domenica 19 luglio 2026

Canale di Hormuz: l'impasse continua



The Economist, 18-24 luglio 2026


La settimana si è sviluppata attorno a due forze contrapposte che continuano a guidare l'andamento dei mercati finanziari. Da una parte sono arrivati segnali incoraggianti dal fronte macroeconomico americano: il rallentamento dell'inflazione, evidenziato sia dai prezzi al consumo (CPI) sia da quelli alla produzione (PPI), suggerisce che le pressioni sui prezzi, in assenza di grossi sbalzi rialzisti del prezzo del petrolio, possono  progressivamente rientrare senza compromettere più di tanto,  a quanto pare, la solidità dell'economia. 

I numeri parlano abbastanza chiaro:

  • Consumer Price Index giugno yoy         : 3.5% (atteso: 3.8%; precedente: 4.2%)
  • Core Consumer Price Index giugno yoy: 2.6% (atteso: 2.8%; precedente: 2.9%)
  • Producer Price Index (mensile) giugno  : -0.3% (atteso: 0%; precedente: 1.1%)

Il CPI americano di giugno ha sorpreso positivamente: la flessione è stata trainata soprattutto dal crollo dei prezzi dell'energia e della benzina ma segnali incoraggianti sono arrivati anche dal Core CPI, rimasto invariato sul mese, e dal rallentamento degli affitti che è la componente più pesante del paniere. 



Comunque una manciata di dati, per quanto più che discreti,  da soli non bastano a decretare la vittoria sull'inflazione:





Purtroppo il canale di Hormuz è di nuovo bloccato...





...e l'inevitabile risalita del prezzo del petrolio influenzerà senza alcun dubbio i prossimi rilevamenti dello stato dell'inflazione americana che di questo passo, potete scommetterci, sarà per il mese prossimo nuovamente orientata al rialzo. 


 A sostenere le pressioni sui prezzi potrebbero inoltre contribuire anche i consumi delle famiglie statunitensi che continuano a dimostrarsi sorprendentemente resilienti e che verosimilmente resteranno tali finché Wall Street manterrà un andamento favorevole alimentando il cosiddetto wealth effect.

In questo contesto, la Federal Reserve sembra avere poche ragioni sia per ridurre i tassi già a fine mese sia per tornare ad aumentarli. Lo scenario più probabile resta quindi quello di una pausa, rinviando le decisioni ai meeting di settembre e ottobre proprio a ridosso delle elezioni di metà mandato. Ovviamente ogni scelta di politica monetaria sarà inevitabilmente osservata ed interpretata anche attraverso una lente politica e indurrà di certo la Fed a muoversi con particolare prudenza per preservare la propria indipendenza e credibilità.

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La stagione delle trimestrali del Q2 è iniziata sotto buoni auspici trascinata soprattutto dai settori tecnologico e finanziario. Le prime 47 società che hanno già pubblicato i risultati hanno, nel complesso, fornito indicazioni incoraggianti nonostante aspettative particolarmente elevate. 
Sarà soprattutto il comparto tecnologico a dover dimostrare che le valutazioni raggiunte sono ancora sostenute da fondamentali solidi, con una crescita di ricavi e utili in grado di giustificare quotazioni che, in molti casi, incorporano già scenari molto (troppo?)  ottimistici. Le prime 5 società di questo settore che hanno pubblicato sono andate ben oltre le aspettative (rettangolo rosso) e questo è incoraggiante ma saranno soprattutto le Magnifiche 7 e tutte quelle aziende che girano attorno all'AI che dovranno stupirci.


A tal proposito riproponiamo la tabella dei M7 pubblicata un paio di settimane fa  (abbiamo dovuto aggiornare un paio di date...): mercoledì 22 luglio si inizia con Tesla e Alphabet e soprattutto quest'ultima sarà obbligata a superarsi in quanto qualsiasi elemento di incertezza verrà rapidamente incorporato nei prezzi attraverso un aumento della volatilità e un conseguente massiccio calo dei prezzi; Netflix e Ibm (con il profit warning) sono già state a tal proposito punite pesantemente... 

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Il discorso alla nazione di Donald Trump del 16 luglio 2026 si è concentrato quasi interamente sul tema dell'integrità del sistema elettorale americano e non ci vuole di certo la potenza dell'Intelligenza Artificiale ma solo un po' di vecchio buon senso per capire che sta già mettendo le mani avanti su quella che a novembre si preannuncia come una probabile debacle elettorale...



...ma quello che ci ha veramente sbalordito è l'iniziativa della Trump Media & Technology Group (TMTG) che al 41% è in mano alla famiglia Trump: a quanto pare lancerà un servizio destinato a banche e operatori di trading algoritmico che, al costo di circa 100.000 $ al mese, fornirà l'accesso in tempo reale e con la minima latenza ai post dei principali account di Truth Social, incluso quello di Donald Trump. 

L'iniziativa nasce dal riconoscimento che alcuni messaggi del presidente hanno dimostrato di poter muovere istantaneamente i mercati, rendendo anche pochi millisecondi (!) di vantaggio un potenziale fattore di profitto. La vicenda evidenzia come, nell'era dei mercati dominati dagli algoritmi, la velocità di accesso all'informazione sia ormai un asset economico di enorme valore che  in questo caso si scontra anche con una delicata questione etica e morale poiché la fonte dell'informazione coincide con chi beneficia economicamente della sua distribuzione... 

Inoltre in questo caso il vero rischio, oltre che al palese conflitto di interessi, è che l'informazione politica diventi un bene commerciale riservato a chi può permetterselo. Se i mercati iniziassero a percepire che le decisioni di maggiore impatto economico possono essere monetizzate attraverso canali privati, verrebbe messo in discussione il principio della parità di accesso alle informazioni che è uno dei pilastri della fiducia e dell'efficienza dei mercati finanziari.

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Per il momento continua la fase di consolidamento, perfettamente in linea con quanto suggerito anche dal modello di Ned Davis. È probabile che fino a mercoledì il mercato rimanga privo di movimenti particolarmente significativi, in attesa dei risultati di Alphabet, che potrebbero rappresentare il primo vero catalizzatore della stagione delle trimestrali per il comparto tecnologico. Il settore mostra già alcuni segnali di nervosismo: l'indice SOX dei semiconduttori perde circa il 20% da inizio anno, a dimostrazione che gli investitori sono diventati più selettivi e meno disposti a premiare indiscriminatamente le società legate all'intelligenza artificiale. Non diamo quindi più per scontato che sarà ancora una volta la tecnologia a trainare i mercati nella seconda parte dell'anno. Fortunatamente, altri comparti – quello finanziario in primis – stanno offrendo un contributo importante, favorendo una salutare rotazione settoriale. Non significa che il ciclo rialzista della tecnologia sia terminato; più semplicemente, dopo anni di straordinaria sovraperformance, il settore sembra essersi preso una fisiologica e necessaria pausa di riflessione.



Non è un caso che un mercato "noioso" come quello svizzero (SMI) sta prendendo slancio proprio mentre il Nasdaq ha già perso un 6% dai massimi di quest'anno... A separare i due indici ci sono meno di 2 punti percentuali. Chi l'avrebbe mai detto!



Lo spostamento laterale dello S&P 500 (+8.94%ytd) è ormai evidente. Il grafico non lo mette particolarmente in risalto, ma l'indice si trova attualmente appoggiato alla media mobile a 50 giorni, che continua a svolgere un importante ruolo di supporto dinamico. L'RSI, posizionato in area neutrale, lascia sperare che il mercato possa essere al riparo da correzioni particolarmente violente nel breve termine. Un giudizio più definitivo sarà però possibile soltanto dopo la pubblicazione delle trimestrali delle Magnifiche 7, che si completerà non prima della fine del mese. Fino ad allora il quadro tecnico rimane costruttivo e il trend rialzista continua a essere intatto.



Anche il Nasdaq (+9.80% ytd) si muove ormai in una fase laterale. Nel corso della settimana, tuttavia, il supporto rappresentato dalla media mobile a 50 giorni ha ceduto, indebolendo il quadro tecnico di breve periodo. L’indice sembra ora diretto verso il successivo livello di supporto, individuabile in area 25'000 punti, una soglia che dovrà necessariamente tenere per evitare un deterioramento più marcato. La seduta di mercoledì rappresenterà un primo banco di prova particolarmente importante. Nonostante la recente debolezza, il trend rialzista di fondo rimane per il momento ancora in essere.



Ultimamente ci imbattiamo con una certa frequenza in figure di spalla-testa-spalla ribassiste ed è proprio questo il caso dell'Eurostoxx 50 (+7.59% ytd). Se la figura dovesse completarsi con la rottura confermata della neckline, potrebbe aprire la strada a una fase correttiva in grado di riportare l'indice in prossimità della media mobile a 100 giorni (linea verde) e, forse – sottolineiamo forse – provocare una temporanea fuoriuscita dal canale rialzista che accompagna il mercato ormai da diversi mesi. Va però ricordato che il mancato completamento di uno spalla-testa-spalla è spesso interpretato come un segnale di forza: indica che la pressione dei venditori non è stata sufficiente a invertire il trend e costringe molti operatori ribassisti a ricoprire le proprie posizioni alimentando spesso un nuovo impulso rialzista. Trend per il momento intatto.



È probabilmente quanto è accaduto questa settimana allo SMI (+8.11% ytd). Se ricordate, nel precedente aggiornamento avevamo evidenziato la possibile formazione di uno spalla-testa-spalla ribassista. La figura però non si è completata e si è dissolta senza conseguenze confermando la prevalenza della pressione d'acquisto. I compratori hanno così ripreso il controllo spingendo l'indice verso nuovi massimi relativi. L'RSI, ormai in prossimità della soglia di ipercomprato, potrebbe a prima vista suggerire una certa prudenza; in un mercato caratterizzato da un trend rialzista ben definito, questo è spesso un segnale di forza piuttosto che di debolezza. Per il momento, quindi, il trend rialzista del mercato svizzero rimane pienamente confermato.

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Diamo ora una rapida occhiata alle valute.



USD/CHF continua a consolidare in prossimità della resistenza a 0.8077 senza riuscire, almeno per il momento, a trovare la forza necessaria per superarla con decisione. Fino a quando non sarà più chiaro l'orientamento della Federal Reserve – il prossimo appuntamento è fissato per il 29 luglio con il mercato che sconta ampiamente un mantenimento dei tassi – è probabile che il cambio continui a muoversi in un intervallo ristretto. A favorire questa fase di attesa contribuisce anche il recente rialzo del petrolio che, riaccendendo i timori inflazionistici, riduce le aspettative di un imminente allentamento della politica monetaria americana.




Per EUR/USD 1.1488 si sta sempre più confermando una resistenza dura da superare... Vediamo se una spinta arriverà dalla BCE se giovedì prossimo la BCE dovesse decidere di aumentare i tassi.


EUR/CHF continua ormai da un paio di settimane a testare il supporto in area 0.9216, senza tuttavia mostrare la forza necessaria per allontanarsene con decisione. Un eventuale orientamento meno accomodante della BCE nella riunione di giovedì potrebbe offrire un moderato sostegno alla moneta unica. Non ci attendiamo movimenti particolarmente significativi ma un ritorno più convinto all'interno del trend laterale che caratterizza il cambio da diversi mesi rappresenterebbe già un segnale incoraggiante.


Il Bitcoin continua a scontrarsi con la resistenza in area 65'500 dollari, livello che finora ha respinto ogni tentativo di allungo. Un breakout deciso rappresenterebbe un importante segnale di forza e potrebbe aprire la strada verso il successivo obiettivo tecnico individuabile in area 73'000 $. Fino a quel momento, tuttavia, è ragionevole attendersi il proseguimento della fase di consolidamento.


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Agenda per la prossima settimana:
  • 21.7: utili Novartis
  • 22.7: utili Tesla e Alphabet
  • 23.7: utili Givaudan, Küne und Nagel, Nestlé e Roche
  • 23.7: Riunione della Banca Central Europea: non escluso un ulteriore aumento dei tassi.


Buona Domenica!

domenica 12 luglio 2026

Canale di Hormuz: difficile passare



The Economist - 11-17 luglio 2026

Ci risiamo. Lo Stretto di Hormuz è tornato, di fatto, a essere paralizzato: le petroliere e le navi mercantili che lo attraversano si contano allo stato attuale sulle dita di una mano e mezza e non ci sorprenderemmo più di tanto se il traffico venisse pure completamente bloccato: 



Giovedì scorso sono state solo 7 le navi che sono riuscite ad attraversare lo Stretto.

Come ha giustamente osservato Federico Fubini sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa, per Teheran «l'obiettivo non è incassare i pedaggi (anche), ma utilizzare lo Stretto come un'arma di pressione e di ricatto nei confronti degli Stati Uniti e della comunità internazionale». In questo contesto appare sempre più evidente che trovare un'intesa con gli iraniani non sarà affatto semplice.

Infatti l'elemento di maggiore novità del conflitto è stato la trasformazione interna dell'Iran. La morte di Khamenei ha accelerato il passaggio da una teocrazia dominata dal clero a uno Stato ultranazionalista in cui il vero centro del potere è rappresentato dai Pasdaran o Guardiani della rivoluzione che dir si voglia. Una leadership di questo tipo appare più propensa a utilizzare la leva militare e soprattutto il controllo dello Stretto di Hormuz come strumenti negoziali e di deterrenza.

Che le trattative con l'Iran non siano proprio una passeggiata di salute lo mette simpaticamente in evidenza il Corriere di sabato 11 luglio che pubblica, a mo' di gioco dell'oca, uno schema dove il cortocircuito tra Trump e l'Iran è evidente: 



Comunque sia, anche ammesso — e non concesso — che si riuscisse a raggiungere un accordo che riconoscesse una qualche forma di sovranità iraniana sullo Stretto, resterebbe un altro ostacolo difficilmente superabile: l'opposizione dei Paesi del Golfo che considererebbero questa soluzione del tutto inaccettabile contribuendo ad un nuovo e pericoloso innalzamento della tensione militare nella regione. D'altronde Hormuz è (o era) una via d'acqua internazionale disciplinata dal diritto del mare: il principio della libertà di navigazione è un pilastro dell'ordine internazionale che dall'inizio di questa guerra non è più garantito. Comprensibilmente qualche emiro del Golfo potrebbe anche esprimere un malcelato disappunto con conseguenze che difficilmente si limiterebbero al solo piano diplomatico.

A farne le spese sarebbe ancora una volta il prezzo del petrolio che da mesi è il nostro sorvegliato speciale:


Dall'inizio della guerra il costo dei due petroli, WTI e Brent,  è salito velocemente ma altrettanto velocemente è sceso; basta comunque un po' di incertezza e qualche attacco militare da ambo le parti per farlo ripartire al rialzo. Per il momento sembra essersi fermato e dai telegiornali di sabato si apprende che uno straccio di dialogo sembra essersi rimesso in marcia. Speriamo sia sufficiente ad evitare di rivedere nuovamente il prezzo del barile sopra i 100 $. Le conseguenze sarebbero spiacevoli.

Infatti ci siamo chiesti quali potrebbero essere le conseguenze e poi, già che c'eravamo, abbiamo iniziato a riflettere allargando il campo d'indagine a tutti i potenziali fattori di rischio che potrebbero intralciare il trend positivo dei mercati azionari. Di fattori ne abbiamo trovati almeno una dozzina che abbiamo riassunto nella tabella sottostante (clicca sulla tabella per una miglior lettura) 



Tra i rischi ad alta probabilità e a maggior impatto troviamo il ritorno dell'inflazione e così capite perché siamo tanto interessati al prezzo del petrolio e di riflesso anche a quello delle materie prime:




materie che, come dimostra l'indice delle materie prime elaborato da Bloomberg, sono tutt'altro che insensibili agli 
stravolgimenti geopolitici. Basta un nonnulla per mandarle al rialzo e alimentare in tal modo la crescita dell'inflazione.


Anche il rialzo dei rendimenti obbligazionari e dei Treasury potrebbero, alla lunga,  causare non pochi problemi:



Se pensiamo che all'inizio dell'anno i rendimenti dei Treasury americani (10 anni in nero, 2 anni in rosso) dovevano solo che scendere, ci ritroviamo 6 mesi dopo ai piedi della scala e con la prospettiva di almeno due rialzi per il 2026: non sono ovviamente certi ma è quello che si aspettano oggi gli investitori. Comprensibile quindi che i rendimenti si siano già spostati verso l'altro e soprattutto il 2 anni sta salendo molto più velocemente del decennale;  è il tipico segnale di una politica monetaria percepita come più restrittiva.

In sintesi, il mercato non appare oggi particolarmente vulnerabile a un singolo fattore, bensì a una combinazione di eventi. Lo scenario che avrebbe il maggiore potenziale destabilizzante sarebbe un ritorno delle pressioni inflazionistiche tanto da costringere le banche centrali a mantenere tassi elevati tanto da far risalire i rendimenti obbligazionari. Altro fattore di rischio - diremmo imminente visto che fra due settimane i Magnifici 7 pubblicheranno i dati del secondo trimestre - sono gli utili delle imprese soprattutto se dovessero deludere le aspettative che, ricordiamo, sono assai elevate. In un contesto di valutazioni già molto tirate, tale combinazione di tassi alti e utili deludenti potrebbe innescare una correzione significativa sia delle borse statunitensi sia di quelle europee.  Per il momento, come vedremo, i trend ascendenti dei vari mercati sono ancora in essere e ovviamente non sarebbe male se ci restassero!


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Secondo l'algoritmo di Ned Davis durante questo mese dovremmo assistere ad un aumento dello S&P500 di almeno un paio di punti percentuali prima di iniziare la correzione di metà agosto che durerà fino alla fine settembre. Saranno decisivi i dati. 

A proposito: venerdì PepsiCo e Delta Airlines hanno pubblicato per primi i dati del secondo trimestre: buoni ma non buonissimi quelli di PepsiCo e, come da attese, molto buoni quelli di Delta Airline che però ha corretto nel dopo borsa mostrando il classico esempio di cosa vuol dire "buy the rumor, sell the news".

Il messaggio che arriva da queste due società è incoraggiante: il consumatore americano continua a spendere, sia nei beni di consumo (PepsiCo) sia nei servizi e nei viaggi (Delta). È un primo segnale positivo all'avvio della stagione delle trimestrali del secondo trimestre 2026, anche se sarà necessario verificare nelle prossime settimane se questa solidità verrà confermata anche dalle grandi banche (dal 14.7)  e soprattutto dalle società tecnologiche (ultima settimana del mese).


A tal proposito vorremmo mostrarvi questo grafico:




 Se c'è una novità che merita di essere evidenziata nel 2026 è il cambio di leadership all'interno della borsa americana. Per la prima volta dopo diversi anni le cosiddette Magnifiche 7 (linea nera)  non sono più il principale motore del rialzo dello S&P 500 (linea blu). Mentre il paniere formato dalle sette big della tecnologia registra un progresso di appena il 3,2%, le restanti 493 società dell'indice guadagnano circa il 13,7%. È il segnale di una rotazione settoriale importante: gli investitori stanno progressivamente alleggerendo le posizioni sui titoli tecnologici più costosi per orientarsi verso comparti come industriali, finanziari, sanità, energia e utility, caratterizzati da valutazioni più interessanti e da una crescita degli utili più equilibrata.

Dal punto di vista dell'analisi di mercato questa è di norma una dinamica costruttiva. Un mercato che sale grazie al contributo di un numero crescente di società è generalmente più solido e meno vulnerabile rispetto a uno sostenuto esclusivamente da pochi titoli a mega capitalizzazione. Resta ora da capire se questa rotazione sia destinata a proseguire oppure se saranno le imminenti trimestrali delle Big Tech a consentire alle Magnifiche 7 di riconquistare la leadership. Lo sapremo nelle prossime settimane.


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Diamo ora un rapido e sintetico sguardo ai principali indici azionari:





S&P500 (+10.66% ytd). Trend rialzista confermato. Chiaro triangolo di consolidamento in procinto di essere forato verso l'alto ma il segnale per essere significativo necessita di volumi al rialzo. Per il momento non lo sono (freccia rossa). Non diamo il segnale di bullish breakout per scontato. Ci vuole prudenza.



Anche il Nasdaq ( 13.08% ytd) nel breve termine è in piena fase di consolidamento laterale all'interno di un trend rialzista di maggior respiro. Volumi nettamente calanti (freccia rossa)  e RSI in posizione neutra. E' evidente che siamo in molti ad aspettare i risultati del secondo trimestre...



La correzione dell'Eurostoxx50 (+8.26% ytd)  di questa settimana non è di certo passata inosservata: la si spiega con la brusca correzione del settore tecnologico (forti ribassi per ASML, STM e Soitec), con il ritorno delle tensioni geopolitiche, l'aumento dei rendimenti obbligazionari e di certo anche per alcune prese di beneficio dopo i massimi delle scorse settimane. Per il momento il trend è in essere e non intravvediamo nessun cambiamento strutturale.



Il trend positivo dello SMI (+7.29% ytd)  è per il momento confermato ma siamo in pre-allarme in quanto ci sembra di aver individuato la formazione di un spalla-testa-spalla che notoriamente è una figura tecncica che precede una correzione del mercato. Se fosse così non saremmo sorpresi di vedere lo SMI a 13'500 punti. Prendiamo il tutto ovviamente con le pinze e speriamo di esserci sbagliati (è risaputo che l'analisi tecnica può sfornare una valanga di falsi segnali... )


Buona domenica!


PS



Nella serata di sabato, ripresa dalle principali televisioni europee, è apparsa questa fotografia. La pubblicazione sembra autentica: l'immagine sarebbe stata diffusa da Hamshahri, quotidiano controllato dalla municipalità di Teheran e vicino agli ambienti più radicali del regime iraniano. Nella composizione compaiono, oltre a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, anche Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e altri esponenti politici occidentali. Il titolo viene tradotto come «La vendetta è inevitabile», mentre il testo che accompagna il collage attribuisce ai leader raffigurati una responsabilità politica nella morte di Ali Khamenei e lascia intendere una possibile minaccia nei loro confronti. 

Per il momento non risulta, almeno sulla base delle informazioni disponibili, che si tratti di una lista operativa ufficiale emanata dal governo iraniano o dai Guardiani della Rivoluzione. È quindi difficile stabilire se la fotografia rappresenti esclusivamente uno strumento di propaganda destinato al pubblico iraniano oppure un messaggio di intimidazione rivolto anche all'Occidente. In ogni caso, il fatto che un quotidiano vicino agli ambienti di potere iraniani abbia scelto di pubblicare un'immagine di questo tipo non può essere liquidato come una semplice provocazione e merita di essere seguito con attenzione. 

Se il messaggio dovesse essere accompagnato da azioni concrete o da ulteriori minacce ufficiali, il confronto tra Iran e USA potrebbe diventare uno scontro tra Iran e Occidente. Si passerebbe infatti da uno scontro prevalentemente geopolitico e militare a una contrapposizione caratterizzata anche da una pressione diretta nei confronti dei vertici politici europei, con inevitabili ripercussioni sul piano della sicurezza, della diplomazia e della stabilità internazionale.



domenica 5 luglio 2026

Meno inflazione del previsto

Venerdì in tarda mattinata ci stavamo chiedendo cosa avremmo potuto raccontare in questi Appunti Finanziari. Sul fronte geopolitico, infatti, il percorso verso un possibile trattato di pace tra Stati Uniti e Iran sembra essersi improvvisamente eclissato e dei negoziati, per lo meno sulla carta stampata, si sono perse le tracce. Qualche cosa comunque si sta muovendo:


Il traffico navale nello Stretto di Hormuz si sta lentamente intensificando...



...e il ribasso del petrolio è continuato anche questa settimana: siamo ad un nonnulla dalle quotazioni pre-conflitto (punti rossi). Gli effetti sulle aspettative d'inflazione al ribasso, come vedremo dopo, si stanno già facendo sentire.

Sul fronte dei mercati azionari, invece, la settimana si è progressivamente svuotata di spunti: per celebrare il 250° anniversario dell'indipendenza americana, gli Stati Uniti hanno di fatto anticipato il lungo fine settimana del 4 luglio e già dal pomeriggio di giovedì i volumi di scambio si sono sensibilmente ridotti, con molti operatori che hanno preferito chiudere le posizioni e rimandare ogni decisione alla settimana successiva. Venerdì 3 luglio i mercati americani sono rimasti chiusi.

Nonostante questo clima quasi prefestivo, il bilancio degli ultimi cinque giorni rimane nel complesso positivo. Come vedremo nei grafici, i principali indici azionari hanno consolidato i recenti rialzi, dimostrando una notevole capacità di assorbire sia l'incertezza geopolitica sia i timori legati ai tassi d'interesse. Ora l'attenzione si sposta interamente sulla stagione delle trimestrali che partiranno il 10 luglio con PepsiCo e Delta Air Lines e a seguire  il 14 con le banche e poi tutto il resto. Le aspettative degli analisti sono elevate e, dopo mesi di valutazioni generose, il mercato non si accontenterà di risultati semplicemente in linea con il consenso: serviranno utili superiori alle attese e, soprattutto, indicazioni convincenti da parte degli amministratori delegati e dei direttori finanziari sull'evoluzione della domanda, dei margini e degli investimenti nella seconda parte dell'anno.

In attesa che siano i numeri a parlare, proponiamo una breve riflessione su ciò che sembra stia maturando all'interno della Federal Reserve. E' importante. L'argomento è noioso e capiamo benissimo se avete voglia di passare subito ad altro: se così fosse, andate direttamente alla sezione dei grafici. 

Ma torniamo alla FED. Più che le prossime decisioni sui tassi, ci incuriosisce il cambiamento di paradigma che sembra emergere all'interno della banca centrale americana. Alcuni membri del Comitato appaiono infatti sempre più allineati con l'impostazione del nuovo presidente della Fed, segnale che potrebbe anticipare un diverso approccio alla politica monetaria nei prossimi anni. 

Per comprendere ciò che potrebbe cambiare alla Federal Reserve vale la pena soffermarsi sulla figura di Kevin Warsh, il nuovo presidente della banca centrale americana. Warsh non arriva dal mondo accademico, come molti dei suoi predecessori, ma da quello dei mercati finanziari. Dopo aver lavorato come banchiere d'investimento presso Morgan Stanley, è stato membro del Consiglio dei Governatori della Federal Reserve tra il 2006 e il 2011, vivendo in prima persona la grande crisi finanziaria del 2008. Successivamente ha continuato a seguire da vicino i mercati, l'economia e la politica monetaria come ricercatore e docente presso la Hoover Institution. Si tratta quindi di una figura che conosce molto bene il funzionamento dei mercati finanziari e il delicato equilibrio tra politica monetaria, aspettative degli investitori ed economia reale.

Nel suo recente intervento al forum delle banche centrali ( ECB Forum on Central Banking, Sintra 29.6 - 1.7 2026), Warsh ha lasciato intendere quale potrebbe essere la filosofia della nuova Fed. Il messaggio principale è stato che le decisioni di politica monetaria dovranno tornare ad essere guidate soprattutto dai dati economici via via disponibili (data dependent), piuttosto che da percorsi predefiniti annunciati con largo anticipo. In altre parole, ogni riunione dovrà essere affrontata senza pregiudizi, valutando di volta in volta inflazione, occupazione, produttività, condizioni finanziarie e andamento dell'economia nel loro complesso. È un approccio più pragmatico e flessibile, che riduce il rischio di restare vincolati a scenari formulati mesi prima in un contesto economico che può cambiare rapidamente.

In questo contesto è destinata a perdere importanza la forward guidance, ossia la pratica con cui una banca centrale comunica in anticipo ai mercati la probabile evoluzione futura dei tassi d'interesse per orientarne le aspettative e ridurre la volatilità. Se esiste un simbolo della forward guidance della Fed, questo è senza dubbio il dot plot: il grafico che, trimestralmente, ha orientato le aspettative degli investitori sul probabile percorso dei tassi d'interesse. Negli ultimi quindici anni questo strumento è diventato uno dei pilastri della comunicazione della banca centrale, ma Warsh sembra preferire una Fed meno impegnata a promettere ciò che farà fra sei o dodici mesi e più concentrata nel reagire tempestivamente alle informazioni che emergeranno. Se questo orientamento verrà confermato, i mercati dovranno probabilmente abituarsi a una politica monetaria meno prevedibile nelle parole, ma potenzialmente più credibile nei fatti.

Con una FED che adotta un approccio ancora più data dependent, l'attenzione del mercato si concentrerà ancora di più su un numero ristretto di indicatori macroeconomici in grado di modificare, di riunione in riunione, le aspettative sui tassi d'interesse.

I dati che la Fed osserverà con maggiore attenzione saranno probabilmente i seguenti:

  • Inflazione PCE Core – È l'indicatore preferito dalla Fed perché misura l'inflazione depurata dalle componenti più volatili (energia e alimentari). È il parametro più importante per valutare se l'obiettivo del 2% sia realmente raggiungibile.
  • Mercato del lavoro – Non solo il dato mensile sui nuovi occupati (Non-Farm Payrolls), ma anche il tasso di disoccupazione, la crescita dei salari orari, il tasso di partecipazione alla forza lavoro e il rapporto tra posti vacanti e disoccupati (JOLTS). La Fed vuole capire se il mercato del lavoro rimane troppo "tirato" o se sta rallentando in modo ordinato.
  • Aspettative d'inflazione – Gli indicatori ricavati dalle indagini dell'University of Michigan, della Federal Reserve Bank of New York e i cosiddetti breakeven inflation rates ricavati dal mercato obbligazionario. Se famiglie e imprese iniziano ad aspettarsi un'inflazione più elevata, la Fed tende a reagire rapidamente.
  • Consumi delle famiglie – La spesa per consumi rappresenta circa i due terzi del PIL americano. Vendite al dettaglio, reddito disponibile e dati sui consumi personali consentono di valutare la solidità della domanda interna.
  • Produttività e costo del lavoro – Un tema molto caro a Warsh. Se l'intelligenza artificiale e gli investimenti tecnologici riuscissero realmente ad aumentare la produttività, l'economia potrebbe crescere più rapidamente senza alimentare l'inflazione, consentendo alla Fed una politica monetaria meno restrittiva.
  • Condizioni finanziarie – Oltre ai dati macro, la Fed osserva attentamente i rendimenti dei Treasury, gli spread creditizi, il valore del dollaro, i mercati azionari e la disponibilità di credito. Un irrigidimento delle condizioni finanziarie può produrre effetti simili a un rialzo dei tassi.

La vera novità non sarebbe tanto quali dati verranno osservati – sono sostanzialmente gli stessi degli ultimi anni – quanto come verranno interpretati. La Fed potrebbe attribuire meno importanza alle previsioni formulate sei o dodici mesi prima e dare maggiore peso ai dati che arriveranno tra una riunione e l'altra. Questo significa trasformarla una banca centrale più flessibile e reattiva.

Per i mercati, la conseguenza è significativa: ogni pubblicazione di dati rilevanti (PCE, CPI, occupazione, salari, vendite al dettaglio o produttività) potrebbe avere un impatto maggiore sulle aspettative degli investitori, perché ogni report contribuirebbe a ridefinire la decisione della Fed alla riunione successiva, senza che il dot plot rappresenti una guida così vincolante come in passato.

Purtroppo appare chiaro che noi investitori  NON possiamo ignorare i dati macroeconomici soprattutto quelli provenienti dagli USA. Sappiamo che molti di voi questi dati li saltano a piè pari ma nei nostri Appunti appariranno giocoforza con maggior frequenza. 

Per oggi ci limitiamo al dato più importante pubblicato giovedì 2 luglio e che concerne la creazione di nuovi posti di lavoro non agricoli (Non-Farm Payrolls) per il mese di giugno:



I nuovi posti creati sono parecchio sotto le aspettative e secondo quanto pubblicato da Deutsche Bank con un dato simile " le speculazioni su un imminente rialzo dei tassi a luglio hanno continuato a placarsi. In effetti, le aspettative di mercato sono cambiate notevolmente nelle ultime 48 ore, anche alla luce delle dichiarazioni del presidente della Fed Warsh a Sintra mercoledì, secondo cui i rischi di inflazione si sono ridotti”.

Se poi affianchiamo agli NFP  la previsione di crescita in real time del Pil americano elaborata dalla FED di Atlanta...


...che si aspettava una crescita di tutt'altro genere
dell'economia americana...




... ecco, sommariamente spiegato, perché le probabilità di un rialzo dei tassi a fine mese da pare della FED si stanno riducendo molto rapidamente a zero. 

Anche in area Euro e in Svizzera i dati sull'inflazione pubblicati questa settimana sono stati nel complesso più favorevoli del previsto e rappresentano una buona notizia sia per la BCE sia per la Banca Nazionale Svizzera (BNS). Il filo conduttore è uno solo: il forte rialzo dell'inflazione osservato tra aprile e maggio, alimentato dall'impennata del petrolio durante il conflitto tra Israele e Iran, si è in parte riassorbito molto più rapidamente di quanto si temesse.

In Europa la stima preliminare di giugno ha mostrato che l'inflazione è scesa dal 3,2% al 2,8%, mentre il consenso degli economisti si attendeva un calo solo al 3,0%. Anche l'inflazione core è diminuita dal 2,6% al 2,4%, un segnale importante perché indica un rallentamento che va oltre la sola componente energetica. 

La discesa è stata abbastanza diffusa:

  • Germania: 2,4% (da 2,7%)
  • Francia: 2,0% (da 2,8%)
  • Italia: 3,1% (da 3,2%)
  • unica eccezione significativa la Spagna, rimasta al 3,6%

Anche le componenti dell'indice sono incoraggianti:

  • inflazione dei servizi: 3,2% (dal 3,5%);
  • energia: 8,7% (dal 10,8%);
  • alimentari: 1,6% (dall'1,9%). 

La situazione Svizzera è ancora più tranquilla. L'inflazione di giugno è scesa allo 0,5% annuo, dal 0,6% di maggio, con prezzi invariati rispetto al mese precedente (0,0% mensile). Il dato è perfettamente coerente con l'obiettivo della BNS, che considera coerente con la stabilità dei prezzi un'inflazione compresa tra 0% e 2%

Ancora più interessante è il fatto che:

  • l'inflazione importata è rallentata sensibilmente anche se il franco svizzero recentemente si è un po' indebolito.
  • la componente energetica, grazie al rapido raffreddamento del prezzo del petrolio,  sta perdendo rapidamente pressione. 

Che cosa significa per le banche centrali?

Per la BCE questi dati sono rassicuranti. Pur restando prudente, la banca centrale può guardare con maggiore serenità ai prossimi mesi perché il rischio che lo shock energetico si trasformi in inflazione persistente appare oggi meno elevato rispetto a poche settimane fa. 

( Nota di gossip finanziario: nei corridoi della BCE circolano voci su possibili dimissioni anticipate di Christine Lagarde dalla presidenza. Nulla di ufficiale ma il toto-nomine per la sua successione sembra essere già partito.)

Per la BNS la situazione è ancora più favorevole. Con un'inflazione allo 0,5% e prezzi importati in rallentamento, non esistono al momento pressioni tali da richiedere un irrigidimento della politica monetaria. 

Per entrambe le zone, l'inflazione in calo sta facendo del bene alle borse:


Chi l'avrebbe mai detto? La tanto vituperata Europa e i suoi mercati azionari stanno, almeno per il momento, facendo leggermente meglio di Wall Street. In realtà la sorpresa è solo parziale. Da diverse settimane osserviamo come le borse europee mostrino una forza relativa superiore alle attese e, dati alla mano, questa impressione trova ora una conferma concreta. Come si spiega questo cambio di passo?

Per anni gli investitori hanno considerato gli Stati Uniti l'unica vera destinazione per il capitale azionario: crescita economica più sostenuta, aziende tecnologiche dominanti e utili in costante aumento hanno giustificato valutazioni sempre più elevate. Nel 2026, tuttavia, qualcosa sta cambiando. Pur continuando a riconoscere la superiorità strutturale dell'economia americana, i mercati hanno iniziato a guardare con maggiore interesse all'Europa.

Il primo motivo è legato alle valutazioni. Dopo anni di sottoperformance, molte società europee trattano ancora con multipli decisamente inferiori rispetto alle loro concorrenti americane. Se lo S&P 500 continua a essere valutato oltre 23-24 volte gli utili attesi, gran parte dei listini europei si colloca ancora tra 14 e 16 volte. Questo significa che basta un miglioramento anche modesto del quadro macroeconomico perché gli investitori tornino a comprare Europa.

Il secondo fattore riguarda la politica monetaria. La BCE sembra ormai vicina alla fine del ciclo restrittivo, mentre negli Stati Uniti permane una maggiore incertezza sul percorso dei tassi. Se la Federal Reserve adotterà davvero un approccio sempre più data dependent, i mercati potrebbero dover convivere ancora a lungo con rendimenti obbligazionari elevati, un elemento che tende a comprimere le valutazioni azionarie.

Un terzo elemento è la composizione settoriale. Le borse europee sono meno dipendenti dai grandi titoli tecnologici e più esposte a banche, assicurazioni, industria e lusso. In una fase in cui il mercato ricerca valutazioni ragionevoli e dividendi elevati, questi settori stanno tornando ad attirare capitali. Non è un caso che proprio il comparto bancario europeo sia tra i migliori performer dell'anno.

Infine, c'è un aspetto spesso sottovalutato: i grandi investitori internazionali erano fortemente sovrappesati sugli Stati Uniti e sottopesati sull'Europa. È quindi bastato un lieve miglioramento delle prospettive economiche europee perché iniziasse un processo di riallocazione dei portafogli, con flussi che hanno sostenuto i mercati del Vecchio Continente.

Questo significa che l'Europa abbia definitivamente superato gli Stati Uniti? Probabilmente no. L'America continua a vantare un vantaggio significativo in termini di innovazione, produttività, sviluppo dell'intelligenza artificiale e capacità di generare utili. Tuttavia, dopo anni di dominio incontrastato di Wall Street, il 2026 potrebbe rappresentare una fase di riequilibrio, nella quale il premio pagato dagli investitori per acquistare azioni americane si riduce, mentre l'Europa torna a beneficiare di valutazioni più interessanti e di un graduale miglioramento del contesto economico.


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Sembrava che per questa settimana ci fosse poco da dire ed invece ci siamo accorti che, come al solito, siamo andati lunghi. Quindi vi risparmiamo in commenti dei vari indici ed esponiamo semplicemente i grafici in modo tale che anche voi possiate vedere come  tutti mercati che seguiamo sono posizionati perfettamente all'interno del loro trend ascendente. Il movimento è palese e la lettura dei grafici è semplice.


S&P500 (+9.32% ytd)



Nasdaq (+11.15% ytd)



Eurostox50 (+10.73% ytd)



SMI (+8.72% ytd)


Vogliamo però spendere due parole in più per il dollaro e l'oro in quanto durante la settimana siamo stati sollecitati a prendere posizione.


Abbiamo incrociato l'evoluzione dell'oro da inizio anno (in color... oro, scala di sinistra) con l'evoluzione del DXY (il paniere che misura il dollaro nei confronti delle 6 principali valute internazionali, scala di destra):  a partire soprattutto dalla metà di maggio la correlazione inversa tra i due è più che evidente. 

Il progressivo venir meno delle pressioni inflazionistiche lascia intravedere una Federal Reserve meno restrittiva nei prossimi trimestri. Viene così a mancare uno dei principali fattori di sostegno del dollaro che, pur continuando a beneficiare di rendimenti ancora molto interessanti, ha ripreso a muoversi al ribasso. Questo contesto sta tornando a favorire l'oro, che beneficia sia dell'indebolimento della valuta americana sia della prospettiva di tassi reali meno penalizzanti per il metallo giallo. Il supporto dei 3950 $ per oncia che abbiamo evidenziato la scorsa settimana è significativo e solo una sua rottura al ribasso ci convincerebbe a vendere oro. Per il momento lo teniamo nei depositi.

Stiamo quindi alleggerendo progressivamente la nostra esposizione al dollaro americano, consolidando parte dei guadagni realizzati negli ultimi mesi.


Buona domenica!