava che per questa settimana ci fosse poco da dire ed invece ci siamo accorti che, come al solito, siamo andati lunghi. Quindi vi risparmiamo in commenti dei vari indici ed esponiamo semplicemente i grafici in modo tale che anche voi possiate vedere come  tutti mercati che seguiamo sono posizionati perfettamente all'interno del loro trend ascendente. Il movimento è palese e la lettura dei grafici è semplice.


S&P500 (+9.32% ytd)



Nasdaq (+11.15% ytd)



Eurostox50 (+10.73% ytd)



SMI (+8.72% ytd)


Vogliamo però spendere due parole in più per il dollaro e l'oro in quanto durante la settimana siamo stati sollecitati a prendere posizione.


Abbiamo incrociato l'evoluzione dell'oro da inizio anno (in color... oro, scala di sinistra) con l'evoluzione del DXY (il paniere che misura il dollaro nei confronti delle 6 principali valute internazionali, scala di destra):  a partire soprattutto dalla metà di maggio la correlazione inversa tra i due è più che evidente. 

Il progressivo venir meno delle pressioni inflazionistiche lascia intravedere una Federal Reserve meno restrittiva nei prossimi trimestri. Viene così a mancare uno dei principali fattori di sostegno del dollaro che, pur continuando a beneficiare di rendimenti ancora molto interessanti, ha ripreso a muoversi al ribasso. Questo contesto sta tornando a favorire l'oro, che beneficia sia dell'indebolimento della valuta americana sia della prospettiva di tassi reali meno penalizzanti per il metallo giallo. Il supporto dei 3950 $ per oncia che abbiamo evidenziato la scorsa settimana è significativo e solo una sua rottura al ribasso ci convincerebbe a vendere oro. Per il momento lo teniamo nei depositi.

Stiamo quindi alleggerendo progressivamente la nostra esposizione al dollaro americano, consolidando parte dei guadagni realizzati negli ultimi mesi.


Buona domenica!

domenica 28 giugno 2026

Settore tecnologico sotto osservazione


Nel corso delle ultime due settimane il dossier iraniano è passato dalla fase militare a quella diplomatica. Il 17 giugno Washington e Teheran hanno sottoscritto un memorandum d'intesa che ha formalizzato il cessate il fuoco e aperto una finestra negoziale di 60 giorni per trasformare la tregua in un accordo permanente. Il documento rappresenta un compromesso: gli Stati Uniti hanno accettato un primo alleggerimento delle sanzioni economiche, mentre l'Iran si è impegnato a consentire il ritorno degli ispettori dell'AIEA, a mantenere aperto lo Stretto di Hormuz e ad avviare negoziati sul proprio programma nucleare. 

Nei giorni successivi sono arrivati i primi passi concreti. Washington ha autorizzato per 60 giorni la ripresa delle esportazioni di petrolio iraniano, consentendo anche i servizi finanziari e assicurativi collegati, con l'obiettivo di creare un incentivo economico a favore del dialogo. Rimangono tuttavia numerosi punti irrisolti: le modalità di gestione delle scorte di uranio arricchito, la portata delle ispezioni internazionali, il futuro delle sanzioni e la sicurezza nello Stretto di Hormuz. Le dichiarazioni contrastanti provenienti da Teheran e dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica dimostrano come la fiducia reciproca sia ancora molto limitata e come i prossimi due mesi saranno decisivi per verificare se il memorandum potrà evolversi in un accordo stabile oppure rappresenterà soltanto una pausa temporanea nelle ostilità. 

Infatti venerdì Trump ha già accusato l'Iran di aver compiuto una "stupida" (foolish) violazione dell'accordo di cessate il fuoco in quanto avrebbe lanciato 4 droni kamikaze contro navi che stavano attraversando lo Stretto di Hormuz. Affaire à suivre...




Anche sul fronte libanese emergono i primi segnali di cambiamento. Tuttavia permane molta confusione e, nonostante l'accordo di pace, è ancora presto per affermare che l'ascia di guerra sia stata definitivamente sotterrata.

Comunque sia, per i mercati finanziari il principale effetto è stato il ridimensionamento del premio per il rischio geopolitico. La prospettiva di una riapertura stabile dello Stretto di Hormuz – a quanto pare in pochi giorni sono già transitati almeno 20 milioni di barili di petrolio –  ha contribuito ad attenuare le tensioni sul prezzo del greggio e ha favorito un miglioramento del sentiment degli investitori. La vera prova arriverà però durante la finestra negoziale di 60 giorni: ogni progresso sul fronte nucleare potrebbe sostenere ulteriormente gli asset rischiosi, mentre un eventuale fallimento dei colloqui riporterebbe rapidamente al centro dell'attenzione il rischio geopolitico. 



Godiamoci quindi il prezzo del petrolio ritornato in zona 70 $ al barile ma noi restiamo, come potete ben immaginare, sempre piuttosto vigili e dubbiosi sul fatto che il conflitto possa essere effettivamente risolto nei prossimi 60 giorni. Ergo, mantenere una quota di liquidità sui conti correnti superiore alla norma ha un suo perché.

Ovviamente vogliamo vivamente sperare che al conflitto mediorientale si trovi una soluzione definitiva in quanto sarebbe auspicabile uno stabile ritorno del prezzo del petrolio sotto i 70 $  che senz'altro contribuirebbe a riportare l'inflazione a livelli decenti.

A proposito di inflazione made in USA, giovedì è stato pubblicato il PCE yoy:

  • Personal Consumption Expenditures yoy: 4.1% (atteso: 4.1%; precedente: 3.8%)
Come ben sappiamo il PCE è l'indicatore d'inflazione preferito dalla FED ed era atteso, ma non poteva essere altrimenti, al rialzo; il 4.1%, in aumento dello 0.3% rispetto alla rilevazione precedente,  conferma le aspettative e quindi non ha generato reazioni particolarmente negative.

Anche perché:


i costi dell'energia tanto rapidamente sono saliti tanto velocemente stanno rientrando...



...e lo stesso vale per le materie prime. Qualora questo andamento dovesse consolidarsi è ragionevole attendersi un progressivo effetto disinflazionistico, non solo sull'economia statunitense ma anche su quella globale. 

Per entrambi questi indice non siamo ancora arrivati ai livelli  pre-conflitto ma non manca molto. Ciò non toglie che, per il momento, negli USA  il mercato si aspetta ancora 2 aumenti dei tassi per il 2026...


...  la probabilità che vengano aumentati già allla prossima riunione della FED del 29 luglio è attualmente del 29% e anche noi siamo dell'opinione che Warsh, considerato quanto sopra, vorrà attendere ancora qualche mese prima di pigiare sul pulsante del rialzo. Ad agosto si va tutti al mare, Banche Centrali comprese. Quindi è più probabile che se vi sarà un aumento, potrebbe concretizzarsi durante le riunioni di settembre e ottobre. A novembre ci sono le elezioni di midterm ma comunque sia la FED di norma NON si riunisce e difficilmente si alzano i tassi nell'ultima riunione di dicembre. Vedremo.


***


Vi sarete sicuramente accorti che le turbolenze che recentemente stanno caratterizzando il Nasdaq sono sempre presenti e nelle ultime due settimane sono addirittura aumentate. La cosa non ci lascia indifferenti in quanto una buona parte della spinta al rialzo delle borse degli ultimi anni arriva dal settore tecnologico e non vorremmo che la festa stia per finire. Vediamo se riusciamo a capire meglio cosa sta succedendo e perché:

  • Negli ultimi trimestri la corsa agli investimenti nell'intelligenza artificiale ha assunto dimensioni senza precedenti. I principali operatori tecnologici stanno destinando centinaia di miliardi di dollari alla costruzione di data center, infrastrutture di rete e capacità di calcolo, nella convinzione che la domanda di servizi AI continuerà a crescere a ritmi sostenuti. Il rischio, tuttavia, è che la capacità installata aumenti più rapidamente della domanda effettiva, generando un eccesso di offerta e una conseguente pressione sui prezzi dei servizi di calcolo e sui margini operativi. In uno scenario di questo tipo, il ritorno sugli ingenti capitali investiti potrebbe richiedere tempi molto più lunghi del previsto, costringendo le società a rivedere le aspettative di crescita e di redditività. Per gli azionisti ciò rappresenta un rischio non trascurabile: valutazioni oggi molto elevate incorporano ipotesi di crescita quasi perfette e lasciano poco margine di errore. Qualsiasi segnale di rallentamento della domanda o di rendimenti inferiori alle attese potrebbe tradursi in una significativa revisione delle quotazioni di mercato.
  • Uno dei rischi ancora poco considerati dell'intelligenza artificiale è la sua rapidissima obsolescenza. Modelli, algoritmi e applicazioni vengono superati nel giro di pochi mesi, costringendo aziende e investitori a continui aggiornamenti tecnologici e a ingenti investimenti. Questo fenomeno potrebbe rendere più difficile mantenere vantaggi competitivi duraturi, favorendo le società capaci di innovare con continuità e penalizzando invece quelle che non riescono a sostenere il ritmo dell'evoluzione tecnologica. Per gli investitori sarà quindi sempre più importante distinguere tra chi beneficia strutturalmente della rivoluzione dell'IA e chi rischia di esserne rapidamente superato. 

  • Un altro elemento che merita particolare attenzione è il rapido aumento dell'indebitamento di alcune delle principali società tecnologiche. Aziende che per anni hanno finanziato la crescita esclusivamente attraverso gli ingenti flussi di cassa generati dall'attività operativa stanno ora ricorrendo sempre più frequentemente al mercato obbligazionario e ai prestiti in generale per sostenere i colossali investimenti richiesti dall'intelligenza artificiale. Sebbene tali livelli di indebitamento rimangano oggi ampiamente sostenibili grazie a bilanci solidi e a una notevole capacità di generare cassa, il cambio di paradigma è significativo. Se i ritorni economici degli investimenti nell'AI dovessero rivelarsi inferiori alle attese o richiedere tempi più lunghi per concretizzarsi, l'aumento della leva finanziaria potrebbe tradursi in una maggiore pressione sui margini, sui rating creditizi e, di conseguenza, sulle valutazioni di mercato. Per gli azionisti ciò rappresenta un ulteriore elemento di rischio, soprattutto in un contesto in cui le quotazioni scontano già aspettative di crescita molto elevate. 
  • L'aumento dell'indebitamento assume particolare rilevanza nel contesto statunitense, dove il costo del capitale resta sensibilmente più elevato rispetto agli anni della politica monetaria ultra-espansiva. Sebbene molte aziende abbiano emesso debito a tassi favorevoli in passato, le nuove emissioni risultano oggi decisamente più costose e rischiano di comprimere gli utili attraverso un incremento degli oneri finanziari. Se i tassi dovessero rimanere elevati più a lungo del previsto, il costo del finanziamento dei giganteschi investimenti nell'intelligenza artificiale potrebbe diventare un fattore sempre più determinante nella valutazione delle società, riducendo la flessibilità finanziaria e aumentando il rischio di deludere le aspettative degli investitori. 
  • Facciamo l'esempio fresco fresco di SpaceX che ha appena raccolto 75 miliardi di dollari con la sua IPO ed ora chiederà al mercato altri 25 miliardi sotto forma di prestiti obbligazionari di durata e rendimenti assortiti: abbiamo calcolato la durata media ponderata delle obbligazioni in emissione in 10.28 anni e il costo medio del 5.85% annuo: significa che una volta che ha rimborsato, speriamo, tutto il debito la società avrà  pagato oltre 15 miliardi di soli interessi.  Un'emissione di questo tipo è estremamente impegnativa. Con un costo medio del capitale vicino al 6%, il progetto finanziato deve generare un ritorno sul capitale investito (ROI) significativamente superiore al 6% per creare valore per gli azionisti. Per quanto sia abituato, è una bella sfida anche per uno che si chiama Elon Musk!

  • Stabilire quindi quale sarà il reale valore delle società che in questo momento stanno creando le basi per lo sviluppo dell'AI futura sarà sempre più difficile e complesso, come dimostra lo schema elaborato da Morgan Stanley che mette bene in evidenza la problematica della circolarità che sempre più sta caratterizzando questo particolare ecosistema:




Infatti l''ecosistema dell'intelligenza artificiale si alimenta in modo circolare: le grandi aziende investono nelle infrastrutture, acquistano reciprocamente servizi e tecnologia e così facendo sostengono la crescita dei ricavi delle stesse imprese che finanziano. Bello, gli investimenti di una società diventano i ricavi di un'altra,  ma prima o poi da questo ecosistema quasi perfetto bisognerà uscire; non può durare per sempre... 


Ma forse la cosa che, nel brevissimo termine,  spiega meglio le turbolenze nel settore tecnologico sono le aspettative degli utili per il secondo trimestre 2026 delle famose Magnifiche 7

Partiamo dal principio che per lo S&P500, per quanto riguarda il trimestre in corso, sono attesi i seguenti numeri:

  • Utili per azioni atteso: mediana +14,4%, con  circa il 70% delle società in crescita

  • Ricavi attesi: mediana +2,6%, con circa il 69% delle società in crescita

Anche per questo trimestre i ricavi e soprattutto gli utili per azione sono attesi piuttosto corposi e questo è sicuramente un bene. Inizieremo a scoprirlo a partire dal 10 di luglio in poi.

Guardiamo ora le aspettativa per i Magnifici 7 che, se ben ricordate, negli anni e nei trimestri passati hanno sempre generato attese straordinarie:


Ma quando si è mai visto per i M7 che, pur in presenza di un aumento degli utili per azione e dei ricavi rispetto al trimestre precedente, le stime degli utili per azione del trimestre successivo vengano riviste al ribasso in misura così significativa (vedi % in rosso)?  E' molto probabile che gli investimenti e i debiti contratti per lo sviluppo dell'AI iniziano a farsi sentire!  Si tratta di un cambiamento che merita attenzione, perché i mercati finanziari non premiano tanto il livello assoluto degli utili quanto la loro dinamica futura. Un rallentamento delle aspettative di crescita può quindi tradursi in una contrazione dei multipli di valutazione, aumentando il rischio di correzioni delle quotazioni anche in presenza di risultati ancora positivi. Per gli azionisti ciò significa che, da questa fase in avanti, sarà sempre più importante la capacità delle aziende di sorprendere positivamente il mercato e di dimostrare che gli enormi investimenti effettuati, soprattutto nell'intelligenza artificiale, sono in grado di generare rendimenti concreti e sostenibili. Altrimenti, come stanno facendo Apple e Microsoft, bisogna iniziare a scaricare una parte di questi costi sui consumatori...  

Annotiamoci quindi le date di pubblicazione degli utili e iniziamo a incrociare le dita: tutto quello che verrà pubblicato sopra le stime sarà enfatizzato e viceversa. Dobbiamo però iniziare a guardare le Magnifiche 7 pensandole non solo come delle eterne galline dalle uova d'oro. 


***



Nel complesso i mercati azionari, che continuano a rappresentare il principale motore della performance dei portafogli (difficilmente quest'anno saranno le obbligazioni a fare la differenza), stanno mostrando una buona capacità di tenuta. L'indice di volatilità VIX è ormai da diverse settimane che evolve sotto quota 20, mentre il modello di Ned Davis continua a comportarsi esattamente come previsto. È un elemento che rafforza ulteriormente la fiducia nella validità del loro algoritmo, dimostratosi ancora una volta un prezioso strumento di analisi.

 Dobbiamo solo sperare che il 70% delle società dello S&P 500 riescano non solo a confermare la crescita degli utili attesa dagli analisti ma magari anche a superarne le stime. Se questo schema dovesse ripetersi, non vi sarebbero particolari motivi per attendersi spiacevoli sorprese dai mercati. L'attenzione sarà tuttavia concentrata sulle Magnifiche Sette, le uniche che potrebbero in effetti rinviare la festa...



Lo S&P 500 (+7.43% ytd)  continua a muoversi in una fisiologica fase di consolidamento, un'evoluzione tutt'altro che negativa dopo il forte rialzo degli ultimi mesi. L'indice rimane infatti saldamente inserito nel canale ascendente che ne caratterizza il trend di medio periodo. Prestiamo tuttavia particolare attenzione alla media mobile a 50 giorni (linea viola): dopo aver svolto efficacemente il ruolo di supporto per circa due settimane, è stata violata al ribasso con volumi di scambio superiori alla media. Si tratta di un segnale tecnico che potrebbe anticipare qualche ulteriore seduta di debolezza prima che il mercato ritrovi la forza per riprendere il trend rialzista di fondo.



È soprattutto il Nasdaq (+8.84% ytd)  a risentire della debolezza delle Magnifiche Sette e nelle ultime settimane ha perso parte dello slancio che aveva caratterizzato la prima parte dell'anno. In poco più di due settimane l'indice ha restituito quasi la metà dei guadagni accumulati dall'inizio del 2026. Sarà ora fondamentale verificare se, nel corso della prossima settimana, riuscirà a difendere il supporto psicologico e tecnico dei 25'000 punti.  Va comunque sottolineato che, almeno per il momento, il Nasdaq rimane saldamente inserito all'interno del proprio canale ascendente, continuando così a confermare un trend rialzista di fondo.



Per quanto riguarda l'Eurostoxx50 (+7.43% ytd), il quadro tecnico continua a essere decisamente costruttivo. L'indice rimane infatti ben posizionato all'interno del proprio canale ascendente, confermando un trend rialzista solido e ordinato. Non sorprende quindi che un numero crescente di analisti continui a privilegiare, almeno per il momento, i mercati azionari europei rispetto a quelli statunitensi, le cui valutazioni appaiono ancora relativamente elevate, soprattutto in alcuni comparti tecnologici.



Possiamo confessarvelo? Non avremmo scommesso un solo franco che lo SMI (+6.82% ytd) sarebbe riuscito a rientrare così rapidamente nel proprio canale ascendente, arrivando addirittura a superare in settimana la soglia dei 14'000 punti e a registrare un nuovo massimo storico. Evidentemente l'indebolimento del franco svizzero continua a rappresentare un importante sostegno per molte delle grandi società esportatrici che compongono l'indice. Donald Trump dovrà farsene una ragione: il recente rafforzamento del dollaro è stato alimentato anche dalle sue scelte in politica economica e geopolitica, che hanno spinto gli investitori a rivalutare il biglietto verde. Un'ultima considerazione: gli indicatori tecnici segnalano una condizione di ipercomprato e non sarebbe affatto sorprendente assistere nelle prossime sedute a una fisiologica fase di consolidamento o a una correzione di breve periodo.

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Già che abbiamo accennato al dollaro americano, analizziamone l'andamento nei confronti del franco svizzero. Se nel corso della prossima settimana verrà confermato il superamento della resistenza posta a 0.8077, potremo ragionevolmente individuare un primo obiettivo tecnico in area 0.8250 per le prossime settimane. A sostenere questo scenario potrebbe contribuire anche il mutato orientamento della politica monetaria americana e due possibili aumenti potrebbero aiutare. Attenzione però:  una possibile evoluzione del prezzo del petrolio sotto i 70 $ potrebbe ridurre l'inflazione e gli scenari sui tassi americani potrebbero mutare.


Se andiamo avanti di questo passo non possiamo più permetterci di dire che lo spostamento di EUR/USD sia, come da metà dello scorso anno, fondamentalmente laterale. La rottura del supporto situato a 1.1488 potrebbe dare il via ad un ulteriore rafforzamento della valuta americana con un obiettivo tecnico che potremmo situare nel breve attorno a 1.12.



Non è ancora chiaro se il cambio EUR/CHF sia riuscito a superare in modo convincente la resistenza posta a 0.9216. Attorno a questo livello il mercato continua infatti a mostrare una certa indecisione e sarà necessario attendere ulteriori conferme nelle prossime sedute. Pur non essendo particolarmente costruttivi sull'euro nei confronti del franco svizzero, riteniamo comunque positivo che il cambio riesca almeno a stabilizzarsi sugli attuali livelli, evitando una nuova fase di apprezzamento del franco. Un'ulteriore rivalutazione della valuta elvetica finirebbe infatti per penalizzare la competitività delle aziende esportatrici svizzere, con possibili ripercussioni sia sull'economia del Paese sia sull'andamento della Borsa svizzera.



Il Bitcoin continua a risentire del rafforzamento del dollaro e delle mutate aspettative sulla politica monetaria americana. Il venir meno dello scenario di indebolimento della valuta statunitense, unito alla prospettiva di tassi d'interesse elevati più a lungo, ha ridotto l'attrattiva di un asset privo di rendimento come il Bitcoin. Nel frattempo, una parte crescente dei capitali si sta spostando verso il settore dell'intelligenza artificiale e dei semiconduttori, che offre prospettive di crescita più convincenti. Sempre più influenzato dai flussi degli investitori istituzionali e dalle aspettative sulla Fed, il Bitcoin sembra oggi comportarsi come un tradizionale asset di rischio, piuttosto che come un bene rifugio. 

Dal punto di vista tecnico, merita attenzione l'incrocio ribassista della media mobile a 50 giorni al di sotto di quella a 100 giorni (freccia rossa).  Si tratta di un segnale di indebolimento del momentum che, se confermato nelle prossime sedute, potrebbe anticipare una fase di consolidamento o una correzione più profonda. La nostra impressione è che presto o tardi vedremo i 52'600 $. Poi a quel livello si ragionerà se è arrivato il momento di rientrare.


L'oro si trova attualmente su un'area di supporto particolarmente importante, compresa tra 4.000 e 3.950 dollari l'oncia. La tenuta di questo livello sarà decisiva per capire se il recente movimento correttivo resterà una semplice fase di consolidamento oppure se potrà trasformarsi in una correzione più profonda. Le difficoltà del metallo giallo derivano soprattutto dal riprezzamento delle aspettative sui tassi americani: l'ipotesi di ulteriori rialzi da parte della Federal Reserve tende infatti a sostenere il dollaro e ad aumentare il costo opportunità di detenere oro, che non offre rendimento cedolare. A pesare contribuiscono anche la maggiore forza del biglietto verde, il rialzo dei rendimenti reali e una temporanea riduzione della domanda di beni rifugio. Finché il supporto in area 4.000/3.950 dollari verrà difeso, il quadro tecnico resterà comunque costruttivo; una sua violazione, invece, aprirebbe spazio a una fase di maggiore debolezza.

Buona domenica!

domenica 14 giugno 2026

La BCE alza i tassi



 The Economist, 13-19 giugno 2026



Sarà capitato anche a voi, ai tempi della scuola dell'obbligo, di dover trovare qualche stratagemma per sopravvivere alla noia mortale di quelle lezioni particolarmente soporifere. Con il compagno di banco si finiva così per contare quante volte un professore ripeteva ossessivamente la stessa parola o abusava di certi intercalari: i "praticamente", i "diciamo" e i "sostanzialmente" si sprecavano e si arrivava persino ad elaborare una classifica dei professori più prolifici in questa singolare specialità.  Erano i tempi in cui ci si divertiva con poco e si facevano salti di gioia quando sulla pagella comparivano voti che — considerato quanto sopra — raggiungevano a malapena la sufficienza.


Recentemente, alla stessa stregua di noi alunni annoiati,  un giornalista che segue da vicino le vicende mediorientali, evidentemente vittima di un tedio devastante, si è preso la briga di contare quante volte dall'inizio del conflitto tra USA e Iran il Presidente americano ha dichiarato che le parti "non sono mai state così vicine alla firma di un accordo di pace". Il contatore per il momento si è fermato a quota 37.


Considerando che il conflitto dura ormai da 106 giorni, significa che mediamente ogni tre giorni Trump annuncia che non siamo mai stati così vicini ad una svolta decisiva o inneggia alla vittoria. È una statistica curiosa, perché sembra descrivere alla perfezione uno stile comunicativo nel quale l'imminenza di un evento viene costantemente ribadita senza che l'evento stesso si concretizzi mai davvero. Bisogna ammettere che, in questo tipo di retorica, Trump è un maestro.


Ma forse, questa volta, un accordo potrebbe davvero essere dietro l'angolo. Si parlava infatti di un incontro a Ginevra nel corso del fine settimana, dove il vicepresidente Vance — il Presidente è trattenuto alla Casa Bianca dai festeggiamenti per il suo ottantesimo compleanno — avrebbe potuto finalmente apporre la propria firma sul documento che sancirebbe la fine del conflitto. Mentre scriviamo ci giunge la conferma che questo incontro NON ci sarà. Verrà sostituito, ma non si sa ancora quando, dalla firma di un trattato in forma elettronica rigorosamente certificata... Non ci risulta che una simile modalità di metter fine ad una guerra sia mai stata utilizzata e quindi saremo testimoni di un fatto storico.  Intanto le schermaglie tra i due paesi continuano.



Quello che comunque a noi più interessa, come ben sapete,  è come si sta comportando il prezzo del petrolio:




Siamo rimasti per tutta la settimana sotto la soglia dei 100 dollari e da quando è probabile una firma di un trattato tra i due paesi, siamo addirittura evoluti sotto i 90 $ al barile. E questo è un bene.



Infatti mercoldì abbiamo avuto conferma delle aspettative sullo stato dell'inflazione che, come da previsione, si è assestata attorno al 4.2%. Appare più che evidente che la causa principale del rincaro sia appunto il forte aumento del costo del petrolio e c'è da sperare che un suo ridimensionamento possa poi riportare l'inflazione là, dove la FED e tutte le principali banche centrali mondiali la vorrebbero vedere, ovverosia attorno al 2%. Vedremo mercoledì 17 giugno cosa ne pensa a tal proposito Warsh e se avrà il coraggio di aumentare il costo del denaro onde evitare che l'inflazione sfugga al suo controllo.


Nel frattempo il Capo della Casa Bianca ci fa sapere che:



E' notorio che un amore sconfinato nei confronti dell'inflazione ce l'hanno coloro che sono pieni di debiti e vedono nel rincaro la sola ed unica possibilità di ridurne il peso. E' innegabile che agli USA, che oramai hanno un debito che ha superato i 39 trilioni di dollari, un po' di inflazione non dispiaccia affatto! 

Le attese del mercato per la riunione di mercoledì prossimo sono per un nulla di fatto ma comunque sia è già scontato nelle aspettative degli investitori un aumento dello 0.25% da qui alla fine dell'anno.





Chi invece non ha voluto attendere oltre è stata la BCE.  Giovedì ha alzato i tassi dal 2% al 2.25%  per la prima volta dal settembre del 2023, adducendo ai motivi seguenti che facciamo per comodità riassumere a ChatGPT:


  1. Ritorno delle pressioni inflazionistiche
    • L'inflazione dell'Eurozona è risalita ben sopra l'obiettivo del 2%, attestandosi intorno al 3,2% a maggio.
    • Anche l'inflazione core ha mostrato segnali di riaccelerazione. 
  2. Shock energetico legato alla guerra con l'Iran
    • Il conflitto in Medio Oriente ha provocato un forte aumento dei prezzi energetici e del petrolio.
    • La BCE teme che il rincaro dell'energia possa trasferirsi ai prezzi di beni e servizi e successivamente ai salari. 
  3. Evitare il disancoraggio delle aspettative di inflazione
    • Lagarde ha sottolineato che la banca centrale deve impedire che famiglie e imprese inizino a considerare normale un'inflazione persistentemente superiore al 2%.
    • In altre parole, la BCE vuole evitare effetti di "secondo giro" su salari e prezzi. 
  4. Mercato del lavoro ancora relativamente solido
    • Nonostante il rallentamento economico, la disoccupazione rimane vicino ai minimi storici.
    • Secondo Lagarde, questo lascia ancora un certo margine per mantenere una politica monetaria restrittiva senza provocare immediatamente una recessione profonda. 

La BCE ha riconosciuto esplicitamente che il rischio è diventato più complesso: da una parte vede inflazione in aumento, dall'altra una crescita economica in rallentamento ammettendo in tal modo che l'Eurozona sta affrontando uno scenario che ricorda la stagflazione, con rischi al rialzo per l'inflazione e al ribasso per la crescita. Un tale rischio, se vi ricordate bene, lo prevede per gli USA anche il nostro modello macroeconomico.

Se sarà stagflazione per il momento non siamo ancora in grado di dirlo con sicurezza ma quello che sembra essere piuttosto certo, ed in parte già scontato dal mercato,  è che da qui alla fine dell'anno assisteremo ancora ad un paio di aumenti del costo del denaro. Prossima riunione della BCE: 29 luglio.

Come ha reagito il mercato obbligazionario in euro all'aumento dei tassi?:



Per il momento non ha fatto una piega, era già tutto scontato,  ma se effettivamente ci saranno ancora due aumenti in vista non è detto che una reazione, anche se tardiva, ci potrebbe essere. Molto dipenderà da quanto in fretta l'inflazione non minaccerà più di tanto i portamonete dei cittadini europei ed un rapido calo dei costi energetici può aiutare. Per le obbligazioni anche il 2026 non sarà comunque un grande anno.

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Venerdì 12 giugno 2026 è stata una giornata storica per i mercati finanziari:

Cosa è successo

  • L'IPO di SpaceX è stata collocata a 135 dollari per azione.
  • L'operazione ha raccolto circa 75 miliardi di dollari, risultando la più grande IPO della storia. 
  • La società è arrivata in borsa con una valutazione iniziale di circa 1.770 miliardi di dollari
  • Nel primo giorno di contrattazioni il titolo ha registrato un forte rialzo, chiudendo intorno a 160,95 dollari, con un guadagno di circa il 19% rispetto al prezzo di collocamento. Durante la seduta ha anche superato i 170 dollari. 

La valutazione finale

Grazie al rialzo del primo giorno, la capitalizzazione di mercato di SpaceX ha superato i 2.000 miliardi di dollari, entrando immediatamente nel ristretto club delle società più grandi al mondo. 

Elon Musk

Il principale beneficiario è stato naturalmente Elon Musk.

Con la partecipazione che mantiene in SpaceX, il suo patrimonio personale è stato stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari, rendendolo il primo "trilionario" della storia secondo numerose stime di mercato. 

Perché il mercato è impazzito per questa IPO?

Gli investitori hanno comprato non solo:

  • il business dei lanci spaziali;
  • la rete satellitare Starlink;

ma soprattutto la combinazione tra:

  • spazio,
  • intelligenza artificiale,
  • telecomunicazioni globali,
  • difesa,
  • data center del futuro.

Molti investitori vedono SpaceX come una sorta di fusione tra una società spaziale, una telecom e un'azienda AI. 

Gli aspetti che preoccupano gli analisti

Non tutti sono entusiasti:

  • alcuni analisti ritengono la valutazione estremamente elevata;
  • il multiplo sui ricavi è molto superiore a quello delle grandi società tecnologiche;
  • nel 2025 SpaceX ha registrato ancora perdite consistenti;
  • diversi osservatori temono una componente speculativa simile alle grandi manie borsistiche del passato. 

E' abbastanza probabile che sul titolo della società di Elon nei prossimi giorni ci sarà parecchio movimento: per chi vuol tentare la sorte è assolutamente necessario evitare ordini al meglio. Operare con i  limiti è per il momento obbligatorio se non si vuol incappare in una qualche brutta sorpresa.

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Se il mercato obbligazionario nell'immediato è piuttosto sottotono mentre quello azionario, appena convintosi che una firma sul trattato di pace tra USA e Iran potrebbe effettivamente materializzarsi a breve, ha messo i dubbi da parte e tra giovedì e venerdì è tornato a salire:


Per il momento lo S&P500 (linea arancione) si trova ben al di sopra del livello preventivato dal modello di Ned Davis e a quanto pare non dovremmo preoccuparci troppo del suo andamento almeno fino alla fine di luglio (moltissimo dipenderà dalle trimestrali che inizieranno ad essere pubblicate a partire suppergiù dal 10 di luglio. Come vedremo fra poco, i trend rialzisti dei mercati che seguiamo con maggior assiduità sono sempre in essere.




Dopo il forte recupero seguito alla correzione primaverile, lo S&P 500 (+8.56% ytd)  sta attraversando una fisiologica fase di consolidamento sotto i massimi storici. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 7'000 punti il quadro tecnico di fondo continuerà a favorire l'ipotesi di una prosecuzione del movimento ascendente. Trend rialzista in essere.



Nel grafico si nota come il Nasdaq (+11.39% ytd) abbia più volte costruito delle fasi di consolidamento laterale prima di riprendere la salita. La recente accelerazione oltre i 26'000 punti appare infatti come la naturale prosecuzione di una lunga fase di accumulazione sviluppatasi tra l'autunno 2025 e l'inizio del 2026.

Nonostante la presa di beneficio delle ultime sedute, il Nasdaq continua a mostrare una struttura tecnica robusta. Il rapido recupero seguito alla correzione primaverile e il raggiungimento di nuovi massimi storici confermano la leadership del comparto tecnologico americano. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 25'000 punti il quadro tecnico di fondo resterà favorevole. Trend rialzista in essere.



L'impressione è che l'Eurostoxx50 (+6.84% ytd) stia cercando di costruire una nuova gamba rialzista dopo aver assorbito lo shock legato ai timori di rallentamento economico e alle tensioni geopolitiche.

Continua a muoversi all'interno di un solido canale rialzista iniziato nel 2023. Dopo la correzione primaverile l'indice ha recuperato rapidamente terreno riportandosi sopra le principali medie mobili e avvicinandosi nuovamente ai massimi dell'anno. A differenza degli indici americani, l'Europa non appare ancora in una fase di euforia e conserva margini di apprezzamento qualora il quadro macroeconomico dovesse stabilizzarsi. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 5'500 punti, il trend di fondo resterà favorevole. Trend rialzista in essere, con potenziale ancora inespresso rispetto a Wall Street.




Lo SMI (+3.32% ytd) continua a muoversi all'interno di una struttura rialzista di medio-lungo periodo,ma rispetto ai principali mercati internazionali evidenzia una forza relativa inferiore. Dopo il fallito tentativo di superare i 14'000 punti, l'indice ha trascorso diversi mesi in una fase di consolidamento. 

Nelle ultime settimane il quadro tecnico è migliorato e lo SMI è tornato ad avvicinarsi ai massimi dell'anno. Un superamento deciso della soglia dei 14'000 punti rappresenterebbe un importante segnale di forza e potrebbe finalmente consentire al mercato svizzero di colmare parte del divario accumulato nei confronti delle principali borse mondiali. Trend rialzista in essere.

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(USD/CHF) Il recente rafforzamento del dollaro americano appare strettamente legato all'impennata del prezzo del petrolio (freccia rossa)  e a rendimenti obbligazionari statunitensi che continuano a sorprendere per la loro resilienza. Questi elementi hanno consentito al biglietto verde di recuperare terreno nei confronti del franco svizzero, riportandosi all'interno del canale di consolidamento in essere da circa un anno. Resta però da capire quanto tale movimento sia sostenibile nel tempo. Se le tensioni geopolitiche dovessero attenuarsi e il petrolio tornare sui livelli pre-conflitto, il sostegno fornito al dollaro potrebbe rapidamente venir meno, favorendo il ritorno di una tendenza più debole che forte nei confronti della valuta elvetica.


(EUR/USD) Il dollaro si è rafforzato non solo contro il franco svizzero ma anche nei confronti dell'euro. Da qui in avanti sarà importante valutare l'effetto combinato di un possibile calo del petrolio e della svolta restrittiva della BCE, che dopo il primo rialzo dei tassi potrebbe procedere con ulteriori due interventi nei prossimi mesi. Pur riconoscendo questi elementi di novità, continuiamo a ritenere che il trend di fondo del cambio rimanga essenzialmente laterale.



(EUR/CHF) Il recente apprezzamento dell'euro nei confronti del franco svizzero sembra essere stato favorito principalmente dal rialzo dei tassi della BCE e dalle aspettative di ulteriori interventi restrittivi nei prossimi mesi. A ciò si aggiunge una minore domanda di valute rifugio e la convinzione che la Banca Nazionale Svizzera manterrà una politica monetaria relativamente più accomodante, fattori che hanno contribuito a ridurre la tradizionale forza del franco. Qualora questa tendenza dovesse consolidarsi, l'industria esportatrice svizzera potrebbe finalmente beneficiare di una boccata d'ossigeno dopo un lungo periodo caratterizzato dalla forza quasi ininterrotta del franco. Anche lo SMI sembra essersene accorto.



A pensarci bene il mercato dell'oro  non ha reagito in modo particolarmente vigoroso alla crisi geopolitica. Se davvero gli operatori temessero una guerra regionale di ampia portata, probabilmente l'oro sarebbe già tornato sopra i 4'500 $. Questo suggerisce che, almeno per il momento, il mercato stia interpretando gli eventi come un fattore di disturbo temporaneo e non come l'inizio di una crisi sistemica. 

Il rimbalzo di questi ultimi due giorni, partito esattamente dalla zona dei 4'000 USD, è stato favorito con ogni probabilità da 4 fattori: un probabile ritorno all'indebolimento del dollaro, il temporaneo arretramento dei rendimenti reali americani, la ricopertura di posizioni speculative ribassiste dopo il test dell'importante supporto dei 4'000 dollari e, sullo sfondo, la costante domanda proveniente dalle banche centrali che continuano a incrementare le proprie riserve auree. Prossima resistenza: 4'500$.

Buona domenica!

PS: per motivi famigliari la prossima settimana Appunti Finanziari non saranno pubblicati. Ci rivedremo il 28 giugno