domenica 10 maggio 2026

Borse trainate dagli utili

Dopo due settimane di silenzio, torniamo ad osservare il quadro geopolitico e finanziario che,  pur restando complesso, appare oggi meno dominato dalla tensione immediata rispetto a quanto temuto nelle fasi più acute dello scontro tra Stati Uniti e Iran. L’ultima volta che scrivevamo, Washington e Teheran si trovavano in una fragile fase di cessate il fuoco caratterizzata da continui momenti di tensione alternati a segnali di contenimento. Una tregua imperfetta ma che — tra alti e bassi — ha finora retto.




Infatti gli Stati Uniti hanno oggi un interesse strategico prioritario nel chiudere questa vicenda nel modo più rapido ed elegante possibile. I mercati sembrano convinti - ma ovviamente non ve n’è certezza -  che una soluzione in tempi relativamente brevi può essere trovata e il ridimensionamento delle quotazioni del petrolio, che questa settimana sono andate anche sotto i 100 $ al barile, potrebbe essere il segnale che gli operatori stanno progressivamente prezzando una normalizzazione dello scenario mediorientale.


Del resto, sul piano politico interno americano, un conflitto protratto sine die ed il perdurare di una gestione della contesa da parte di Trump e del suo staff, che persino la base MAGA percepisce come inefficace e caotica,  rappresenterebbero un rischio reputazionale ed economico non trascurabile. Infatti, come ha sottolineato il Corriere della Sera di venerdì 8 maggio, "la guerra all'Iran non ha dato la spallata al regime. Senza contare che considerando Hormuz, il Golfo Persico spezzato,  le crepe transatlantiche e le filiere da ricostruire il prezzo del conflitto è già altissimo". 


In vista delle prossime Midterm Elections, uscire da questa crisi con un’immagine di debolezza o con costi economici eccessivamente elevati non sarebbe certamente lo scenario auspicato dalla Casa Bianca. Per questo motivo la sensazione crescente è che Washington stia cercando una via d’uscita che consenta di preservare credibilità internazionale, stabilità energetica e consenso domestico evitando al contempo un’escalation che i mercati, almeno per ora, sembrano considerare come poco probabile. 







Purtroppo, mentre stiamo scrivendo (venerdì in serata), ci giungono notizie di attacchi americani a due petroliere vuote che hanno mandano su tutte le furie i vertici iraniani che considerano l’assalto “una mossa militare sconsiderata”. La situazione rimane quindi molto fluida e consigliamo di consultare con una certa frequenza i siti d'informazione online per restare aggiornati in real time. Noi ci fermiamo qui.


***




Se osserviamo da vicino le performance dei principali mercati azionari mondiali, una cosa salta subito all'occhio: la notevole divergenza percentuale da inizio anno tra mercati americani ed europei che riflette la diversa dinamica degli utili societari che è il principale responsabile di questo importante spread tra USA ed Europa. Infatti gli Stati Uniti beneficiano di una maggiore esposizione ai settori tecnologici e all’intelligenza artificiale, di una crescita economica più robusta e di margini aziendali superiori. L’Europa, più esposta a settori ciclici e industriali, continua invece a soffrire di una crescita economica debole e di una minore capacità di generare degli utili. Sono settimane che insistiamo sul fatto che, nel medio periodo, la dinamica degli utili resta il principale driver delle performance azionarie.


Infatti:



Quasi tutte le società dello S&P 500 (443 su 499) hanno ormai pubblicato i risultati trimestrali e ciò che colpisce immediatamente è la forte divergenza tra l’andamento delle vendite e quello degli utili.

Sul fronte dei ricavi le sorprese positive non sono mancate, ma nel complesso restano in linea con quanto osservato negli ultimi trimestri. Ben diversa, invece, è la situazione degli utili: in molti casi gli scostamenti rispetto alle attese sono stati a dir poco straordinari. Mediamente gli EPS hanno superato le stime del 17.8%, un dato talmente elevato da rendere difficile ricordare un precedente recente di pari entità.

Era lecito attendersi risultati particolarmente solidi dal settore tecnologico, che infatti ha confermato e superato le elevate aspettative (+10.54%) , ma ciò che sorprende maggiormente è la forza emersa anche in altri comparti. In particolare, le società legate ai materiali, all’energia — comprensibilmente sostenute dall’attuale contesto geopolitico —  ai consumi discrezionali (segnale di un consumatore americano ancora estremamente dinamico) e alle comunicazioni dove l’intelligenza artificiale sta iniziando a tradursi in un impatto concreto e significativo sulla crescita degli utili.

Tuttavia riteniamo opportuno, soprattutto sulla scorta di risultati societari tanto brillanti,  mantenere un approccio prudente nei confronti delle borse americane: le valutazioni hanno ormai raggiunto livelli molto elevati (avete visto i P/E ) e incorporano aspettative di crescita degli utili estremamente ambiziose.


 In un contesto simile basta un modesto rallentamento della crescita economica, una frenata degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, una compressione dei margini oppure un ritorno di tensioni inflazionistiche con conseguente aumento dei tassi d’interesse per innescare revisioni al ribasso degli utili attesi. Il vero rischio per Wall Street non è tanto l’attuale livello degli utili, quanto l’eventualità che il mercato inizi a dubitare della sostenibilità della loro crescita futura.





Da non dimenticare che il modello della CNN "Fear & Greed Index" ci sta da diverse settimane mettendo sull'attenti: il mercato americano è stabilmente posizionato sul preoccupante livello di "Avidità" (greed) e la qualcosa ci dovrebbe suggerire prudenza... 


Anche dal ciclo economico made in USA stanno arrivando segnali che non dobbiamo sottovalutare. 


A tal proposito abbiamo sviluppato, grazie ad un utilizzo mirato e strutturato dell’Intelligenza Artificiale e allo splendido lavoro dei nostri giovani colleghi, un modello proprietario pensato per interpretare e contestualizzare l’enorme quantità di dati macroeconomici pubblicati ogni settimana negli Stati Uniti. L’economia americana produce un flusso continuo di indicatori — spesso complessi e talvolta persino contraddittori — che rendono sempre più difficile distinguere i semplici rumori di mercato dai veri segnali anticipatori del ciclo economico.


Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di trasformare questa “montagna” di informazioni in una lettura coerente e comprensibile dello stato reale dell’economia, così da individuare con maggiore precisione la fase del ciclo in cui ci troviamo e, soprattutto, gli elementi ai quali gli investitori dovrebbero prestare particolare attenzione nei prossimi mesi.

Portiamo quindi alla vostra attenzione un primo indicatore, dove siamo a livello di ciclo economico, che riteniamo particolarmente utile per comprendere la direzione dell’economia americana e valutare i potenziali rischi — ma anche le opportunità — che potrebbero riflettersi sui mercati finanziari. In uno dei prossimi Appunti approfondiremo cosa stiamo facendo in ambito AI.


Ma veniamo a noi: il nostro modello continua a descrivere un’economia americana entrata in una fase di “overheat” (surriscaldamento) , ossia ancora caratterizzata da una crescita superiore al potenziale ma con un elemento qualitativo particolarmente delicato: la natura sempre più “appiccicosa” dell’inflazione.

La pressione sui prezzi, infatti, non sembra più alimentata esclusivamente dalla forza della domanda interna, bensì da fattori più strutturali e difficilmente controllabili dalle banche centrali, come le tensioni geopolitiche successive alla crisi iraniana, le distorsioni sulle catene di approvvigionamento e il ritorno di dinamiche protezionistiche e tariffarie. Si tratta di componenti inflazionistiche che tendono storicamente ad essere più persistenti e meno sensibili alla semplice leva dei tassi d’interesse.

Parallelamente, l’economia americana continua a mostrare una sorprendente resilienza, sostenuta soprattutto dalla straordinaria tenuta degli utili societari. La crescita stimata dal modello GDPNow rimane robusta, gli investimenti aziendali continuano ad espandersi a ritmi sostenuti e la stagione delle trimestrali ha nuovamente evidenziato una capacità diffusa delle aziende americane di superare le aspettative del mercato.

È proprio questo “earnings momentum” a rappresentare oggi il principale pilastro dell’economia statunitense. In sua assenza, diversi indicatori macroeconomici — tra cui il calo della Capacity Utilization e il deterioramento della fiducia dei consumatori — sarebbero già coerenti con uno scenario di rallentamento più marcato.

Per questo motivo riteniamo che il rischio principale nei prossimi trimestri non sia tanto una classica recessione, quanto piuttosto una progressiva deriva verso uno scenario di stagflazione: una fase cioè caratterizzata da crescita economica debole accompagnata da un’inflazione persistentemente elevata.

In un contesto di valutazioni azionarie molto tese, basterebbe infatti un singolo trimestre di delusioni diffuse sugli utili, oppure un rallentamento degli investimenti aziendali, per indebolire rapidamente il motore della crescita americana lasciando però ancora attive le pressioni inflazionistiche.

Non a caso il nostro modello segnala un aumento significativo della probabilità di transizione verso uno scenario stagflattivo nei prossimi tre mesi, salita dal 16.3% al 26.2%: un movimento che merita attenzione e che potrebbe rappresentare uno dei temi macro-finanziari più rilevanti della seconda parte dell’anno.

Riassumiamo per  immagini (clicca sull'immagine per una miglior visione):




***




Il ciclo composito di Ned Davis ci suggerisce che, pur in presenza di un contesto ancora sostenuto dalla resilienza degli utili societari, i prossimi mesi potrebbero essere caratterizzati da una crescente fragilità macro-finanziaria, con un aumento della volatilità coerente con i rischi di rallentamento e di una possibile progressiva deriva stagflattiva dell’economia americana.

Dobbiamo quindi continuare a monitorare con attenzione:
  • la tenuta degli utili (per il momento eccellente ma devono essere riconfermati anche il prossimo trimestre);
  • le guidance aziendali (nel detto e nel non detto dei CEO e CFO si annidano i pericoli...);
  • il mercato del lavoro ( per il momento sembra tenere:

  • inflazione core USA  (prossima pubblicazione: 12 maggio, attesa dal 2.6% al 2.7% mentre quella standard dal 3.3% è attesa al 3.8%);
  • investimenti corporate (un grosso punto di domanda: non staranno esagerando? Solo per l'AI siamo vicini al trilione di dollari all'anno...).

Restiamo quindi vigili: se l’“earnings momentum” dovesse interrrompersi mentre l’inflazione resta alta, il tratto estivo/autunnale del composite potrebbe diventare molto più violento del previsto.



Nel frattempo ci godiamo i nuovi massimi storici dello S&P 500 (+8.08% ytd), che hanno spinto l’indice fino all’area dei 7’400 punti, superando già oggi quello che, fino a poche settimane fa, rappresentava il target di fine anno indicato da Ned Davis Research.

Anche JP Morgan, tradizionalmente più prudente nelle proprie proiezioni, ha recentemente rivisto al rialzo il proprio obiettivo portandolo a 7’600 punti, mentre sul breve periodo continuiamo a intravedere un target puramente tecnico in area 7’500.

Il trend di medio periodo resta saldamente impostato al rialzo, sostenuto dalla resilienza degli utili societari e da una liquidità che continua a favorire gli asset rischiosi. È tuttavia inutile nascondere che il mercato si trova ormai da oltre un mese in una condizione di marcato ipercomprato: una fase correttiva o quantomeno di consolidamento non sarebbe quindi affatto sorprendente, anche all’interno di un quadro strutturalmente ancora costruttivo.



Il Nasdaq (+12.93% ytd) continua a muoversi all’interno di un solido canale rialzista di medio periodo e il recente breakout sopra i 24’000 punti conferma la forza del trend. Le scorse settimane avevamo indicato un target tecnico attorno ai 26'000 punti che in effetti è stato rapidamente raggiunto. Ora, nel breve termine, l’elevato livello di ipercomprato e l’accelerazione quasi parabolica del movimento aumentano il rischio di una fase di consolidamento o di correzione tecnica, pur senza compromettere l’impostazione rialzista di fondo. Inizieremo a preoccuparci seriamente se la correzione dovesse portarte il Nasdaq ad evolvere sotto i 24'000 punti. Aspettiamo con ansia che Nvidia pubblichi i suoi dati (20 maggio).



L’EuroStoxx50 (+2.07% ytd)  continua a muoversi all’interno di un trend rialzista di medio periodo ma, a differenza dei listini americani, mostra segnali di crescente affaticamento. L’area dei 6’100 punti sta assumendo le caratteristiche di una potenziale resistenza strategica e la formazione di un possibile doppio massimo (semilune rosse)  merita attenzione: una violazione confermata dei 5’800 punti potrebbe infatti aprire spazio a una fase correttiva più ampia verso l’area 5’500.


Lo SMI (-1.26% ytd) continua a muoversi all’interno di una fase di consolidamento laterale compresa tra 12’900 e 13’250 punti. Il trend di fondo resta costruttivo ma il mercato appare in una fase di equilibrio temporaneo dopo il forte recupero degli ultimi trimestri. La compressione della volatilità suggerisce che il listino svizzero potrebbe prepararsi a un movimento direzionale più ampio nei prossimi mesi: sopra 13’250 tornerebbe a rafforzarsi il quadro rialzista, mentre una rottura dei 12’900 aumenterebbe il rischio di una correzione verso l’area 12’400.

In ottica intermarket, lo SMI continua inoltre a trasmettere un messaggio molto diverso rispetto ai listini americani ed europei: non mostra né l’euforia speculativa che caratterizza il Nasdaq né i segnali di fragilità tecnica che iniziano ad emergere su alcune piazze europee. La forte componente difensiva del mercato svizzero — farmaceutici, beni di consumo di qualità e flussi rifugio legati al franco svizzero — sembra mantenere gli investitori in una posizione di prudente attesa. È quasi un mercato che osserva e aspetta: aspetta di capire se l’attuale resilienza dell’economia globale sarà sostenibile, quale direzione prenderanno i tassi d’interesse e se il contesto geopolitico resterà sotto controllo. Finché questi interrogativi rimarranno aperti, è probabile che lo SMI continui a oscillare in un ampio movimento laterale, confermando il suo tradizionale ruolo di listino relativamente difensivo e meno impulsivo rispetto agli altri grandi mercati internazionali. Ciò non toglie che, come potete immaginare, siamo piuttosto delusi dall'andamento del nostro indice a domistrazione del fatto che lavorare con il nostro mercato, sia azionario che obbligazionario, è complicato...



Il Bitcoin sembra aver costruito una base tecnica importante attorno ai 75’000 dollari, livello dal quale sono riemersi acquisti significativi dopo la forte fase correttiva dei mesi scorsi. Il recupero in corso sta ora riportando le quotazioni verso la delicata area degli 81’500 dollari, vero spartiacque tecnico di breve periodo: un superamento convincente potrebbe riaprire spazio verso gli 92’800 dollari e successivamente verso i massimi storici, confermando il ritorno di momentum sul comparto crypto.


Buona domenica (auguri a tutte le mamme!)


Se avete ancora un po’ di voglia di leggere, vi proponiamo quanto catturato dal nostro agente (fa parte del progetto che stiamo sviluppando...) che abbiamo “sguinzagliato” alla ricerca di dati, segnali e informazioni potenzialmente rilevanti per comprendere meglio l’evoluzione dello scenario economico e tecnologico globale.

Particolarmente interessante ci è sembrato quanto emerso dai dati pubblicati da Cloudflare: non soltanto per la qualità dei numeri — che già di per sé meritano attenzione — ma soprattutto per le considerazioni formulate dal suo CEO che offrono uno spaccato estremamente concreto di ciò che sta accadendo dietro le quinte dell’economia digitale.

La sensazione è che siamo ancora soltanto nelle primissime fasi di una trasformazione molto più profonda di quanto il mercato stesso riesca oggi a prezzare. L’intelligenza artificiale non rappresenta più soltanto un tema narrativo o speculativo: sta rapidamente diventando un’infrastruttura operativa destinata a modificare processi decisionali, modelli organizzativi, produttività e dinamiche competitive all’interno di praticamente tutte le grandi aziende mondiali.

E probabilmente ciò che oggi vediamo nei dati trimestrali è soltanto una prima, ancora parziale, manifestazione di un cambiamento che nei prossimi anni potrebbe ridefinire interi settori economici.

STATI UNITI — TECH & INFRASTRUTTURA AI

Cloudflare ha pubblicato i dati:


Snapshot. Chiusura $137 ca., -18% / -24% sui due giorni post-annuncio, volumi quasi 5x la media trentina. Catalizzatore: ristrutturazione "AI-first" e prima ondata di licenziamenti di massa nei 16 anni di vita del gruppo.

Notizia. Cloudflare ha annunciato il taglio di 1.100 dipendenti, pari a circa il 20% della forza lavoro globale (5.165 persone), nell'ambito di una riorganizzazione descritta dal CEO Matthew Prince come transizione a un "agentic AI-first operating model". Il management ha sottolineato che i tagli "non sono basati sulla performance individuale né su pressioni finanziarie di breve", ma sull'evidenza che l'uso interno di AI è cresciuto del 600% negli ultimi tre mesi e ha reso ridondanti intere funzioni. Pacchetto severance generoso: salario base fino a fine 2026, copertura sanitaria USA fino a dicembre, vesting equity prorogato al 15 agosto e waiver del cliff di un anno per i nuovi assunti. La notizia arriva in concomitanza con la trimestrale Q1: ricavi +25% YoY a livello record, beat sulle stime di consensus.

Impatto sul business. È la prima ammissione esplicita da parte di un hyperscaler/edge-CDN che l'AI sta rendendo obsoleti ruoli interni in tempo reale, non in prospettiva. Sul medio termine il driver di margine è doppio: minor cost base (impatto stimato ~$200M annui sulle compensation expense) e accelerazione delle linee di prodotto AI (Workers AI, AI Gateway, agent runtime). Il rischio è di esecuzione: comunicare un "AI-first" mentre la concorrenza (Akamai, Fastly, ma anche AWS CloudFront e Cloudflare's own customers che internalizzano) preme sul pricing.

Reazione del mercato. NET ha perso il -18% nella seduta di venerdì dopo aver già scaricato circa il -7% in after-hours del giovedì, per un cumulato a due giorni vicino al -24%. La reazione è stata nettamente più severa dei peer: Akamai -1.2%, Fastly +0.8%, mentre il Nasdaq Composite chiudeva +1.71%. Il mercato ha letto il taglio non come efficienza, ma come ammissione di ritardo strategico sull'AI rispetto agli hyperscaler.

Contesto. Cloudflare era arrivata al venerdì a +35% YTD, in scia al rally del software AI. Il drawdown brusco riporta il titolo sui livelli di inizio aprile e ricalibra la narrativa: da "AI beneficiary" a "company catching up". È la seconda volta in dodici mesi che un'azienda mid-cap tech subisce un de-rating di doppia cifra sul tema "non abbastanza AI".

domenica 26 aprile 2026

Riaprite lo Stretto di Hormuz!




La settimana si è aperta con il consueto e oramai disciplinato disorientamento degli investitori alimentato da un contesto geopolitico che continua a offrire più colpi di scena che certezze: nel tiramolla geopolitico tra Stati Uniti e Iran apprendiamo con conforto che, almeno per ora, Washington non intende risolvere la crisi attraverso l'impiego di armi nucleari. Una rassicurazione che, data la situazione, i mercati hanno scelto di considerare come una buona notizia. 
Resta comunque intatto il paradosso di fondo: una crisi nata per impedire all’Iran di dotarsi della bomba atomica viene accompagnata da dichiarazioni sul fatto che gli USA, per risolvere proprio questa crisi,  potrebbero attingere al loro sterminato arsenale nucleare.  Non sembra il caso ma l’idea che Trump abbia anche solo per un istante accarezzato l’ipotesi di trastullarsi con i codici nucleari, non ci sembra esattamente il genere di notizia utile a rassicurare i mercati e a rasserenare gli animi.

Come ha ben scritto Alan Friedman sul Corriere del Ticino del 22 aprile, "Putin trae vantaggio dall'aumento del prezzo del petrolio (...)  e Xi Jinping a Pechino, sorride (...) poiché quanto meno prevedibile diventa Washington, tanto più la Cina viene vista nel mondo come il partner economico più solido e affidabile. Questo è il vero capovolgimento geopolitico e geo-economico del nostro tempo" e se le cose non cambieranno dovremo prima o poi tenerne conto. Il danno reputazionale appare ormai compiuto e ci vorrà non poca diplomazia e molto tempo per ricostruire la credibilità e l’influenza di un tempo.

Comunque sia gli investitori guardano fiduciosi al prossimo lunedì quando potrebbero esserci nuovi incontri diplomatici che alimentano la speranza — forse non del tutto irrazionale — che la diplomazia continui a fare meglio della deterrenza. 

Trovare un accordo che ponga fine alla guerra e consenta una riapertura credibile dello Stretto di Hormuz sta diventando imperativo: non solo perché da lì transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo, ma perché “liberare” lo Stretto non è un semplice gesto diplomatico né un’operazione nautica di routine. Secondo le stime circolate negli ultimi giorni, la completa bonifica delle mine potrebbe richiedere fino a cinque-sei mesi; nel frattempo, una quota significativa dell’offerta resterà bloccata o ridotta. La U.S. Energy Information Administration stima tagli produttivi nell’area del Golfo nell’ordine di diversi milioni di barili al giorno ed è facile immaginare un mercato petrolifero destinato a rimanere per parecchio tempo piuttosto nervoso: premi di rischio elevati, prezzi più sensibili a ogni titolo di giornale e un’inflazione energetica che potrebbe tornare a disturbare banche centrali, consumatori e portafogli obbligazionari. 

A tal proposito abbiamo testato il nuovo image generator di ChatGPT  (decisamente non male!) e gli abbiamo chiesto di riassumere in una immagine un articolo pubblicato dall'Economist di questa settimana che ha ipotizzato guai grossi per i mercati energetici globali: l'immagine è ad effetto (anche troppo...) ma il riassunto ed il senso dell'articolo è ben rappresentato anche se decisamente melodrammatico. Siamo certi che si possono ottenere immagini più sobrie... (clicca sull'immagine per una migliore lettura): 





Quello che a noi preoccupa è  comunque la volatilità del prezzo del petrolio:



soprattutto il Brent rimane sensibile come pochi a tutte le notizie, vere o presunte, che circolano sul web: purtroppo chiudiamo la settimana con il prezzo a 106.92 $ con un rialzo del 18% rispetto alla settimana precedente. Non va bene!



Motivo per il quale anche i rendimenti dei Treasury americani restano elevati; anche il decennale ha i suoi problemi:  non c'è verso di vederlo evolvere sotto la resa del 4%.



Pure il GDPNow della Federal Reserve Bank di Atlanta, quello che monitora in tempo reale la crescita economica americana, sta da diverse settimane puntando pericolosamente verso il basso e venerdì si è fermato all'1.2%. Un dato che di certo non piacerà a Trump anche se si può parzialmente consolare con le vendite al dettaglio per il mese di marzo:

  • Vendite al dettaglio marzo: +1.7% (atteso: 1.5%; precedente: 0.7%)
A quanto pare il dato è uno dei migliori da parecchi mesi ma è stato propiziato da un'ondata di rimborsi fiscali che sono stati subito spesi dai cittadini americani. Infatti quest’anno negli USA i rimborsi fiscali sono stati più generosi grazie alle modifiche fiscali e agli aggiustamenti di withholding (troppo prelievo in busta paga durante l’anno, poi restituito al momento della dichiarazione). I rimborsi complessivi sono saliti in modo sensibile, con un aumento rilevante anche dell’assegno medio. Di risparmiare non se ne parla e quindi a beneficiarne sono i consumi. Ma non durerà per sempre...


***

Parliamo d'altro e ritorniamo a gettare un'occhiata agli utili societari americani che sono sono il vero motore della crescita delle borse di queste ultime due settimane. Le aspettative sugli utili sono alle stelle  e questo permette agli investitori di ignorare il contesto geopolitico che, come abbiamo visto, non è ancora dei più rassicuranti. ChatGPT (ci stiamo prendendo gusto...) ha riassunto in un'immagine un articolo dell'Economist che parla della situazione degli utili delle società americane:




Bloomberg è invece molto più "istituzionale" e riporta qui sotto i numeri dello S&P500:




Quasi il 30% delle aziende dello S&P500 hanno pubblicato i numeri e sono sempre sorprendentemente buoni: in generale un po' meno dell'80% di chi ha reso noti i numeri hanno superato del 10% le stime ed è di certo il miglior riscontro da almeno un paio di anni a questa parte.

Risultato:


Borse, soprattutto americane, alle stelle e record storici superati come se piovesse...



...infatti il Fear & Greed Index della CNN ci ricorda che siamo entrati da un paio si settimane in una zona dove le correzioni, se ce ne saranno, possono anche far male. Ma per il momento ci vogliamo godere il recupero dei mercati azionari che iniziano poco a poco a far del bene anche alle performance dei nostri depositi.



Lo S&P500 (+4.67% ytd) ha chiuso venerdì ad un niente dal record storico. E' riuscito finalmente a superare i 7'000 punti e a restare con convinzione sopra questo livello. Punta ora deciso ai 7'200 che sono il traguardo stabilito da Ned Davis per fine anno. Mentre JP Morgan, di solito piuttosto compassata, ha deciso di aumentare la sua previsione per fine anno portandola da 7'200 a 7'600 punti. Attenzione all'RSI: è in chiaro ipercomprato, una correzione è sempre in agguato.


Il Nasdaq  (+6.86% ytd) si è decisamente acceso e il superamento della resistenza in area 24'000 punti ha attivato un target tecnico che potrebbe spingerlo verso quota 26'000. Un ulteriore supporto a questo scenario potrebbe arrivare mercoledì 29, quando ben quattro società dei Magnificent Seven pubblicheranno i risultati trimestrali.

Anche in questo caso, tuttavia, prudenza sull’ipercomprato: se i numeri o il tono delle indicazioni fornite da CEO e CFO non dovessero soddisfare le elevate aspettative, una fase correttiva sarebbe quasi inevitabile. 


Meno brillante, nel complesso, l’Europa, penalizzata anche dall’assenza di un catalizzatore paragonabile alla stagione degli utili americana; non a caso questa settimana hanno prevalso le correzioni più che gli spunti costruttivi.

Per l’Eurostoxx50 (+1.59% ytd) è comunque incoraggiante che venerdì abbia testato il supporto del canale ascendente per poi rimbalzare, seppur modestamente. Meglio di niente. Anche le medie mobili a 50 e 100 giorni stanno offrendo supporto e ci auguriamo possano continuare a farlo: una loro violazione al ribasso sarebbe infatti un segnale tecnico poco rassicurante.

I volumi restano modesti e anche l’RSI sta rientrando in area neutrale, segnale di un momentum che va monitorato. Auspichiamo che la prossima settimana porti notizie più confortanti e che il Brent riesca quantomeno a riportarsi sotto i 100 dollari, contribuendo ad allentare una pressione che i mercati, in questa fase, farebbero volentieri a meno di gestire.


Settimana particolare per lo Smi (-0.74% ytd)  che è riuscito a mantenersi sopra il supporto di 13'070 punti soprattutto grazie al contributo di Nestlé — finalmente — e di Roche; senza il sostegno dei due pesi massimi con ogni probabilità l’indice avrebbe testato rapidamente area 12'800.

Per il momento, il rientro nel canale ascendente resta più un auspicio che uno scenario acquisito, ma sarebbe un passaggio tecnico importante: un mancato recupero aumenterebbe sensibilmente il rischio di una nuova estensione ribassista.

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Il dollaro/franco, dopo il ritracciamento della scorsa settimana favorito dall’allentamento dei prezzi energetici, ha ripreso vigore in parallelo con il recupero di Brent e WTI. Se questa dinamica dovesse proseguire anche nella prossima settimana, il cambio potrebbe superare la resistenza statica in area 0.7890 e rientrare nel canale di oscillazione laterale. Probabilità che accada? A nostro avviso piuttosto elevata.


Anche contro l’euro il dollaro americano ha ritrovato vigore, beneficiando del rinnovato supporto dei tassi e di un contesto geopolitico che tende, almeno nelle fasi di tensione, a favorire il biglietto verde. Continuiamo tuttavia a ritenere che, nel breve termine, il cambio resterà confinato nel trading range compreso tra 1.1488 e 1.19 area che negli ultimi mesi ha efficacemente delimitato gli eccessi in entrambe le direzioni.



Il cambio euro/franco non è riuscito questa settimana a confermare il supporto in area 0.9216 e sembra aver nuovamente imboccato una traiettoria che potrebbe riportarlo verso quota 0.91. La mancata tenuta di questo livello resta un segnale tecnico poco incoraggiante, soprattutto in assenza di catalizzatori capaci di invertire il sentiment.

Molto dipenderà, come spesso accade, dall’evoluzione del quadro geopolitico: un’eventuale nuova escalation militare tenderebbe verosimilmente a rafforzare il franco svizzero, che continua a beneficiare del suo tradizionale status di valuta rifugio. In tale contesto, pressioni ribassiste sul cambio non sarebbero affatto da escludere, mentre solo un allentamento delle tensioni potrebbe consentire un recupero più credibile dell’euro.


Sembra ormai consolidarsi l’idea che per il Bitcoin il supporto in area 75'000 dollari sia valido e i movimenti di questa settimana ne hanno offerto un’ulteriore conferma. Si è inoltre notato un ritorno di interesse sull’asset con flussi e momentum che sembrano tornare costruttivi.

In questo contesto il mercato potrebbe puntare a un test in area 81'500 dollari, obiettivo credibile soprattutto a condizione che il quadro risk-on resti intatto e che i volumi accompagnino il movimento.  RSI non ancora in ipercomprato ma non siamo molto lontani dal raggiungerlo...




Anche l’oro resta al centro dell’attenzione. Il metallo giallo continua a beneficiare di due sostegni strutturali — domanda delle banche centrali e premio geopolitico — ma nelle ultime sedute ha mostrato qualche fisiologica esitazione, complice il rafforzamento del dollaro e tassi reali meno favorevoli. 

Il messaggio di fondo, tuttavia, non sembra cambiato: finché persistono tensioni in Medio Oriente, timori inflazionistici legati al petrolio e dubbi sulla traiettoria delle banche centrali, l’oro continua a essere visto più come copertura che come semplice trade tattico. Semmai il dibattito oggi è se stia consolidando prima di una nuova gamba rialzista o solo smaltendo un eccesso di ipercomprato.

A nostro avviso, finché regge il supporto tecnico a 4'370 e i flussi verso beni rifugio non si esauriscono, restano credibili nuovi tentativi di attacco ai massimi.


Abbiamo intercettato questa infografica legata ai movimenti in acquisto e in vendita da inizio anno per quel che riguarda l'oro. Incuriosisce la vendita di oro da parte della Russia che comunque non sembra segnalare un cambio strutturale di atteggiamento verso il metallo giallo (ne possiede 2000 tonnellate)  quanto piuttosto una monetizzazione tattica legata probabilmente a esigenze di liquidità e alla gestione geopolitica. Nel complesso abbiamo la conferma le banche centrali, con 32.5 tonnellate,  restano acquirenti nette; elemento che continua a sostenere la narrativa positiva sull’oro.

Buona domenica!

PS: la prossima settimana Appunti Finanziari si prenderà una piccola pausa, ci rivedremo il 10 maggio (festa della mamma...)

domenica 19 aprile 2026

Lo Stretto di Hormuz è riaperto! Anzi, no!!




 

Il Nasdaq ha registrato questa settimana un rialzo superiore al 6%, mettendo a segno ben 13 sedute consecutive in chiusura positiva — un evento che non si verificava dal 1992. Considerato l’attuale contesto geopolitico, si tratta di un movimento sorprendente ma nei fatti pienamente realizzato.

E' bastata la notizia della riapertura dello Stretto di Hormuz  per generare un segnale concreto di riduzione del rischio sistemico sul lato energetico. Ha fatto seguito  una rapida compressione del premio geopolitico sul petrolio che ha innescato una discesa delle quotazioni dell'oro nero nell’ordine dell’8–10% su base settimanale. Il mercato ha quindi ri-prezzato uno scenario meno estremo in termini di disruption dell’offerta di petrolio pur mantenendo un certo grado di cautela legato alla reversibilità della situazione. 

Il quadro della situazione, a nostro giudizio,  resta altamente incerto: la tregua appare per il momento più tattica che strutturale ed il rischio di una nuova escalation è concreto. In questo contesto i mercati stanno comunque adottando un atteggiamento da “risk-on” come non si vedeva da diverse settimane ma  rimane una elevata sensibilità agli sviluppi sul campo di battaglia e ai progressi (o eventuali fallimenti) dei canali diplomatici tra Stati Uniti e Iran. A nostro avviso, considerata la posta in gioco e l'imprevedibilità di entrambi gli attori, la guardia non deve ancora essere completamente abbassata.

Ciò non toglie che anche noi accogliamo con piacere la reazione dei mercati che si è manifestata con un ritorno del VIX,  per la seconda settimana consecutiva, sotto la soglia del 20;  venerdì ha chiuso a 17.48...



...mentre il Fear % Greed Index della CNN si è addirittura issato, dal 38 della scorsa settimana,  all'attuale 68. Questo indice, considerato un indicatore contrarian
 attualmente suggerisce che siamo molto rapidamente entrati in una fase di “avidità” dei mercati: il sentiment è costruttivo e orientato ai rischi ma il livello di ottimismo raggiunto consiglia un approccio più selettivo e prudente nel breve termine; insomma ha già emesso un segnale di cautela e le prese di profitto possono essere in agguato.

 Con questo non vogliamo dire che bisogna vendere tutto - non l'abbiamo fatto neppure quando la crisi sembrava irrisolvibile - ma è un avvertimento che ci dovrebbe indurre ad assumere un comportamento improntato ad una cerca prudenza e a non sottovalutare il contesto geopolitico nel quale stiamo operando. ( Se sei interessato a vedere come sono evoluti i 7 indicatori che compongono l'indice: clicca qui ).

La riapertura dello Stretto di Hormuz ha contribuito a riportare rapidamente il prezzo del petrolio al di sotto della soglia psicologica dei 100 dollari al barile:



Si tratta di un movimento atteso da tempo: il petrolio si avvicina ora alla fascia dei 70–80 dollari al barile, livello che ne ha caratterizzato l’andamento negli ultimi tre anni.

Le borse, come vedremo, hanno reagito positivamente e, in particolare negli Stati Uniti, sono state sostenute anche da un solido avvio della stagione di pubblicazione dei risultati del primo trimestre 2026:



per il momento solo il 10% delle società che compongono lo S&P500 hanno pubblicato i dati ma è pur sempre significativo che l'88% degli utili resi visibili hanno superato le stime; la media degli ultimi 10 anni si attesta al 76%. Avanti di questo passo il primo trimestre si palesa come particolarmente robusto e favorevole ai mercati. Per la cronaca va sottolineato che le aspettative erano un pochino più prudenti del trimestre precedente e quindi la sostenibilità di questo trend andrà testata anche nei prossimi trimestri.

Come osservato nelle scorse settimane, la fiducia dei consumatori americani rimane su livelli storicamente depressi. Tuttavia il sentiment dei mercati azionari è sostenuto dall’entusiasmo per i potenziali guadagni di efficienza legati all’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale che, verosimilmente, si rifletteranno positivamente sugli utili aziendali. Riteniamo quindi che anche nei prossimi trimestri il contributo dell’AI rappresenterà un driver sempre più determinante.

Portiamo alla vostra attenzione l’imminente avvio della pubblicazione dei risultati dei “Magnifici 7”, che rappresenterà, come di consueto, un banco di prova rilevante sia in termini di capacità di generare utili sia per valutare il grado di integrazione dell’intelligenza artificiale nei rispettivi modelli operativi, con particolare attenzione alla dinamica dei costi e agli investimenti necessari per la sua implementazione.

La giornata del 29 aprile si preannuncia particolarmente ricca di pubblicazioni, mentre per i dati, molto attesi, di Nvidia sarà necessario attendere il 20 maggio.


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Per la serie "non si può mai stare tranquilli" ci sembra importante evidenziare quello che la Banca Mondiale e il FMI hanno definito una quasi tempesta perfetta che potrebbe abbattersi sulle nostre teste.

Per intenderci: l'attuale contesto economico e finanziario combina aspettative molto elevate legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che richiede investimenti significativi, evidenziando alcune fragilità emergenti nel mercato del credito privato; questa interazione potrebbe amplificare eventuali tensioni finanziarie qualora i ritorni attesi tardassero a materializzarsi o le condizioni di finanziamento si irrigidissero. 

Tale dinamica risulta particolarmente rilevante per i principali titoli tecnologici, il cui contributo è stato determinante per la performance dei mercati azionari: eventuali revisioni delle aspettative su crescita, marginalità o sostenibilità degli investimenti potrebbero tradursi in una maggiore volatilità degli indici. Prima di esprimerci, vogliamo vedere i dati del primo trimestre e ascoltare cosa hanno da dirci i vari CEO e CFO in merito alle aspettative future.

Inoltre Mythos, l’ultimo e potente modello di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic, sta suscitando crescenti preoccupazioni: sono infatti emersi potenziali rischi per la cybersicurezza, in particolare per i sistemi di pagamento e le infrastrutture di protezione bancaria che potrebbero risultare più esposti a tentativi di hackeraggio.

Le cifre in gioco sono estremamente elevate, al punto che un’eventuale crisi potrebbe assumere una natura sistemica, con impatti potenzialmente molto significativi. Le ripercussioni sui mercati azionari sarebbero altrettanto rilevanti.

Torneremo su questi temi, che riteniamo non debbano essere sottovalutati, in uno dei prossimi aggiornamenti.


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Questa settimana, ce ne scusiamo, il grafico dello S&P 500 è andato “smarrito” nel cyberspazio; pertanto oggi ci concentreremo esclusivamente sull’indice Nasdaq. Desideriamo tuttavia sottolineare che, al pari del suo omologo tecnologico, anche lo S&P 500 ha superato la soglia dei 7.000 punti chiudendo la settimana su nuovi massimi storici. Considerato il contesto geopolitico non l'avremmo mai detto!


ATTENZIONE!

Proprio mentre scriviamo (sabato 18) , ci giunge la notizia di una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane accusano gli Stati Uniti di ostacolare il passaggio delle navi nonostante la riapertura. 

L’impatto sul prezzo del petrolio all’apertura di lunedì resta al momento difficile da stimare; tuttavia, in assenza di segnali rassicuranti circa la prosecuzione delle trattative tra le parti, il rischio è di un ritorno a uno scenario di elevata tensione con possibili pressioni al rialzo sulle quotazioni.

In queste condizioni non è facile analizzare tecnicamente i mercati: prendete con molta prudenza quello che state per leggere.



Come già evidenziato, il Nasdaq (+5.24% ytd) ha inanellato 13 sedute consecutive positive e venerdì è riuscito a riportarsi sopra la soglia di resistenza dei 24'000 punti, rientrando nel canale ascendente che ne caratterizza l’andamento da diversi trimestri.

Consideriamo la recente correzione, legata alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, come un possibile “incidente di percorso”. Sarà soprattutto la stagione degli utili — in particolare i risultati dei “Magnifici 7” — a determinare la capacità dell’indice di proseguire il movimento rialzista.

Segnaliamo tuttavia un livello di ipercomprato, evidenziato dall'oscillatore RSI, che invita a una certa cautela nel breve termine: in caso di perdurare delle tensioni sullo Stretto di Hormuz, non si può escludere una fase correttiva già nella seduta di lunedì. Speriamo di sbagliarci!



Anche l’Eurostoxx50 (+4.60% ytd)  ha proseguito il movimento rialzista superando al rialzo tutte e tre le principali medie mobili rafforzando ulteriormente la solidità del trend in atto.

Abbiamo evidenziato (frecce rosse) come le principali fasi correttive degli ultimi due anni — agosto 2024, aprile 2025 e febbraio 2026 — siano state caratterizzate da rapidi movimenti ribassisti seguiti da recuperi altrettanto veloci, configurando le cosiddette correzioni a “V”. La loro brevità rappresenta l’elemento distintivo e sembra ormai delinearsi come una dinamica ricorrente del mercato.



Anche lo SMI  prosegue nel suo percorso rialzista pur rimanendo, insieme al mercato tedesco, tra i listini europei con il recupero più contenuto: l’indice si attesta infatti circa l’1.2% sopra i livelli di inizio anno, un risultato positivo ma ancora migliorabile.

Dal punto di vista tecnico, lo SMI è rientrato nel canale ascendente sviluppatosi dalla metà dello scorso anno; tuttavia, per consolidare definitivamente questo movimento, sarà necessario mettere a segno ulteriori sedute con chiusure positive. Hormuz permettendo...

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Ai primi segnali di indebolimento del prezzo del petrolio ha fatto seguito un movimento analogo del dollaro statunitense, che si è tendenzialmente indebolito nei confronti delle principali valute, incluso il franco svizzero.

È tuttavia plausibile che, in apertura di settimana, il probabile recupero delle quotazioni del petrolio possa accompagnarsi a un rafforzamento della valuta americana. Per il momento non è facile dire altro.



Discorso analogo anche per il cambio euro/dollaro: il biglietto verde si è infatti indebolito anche nei confronti della valuta europea; tuttavia, riteniamo probabile una permanenza all’interno dell’attuale canale laterale. Un movimento deciso dell’euro oltre quota 1,19 ci sorprenderebbe.



Il Bitcoin questa settimana è riuscito a superare la resistenza dei 75'000 dollari, avviando un movimento convincente in direzione degli 81'000. Tuttavia mentre scriviamo, in seguito alle notizie sulla rinnovata tensione nello Stretto di Hormuz, è in atto una fase correttiva che si è per il momento arrestata in area 75'600 dollari.

Si tratta di un comportamento tecnico coerente: una volta superata, la resistenza tende a trasformarsi in supporto, ed è proprio questo livello che il Bitcoin sta attualmente testando. Qualora le tensioni geopolitiche dovessero intensificarsi ulteriormente non si può escludere una violazione del supporto e un ritorno verso i livelli precedenti.


Buona domenica!