Prima o poi doveva succedere che il debito nazionale a Stelle e Strisce superasse i 40 trilioni di dollari. Lo ha fatto prima del previsto ed ora qualcuno - colui che sta a capo del Tesoro americano - inizia, meglio tardi che mai, a preoccuparsi! Abbiamo finalmente capito qual'è la soglia di dolore dell'amministrazione Trump che probabilmente non gradisce per nulla vedere i rendimenti del Treasury decennale avvicinarsi al 5%... potete quindi facilmente immaginare dove stanno andando le rese dei Treasury con scadenze superiori. Insomma, è un problema che non può più essere ignorato.
Infatti il costo annuale di questo enorme debito si situa al terzo posto di una classifica che vede gli esborsi per la salute e quelli per la previdenza occupare il primo e il secondo posto dell'articolato budget americano. Sul terzo gradino del podio troviamo il costo dei debiti: 1.1 trilioni di dollari di soli interessi passivi non sono noccioline e la tendenza è in chiaro aumento. Il recente e forte rialzo dei rendimenti dei Treasury a lungo termine sta mettendo sotto pressione il governo americano ed è il frutto di una combinazione particolarmente perniciosa costituita da inflazione persistente, crescente offerta di debito e minore fiducia nella sostenibilità delle finanze pubbliche a lungo termine.
Inoltre le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz e il rincaro dell’energia e delle materie prime in generale alimentano il timore che l’inflazione possa in effetti restare elevata più a lungo del previsto (ne parliamo brevemente tra poco) mentre le ingenti emissioni obbligazionarie delle grandi società tecnologiche, necessarie a finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale, aumentano la concorrenza per il capitale e costringono il Tesoro americano ad offrire rendimenti più generosi se vuole piazzare presso gli investitori tutte le emissioni.
Il problema comunque non è solo americano: infatti l’espansione dei debiti e dei disavanzi pubblici è comune a molti altri Paesi quali Francia, Italia, Inghilterra e Giappone dove gli investitori dubitano della volontà politica di ridurre la spesa o aumentare le entrate. Anche alle nostre latitudini è un bel dilemma che diventa sempre più difficile da ignorare: prima o poi i nodi arrivano al pettine.
A rendere il quadro ancora più fragile contribuisce il progressivo passaggio dei titoli pubblici dalle mani di istituzioni relativamente poco sensibili alla fluttuazione del prezzo delle obbligazioni (come le casse pensioni o le assicurazioni) a quelle di investitori privati, che richiedono un premio più elevato per finanziare il debito di aziende e stati a lunga scadenza e sono sensibili anche alle variazioni di prezzo degli strumenti a reddito fisso.
Il messaggio dei mercati obbligazionari è quindi piuttosto palese: i redimenti a lungo termine, senza un miglioramento credibile della disciplina fiscale e delle prospettive d’inflazione, difficilmente scenderanno in maniera duratura, con conseguenze potenzialmente negative per i conti pubblici, il credito, gli investimenti, le ipoteche e i tassi debitori delle carte di credito. Attenzione: anche le valutazioni azionarie potrebbero risentirne. Anzi, è quasi certo!
Quindi la decisione del segretario al Tesoro Scott Bessent del 18 di agosto d'intervenire direttamente sul mercato obbligazionario statunitense, acquistando Treasury a lunga scadenza finanziando tali operazioni con maggiori emissioni di titoli a breve termine, segna una svolta interventista e rischia di entrare in aperto conflitto con la politica della Federal Reserve guidata da Kevin Warsh. L’obiettivo è ridurre artificialmente i rendimenti a lungo termine dopo che il trentennale ha raggiunto il livello più elevato degli ultimi diciannove anni.
La strategia contraddice l’impostazione del capo della FED Warsh, che aveva considerato l’aumento dei rendimenti utile per contenere l’inflazione e che sostiene pure una riduzione del bilancio della Fed accompagnata dalla vendita di titoli a lunga scadenza. Come dire che la mano destra non sa cosa fa quella sinistra! Secondo diversi economisti questa sovrapposizione fra politica fiscale e monetaria, aggravata dalle continue pressioni di Trump per ottenere un taglio dei tassi, alimenta il rischio di “dominio fiscale”: una situazione nella quale la banca centrale sarebbe, di fatto, condizionata dall’esigenza del Tesoro di contenere il costo del debito pubblico.
Per il momento Bessent si è limitato ad indicare che il Tesoro potrebbe acquistare il doppio dei Treasury rispetto a quello che già sta facendo (si passerebbe nel periodo tra agosto e novembre da 18 a 32 miliardi): l'operazione potrebbe indebolire il dollaro e creare ulteriori pressioni inflazionistiche, costringendo la Fed ad aumentare i tassi a breve proprio mentre il Tesoro cerca di ridurre quelli a lungo termine.
Il risultato è una comunicazione istituzionale sempre più confusa, nella quale i mercati non riescono più a distinguere quale sia il vero orientamento delle autorità, riaprendo il tema dell’effettiva indipendenza della politica monetaria statunitense dalle necessità di finanziamento del governo. Comunque sia il mercato ha subito reagito il primo giorno come Bessent si sarebbe aspettato (riduzione dei rendimenti) ma tre giorni dopo ci ha ripensato rispedendo al mittente l'idea e riportando i rendimenti di venerdì sera allo stesso livello di dove erano il 18 agosto... Il messaggio del mercato per il momento sembra chiaro.
Ci perdonerete ma prima di gettare uno sguardo ai noiosi grafici azionari, dobbiamo spendere ancora qualche parola per chiarificare la nostra posizione nei riguardi dell'inflazione. Il 12 di agosto c'è stata la pubblicazione dello stato di salute di quella americana:
- CPI yoy luglio : 3.4% (atteso: 3.4%; precedente: 3.5%)
- Core CPI yoy luglio: 2.5% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%)
il CPI americano di luglio ha beneficiato ancora di un contributo favorevole dell’energia, con questa componente in calo dell’1,5% sul mese e soprattutto la benzina in flessione del 2,9%, contribuendo così a contenere l’inflazione generale. Da agosto, però, il quadro potrebbe cambiare sensibilmente, perché il forte rialzo del petrolio registrato tra luglio e agosto sta iniziando a trasferirsi sui prezzi dei carburanti: la benzina pesa per circa il 4% nel paniere CPI e, indicativamente, un suo aumento mensile del 5% potrebbe aggiungere quasi 0,2 punti percentuali al CPI complessivo.
Da non trascurare, in ottica infalzionistica, anche il rincaro delle materie prime che è vicino ai massimi dell'anno: è vero che i riflessi negativi di questo tipo di rincaro li avremo verosimilmente in autunno ma tutto contribuisce a far si che non sarà facile rispedire il livello di inflazione sotto il 3%, anzi, dovremmo iniziare a temere addirittura un ulteriore aumento dei prezzi (e dire addio ad eventuali tagli ai tassi...).
L'evento clou della prossima settimana per l'indice Nasdaq (+12.64% ytd) è senz'altro la pubblicazione dei numeri del Q2 di Nvidia mercoledì 26 agosto dopo la chiusura della borsa.
Il rally del bitcoin di questa settimana è nato dall’incrocio di quattro elementi: timore di svalutazione del dollaro e dominio fiscale (vedi provvedimento Bessent) , forti afflussi negli ETF (circa 600 mio), liquidazione delle posizioni short (short squeeze) e la maggiore apertura normativa americana (Clarity Act). Il Senato americano si esprimerà sul Clarity Act il 15 settembre 2026 alle 14.15 di Washington, cioè alle 20.15 in Svizzera. Tuttavia, non sarà ancora necessariamente il voto definitivo sulla legge: si tratterà innanzitutto di un voto procedurale necessario per chiudere l’ostruzionismo e avviare formalmente l’esame del provvedimento.
Anche il rimbalzo dell’oro delle ultime settimane nasce da fattori che vanno ben oltre il semplice recupero tecnico. Il movimento è cominciato già in luglio, quando l’area dei 4.000 dollari l’oncia ha attirato nuovi compratori dopo la correzione superiore al 25% registrata dai massimi di inizio anno. La discesa aveva ridimensionato il posizionamento speculativo e reso le valutazioni nuovamente interessanti per investitori istituzionali e compratori asiatici. In luglio gli ETF globali garantiti da oro fisico hanno raccolto circa 3 miliardi di dollari, interrompendo due mesi consecutivi di deflussi e aumentando le proprie riserve di circa 23 tonnellate.
L’annuncio di Bessent ha poi rappresentato l’acceleratore decisivo. Il tentativo del Tesoro di comprimere i rendimenti a lungo termine attraverso maggiori riacquisti è stato interpretato come un possibile segnale di repressione finanziaria e dominio fiscale. Gli investitori temono che l’esigenza di rendere sostenibile un debito federale superiore a 40 trilioni possa prevalere sulla lotta all’inflazione e portare nel tempo a tassi reali più bassi e ad una progressiva perdita di valore del dollaro. Questa è una combinazione particolarmente favorevole all’oro: il metallo non distribuisce interessi e diventa relativamente più attraente quando diminuiscono i rendimenti reali delle obbligazioni o cresce il rischio che l’inflazione li eroda.
Buona domenica!