domenica 18 ottobre 2026

Alla ricerca di sicurezza



The Economist, 17-23.10.2026

Prima di entrare nel vivo dei nostri consueti Appunti Finanziari, vorremmo soffermarci su un paio di osservazioni che alcuni affezionati lettori ci hanno recentemente rivolto.

La prima riguarda il nostro approccio alla finanza che talvolta sembra lasciar trasparire un certo pessimismo di fondo, quasi a voler celare una costante diffidenza nei confronti delle prospettive dei mercati. 

La seconda concerne la crescente attenzione che dedichiamo all'analisi fondamentale e al monitoraggio degli utili societari (EPS), dei multipli di valutazione (P/E) e di tutti quegli indicatori che potrebbero aiutarci a riconoscere per tempo un eventuale cambiamento di tendenza. L'argomento è ostico e di non facile comprensione.

Due osservazioni pertinenti, che accogliamo volentieri perché ci offrono l'occasione per tornare a riflettere sul significato e sulle finalità di questi nostri appuntamenti settimanali.

1) Il nostro approccio ai mercati: ottimisti per metodo, prudenti per disciplina

Recentemente alcuni lettori ci hanno fatto notare come, rispetto ai tradizionali rapporti pubblicati dalle banche, le nostre analisi sembrino spesso caratterizzate da una visione più prudente sull'evoluzione dei mercati finanziari. È un'osservazione interessante che ci offre l'occasione per chiarire due aspetti fondamentali: la nostra filosofia d'investimento e, soprattutto, il vero scopo di questi Appunti domenicali. Un significato che per noi è talmente naturale da darlo forse troppo spesso per scontato ma che ogni tanto vale la pena ricordare e condividere con chi ci legge.

Noi non siamo d principio affatto pessimisti sui mercati, anzi: di norma siamo favorevoli a rimanere investiti fino a quando le condizioni che sostengono un rialzo rimangono valide. Il nostro approccio non si fonda su previsioni soggettive, sensazioni o convinzioni personali, ma su un modello di analisi che attribuisce particolare importanza alla direzione del trend, alla forza del momentum, all'ampiezza della partecipazione al rialzo (market breadth) e, naturalmente, alla solidità dei fondamentali economici e societari. 

Fino a quando questi indicatori continuano a fornire segnali complessivamente favorevoli, non vediamo alcuna ragione per modificare in senso difensivo la nostra asset allocation, indipendentemente da quanto elevati possano apparire gli indici o da quanto a lungo si sia protratta una fase rialzista. Sappiamo bene che i mercati possono rimanere sopravvalutati più a lungo di quanto molti immaginano e che cercare di individuare con precisione il massimo di un ciclo è un esercizio tanto affascinante quanto, nella maggior parte dei casi, poco produttivo. Il nostro obiettivo non è anticipare a ogni costo la fine di un mercato rialzista ma accompagnarlo finché le evidenze ne giustificano la prosecuzione, evitando che opinioni personali o timori prematuri ci inducano a rinunciare a una parte significativa dei guadagni.

Perché, questo è vero, dedichiamo tanto spazio ai rischi, alle possibili criticità e agli elementi che potrebbero compromettere l'equilibrio dei mercati? La risposta è semplice: essere favorevoli al mercato non significa ignorare ciò che potrebbe farlo deragliare. Al contrario, riteniamo che proprio quando le quotazioni salgono e l'ottimismo diventa prevalente sia indispensabile monitorare con maggiore attenzione quei fattori che potrebbero determinare un cambiamento di scenario: l'andamento dei rendimenti obbligazionari, le valutazioni rispetto agli utili attesi, le revisioni delle stime sugli EPS, la liquidità, gli spread creditizi, l'eventuale deterioramento della breadth e, più in generale, tutte quelle divergenze che spesso precedono un'inversione di tendenza. 

Insomma,  vogliamo essere preparati a riconoscerne tempestivamente i segnali di una correzione, qualora dovessero manifestarsi. In questo senso, la nostra indipendenza rappresenta un elemento essenziale: diversamente da molti operatori finanziari, non abbiamo prodotti da collocare o strategie commerciali da sostenere. Non dobbiamo necessariamente essere ottimisti per rassicurare qualcuno, né pessimisti per distinguerci. Il nostro unico impegno è mantenere coerenza con il modello di analisi, seguire le evidenze e modificare le nostre conclusioni quando sono i dati a richiederlo. 

Preferiamo quindi correre il rischio di apparire eccessivamente prudenti nelle nostre analisi, piuttosto che farci trovare impreparati di fronte a un cambiamento significativo delle condizioni di mercato. Un approccio che si distingue da quello spesso adottato dalle banche e dai grandi gestori istituzionali dove, anche in presenza di segnali di deterioramento del quadro finanziario, gli aggiustamenti di portafoglio tendono a limitarsi a modeste variazioni delle esposizioni azionarie e obbligazionarie. Scelte che, pur rispondendo a comprensibili esigenze di controllo del rischio relativo, finiscono frequentemente per mantenere i portafogli molto vicini ai rispettivi benchmark, quasi che il timore di fare peggio dell'indice di riferimento prevalga sulla volontà di proteggere concretamente il patrimonio dei clienti.

2) Analisi tecnica e analisi fondamentale vanno a braccetto

La crescente attenzione che dedichiamo agli utili societari (EPS), ai multipli di valutazione (P/E), ai rendimenti obbligazionari e agli altri principali indicatori fondamentali nasce dalla convinzione che analisi fondamentale e analisi tecnica debbano procedere di pari passo, completandosi a vicenda. La prima ci aiuta a comprendere se le valutazioni dei mercati, soprattutto azionari, trovano ancora giustificazione nella realtà economica e nelle prospettive degli utili; la seconda ci permette di osservare come queste aspettative si riflettono concretamente nell'andamento dei prezzi, nella forza dei trend e nella partecipazione degli investitori. Considerate insieme, le due analisi ci offrono una lettura più completa e affidabile delle condizioni di mercato, aiutandoci non tanto a prevedere il momento esatto di un'inversione di tendenza, quanto piuttosto a riconoscere tempestivamente i segnali di un suo possibile avvicinamento e, soprattutto, a individuare quando tale inversione trova effettiva conferma.

Consapevoli che l'analisi fondamentale non sia sempre di immediata comprensione per tutti i lettori, abbiamo pensato di riservarle uno spazio in chiusura dei nostri Appunti dopo i consueti saluti. In questo modo, chi desidera approfondire le dinamiche che influenzano le valutazioni dei mercati e comprenderne meglio le prospettive potrà farlo liberamente, senza appesantire la lettura di chi preferisce soffermarsi sulle considerazioni di carattere più generale.

Come sempre, le vostre osservazioni, i suggerimenti e anche le critiche sono più che benvenute. Rappresentano per noi un prezioso stimolo a migliorare questi nostri appuntamenti settimanali con l'obiettivo di renderli sempre più chiari, interessanti e, soprattutto, utili per interpretare ciò che accade nel mondo della finanza.


***

Non possiamo esimerci questa settimana dall'iniziare i nostri Appunti parlando ancora una volta di inflazione: dagli USA ci sono arrivati i dati seguenti:

  • Inflazione yoy settembre:                      3.7% (atteso: 3.6%; precedente: 3.4%)
  • Inflazione core yoy settembre:              2.6% (atteso: 2.5%; precedente:2.4%)
  • Prezzi alla produzione yoy settembre: 6.3% (atteso: 5.5%; precedente: 5.4%)

 I dati sull'inflazione americana di settembre evidenziano un quadro tutt'altro che rassicurante. Non soltanto l'inflazione complessiva e quella core hanno superato, seppur di poco, le aspettative degli analisti ma entrambe hanno registrato un'accelerazione rispetto al mese precedente. Ancora più significativo appare il dato sui prezzi alla produzione, saliti del 6.3% su base annua, contro il 5.5% atteso e il 5.4% precedente.

Quest'ultimo dato merita particolare attenzione: segnala un aumento delle pressioni sui costi delle imprese che, qualora non venissero assorbite attraverso una volontaria riduzione dei margini di guadagno, potrebbero progressivamente trasferirsi sui prezzi al consumo. Il rischio è quindi duplice: un'inflazione più persistente del previsto e una possibile compressione dei margini aziendali; le conseguenze le si potrebbero poi vedere tanto sulle prospettive della politica monetaria della Federal Reserve quanto sulle stime degli utili societari (EPS).



A questo punto non possiamo passare sottotraccia quanto successo in settimana al prezzo del petrolio:

Il forte rialzo del petrolio registrato venerdì 16 ottobre 2026 è riconducibile principalmente a una nuova escalation militare in Medio Oriente che ha riacceso i timori di interruzioni delle forniture petrolifere e difficoltà crescenti nel raffinare il petrolio estratto. 

Secondo Reuters gli operatori hanno reagito soprattutto a tre sviluppi:

  • Attacchi contro infrastrutture saudite: la coalizione guidata dall'Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato un missile diretto verso Yanbu, porto fondamentale per esportare petrolio aggirando lo Stretto di Hormuz.

  • Rischio di un'ulteriore escalation con l'Iran:  si parla con una certa insistenza, speriamo solo a scopo intimidatorio, che da parte americana si è pronti ad utilizzare la bomba Moab ovverosia la  "madre di tutte le bombe" che con le sue 9.7 tonnellate di cui 8.4 tonnellate di esplosivo H6, fa paura a tutti.

  • Minacce ai trasporti e alle raffinerie: gli attacchi alle navi nella regione e i nuovi bombardamenti ucraini contro raffinerie russe aumentano l'incertezza sulle forniture. Un punto particolarmente delicato è Yanbu oggi considerato una sorta di valvola di sicurezza del sistema petrolifero saudita dove transitano 7 milioni di barili di petrolio al giorno: se anche le infrastrutture utilizzate per aggirare Hormuz diventassero vulnerabili, verrebbe compromessa una delle principali alternative logistiche alle rotte tradizionali.

Il rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), pubblicato il 14 ottobre, contiene numeri che consideriamo particolarmente significativi:

  • Scorte petrolifere rispetto a fine febbraio: -509 mio di barili
  • Produzione mondiale di gasolio nel Q3 2026: -1.7 mio barili al giorno a/a
  • Esportazioni mondiali di gasolio a settembre : -700'000 barili al giorno a/a
  • Esportazioni di gasolio da Russia e Medio Oriente: oltre -60% a/a
Fonte: IEA, Oil Market Report, 14.10.26

Questi numeri confermano un aspetto che avevamo già evidenziato: non è sufficiente disporre di petrolio greggio; occorre anche poterlo trasportare, raffinare e distribuire cosa attualmente non facile e costosa.

Per finire abbiamo intercettato una stima di Goldman Sachs: circa 25 dollari per barile del prezzo del Brent sono attribuibili al premio per il rischio geopolitico. È una stima, non un valore direttamente osservabile, ma aiuta a comprendere quanto pesi l'incertezza. 

Adesso arriva il bello: confrontati a simili numeri e con l'inflazione in rialzo, ci saremmo aspettati delle reazioni diverse da quelle che in effetti abbiamo riscontrato questa settimana:

Partiamo da quella dei rendimenti dei Treasury a 2 (linea rossa) e 10 anni (linea nera):



Uno degli aspetti più interessanti della settimana è rappresentato dal comportamento del mercato obbligazionario americano. Nonostante le persistenti pressioni inflazionistiche e il nuovo rialzo delle quotazioni petrolifere, gli investitori sono tornati ad acquistare Treasury provocando una sensibile discesa dei rendimenti. Il decennale americano ha infatti chiuso la settimana intorno al 5.08%, con una flessione di circa 16 punti base dalla chiusura di venerdì scorso e di circa una trentina di punti base dai recenti picchi massimi.

Il sospetto è che a guidare gli acquisti non sia stata soltanto l'attrattiva di rendimenti che, soprattutto sulle scadenze più lunghe rimangono storicamente interessanti, quanto piuttosto una crescente ricerca di sicurezza. Un'interpretazione che trova indirettamente riscontro anche nell'andamento dei mercati creditizi e, in particolare, nel significativo aumento dei premi richiesti per assicurarsi contro il rischio di insolvenza delle imprese attraverso i cosiddetti Credit Default Swap (CDS).

I segnali più preoccupanti provengono proprio da alcune società impegnate nel finanziamento delle infrastrutture per l'intelligenza artificiale. Il caso di CoreWeave è emblematico: il costo della protezione contro un suo eventuale default a cinque anni ha raggiunto il 16 ottobre un massimo intragiornaliero di 1’195 punti base, equivalente a un premio indicativo annuo di quasi il 12% del capitale assicurato. Anche i CDS di Oracle hanno raggiunto livelli record, segnalando come i timori degli investitori non riguardino soltanto le società più indebitate ma inizino a coinvolgere anche alcuni grandi protagonisti della filiera tecnologica.

Il messaggio che arriva dai mercati obbligazionari merita quindi attenzione: mentre i rendimenti dei titoli governativi scendono, il costo della protezione dal rischio di credito societario aumenta. È una divergenza che suggerisce un progressivo spostamento delle preferenze degli investitori dalla ricerca di rendimento alla protezione del capitale. 

Non significa necessariamente che siamo alla vigilia di una crisi creditizia generalizzata, né tantomeno che un'ondata di fallimenti sia imminente. Significa però che il mercato sta cominciando ad interrogarsi con maggiore insistenza sulla sostenibilità dell'indebitamento accumulato per finanziare gli enormi investimenti nell'intelligenza artificiale e sulla capacità di questi ultimi di generare, in tempi ragionevoli, flussi di cassa sufficienti a remunerare il capitale impiegato.

Per curiosità riportiamo il resoconto del Financial Times che ha evidenziato alcuni numeri sui CDS del 15–16 ottobre: 


Indicatore

Rilevazione 15–16 ottobre

CoreWeave · CDS 5 anni:

1’194.5 pb

Oracle · CDS 5 anni:

≈300 pb

Oracle · aumento settimanale al 15/10:

+31 pb

CDX Investment Grade USA:

62.3 pb

CDX IG · variazione intragiornaliera massima 16/10:

+1.75 pb

High Yield USA · spread OAS:

323 pb

Per dare un'idea concreta delle dimensioni del fenomeno, assicurare teoricamente 10 milioni di dollari di esposizione per cinque anni, ai livelli di CDS osservati, comporterebbe un costo annuo indicativo di circa 1.2 milioni per CoreWeave e 300’000 dollari per Oracle. Non poco!

Una precisazione importante: il deterioramento più violento appare concentrato nei debitori maggiormente esposti al finanziamento dell'AI. Non abbiamo ancora evidenze sufficienti per parlare di una crisi creditizia generalizzata. Noi questi segnali li terremo sotto controllo nelle prossime settimane.

 Infatti la storia dei mercati finanziari ci insegna che molte, ma non tutte,  le crisi più importanti sono state precedute o accompagnate da un significativo deterioramento delle condizioni creditizie, spesso evidenziato dall'aumento dei Credit Default Swap (CDS). Non si tratta di un indicatore infallibile ma è comunque un segnale che merita particolare attenzione. Quando gli investitori cominciano a richiedere premi sempre più elevati per assicurarsi contro il rischio di insolvenza delle imprese, significa che qualcosa sta cambiando nella loro percezione del rischio. 



Le persistenti pressioni inflazionistiche potrebbero giustificare un ulteriore inasprimento della politica monetaria. Tuttavia è probabile che, nella riunione del prossimo 28 ottobre, la Federal Reserve scelga di mantenere invariati i tassi d'interesse (85%), almeno stando alle attuali aspettative del mercato. Non siamo Warsh, ma anche noi se fossimo al suo posto saremmo propensi ad aspettare prima di proseguire con i rialzi.

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Stiamo entrando nel pieno della terza stagione degli utili del 2026. Ciò che maggiormente ci interessa arriverà verso la fine di questo mese con i numeri delle società coinvolte nello sviluppo dell'AI. Ciò non toglie che qualche numero interessante è già stato pubblicato come ad esempio quello delle banche americane: le sei maggiori banche americane hanno pubblicato i risultati del terzo trimestre 2026 tra il 13 e il 14 ottobre. Il quadro è complessivamente positivo in termini di redditività, ma con differenze importanti tra gli istituti e qualche segnale da non sottovalutare sulla qualità degli utili e sul costo del rischio:



Le sei maggiori banche hanno complessivamente generato circa 175 miliardi di dollari di ricavi e 44 miliardi di utili netti. Numeri che confermano la solidità reddituale dei principali istituti finanziari, sostenuti in particolare dalle attività di trading e di gestione patrimoniale.

Non mancano tuttavia alcuni elementi che meritano attenzione. L'aumento degli accantonamenti per perdite su crediti registrato da alcuni istituti, pur non rappresentando al momento un segnale di crisi sistemica, si inserisce in un contesto nel quale anche i mercati dei CDS iniziano a manifestare una maggiore sensibilità al rischio di insolvenza.

Sarà quindi importante verificare se queste tensioni rimarranno circoscritte a specifiche società e comparti oppure se finiranno per estendersi progressivamente al mercato del credito nel suo complesso. Per il momento, i risultati delle grandi banche americane continuano a descrivere un sistema finanziario redditizio, ma non necessariamente immune da un eventuale deterioramento delle condizioni economiche.

Le banche erano importanti ma vediamo anche il resto:


La divergenza tra l'84% delle società che supera il consenso ma con una sorpresa aggregata di appena il 2.6% è, a nostro avviso, il primo vero elemento da approfondire. Significa che i risultati stanno superando le attese con una certa frequenza ma lo stanno facendo con margini relativamente modesti. E' vero che le aspettative erano e sono parecchio elevate  ma, almeno in questa fase iniziale, le società non stanno producendo sorprese particolarmente ampie. Non è necessariamente un segnale negativo ma riduce il margine di sicurezza rispetto alle aspettative del mercato. 

Il numero relativamente limitato di società che hanno già pubblicato i risultati non consente di trarre conclusioni statisticamente significative. Tuttavia, se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, qualche segnale lascia intravedere la possibilità di sorprese non particolarmente gradite. Vedremo se si tratta soltanto di qualche episodio isolato oppure sono i primi indizi di un quadro meno brillante rispetto alle aspettative.

Una volta completata la stagione delle trimestrali, sarà particolarmente interessante tirare le somme, valutando non soltanto la qualità dei risultati pubblicati, ma soprattutto in quale misura abbiano modificato le aspettative sugli utili futuri (EPS) e, di conseguenza, le valutazioni dello S&P 500 espresse attraverso il rapporto P/E. Sarà un esercizio utile per comprendere se i fondamentali continuano a giustificare gli attuali livelli di mercato oppure se stanno emergendo elementi di maggiore vulnerabilità.

Per il momento preferiamo quindi sospendere ogni valutazione complessiva in attesa di disporre di un quadro sufficientemente completo e rappresentativo.


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Il modello ciclico di Ned Davis  continua a suggerire una prospettiva favorevole per l'ultima parte dell'anno. Dopo una fase stagionalmente debole, che il mercato ha peraltro attraversato mostrando una resistenza superiore alle indicazioni del modello, il Cycle Composite prospetta una ripresa piuttosto decisa tra novembre e dicembre.

È un'indicazione incoraggiante che tuttavia va interpretata con la necessaria prudenza. La stagionalità rappresenta una componente importante dell'analisi dei mercati, ma non può prescindere dall'evoluzione dei fondamentali e dalle condizioni finanziarie. In particolare, la debole partecipazione al rialzo da parte di numerose società dello S&P 500, le valutazioni ancora impegnative e i primi segnali di tensione sul mercato del credito suggeriscono di non attribuire al modello ciclico un valore predittivo che non possiede.

Il quadro rimane quindi potenzialmente favorevole, ma sarà il comportamento effettivo del mercato, stimolato soprattutto dall'andamento degli utili e dalle prospettive future, a dirci se il tradizionale recupero di fine anno avrà basi sufficientemente solide. 

Non vi nascondiamo che le recenti turbolenze nel settore tecnologico, in particolare nel comparto dell'intelligenza artificiale, rappresentano un motivo di crescente inquietudine che non intendiamo sottovalutare. Non tanto perché mettano necessariamente in discussione le prospettive di crescita di un settore dalle enormi potenzialità, quanto piuttosto perché le valutazioni raggiunte, l'entità degli investimenti e i crescenti interrogativi sulla loro sostenibilità finanziaria potrebbero rendere i mercati particolarmente vulnerabili a eventuali delusioni. Segnali che, pur senza indurci a conclusioni affrettate, riteniamo meritano tutta la nostra attenzione.


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Lo S&P500 (+11.89% ytd) non ha ancora abbandonato il suo trend rialzista principale ma ha perso parte della forza che lo aveva sostenuto nei mesi precedenti ma comunque sia la debolezza del momentum non coincide necessariamente con un'inversione di tendenza.

Si trova ora a ridosso di un supporto significativo, attorno a 7’600 punti, mentre il grande canale rialzista e la media mobile a 200 giorni continuano a sostenere la struttura di fondo. Il prossimo movimento potrebbe quindi assumere un'importanza superiore a quella delle oscillazioni osservate nelle settimane precedenti.

La nostra lettura rimane quella di un trend primario rialzista, un trend intermedio in consolidamento e un trend di breve deteriorato. È una configurazione che richiede maggiore attenzione ma non giustifica ancora, da sola, un cambiamento radicale dell'asset allocation.

Soprattutto, vorremmo sottolineare un aspetto: una correzione fino alla parte inferiore del canale rialzista di lungo termine (quello verde)  potrebbe essere perfettamente compatibile con il mantenimento del rialzo di lungo periodo. Sarebbe quindi sbagliato confondere la perdita del supporto di 7’600 con la fine automatica del mercato rialzista.

Il punto veramente decisivo sarà capire se il deterioramento di breve si propagherà al trend primario. È questa, più che la previsione del prossimo ribasso, la domanda alla quale la nostra analisi tecnica dovrà rispondere.



Il trend rialzista di lungo periodo del Nasdaq (+12.47% ytd)  non è ancora compromesso, ma il mercato sta mostrando un indebolimento più evidente rispetto allo S&P 500, soprattutto sul breve periodo. L’RSI sotto 40, la discesa verso la parte bassa del range e la perdita di slancio suggeriscono prudenza, non ancora resa.

Perciò non parleremmo di una inversione conclamata ma di una fase in cui la struttura tecnica si è fatta più fragile. Finché reggono il canale rialzista e la fascia di supporto 24’900–24’000, la lettura di fondo può restare costruttiva. Ma il messaggio del grafico è chiaro: la tecnologia allargata sta perdendo momentum e questo è un campanello d’allarme da non sottovalutare.



Il grafico dell'EuroStoxx50 (+7.13% ytd) conferma una situazione che stiamo osservando anche sui mercati americani: il trend rialzista di lungo periodo rimane in essere, ma quello di breve presenta segnali di crescente debolezza. L'indice europeo, dopo aver raggiunto i massimi estivi in area 6’500–6’600 punti, è tornato verso il limite inferiore del canale ascendente che accompagna il rialzo dalla primavera del 2025. Il livello di 6’200 punti rappresenta quindi un primo riferimento importante, mentre la media mobile a 200 giorni, attualmente attorno a 6’100 punti, costituisce un sostegno più significativo per la tenuta del trend principale.

Non riteniamo che questi segnali siano sufficienti per anticipare un'inversione ribassista, ma sarebbe altrettanto imprudente sottovalutarli. Una rottura confermata del canale rialzista, soprattutto se accompagnata dalla perdita della media mobile a 200 giorni, richiederebbe una revisione della nostra valutazione tecnica. Per il momento restiamo quindi fedeli al nostro approccio: mantenere una visione costruttiva finché il trend principale rimane valido, ma osservare con particolare attenzione quei segnali che potrebbero modificarne la struttura. Nel caso europeo, sarà inoltre importante verificare che l'eventuale debolezza azionaria non trovi conferma in un allargamento degli spread sovrani e in nuove pressioni sull'euro nei confronti del franco svizzero.



In un contesto nel quale i principali indici americani e l'EuroStoxx50 stanno mostrando segnali di affaticamento, lo SMI (+8.47% ytd)  presenta una configurazione tecnica decisamente più incoraggiante. Dopo la correzione che lo aveva riportato verso 13’600–13’700 punti, l'indice ha recuperato l'area di resistenza di 14’050 punti, riportandosi sopra le principali medie mobili. Particolarmente significativo è il comportamento dell'RSI, salito a 66.68, un livello che contrasta con la debolezza del momentum osservata sui mercati americani, soprattutto sul Nasdaq Composite. Non escludiamo che questa forza relativa rifletta una maggiore attenzione degli investitori verso i settori difensivi, tradizionalmente ben rappresentati sul mercato svizzero, anche se per confermare questa interpretazione occorrerebbe esaminare l'andamento dei singoli comparti.

Il miglioramento di breve periodo non deve tuttavia farci dimenticare che il precedente canale rialzista intermedio era stato violato e che la sua piena riconquista richiede ulteriori conferme. Il recupero dell'area 14’500–14’700 costituirebbe un segnale particolarmente incoraggiante, mentre un ritorno sotto 14’050 suggerirebbe maggiore prudenza. Per il momento il trend primario rimane rialzista e quello di breve appare nuovamente costruttivo. È una configurazione che giustifica il mantenimento di un atteggiamento positivo, senza tuttavia trascurare i rischi provenienti dal contesto internazionale.


Mentre gli altri tre indici stanno perdendo momentum, lo SMI sta manifestando una forza relativa decisamente superiore. Non significa automaticamente che la Borsa svizzera continuerà a sovraperformare ma il dato attuale è significativo: il momentum svizzero sta migliorando proprio mentre quello americano, soprattutto tecnologico, si deteriora. Si potrebbe quindi ipotizzare una maggiore preferenza degli investitori per le caratteristiche difensive del mercato svizzero coerente con una fase di crescente prudenza.

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Il Bitcoin sembra attraversare una fase di ripensamento dopo il recupero che, dai minimi primaverili vicini a 60’000 $, lo aveva riportato verso 87’000 $. Dal punto di vista tecnico, il miglioramento rispetto ai mesi precedenti è evidente: il mercato ha interrotto la precedente sequenza ribassista e ha recuperato le principali medie mobili. Tuttavia, la successiva discesa verso 81’500 $ e il ritorno dell'RSI sotto quota 50 suggeriscono che il movimento rialzista abbia perso parte del suo slancio. Il supporto di 81’500 $ assume quindi un'importanza particolare: una sua violazione confermata potrebbe aprire la strada a un ulteriore ritracciamento verso 74’000–75’000 $, mentre il recupero di 87’000 $ e, soprattutto, il superamento di 92’800 $ rafforzerebbero l'ipotesi di una ripresa più duratura.

Ci sembra inoltre opportuno ricordare che, nonostante l'espressione oro digitale venga frequentemente utilizzata per descrivere il Bitcoin, il suo comportamento continua a differire sensibilmente da quello dei beni rifugio tradizionali. In una fase nella quale gli investitori sembrano prestare maggiore attenzione alla protezione del capitale, la volatilità del Bitcoin e la sua sensibilità alle condizioni di liquidità rappresentano caratteristiche da non sottovalutare. Non escludiamo ulteriori recuperi, ma riteniamo prematuro considerare definitivamente conclusa la fase di debolezza che ha seguito i massimi del 2025.



Il movimento ribassista dell'euro nei confronti del dollaro ha assunto caratteristiche tecniche piuttosto precise. Dopo aver raggiunto livelli superiori a 1.20 all'inizio dell'anno, il cambio ha sviluppato una sequenza di massimi e minimi decrescenti, scendendo sotto le principali medie mobili e violando il supporto di 1.1488. La discesa si è arrestata, almeno temporaneamente, attorno a 1.12, da dove è iniziato un timido tentativo di recupero. L'RSI, risalito verso 40 dopo essere entrato in territorio di ipervenduto, lascia intravedere la possibilità di un rimbalzo tecnico, ma non fornisce ancora elementi sufficienti per parlare di inversione del trend. Finché il cambio non riuscirà a recuperare stabilmente l'area 1.1488–1.1584, il quadro tecnico di medio periodo rimarrà favorevole al dollaro.

L'aspetto che merita maggiore attenzione è tuttavia la natura di questo movimento. Ci troviamo di fronte a un rafforzamento generalizzato del dollaro, favorito dai rendimenti americani elevati e dalla politica monetaria della Fed, oppure a una debolezza specifica della moneta unica, alimentata dalle incertezze economiche e finanziarie europee? La risposta va cercata anche nell'andamento dell'euro contro il franco svizzero e degli spread sovrani, in particolare quello fra i titoli francesi e tedeschi. Un eventuale deterioramento contemporaneo di questi indicatori renderebbe più convincente l'ipotesi che il mercato stia attribuendo un premio per il rischio crescente alle attività finanziarie europee. Per il momento osserviamo segnali che meritano prudenza, senza considerarli una prova definitiva di stress sistemico.


La recente debolezza dell'euro nei confronti del franco svizzero costituisce un ulteriore elemento da osservare con attenzione. Dopo il recupero estivo, che aveva riportato il cambio verso 0.95, la moneta unica ha nuovamente perso terreno, scendendo a 0.92597, ormai a breve distanza dal supporto di 0.9216. Il quadro tecnico rimane ribassista e l'RSI, sceso a 33.29, evidenzia una pressione particolarmente intensa sull'euro. Una rottura confermata di questo supporto potrebbe aprire la strada a un nuovo test dell'area 0.90, mentre la sua tenuta lascerebbe spazio a un possibile rimbalzo tecnico.

Il movimento merita attenzione anche per le sue possibili implicazioni finanziarie. Il franco svizzero rappresenta tradizionalmente una delle valute privilegiate dagli investitori nelle fasi di crescente incertezza e il suo rafforzamento potrebbe quindi riflettere una maggiore ricerca di protezione. Non ci sembra tuttavia corretto attribuire automaticamente a questo fenomeno un significato sistemico. Sarà importante verificare se la debolezza dell'euro troverà conferma nell'allargamento degli spread sovrani europei, nell'andamento del mercato azionario e nei premi per il rischio del credito. Per il momento registriamo un segnale di prudenza che merita di essere seguito, senza anticipare scenari di crisi che i dati non consentono ancora di confermare.


Buona domenica!

Ps: per motivi familiari per una o forse due settimane siamo costretti ad interrompere i nostri Appunti. Ci risentiremo di certo agli inizi di novembre.


domenica 11 ottobre 2026

Arrivano i numeri del terzo trimestre


... quello pubblico, che sta diventano un incubo
 per governanti ed investitori... Corriere 10.10.26

La settimana ci ha consegnato un mercato azionario ancora capace di segnare nuovi massimi ma sempre più sensibile alle aspettative, gigantesche, legate all'intelligenza artificiale. Martedì lo S&P 500 ed il Nasdaq hanno raggiunto nuovi record storici; malauguratamente nelle sedute successive sono poi tornate le vendite con i titoli dell'AI penalizzati dai dubbi sulle prospettive di guadagno futuri e con una lente macroscopica puntata sugli attuali  ricavi di OpenAI che continua a perdere 10 miliardi di dollari al mese; la cassa, a quanto pare,  inizia a svuotarsi celermente e l'azienda si sta concentrando su massicci round di finanziamento privato (non è ancora quotata, meglio così) per raccogliere nuovi capitali da fondi di investimento internazionali. Quello di OpenAI è solo uno dei (tanti) campanelli d'allarme che potrebbero uscire dalla pubblicazione dei dati del terzo trimestre: abbiamo bisogno che i numeri delle società coinvolte nella rivoluzione dll'AI siano all'altezza delle enormi aspettative sugli utili presenti e futuri che le borse, considerati i giganteschi investimenti, stanno già scontando. Iniziare a dare un'occhiata a questi numeri sarà il tema principale degli odierni Appunti.

 ***

Sul versante dei tassi i verbali della Fed, pubblicati mercoledì,  hanno confermato che durante la riunione di settembre la maggioranza dei partecipanti ritiene probabilmente opportuno un altro rialzo da compiersi entro la fine dell'anno, ovviamente subordinandolo ai dati macro che via via saranno pubblicati. Il documento evidenzia inoltre il doppio ruolo dell’AI: sostiene investimenti e crescita, ma può anche alimentare pressioni sui prezzi e aumentare la competizione, sempre più accanita,  per accaparrarsi i finanziamenti. Nel frattempo le aste dei Treasury hanno incontrato una domanda che, con le rese dei decennali attorno al 5.30%-5.35%,  hanno attirato capitali anche dall'estero come non si vedeva da parecchio tempo. 

Per il momento la domanda è stata capace di frenare la salita dei rendimenti che hanno chiuso la settimana al 5.23%. Un sollievo per le obbligazioni, dunque, ma che da sola non basta a dimostrare un’inversione di tendenza per quanto riguarda la recente escalation dei redimenti americani. La lettura che ne ricaviamo è quella di un equilibrio assai precario: utili robusti sostengono le azioni, mentre energia cara e inflazione persistente ostacolano un allentamento monetario. Da qui partiremo, negli appunti delle prossime settimane,  per valutare se gli utili attesi per il 2027 offriranno ancora un margine sufficiente per assorbire la pressione che potrebbe colpire i multipli azionari a suon di ribassi.

Nel frattempo il settore obbligazionario in dollari ed euro (non dimentichiamoci che l'aumento delle rese non è, come abbiamo visto la scorsa settimana, un fenomeno solo americano...) stanno soffrendo:


Lo dimostra l'indice total return obbligazionario di Bloomberg,  tanto in dollari...


... quanto in euro. Per il momento, la cosa giusta da fare se proprio si deve investire a reddito fisso è rimanere sul corto/cortissimo termine. Poi vedremo dove vorranno assestarsi i movimeni dei tassi e decideremo se allungare le scadenze. 

Rammentiamo che un indice obbligazionario Total Return misura il rendimento complessivo di un paniere di obbligazioni, considerando non soltanto le variazioni dei loro prezzi di mercato, ma anche le cedole incassate, ipotizzando che vengano reinvestite nell'indice. E' quindi la misura più completa della performance di un investimento obbligazionario, perché rappresenta il risultato economico complessivo per l'investitore prima di eventuali costi e imposte. Purtroppo da inizio anno sia quelle in dollari che in euro non hanno portato alcun beneficio alle nostre performance e per il momento non intravvediamo grossi margini di miglioramento. 

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Alla vigilia della stagione delle trimestrali del terzo trimestre, le premesse rimangono comunque incoraggianti. Secondo le rilevazioni di FactSet del 2 ottobre, gli analisti si attendono per lo S&P 500 una crescita annua degli utili del 29.5% e dei ricavi del 12.3%. Numeri decisamente importanti, che dovranno naturalmente trovare conferma nei bilanci delle società, ma che aiutano a comprendere perché Wall Street sia riuscita finora a resistere così bene al continuo aumento del costo del denaro.

La domanda che ci poniamo, tuttavia, rimane sempre la stessa: per quanto tempo la crescita degli utili riuscirà a compensare rendimenti obbligazionari così elevati? E, soprattutto, quanto di questa crescita sarà effettivamente diffuso tra i diversi settori dell'economia, anziché continuare a dipendere quasi esclusivamente dai grandi protagonisti dell'intelligenza artificiale? Un interrogativo che riguarda certamente il 2027, sul quale abbiamo concentrato buona parte delle nostre riflessioni, ma che potrebbe diventare particolarmente attuale già in quest'ultimo scorcio del 2026.

Non vorremmo infatti che una correzione, della quale per il momento non esistono ancora conferme sufficienti, potesse prendere avvio proprio nelle prossime settimane, magari innescata da trimestrali meno brillanti delle attese o, peggio ancora, da indicazioni poco incoraggianti sugli utili futuri. Quando le aspettative sono così elevate, non è necessariamente sufficiente pubblicare buoni risultati: bisogna riuscire a soddisfare, e possibilmente superare, ciò che il mercato ha già incorporato nei prezzi.

Per il momento, almeno sui principali indici americani, l'analisi tecnica continua a offrirci motivi per mantenere una visione costruttiva: i trend rialzisti sono ancora riconoscibili e i supporti più importanti non sono stati compromessi. Ci piacerebbe però che, nelle prossime settimane, arrivasse una conferma altrettanto convincente anche dall'analisi fondamentale, attraverso utili solidi, margini resilienti, revisioni positive delle stime e una partecipazione alla crescita meno concentrata su poche grandi società. Perché un mercato sostenuto contemporaneamente dai grafici e dai bilanci è certamente più rassicurante di uno che deve affidarsi soltanto alla forza del proprio trend. 

Individuare il momento perfetto per uscire dai mercati è un esercizio nel quale riescono in pochi e, quando accade, spesso è difficile distinguere il merito da una buona dose di fortuna. Più che cercare di anticipare il giorno esatto in cui il mercato cambierà direzione, riteniamo quindi molto più utile, e soprattutto più razionale, individuare e monitorare quei fattori che potrebbero incrinare la fiducia degli investitori, innescare le prime prese di beneficio e, qualora dovessero manifestarsi contemporaneamente, trasformare una normale correzione in qualcosa di ben più serio.

Il nostro obiettivo non è prevedere l'imprevedibile, ma riconoscere per tempo quando le condizioni che hanno sostenuto il rialzo cominciano a venir meno. Perché le prese di profitto fanno parte della normale vita dei mercati; è quando iniziano a sommarsi al deterioramento degli utili, all'aumento del costo del capitale e alla perdita di fiducia che possono diventare il segnale di un cambiamento di trend.

Vediamo dunque quali sono gli indicatori che, a nostro giudizio, meritano maggiore attenzione nelle prossime settimane:

  1. Delusioni diffuse sui risultati: Utili per Azione (EPS) inferiori al consenso, accompagnati da ricavi deboli o margini in calo. Un problema condiviso da più società pesa più di un risultato isolato.
  2. Previsioni aziendali ridimensionate: risultati trimestrali anche buoni, ma indicazioni meno favorevoli su domanda, crescita, redditività e generazione di cassa futura. Questo potrebbe spingere gli analisti a ridurre gli EPS 2027.
  3. Un cambiamento nella filiera AI: cloud e ricavi AI che rallentano mentre investimenti, ammortamenti e costi continuano a salire. Anche una riduzione degli investimenti (capex) avrebbe effetti diversi: potrebbe aiutare la cassa dei grandi clienti, ma penalizzare i fornitori.
  4. Tassi e credito che aggravano la delusione: revisioni degli utili al ribasso insieme a rendimenti elevati e spread più ampi. Sarebbe la combinazione più difficile da assorbire.
  5. Conferme nei prezzi: vendite persistenti sui titoli guida, partecipazione al rialzo sempre più debole e rottura dei supporti con mancati recuperi. Controlleremo anche se il mercato vende società che pubblicano risultati apparentemente buoni.
  6. Sarebbe particolarmente incoraggiante se il buon andamento dello S&P 500 non dipendesse quasi esclusivamente da una manciata di grandi società legate all’intelligenza artificiale, ma fosse sostenuto da un numero crescente di titoli e settori. Un miglioramento della Market Breadth (Ampiezza del Mercato)  renderebbe il trend rialzista più solido, equilibrato e sostenibile, riducendo il rischio che un’eventuale correzione delle grandi società tecnologiche finisca per trascinare al ribasso l’intero indice. 

E' arrivato quindi il momento di gettare un'occhiata sulle aspettative del Q3 e a tal proposito abbiamo assemblato una scorecard con qualche numero utile (clicca sulla scorecard se non riesci a leggere bene). Prima di passare al commento di alcuni dati, per coloro che non hanno confidenza con la terminologia riportata nella tabella, l'abbiamo ripresa dopo i saluti finali e vi abbiamo aggiunto una legenda in modo tale da essere più chiari anche se riteniamo che non ci sia nessun termine particolarmente "sconosciuto".


Breve commento: solo 19 società su 500 hanno già pubblicato e quindi i numeri non sono ancora statisticamente significativi ma l'84.2% ha pubblicato EPS sopra le aspettative (mediamente di un +4.9%): possiamo senz'altro dire che abbiamo iniziato con il piede giusto. Idem per quanto concerne gli utili netti: il 73% delle società ha battuto le aspettative sui ricavi (mediamente del +1.9%).
La crescita attesa degli utili Q3 anno su anno è pari al 29%. Importante anche la guidance (linee guida future) dove prima ancora di pubblicare i numeri 72 società si sono già dette ottimiste sul prossimo futuro  e 44 società un po' meno... Il contrario sarebbe stato se non deleterio, quasi. Gli EPS per il 2027 sono stati recentemente  rivisti da FactSet al rialzo: 420.59$ (+15.7%) per tutto l'anno e questa è un'altra buona notizia soprattutto se pensiamo che quelli attesi per il 2026 si attestano a 363.41$.

Per il momento sembra procedere tutto come da aspettative ma quello che più ci interessa, e dove potrebbero esserci reazioni poco simpatiche, è evidentemente il settore legato all'AI. Abbiamo fatto una piccola e poco esaustiva tabella ma le principali aziende legate a questo mondo sono presenti:


Prestate particolare attenzione alle date di pubblicazione delle trimestrali: molte sono già state confermate ufficialmente dalle società, mentre per altre si tratta ancora di date stimate (non datele per certe).  Avrete certamente notato che gli appuntamenti più importanti si concentrano a ridosso della fine del mese, quando entreremo nel vivo della stagione degli utili ed inizieremo a capire se le aspettative particolarmente generose degli analisti siano effettivamente giustificate. Fino ad allora, non vogliamo certo sostenere che si possa dormire sonni tranquilli ma è proprio tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre che potrebbe arrivare il primo vero esame di maturità per il rialzo delle Borse americane. 


***




Comunque a confortarci c'è sempre l’algoritmo di Ned Davis  che anche questa volta pare abbia svolto egregiamente il proprio lavoro: ottobre è iniziato sotto i migliori auspici e Wall Street si è persino concessa il lusso di aggiornare, soltanto qualche giorno fa, i propri massimi storici. Se le trimestrali del Q3 dovessero confermare le aspettative degli analisti, ci sarebbero buone ragioni per ritenere che il mercato azionario americano possa proseguire lungo il sentiero rialzista, naturalmente a condizione che rendimenti obbligazionari e condizioni finanziarie non tornino a peggiorare ulteriormente.

Purtroppo, altrettanto ottimismo non sembra trovare spazio sui mercati europei. Le persistenti tensioni politiche e geopolitiche, alle quali si aggiungono le preoccupazioni per i conti pubblici di alcuni Paesi, continuano a frenare le nostre Borse, impedendo loro di beneficiare pienamente del clima favorevole che si respira oltreoceano. Peccato, perché un miglioramento del contesto internazionale potrebbe offrire anche all’Europa qualche buona occasione di recupero. Se lo S&P 500 dovesse continuare a macinare nuovi massimi, prima o poi qualche beneficio potrebbe arrivare anche dalle nostre parti, sebbene non sia affatto scontato che ciò basti a risolvere le debolezze interne del Vecchio Continente.

C’è poi un’altra questione sulla quale dovremo iniziare a riflettere seriamente: le elezioni americane di Midterm del prossimo 3 novembre. Che cosa potrebbe accadere ai mercati finanziari se Donald Trump e i Repubblicani dovessero uscirne pesantemente ridimensionati, magari perdendo il controllo di entrambe le Camere del Congresso? Le prime analisi che abbiamo letto non sembrano affatto concordi: alcuni osservatori temono che un simile risultato possa alimentare incertezza e volatilità, mentre altri ritengono che un Congresso diviso potrebbe limitare alcune iniziative dell’amministrazione e, sotto determinati aspetti, persino rassicurare gli investitori. 

Non vogliamo anticipare conclusioni, tanto meno attribuire al risultato elettorale conseguenze che dipenderanno anche dall'andamento dell'economia e della Fed. È però un tema che merita di essere approfondito: nei prossimi Appunti cercheremo di chiarirci le idee e, soprattutto, di capire quali potrebbero essere le ripercussioni su Borse, Treasury, dollaro e aspettative sugli utili del 2027.



 Lo S&P 500 (+14.11% ytd)  continua a mostrare una solidità tecnica difficilmente contestabile. Il canale rialzista che accompagna l'indice da diversi anni rimane perfettamente riconoscibile e le principali medie mobili continuano a disporsi nella configurazione più favorevole. Anche l'RSI, vicino a 60, non segnala particolari eccessi, lasciando teoricamente spazio a ulteriori progressi. Il recente consolidamento sotto i massimi storici sembra quindi, almeno per il momento, più una pausa di assestamento che l'inizio di una vera correzione. Qualche cautela è tuttavia opportuna: l'indice si sta avvicinando alla parte superiore del proprio canale rialzista, mentre la partecipazione al rialzo rimane ancora relativamente concentrata. La vera conferma della solidità del movimento arriverebbe da un miglioramento della Market Breadth, capace di affiancare alla forza delle grandi società tecnologiche un contributo più generalizzato degli altri settori. Finché lo S&P 500 rimarrà sopra l'area 7’580–7’700 punti, continueremo a privilegiare lo scenario rialzista; una sua violazione ci indurrebbe invece a diventare progressivamente più prudenti.




 Il Nasdaq (+17.74% ytd)  continua a muoversi all'interno di un solido canale rialzista, sostenuto soprattutto dalla forza delle grandi società tecnologiche e dalle aspettative di crescita degli utili legati all'intelligenza artificiale. La chiusura a 27’366 punti mantiene l'indice vicino ai massimi storici e a breve distanza dalla resistenza dei 27’500 punti, il cui superamento potrebbe aprire la strada verso quota 28’000. Le medie mobili rimangono favorevolmente allineate e l'RSI, intorno a 60, non segnala ancora condizioni di eccesso particolarmente preoccupanti. Qualche cautela è tuttavia opportuna: la vicinanza alla parte superiore del canale e una partecipazione al rialzo ancora concentrata su pochi grandi titoli rendono il Nasdaq particolarmente sensibile a eventuali delusioni sulle prossime trimestrali. Per il momento non vediamo segnali sufficienti per parlare di inversione del trend, ma l'area 26’260–26’560 punti merita attenzione: una sua violazione, soprattutto se accompagnata da revisioni negative degli EPS e da Treasury ancora elevati, rappresenterebbe un primo deterioramento significativo del quadro tecnico.




L'Eurostoxx50 (+6.60% ytd) continua a non convincerci. A differenza dei principali indici americani, che rimangono saldamente inseriti nei rispettivi canali rialzisti, il nostro indice europeo ha ceduto il limite inferiore del canale che ne accompagnava l'ascesa dalla primavera del 2025. Non è un bel segnale, inutile nasconderlo! Per fortuna, almeno per il momento, la media mobile a 200 giorni continua a svolgere egregiamente il proprio lavoro di supporto, impedendo che il deterioramento tecnico assuma contorni ancora più preoccupanti. Anche l'RSI, sceso intorno a 41, conferma una perdita di forza del movimento, pur senza segnalare condizioni di ipervenduto.

Prima di dichiarare concluso il trend ascendente, vogliamo però concedere all'indice la possibilità di dimostrare, già nel corso della prossima settimana, di avere la forza necessaria per rientrare nel canale rialzista. Un recupero convincente, accompagnato da un miglioramento del momentum, ci permetterebbe di interpretare l'attuale cedimento come una falsa rottura. Viceversa, una permanenza prolungata al di sotto del canale e, soprattutto, l'eventuale perdita della media mobile a 200 giorni rappresenterebbero segnali ben più difficili da ignorare.

Il confronto con Wall Street rende la situazione ancora più evidente: mentre gli indici americani continuano a beneficiare delle aspettative sugli utili e della forza delle grandi società tecnologiche, le Borse europee sembrano risentire maggiormente delle incertezze politiche, delle tensioni sui debiti sovrani e di prospettive economiche meno brillanti. Per il momento, dunque, prudenza sì, ma senza anticipare un'inversione che il mercato non ha ancora definitivamente confermato.



Anche lo SMI (+3.92% ytd)  purtroppo, continua a non darci grandi soddisfazioni. Il recupero di venerdì, che ha riportato l'indice a 13’787 punti, è certamente incoraggiante, ma non è ancora sufficiente per modificare il giudizio tecnico che avevamo espresso nelle scorse settimane. Lo Swiss Market Index è infatti uscito dal canale rialzista che ne aveva accompagnato l'ascesa e, almeno per il momento, non sembra avere trovato la forza necessaria per rientrarvi. I tentativi di recupero si sono arrestati in prossimità dei 14’050 punti, confermando l'importanza di questa resistenza.

Per fortuna, la media mobile a 200 giorni, attualmente intorno a 13’644 punti, continua a svolgere il proprio ruolo di supporto, impedendo che il deterioramento tecnico assuma contorni più preoccupanti. Anche l'RSI, vicino a 42, segnala una perdita di forza, ma senza indicare condizioni di ipervenduto. La situazione rimane quindi delicata, non ancora compromessa in modo definitivo.

Come per l'Eurostoxx50, prima di dichiarare concluso il trend ascendente vogliamo vedere se già nella prossima settimana lo SMI riuscirà a recuperare terreno e, soprattutto, a rientrare nel canale rialzista. Un ritorno sopra 14’050–14’145 punti sarebbe un primo passo importante, mentre una perdita convincente della media mobile a 200 giorni ci costringerebbe a diventare decisamente più prudenti. In quel caso, i 13’070 punti, che fino a qualche settimana fa sembravano così lontani, tornerebbero a rappresentare un obiettivo ribassista tutt'altro che trascurabile.

Il confronto con Wall Street resta poco confortante: mentre S&P 500 e Nasdaq continuano a gravitare vicino ai massimi storici, il mercato svizzero fatica a ritrovare una direzione convincente. Non è ancora il momento di decretare la fine del rialzo, ma certamente non possiamo ignorare i segnali di debolezza che il grafico continua a mostrarci.

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L'Economist del 5 ottobre ha pubblicato un articolo intitolato The bond market sell-off is helping the dollar dove afferma che, rendimenti dei Treasury elevati capaci di attrarre anche investitori stranieri, crescita relativa degli USA e una copiosa domanda di obbligazioni corporate (societarie),  possono sostenere il dollaro anche in una fase di volatilità obbligazionaria. Questo meccanismo non è però garantito: se il mercato iniziasse a temere soprattutto la sostenibilità del debito americano, il dollaro potrebbe reagire diversamente. In effetti la pensiamo più o meno alla stessa maniera.

Tecnicamente USD/CHF mostra una struttura nettamente migliorata, con medie mobili rialziste e momentum positivo. Il cambio ha già superato 0.8200, ma deve ancora affrontare la resistenza di 0.84. È proprio questo il livello che potrebbe confermare una vera inversione di medio periodo, mentre il ritorno sotto 0.82 sarebbe il primo segnale di prudenza.



 EUR/USD presenta il quadro tecnico più deteriorato. Il trend rimane ribassista ma l'RSI sotto 25 suggerisce prudenza nell'inseguire ulteriori discese. Il comportamento intorno a 1.12 sarà decisivo per distinguere un possibile rimbalzo tecnico da una nuova accelerazione verso 1.10.



Il franco è tornato a mostrare la propria forza difensiva che rafforza l'impressione che le cose in Europa non stanno andando affatto bene! Il grafico EUR/CHF conferma la fragilità della moneta europea. Il supporto 0.9216–0.9240 sarà il riferimento decisivo delle prossime sedute. Finché regge, rimane possibile una stabilizzazione; sotto questa fascia, il quadro diventerebbe sensibilmente più preoccupante.



Il Bitcoin continua a darci qualche motivo di soddisfazione, ma non ancora abbastanza per dichiarare definitivamente conclusa la lunga correzione iniziata dopo il massimo storico di 124’000$. Il recupero dai minimi della primavera, vicini a 60’000$, è stato certamente significativo e ha permesso alla criptovaluta di riconquistare alcune importanti medie mobili, migliorando sensibilmente una struttura tecnica che soltanto pochi mesi fa appariva decisamente compromessa.

La chiusura di venerdì a 82’571$ mantiene Bitcoin sopra il supporto di 81’500–82’000$, che consideriamo particolarmente importante per la tenuta del recupero. Tuttavia, il recente tentativo di superare 86’800–87’000$ non ha avuto successo e l'RSI, tornato intorno a 50, segnala che il movimento ha perso parte della propria forza. Per il momento, quindi, preferiamo continuare a parlare di consolidamento piuttosto che di una vera inversione rialzista.

Il livello che potrebbe cambiare sensibilmente la nostra interpretazione rimane 92’800$. È una resistenza che il grafico evidenzia molto chiaramente e che, se riconquistata stabilmente, rafforzerebbe l'ipotesi di una ripresa più duratura. Prima, però, sarà necessario superare l'ostacolo degli 87’000$. Viceversa, una perdita convincente di 81’500$ riporterebbe l'attenzione verso 72’700$, livello che rappresenta un importante riferimento dinamico di medio periodo.

C'è infine un aspetto che non possiamo trascurare: Bitcoin sta cercando di recuperare in un contesto finanziario tutt'altro che favorevole agli asset più speculativi. Treasury americani ancora sopra il 5%, dollaro forte e condizioni del credito meno accomodanti non costituiscono certamente il terreno ideale per un nuovo grande rialzo. La capacità di Bitcoin di mantenersi sopra i supporti è quindi incoraggiante, ma vorremmo vedere una conferma anche dai flussi verso gli ETF spot e da una ripresa convincente del momentum. Per ora il mercato sembra volerci dire che il peggio potrebbe essere alle spalle, ma la prova definitiva deve ancora arrivare.




L'oro continua a rappresentare uno dei mercati più difficili da interpretare in questa fase. Con tutte le tensioni geopolitiche, le preoccupazioni per i debiti pubblici e un'inflazione che non sembra voler rientrare facilmente, ci saremmo forse aspettati una maggiore forza del metallo prezioso. E invece, dopo avere raggiunto massimi vicini a 5’500$ l'oncia, l'oro ha attraversato una correzione piuttosto importante, tornando a chiudere venerdì intorno a 4’194$.

Dal punto di vista tecnico, la situazione merita particolare attenzione. Le quotazioni si trovano ancora sotto le principali medie mobili, compresa quella a 200 giorni, che transita intorno a 4’530$, e l'RSI, vicino a 46, conferma un momentum non particolarmente brillante. C'è tuttavia un elemento che ci induce a non diventare eccessivamente pessimisti: la trendline ascendente di lungo periodo, che accompagna il movimento dalla primavera del 2025, continua per il momento a offrire un importante riferimento di supporto.

Sarà proprio la tenuta dell'area 4’100–4’200$ a dirci se l'oro dispone ancora della forza necessaria per costruire una base dalla quale ripartire. Un recupero sopra 4’334$ rappresenterebbe un primo segnale incoraggiante, ma per tornare a guardare con maggiore ottimismo al metallo prezioso vorremmo vederlo riconquistare anche la media mobile a 200 giorni. Viceversa, la perdita della trendline e soprattutto del supporto a 3’950$ ci costringerebbero a rivedere sensibilmente la nostra interpretazione.

Non dimentichiamo, infine, che il principale concorrente dell'oro rimane oggi il mercato obbligazionario americano. Con Treasury che continuano a offrire rendimenti particolarmente elevati e un dollaro sostenuto dal differenziale dei tassi, il metallo prezioso fatica a beneficiare pienamente del proprio ruolo di bene rifugio. La situazione potrebbe naturalmente cambiare qualora i rendimenti reali (al netto dell'inflazione) iniziassero a scendere oppure la domanda di protezione tornasse a prevalere. Per il momento preferiamo attendere una conferma tecnica prima di dichiarare conclusa la fase correttiva.



Buona domenica!




Legenda degli indicatori — Trimestrali Q3 2026

Una breve guida per comprendere i principali indicatori utilizzati nel cruscotto degli Appunti Finanziari, anche senza particolari conoscenze finanziarie.

1. EPS (Earnings Per Share) — Utile per azione. Indica quanto utile netto viene attribuito a ciascuna azione di una società. È uno degli indicatori principali della redditività aziendale. Nel cruscotto confrontiamo gli EPS effettivamente pubblicati con quelli attesi dagli analisti.

2. Ampiezza della sorpresa EPS. Misura di quanto gli utili per azione effettivi abbiano superato o deluso le aspettative degli analisti. Per esempio, se erano previsti EPS di 2.00$ e vengono pubblicati EPS di 2.20$, la sorpresa positiva è del 10%. È diversa dalla percentuale di società che battono le attese: misura di quanto le superano.

3. Crescita degli utili. Indica di quanto sono aumentati o diminuiti gli utili delle società rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. Una crescita del 15% significa che gli utili sono superiori del 15% rispetto a un anno prima. Non significa necessariamente che abbiano superato le aspettative degli analisti.

4. Crescita dei ricavi. Misura l'aumento o la diminuzione del fatturato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Permette di capire se le aziende stanno vendendo di più, indipendentemente da quanto riescano a guadagnare su quelle vendite.

5. Margine netto Q3 2026. Indica quale percentuale dei ricavi del terzo trimestre si trasforma in utile netto. Un margine del 15% significa che ogni 100$ di fatturato generano 15$ di utile netto. È un indicatore importante per capire quanto le aziende riescano a controllare i costi.

6. Margine netto Q3 2025. È il margine netto dello stesso trimestre dell'anno precedente. Serve come termine di confronto: se il margine passa dal 13% al 15%, significa che la redditività è migliorata di 2 punti percentuali, anche senza conoscere l'aumento del fatturato.

7. Guidance EPS positiva e negativa. La guidance è la previsione sugli utili futuri comunicata direttamente dalle aziende. È positiva quando la previsione supera le aspettative degli analisti e negativa quando risulta inferiore. È particolarmente importante perché la Borsa guarda soprattutto agli utili futuri, non soltanto a quelli appena pubblicati.

8. Revisione EPS Q3. Indica quanto gli analisti hanno modificato le loro stime degli utili per il terzo trimestre rispetto a una precedente rilevazione. Una revisione positiva significa che si aspettano utili maggiori; una negativa segnala un peggioramento delle aspettative. Non va confusa con la sorpresa sugli utili effettivamente pubblicati.

9. EPS 2027 bottom-up. È la stima degli utili per azione dell'intero S&P 500 per il 2027, ottenuta aggregando le previsioni degli analisti sulle singole società che compongono l'indice, secondo la metodologia del fornitore dei dati. È uno dei parametri fondamentali per valutare se le quotazioni azionarie siano sostenute da utili futuri sufficientemente elevati.

10. Revisione EPS 2027. Misura di quanto è cambiata la previsione degli EPS dell'S&P 500 per il 2027 rispetto alla rilevazione precedente. Per esempio, un passaggio da 418.80$ a 420.59$ rappresenta una revisione positiva di 1.79$, pari a circa +0.43%. È uno degli indicatori più importanti del nostro monitoraggio, perché ci permette di individuare tempestivamente un eventuale deterioramento delle aspettative sugli utili futuri.

Come leggere correttamente il cruscotto

La distinzione fondamentale è tra risultati effettivi, aspettative e revisioni.

  • Risultati effettivi: ciò che le società hanno realmente guadagnato e fatturato.

  • Aspettative: ciò che analisti e mercato prevedevano prima della pubblicazione.

  • Revisioni: come cambiano le previsioni degli analisti nel tempo.