È molto probabile che Federico Rampini colga nel segno quando, dalle pagine del Corriere della Sera del 6 marzo, osserva che colpendo Venezuela ed Iran Donald Trump si è in realtà inserito, indirettamente e in modo mirato, nella partita energetica cinese. Per anni il petrolio estratto in Venezuela — greggio pesante e di qualità non eccelsa — è stato inviato in Iran per essere raffinato e successivamente destinato alla Cina, uno dei Paesi più energivori del pianeta e sempre più dipendente da filiere energetiche alternative a quelle controllate dall’Occidente. Interrompere o rendere più complessa questa triangolazione significa quindi incidere su un segmento sensibile della sicurezza energetica cinese.
In questa prospettiva la mossa americana assume un significato geopolitico più ampio: non si tratta soltanto di sanzioni contro due regimi ostili, ma di un tentativo di limitare la capacità di Pechino di costruire reti energetiche parallele e relativamente immuni alla pressione occidentale. In un contesto in cui la Cina detiene una posizione dominante nella filiera delle terre rare — snodo strategico per tecnologie avanzate, difesa e transizione energetica — la leva energetica rappresenta, a nostro giudizio, una delle poche contromisure a disposizione di Washington. Non è quindi da escludere che tale pressione possa diventare, nel medio periodo, anche una moneta di scambio in eventuali negoziati più ampi tra Stati Uniti e Cina sul controllo delle catene di approvvigionamento strategiche.
Oggi dobbiamo però occuparci di un altro problema: le possibili ripercussioni dell’attacco all’Iran e il modo in cui questo evento potrebbe incidere in maniera significativa sull’andamento dei mercati finanziari e, di conseguenza, sui risultati delle nostre gestioni.
Come spesso accade nelle crisi geopolitiche, il primo ad essere messo sotto pressione è il mercato dell’energia. Le tensioni nel Golfo Persico e la chiusura del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz — snodo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — hanno già provocato un brusco rialzo delle quotazioni del greggio e del gas liquido.
Storicamente, shock di questa natura generano una dinamica abbastanza prevedibile: aumento del prezzo del petrolio, riaccensione delle pressioni inflazionistiche, rialzo dei rendimenti obbligazionari e conseguente indebolimento dei mercati azionari più sensibili al ciclo economico.
Resta tuttavia una variabile decisiva: la durata e l’ampiezza del conflitto. Se l’escalation dovesse rientrare in tempi relativamente brevi, i mercati potrebbero riassorbire rapidamente lo shock, come spesso avvenuto in passato in occasione di crisi geopolitiche circoscritte. Se invece il confronto dovesse prolungarsi o coinvolgere direttamente le infrastrutture energetiche della regione, il rischio sarebbe quello di un nuovo shock petrolifero con conseguenze più profonde su inflazione, crescita economica e stabilità dei mercati finanziari globali.
Purtroppo, sulla durata del conflitto iniziano a emergere dubbi sempre più consistenti circa la possibilità che la crisi si plachi in tempi brevi. La storia recente della regione mediorientale invita alla prudenza: negli interventi militari degli ultimi decenni si è spesso rivelato relativamente semplice indebolire o persino abbattere un regime, mentre si è dimostrato molto più complesso costruire un nuovo equilibrio politico stabile nel periodo successivo.
Abbiamo l’impressione che anche questa volta si stia riproponendo una dinamica simile. Una volta colpito e indebolito il regime iraniano, Stati Uniti e Israele sembrano non avere ancora delineato con chiarezza quale assetto politico potrebbe sostituirlo garantendo in tal modo una fase di transizione ordinata. L’assenza di un’alternativa credibile rischia di aprire una fase di instabilità prolungata, con possibili vuoti di potere, tensioni interne e un aumento dell’influenza di attori regionali e milizie locali.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento spesso decisivo nei cambiamenti di regime: il ruolo della popolazione. Le trasformazioni politiche più profonde e durature difficilmente possono affermarsi senza una spinta interna significativa. Al momento, tuttavia, non sembra emergere un movimento popolare capace di sostenere un processo di cambiamento che sorge dall’interno. E non si può certo biasimare la popolazione per questa prudenza, soprattutto se si considerano le numerose vittime registrate nelle manifestazioni delle scorse settimane ed è quindi comprensibile che prevalgano timori e incertezze.
In scenari di questo tipo i conflitti raramente si risolvono rapidamente: tendono piuttosto a trasformarsi in crisi più lunghe e complesse, con effetti persistenti sulla sicurezza della regione e, soprattutto, sui mercati energetici globali. Per i mercati finanziari questo significa convivere più a lungo con un livello elevato di incertezza geopolitica e con il rischio che le tensioni nell’area del Golfo continuino a esercitare pressione sui prezzi dell’energia e sulle aspettative di inflazione.
Per quanto riguarda invece l’ampiezza del conflitto, dobbiamo ammettere che la risposta dell’Iran appare, dal punto di vista tattico, piuttosto sorprendente. Consapevole di non poter sostenere uno scontro diretto e simmetrico contro la superiorità militare di Stati Uniti e Israele, Teheran sembra aver scelto una strategia indiretta: colpire basi militari occidentali presenti nei Paesi della regione con l’obiettivo di diffondere apprensione e senso di vulnerabilità in tutto il Medio Oriente.
Si tratta di una strategia che punta meno al risultato militare immediato e più all’effetto psicologico ed economico. In altre parole, l’obiettivo non è tanto vincere sul campo quanto dimostrare che nessun luogo della regione può considerarsi completamente al sicuro.
Un esempio emblematico è quello di Dubai. Sono stati necessari anni, se non decenni, per trasformare l’emirato in uno dei principali hub economici e finanziari del Medio Oriente: una città percepita come prospera, stabile, con una qualità della vita molto elevata e, soprattutto, come un luogo sicuro e accogliente per investitori, imprese e capitali internazionali. Eppure è bastata una manciata di razzi e qualche drone per incrinare, almeno in parte, questa immagine di stabilità. Anche se i danni materiali possono risultare limitati, l’impatto sulla percezione del rischio potrebbe rivelarsi molto più duraturo.
Le conseguenze economiche di un simile cambiamento di percezione sono facilmente intuibili: minore attrattività per chi vuol investire e avviare un'attività economica, possibili rallentamenti nel settore immobiliare e turistico e, più in generale, un aumento del premio per il rischio richiesto dagli investitori per operare nell’intera regione.
Siamo certi che state seguendo con attenzione quanto sta accadendo in questi giorni in Iran e che quindi siete già ampiamente informati sugli sviluppi geopolitici della crisi. Per questo motivo non desideriamo soffermarci ulteriormente sulla cronaca degli eventi.
Ci sembra invece più utile condividere con voi alcune riflessioni sulle principali conseguenze che questi avvenimenti stanno già producendo sui mercati finanziari e sull’economia globale.
Iniziamo a misurare la temperatura dei mercati. Come al solito ci aiuta il VIX:
A spingere la temperatura verso quota trenta è stata, come vedremo, una combinazione di fattori geopolitici e macroeconomici. Ciò che tuttavia riteniamo più interessante osservare è la reazione iniziale dei mercati che, nei primi due o tre giorni successivi all’uccisione di Kamenei, non hanno mostrato una particolare preoccupazione (freccia rossa); la cosa ci ha un po' sorpreso e dobbiamo ammettere che inizialmente abbiamo sottovalutato le conseguenze degli attacchi americani. Solo nella giornata di venerdì si è assistito ad un brusco aumento della tensione, con la “temperatura” dei mercati balzata rapidamente verso quota 30. Come vedremo dopo, alcuni fattori macroecononici e non solo la guerra hanno contribuito a questo aumento.
Non siamo ancora ai livelli raggiunti nell’agosto 2024, in occasione della riduzione del carry trade sullo yen, né a quelli registrati nell’aprile 2025 durante il cosiddetto “Liberation Day” annunciato da Trump. Tuttavia, se la crisi dovesse protrarsi oltre il previsto, è plausibile attendersi un ulteriore aumento della volatilità: in altre parole, la febbre dei mercati potrebbe facilmente salire verso livelli ben più elevati, avvicinandosi — per restare nella metafora — a temperature prossime ai quaranta gradi e oltre.
A rendere il quadro ancora più delicato si aggiunge quanto accaduto negli ultimi giorni in Qatar. Il Paese, che rappresenta uno dei principali esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, ha temporaneamente ridotto la produzione e le spedizioni di GNL per ragioni di sicurezza legate all’escalation militare nella regione. Si tratta di un elemento tutt’altro che secondario: il gas qatariota copre una quota significativa della domanda energetica globale, in particolare in Asia e in Europa. Anche un’interruzione parziale delle forniture può quindi provocare tensioni immediate sui prezzi dell’energia, alimentando ulteriormente l’incertezza sui mercati finanziari e riaccendendo timori inflazionistici che negli ultimi mesi sembravano progressivamente attenuarsi.
Anche il petrolio, soprattutto nelle giornate di giovedì e venerdì, ha subito un violento movimento rialzista che l'ha portato a superare i 90 $ al barile. Per Goldman Sachs vedremo presto i 120 $ e i più pessimisti parlano addiritttura di 150 $...
Bloomberg ha fatto notare che mai, sotto la presidenza Trump, il gallone di benzina è costato 3.32 $. Sicuramente non una bella notizia per l'inflazione americana e se il prezzo non dovesse scendere rapidamente neppure una bella notizia per il Presidente in ottica Midterm elections. Il prezzo della benzina è uno degli indicatori economici più sensibili per l’elettorato americano. Negli Stati Uniti milioni di persone dipendono dall’auto e quindi il prezzo del gallone è percepito quasi come una “tassa indiretta” sulla vita quotidiana. Anche variazioni relativamente contenute possono avere un impatto immediato sul potere d’acquisto delle famiglie.
Se i costi dell'energia sono parecchio al rialzo, purtroppo anche quelli delle materie prime in generale seguono la stessa via:
L'indice Bloomberg delle materie prime è al rialzo di quasi il 20% da inizio anno e sta raggiungendo i livelli del 2022: è evidente che presto o tardi questi rincari innalzeranno i costi alla produzione che come sempre, priamo o poi, verranno scaricati sulle spalle dei consumatori. Le conseguenze sul tasso di inflazione le avete già intuite...
A complicare il quadro della situazione, venerdì pomeriggio, ci hanno pensato i dati sul lavoro americano:
- Creazione nuovi posti di lavoro febbraio: -92k (atteso: 50k ; precedente: 126 k
- Disoccupazione febbraio : 4.4% (atteso: 4.3%; precedente: 4.4%)
Numeri di questo tipo avranno certamente creato non poche preoccupazioni tra i governatori della Federal Reserve. Da un lato, il forte rialzo dei prezzi dell’energia e delle materie prime, alimenta nuove pressioni inflazionistiche prospettiche rendendo sempre più difficile immaginare nel breve termine un allentamento della politica monetaria. In altre parole, ogni velleità di taglio dei tassi rischia di dover essere accantonata almeno finché l’impulso inflazionistico, proveniente dal comparto energetico, non si attenuerà.
Dall’altro lato, tuttavia, il mercato del lavoro americano sta iniziando a inviare segnali meno rassicuranti: alcuni indicatori suggeriscono che la dinamica occupazionale sta progressivamente perdendo slancio. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la banca centrale potrebbe trovarsi prima o poi nella necessità di intervenire per sostenere l’economia reale, riducendo il costo del denaro.
La Federal Reserve si trova quindi di fronte al classico dilemma delle fasi di transizione: deve continuare a combattere l’inflazione oppure deve iniziare a prevenire un rallentamento più marcato dell’attività economica? Quale direzione il mercato ritenga oggi più probabile lo si può intuire osservando il comportamento dei Treasury americani:
Fino alla scorsa settimana i rendimenti dei Treasury stavano già scontando almeno un paio di tagli ai tassi nel corso del 2026. Da qualche giorno, tuttavia, lo scenario sembra essersi sensibilmente modificato. L’inasprimento delle tensioni geopolitiche e il conseguente rialzo dei prezzi dell’energia hanno riportato in primo piano il rischio inflazionistico, inducendo il mercato a rivedere le proprie aspettative sulla politica monetaria.
Oggi sembra infatti prevalere l’idea che la Federal Reserve possa dare priorità alla lotta contro l’inflazione, anche a costo di accettare un temporaneo deterioramento del mercato del lavoro. In altre parole, la banca centrale potrebbe scegliere di mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto, pur consapevole che ciò potrebbe tradursi in un aumento della disoccupazione nel breve periodo.
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Come hanno reagito i mercati azionari a tutto questo trambusto?
Purtroppo non molto bene. I mercati si sono infatti rimangiati gran parte delle buone performance accumulate nei primi due mesi dell’anno e molti degli indici che seguiamo più da vicino si trovano ora in territorio negativo a testimonianza di quanto, in questa fase, il contesto geopolitico stia prevalendo sui fondamentali economici.
In situazioni come questa il sentiment degli investitori può tuttavia cambiare molto rapidamente: bastano pochi eventi, in un senso o nell’altro, per modificare in modo significativo la direzione dei mercati. Abbiamo ancora molto tempo davanti a noi per raddrizzare il percorso del 2026 e, come sempre quando ci troviamo in fasi di maggiore turbolenza, non ci perdiamo d'animo.
Lo S&P 500 (-1,54% ytd) si trova attualmente in una posizione piuttosto delicata, appoggiato pericolosamente sulla linea di supporto del canale ascendente che ne ha accompagnato il movimento negli ultimi mesi. È lecito sperare che proprio su questi livelli possa svilupparsi un rimbalzo tecnico, anche se preferiamo non farci troppe illusioni.
Continuiamo tuttavia a ritenere possibile uno scenario di andamento laterale, che permetterebbe ai mercati di assorbire le tensioni delle ultime settimane senza costringerci a intervenire con alleggerimenti più significativi dei portafogli limitandoci eventualmente a qualche vendita mirata.
Molto dipenderà da ciò che accadrà già nelle prossime sedute. Ci aggrappiamo anche a un elemento stagionale che storicamente ha spesso favorito i mercati azionari: tra marzo e aprile le borse tendono infatti a registrare performance positive. Va però sottolineato che questa statistica vale soprattutto in contesti macroeconomici e geopolitici relativamente stabili. Oggi, purtroppo, non ci troviamo in condizioni normali — ed è un aspetto che dobbiamo tenere ben presente nelle nostre valutazioni.
Del potenziale effetto distruttivo sull’occupazione derivante dall’impiego sempre più massiccio dell’Intelligenza Artificiale, questa settimana si è parlato comprensibilmente poco. Eppure si tratta di un tema destinato, prima o poi, a tornare con forza al centro del dibattito economico.
Nel frattempo il Nasdaq (-3,68% ytd) sembra essere uscito, seppur di poco e quindi in attesa di ulteriori conferme nelle prossime sedute, dal canale ascendente che ne aveva caratterizzato l’andamento negli ultimi mesi. La rottura non è ancora tale da trarre conclusioni definitive ma rappresenta comunque un segnale che merita attenzione.
Per fortuna, non molto lontano dai livelli attuali, troviamo alcuni supporti tecnici di rilievo: in primo luogo l’area dei 22'200 punti e, subito sotto, il sostegno rappresentato dalla media mobile a 200 giorni. Sarà interessante osservare se questi livelli riusciranno a favorire un rimbalzo tecnico.
Un eventuale recupero potrebbe peraltro offrire l’occasione per alleggerire parzialmente l’esposizione al comparto tecnologico che tende a essere tra i più sensibili se confrontato con uno scenario di tassi d’interesse più elevati qualora le pressioni inflazionistiche dovessero tornare a intensificarsi.
Solo una settimana fa ci stavamo compiacendo della relativa solidità mostrata dallo SMI (-1,30% ytd) e, appena cinque giorni dopo, lo ritroviamo invece pericolosamente a ridosso della linea di supporto del canale ascendente. Fortunatamente l’indice si è appoggiato anche ad un importante supporto statico in area 13.070 punti, livello che potrebbe favorire almeno un rimbalzo tecnico, soprattutto considerando che gli indicatori di breve periodo segnalano una condizione ormai prossima all’ipervenduto.
Anche in questo caso, tuttavia, preferiamo non farci troppe illusioni. Molto dipenderà dall’evoluzione della situazione geopolitica in Medio Oriente e dalle reazioni dei mercati nelle prossime sedute.
Cercheremo, per quanto non sia semplice in fasi di forte incertezza come quella attuale, di rimanere coerenti con la nostra linea di condotta: qualora dovessimo avere conferma di un’inversione del trend, procederemo con alcuni alleggerimenti selettivi delle posizioni.
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Se c’è un asset che merita davvero l’appellativo di “bene rifugio”, questo è senza dubbio il franco svizzero. Anche nelle prime fasi del conflitto in Medio Oriente la valuta elvetica si è infatti rafforzata contro la maggior parte delle principali monete, euro compreso. Fanno eccezione il dollaro canadese e la corona norvegese, che beneficiano della presenza in quei Paesi d'importanti aziende energetiche e minerarie, attualmente favorite dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.
Alla luce di questo rafforzamento ci si può legittimamente domandare se la Banca Nazionale Svizzera non ritenga opportuno intervenire per attenuare almeno parzialmente la forza del franco. Un apprezzamento eccessivo della valuta infatti, rischia di penalizzare il settore esportatore e di comprimere ulteriormente le già modeste pressioni inflazionistiche interne.
Resta naturalmente da vedere se un eventuale intervento sui mercati valutari verrebbe tollerato sul piano internazionale. Le possibili reazioni dell’amministrazione americana — ed in particolare la nota sensibilità di Trump sul tema delle valute — rappresentano sempre un elemento di cui tenere conto. Tuttavia, considerato il contesto globale particolarmente turbolento di queste settimane, non è escluso che, per una volta, anche su questo fronte possa prevalere una certa indulgenza ma ovviamente non ci facciamo troppe illusioni...
La scorsa settimana avevamo osservato come, in presenza di tensioni geopolitiche che incidono sui prezzi dell’energia, il dollaro americano tenda storicamente a rafforzarsi. E' esattamente ciò che è avvenuto per gran parte della settimana. L’unica eccezione si è registrata nella giornata di venerdì, quando la pubblicazione dei dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti ha temporaneamente modificato la percezione degli investitori.
Il mercato ha infatti interpretato i numeri pubblicati come un possibile segnale di raffreddamento dell’economia e, di conseguenza, come un elemento che potrebbe spingere la Federal Reserve a considerare un futuro taglio dei tassi. È verosimilmente questa lettura che ha provocato un indebolimento del dollaro proprio nella seduta di venerdì.
Al momento non troviamo altre spiegazioni particolarmente convincenti per giustificare il movimento della valuta americana nel confronto con il franco svizzero.
Per scrupolo siamo andati a vedere quali sono le percentuali per un eventuale taglio ai tassi durante la prossima riunione della FED prevista per il 17-18 marzo: con un 96.3% di probabilità NON ci sarà nessun taglio. Questo dovrebbe in teoria sostenere il dollaro...
... dollaro che in effetti contro euro si è rafforzato tutta la settimana. A nostro giudizio dovrebbe comunque restare confinato dentro un range tra 1.19 e 1.1488 e continuare a scorrere lateralmente.
Comprendere i movimenti del Bitcoin non è mai particolarmente semplice e anche questa settimana, soprattutto nella giornata di venerdì, abbiamo assistito a un ribasso piuttosto marcato che non era facilmente prevedibile.
È abbastanza probabile che il movimento sia stato favorito innanzitutto da prese di beneficio. Il passaggio dai 65.000 ai 72–74.000 dollari è avvenuto infatti in tempi relativamente brevi e, come spesso accade in queste situazioni, una parte degli investitori ha ritenuto opportuno cristallizzare i guadagni accumulati. A ciò si è aggiunto con ogni probabilità anche un processo di riduzione delle posizioni in leva, che tende sempre ad amplificare i movimenti di breve periodo.
Un ulteriore elemento che potrebbe aver contribuito alla debolezza del Bitcoin è stata una certa delusione legata al progetto della cosiddetta “Strategic Bitcoin Reserve”. L’annuncio iniziale da parte del governo americano aveva infatti alimentato l’aspettativa che potessero essere previsti acquisti diretti di Bitcoin da parte dello Stato. A quanto pare questa ipotesi non rientra nei piani attuali. La revisione di tali aspettative ha probabilmente contribuito ad accelerare le prese di beneficio osservate nelle ultime sedute.
Buona domenica!