domenica 22 febbraio 2026

La Corte suprema boccia i dazi.




Questa settimana non sembravano emergere temi di particolare rilievo da condividere con voi ma venerdì è intervenuta la Corte Suprema degli Stati Uniti che, con una decisione netta (6 a 3), ha introdotto un elemento di grande rilevanza: i dazi stabiliti dall’amministrazione Trump risultano non legittimi nella forma adottata o, quantomeno, non possono essere giustificati invocando motivi di sicurezza nazionale ai sensi della Section 232 del Trade Expansion Act del 1962.

La Section 232 autorizza il Presidente a imporre dazi solo qualora il Dipartimento del Commercio accerti, a seguito di un’indagine formale, che determinate importazioni — per quantità o modalità di ingresso — siano tali da minacciare o compromettere la sicurezza nazionale e richiedano un intervento.

È vero che il Dipartimento del Commercio ha recentemente avviato o ricevuto richieste di estensione delle misure tariffarie su specifiche categorie di prodotti, in particolare acciaio e alluminio; tuttavia molte di queste iniziative sono ancora nella fase istruttoria e, allo stato attuale, non costituiscono una base giuridica per l’introduzione immediata di nuovi dazi operativi.

In altri termini, il Presidente non può imporre tariffe in modo unilaterale al di fuori delle deleghe legislative conferite dal Congresso e delle procedure previste dalla normativa di riferimento. Per questo motivo 6 giudici su 9 della Corte Suprema - di cui 3 di nomina Repubblicana - hanno stabilito l'illegalità dei dazi.

La risposta di Trump non si è fatta attendere:



Ed ecco il piano di riserva:


Dopo la decisione della Corte Suprema che ha invalidato i precedenti dazi perché imposti sulla base dell’IEEPA senza autorizzazione congressuale, Trump ha annunciato l’introduzione, ai sensi del Trade Act del 1974, di un dazio uniforme fino al 10%. La Section 122 del Trade Act del 1974 consente al Presidente di adottare misure tariffarie temporanee fino a 150 giorni senza preventiva approvazione del Congresso.

Tecnicamente:

  • si tratta di una delega legislativa già concessa dal Congresso nel 1974;

  • il Presidente può imporre dazi fino al 15% o restrizioni quantitative per fronteggiare squilibri della bilancia dei pagamenti o pressioni valutarie;

  • deve però consultare il Congresso e notificare la misura;

  • se si vuole estendere l’intervento oltre i 150 giorni, è necessario un ulteriore passaggio legislativo.

Quindi: non serve un voto preventivo del Congresso, ma l’autorità è limitata nel tempo e nell’ampiezza ed è comunque incardinata in una delega già approvata dal Congresso stesso.

Certo che con quest'uomo non ci si annoia mai! L’attualità, ancora una volta, corre più veloce delle nostre riflessioni. Non abbiamo nemmeno terminato i nostri Appunti che dobbiamo già intervenire con una rettifica:


I dazi passeranno dal 10% al 15% con effetto immediato. Del resto, appariva poco plausibile che, potendo arrivare fino al 15%, Lui si fermasse al 10%. In termini pratici per molte Nazioni – Svizzera inclusa – non vi saranno cambiamenti sostanziali: al momento dell’entrata in vigore dei nuovi dazi e per i successivi 150 giorni il quadro resterà invariato poiché, dopo lunghe trattative,  per gran parte dei principali Paesi le aliquote erano già state negoziate e fissate al 15%.

Comunque sia nei prossimi giorni ne sapremo di certo qualche cosa in più ma nel frattempo vogliamo capire quali potrebbero essere le conseguenze di una tale sentenza:

  • In linea teorica, l’arma dei dazi risulta oggi più circoscritta: non è più possibile utilizzare tariffe di entità molto elevata come strumento discrezionale di pressione politica senza un solido fondamento normativo. In assenza di un nuovo intervento del Congresso, il margine operativo immediato appare limitato — nel quadro della Section 122 — a misure temporanee fino al 15%. In un primo momento l’amministrazione  USA si era attestata su un dazio generalizzato del 10% sulla maggior parte delle importazioni, con alcune esclusioni, tra cui il comparto farmaceutico. Poi il 21 febbraio sembra che i dazi siano stati elevati ad un generale 15%;  Ergo: per il momento non sembra che le cose cambino radicalmente.
  • L’impatto sui conti federali dipenderà essenzialmente da un fattore: se, e in quali tempi, le tariffe dichiarate illegittime dovranno essere rimborsate agli importatori e alle imprese. In tale eventualità, fino a 175 miliardi di dollari di dazi già incassati potrebbero diventare oggetto di restituzione. Tuttavia il rimborso non sarebbe automatico: esso dipenderà dall’esito dei contenziosi avviati dai soggetti danneggiati e dalla tempistica con cui le relative cause verranno definite. Si stima che stiamo parlando di anni... (dai 2 ai 5).
  • È evidente che, qualora i rimborsi dovessero materializzarsi in misura significativa, il Tesoro statunitense sarebbe verosimilmente costretto ad aumentare l’emissione di debito, con un conseguente peggioramento del deficit. Le cifre in gioco sono rilevanti, ma nel complesso ancora gestibili in rapporto alla dimensione del bilancio federale. È altrettanto plausibile ritenere che il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, avrebbe preferito evitare un simile aggravio sul fabbisogno finanziario.
  • Per le imprese si aprirà con ogni probabilità una fase di incertezza, almeno temporanea, in merito ai costi di importazione, che potrebbero essere ridefiniti attraverso nuovi strumenti normativi. Non si possono escludere tensioni sui meccanismi di pricing e possibili disfunzioni lungo le catene di approvvigionamento. L’esperienza maturata durante la pandemia da Covid-19 ci ha già mostrato quali effetti possano derivare da uno scenario di questo tipo: volatilità dei prezzi, ritardi nelle forniture e difficoltà nella pianificazione industriale.

Per comprendere perché il tema dei dazi sia così centrale nell’agenda di Trump è utile osservare il grafico seguente:


È abbastanza evidente che l’introduzione dei dazi durante il cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile 2025 non ha prodotto, almeno finora, un miglioramento significativo del deficit della bilancia commerciale che rimane ampiamente in territorio negativo. Questo suggerisce che la leva tariffaria, da sola, difficilmente è in grado di correggere squilibri strutturali del commercio estero americano.



La reazione dei mercati azionari la vedremo tra poco; eravamo più preoccupati per il dollaro che in effetti al momento dell'annuncio della Corte Suprema ha iniziato ad andare sotto pressione ma si è subito ripreso nei minuti sostenuto anche dai dati sull'inflazione (PCE) pubblicati venerdì:

  • PCE yoy         : 2.9% (atteso: 2.8%; precedente: 2.8%)
  • Core PCE yoy: 3%   (atteso: 3%; precedente: 2.8%)

Il PCE (Personal Consumption Expenditures Price Index) è l’indice dei prezzi dei consumi personali pubblicato dal Bureau of Economic Analysis. La Federal Reserve utilizza il PCE  e soprattutto il Core PCE (esclusi alimentari ed energia) come benchmark per l’obiettivo del 2%. Per il momento il target d'inflazione è ancora lontano e quindi c'è poco da sperare per un taglio ai tassi di riferimento come appare evidente anche dai verbali della FED pubblicati martedì.  Il dollaro ringrazia.


La valuta americana è stata sostenuta anche dai venti che guerra che spirano nel Golfo Persico:


Come evidenziato anche dal grafico pubblicato sabato 21 febbraio dal Corriere del Ticino, l’amministrazione Trump ha dispiegato un significativo apparato militare e non si può escludere, nei prossimi giorni, un intervento mirato e circoscritto.

In presenza di un aumento delle tensioni geopolitiche si attivano tipicamente meccanismi finanziari di tipo “risk-off”: il dollaro tende a rafforzarsi in quanto valuta rifugio per eccellenza. La domanda di USD cresce sia per esigenze di liquidità sia perché i capitali vengono riallocati verso i Treasury statunitensi che sono l’asset obbligazionario più profondo e liquido al mondo e che attualmente offrono anche un rendimento reale positivo.


Già che stiamo parlando della valuta americana, vediamo come si è comportata questa settimana:


Contro franco svizzero, il dollaro nelle ultime due sedute è riuscito a uscire dal triangolo di consolidamento con una rottura al rialzo. Si tratta di un segnale tecnico costruttivo che suggerisce come prossimo target area 0,7880. Tale livello rappresenta tuttavia anche una resistenza statica rilevante la cui violazione non sarà scontata e potrebbe richiedere ulteriore momentum.



Anche contro euro la valuta americana si è rafforzata ed è rientrata nell'ampio canale di scorrimento laterale situato tra l'1.15 e l'1.19. A breve sarà difficile vederla nuovamente in zona 1.20.

***


La cancellazione delle tariffe più ampie, sostituite da un dazio generalizzato del 10% — innalzato domenica al 15% — e la prospettiva di non poter più minacciare aliquote superiori al 15% hanno rimosso una rilevante fonte di pressione sui costi per le imprese, in particolare nei comparti retail e nei settori a più alta intensità di importazioni. Questo ha contribuito a generare un impulso tecnico ai corsi azionari.

Vedremo già domani se il passaggio dal 10% al 15% avrà effetti destabilizzanti, ma riteniamo che l’impatto sarà verosimilmente contenuto. Forse la Cina avrà qualche cosa di dire in quanto godeva, dopo mille trattative, di dazi attorno al 10%. Vedremo...

Resta tuttavia un contesto dinamico: gli sviluppi futuri in materia di politica commerciale e l’eventuale gestione dei rimborsi continueranno a influenzare la traiettoria dei mercati nel medio termine.

Nel brevissimo periodo questa decisione potrebbe portare acqua al mulino di Ned Davis che in effetti si aspetta un mese di marzo piuttosto positivo



La sentenza di venerdì ha dato una mano anche allo S&P500 (+0.94% ytd) a rimbalzare sulla media mobile dei 100 giorni: non c'è verso di superare i 7000 punnti ma la cosa è anche comprensibile; come sappiamo le preoccupazioni di quello che potrebbe essere il potenziale distruttivo dell'impiego dell'intelligenza artificiale non sono affatto regredite.

Inoltre questa settimana,nel mirino degli investitori, troviamo una serie di aziende che si occupano di Private Credit (prestano soldi alle aziende; di norma a farlo sono le banche o il mercato obbligazionario):



Sono state quasi subissate da richieste di rimborso dei loro fondi che non derivano da un “crack”, bensì da:

  • Minore premio per l’illiquidità

  • Tassi alti (e resteranno tali ancora per diversi mesi) che fanno concorrenza.

  • Dinamiche comportamentali tipiche dei fondi con finestre di liquidità: ad esempio Blue Owl ha annunciato modifiche al modo in cui restituisce capitale ai sottoscrittori di un suo fondo di debito privato: in particolare ha sospeso i riscatti trimestrali e offerto un ritorno di capitale differito piuttosto che consentire prelievi regolari. Questa mossa ha suscitato forti preoccupazioni sulla liquidità e sulla trasparenza dei fondi di credito privato, un segmento già sotto scrutinio per via dei rischi impliciti. È quindi una fase di stress di liquidità, non necessariamente di insolvenza strutturale.



Ha reagito bene anche il Nasdaq (-1.53% ytd) che ha messo fine ad una serie di chiusure negative che ci ha fatto preoccupare non poco. Per il momento siamo rientrati nel canale ascendente (cerchio rosso) e speriamo di restarci. Rimane comunque il nostro sorvegliato speciale per questo inizio d'anno e non esiteremo, se sarà necessario, ad alleggerire.



Molto bene anche l'Eurostoxx50 (+5.87% ytd) che continua imperterrito la sua salita. Siamo sorpresi nell'osservare che malgrado diverse sedute positive l'RSI non sia ancora in ipercomprato dando così spazio ad ulteriori eventuali movimenti rialzisti. Vedremo se la sentenza della Corte Suprema sarà in grado di fornire nuovo carburante per continuare l'ascesa.



Siamo anche gradevolmente sorpresi dal comportamento dello SMI (+4.46% ytd) che oramai da diverse settimane sta mettendo a segno diversi record storici come non si vedeva da tempo. Il fatto che i dazi al 10% non si applicano al settore farmaceutico è verosimile che daranno un ulteriore spinta al nostro indice.

Va comunque segnalato che vi sono degli "incidenti di percorso": questa settimana è toccato a Partners Group (PG) che purtroppo è rimasta vittima di quanto è successo, come abbiamo visto, all'americana Blue Own: 

 La ragione per cui Partners Group è stata menzionata negli ultimi giorni non è perché sia direttamente coinvolta in problemi di liquidità o restrizioni di riscatti come Blue Owl, ma perché il sell-off delle società quotate nel settore delle alternative (tra cui Blue Owl) ha sollevato preoccupazioni più ampie per tutto il comparto:

  • alcuni investitori temono che l’accelerazione dei riscatti nei fondi di private credit di altri operatori possa riflettersi sui mercati delle private markets più in generale dove PG è particolarmente attiva.

  • questo ha spinto Partners Group a rilasciare una dichiarazione pubblica per tranquillizzare i mercati sulla modesta esposizione al private credit e sulla propria posizione prudente nel tech, AI e altri settori volatili;

  • la società ha anche sottolineato di aver ridotto l’esposizione a software e segmenti potenzialmente vulnerabili e di ritenere il proprio portafoglio relativamente difensivo in questo contesto. 

In altre parole, il coinvolgimento di Partners Group è reputazionale e di mercato piuttosto che operativo o legato a difficoltà specifiche nei suoi fondi di credito.



Concludiamo i nostri appunti con alcune considerazioni sul Bitcoin, che da tempo sembra aver perso parte del proprio slancio. La criptovaluta sta consolidando in un intervallo compreso tra 68’000 e 72’000 dollari, senza per ora mostrare la forza necessaria per uscire da questa fascia.

Non si tratta di una dinamica inedita: il Bitcoin ci ha già abituati a lunghi periodi di apparente inerzia, spesso seguiti da improvvise accelerazioni alimentate da un ritorno deciso della domanda, capace di innescare movimenti esplosivi dei prezzi.

In questa fase, tuttavia, sarà probabilmente necessaria ancora pazienza anche se si può iniziare ad accumulare piccole posizioni.  Sotto la soglia dei 75’000 dollari si osservano dinamiche che meritano attenzione. Per gli interessati, segnaliamo — dopo i saluti — un articolo pubblicato sul Corriere del Ticino del 21 febbraio 2026, a firma di Francesco Paglianisi, strategist presso Banca Zarattini, che offre un’analisi puntuale del contesto attuale.

Buona domenica!


COSA DICONO I MERCATI


TEMPESTA BITCOIN


Francesco Paglianisi


Il 6 ottobre 2025 il Bitcoin segna un massimo storico a 126 mila dollari, poi il crollo. Che cosa è cambiato in quei giorni? Che cosa ha portato, il 10 ottobre, a una vendita di 19 miliardi di dollari che, sulle prime battute, si pensava fosse causata dai dazi americani nei confronti della Cina? È emerso un ruolo importante della società MSCI, che fornisce l’indice di riferimento più utilizzato dai gestori: l’MSCI World. Nell’ottobre 2025 MSCI propone la «Regola del 50%», che esclude tutte le società che detengono attivi digitali come il Bitcoin per oltre il 50% del loro patrimonio totale.


Negli stessi giorni J.P. Morgan pubblica alcuni report firmati dal team di Nikolaos Panigirtzoglou, nei quali stima l’impatto dell’esclusione dai listini di società come Strategy. La società di Michael Saylor ha come unico business la detenzione di Bitcoin, con una posizione che supera le 700 mila unità al valore di carico di 76 mila dollari. Secondo J.P. Morgan un disinvestimento forzato avrebbe innescato vendite per 2,8 miliardi di dollari.

Ma, estendendo il calcolo alle oltre 100 società che hanno lo stesso modello d’affari, si sarebbe arrivati a 8,8 miliardi di dollari.


Sulla notizia, la speculazione decide di anticipare le grandi istituzioni, che, una volta passata la proposta, sarebbero state costrette a vendere. Improvvisamente il Bitcoin mostra il suo lato debole: la mancanza di chiarezza a livello normativo e regolamentare. In pochi giorni, fra ottobre e novembre, il Bitcoin scende da 126 mila a 80 mila. Lo scenario diventa rischioso, le grandi banche restringono le linee di credito per finanziare questi titoli e amplificano il movimento ribassista.Il giorno del giudizio è il 15 gennaio, giorno in cui MSCI decide di non escludere Strategy dall’indice, ma di pesare meno il valore dei Bitcoin detenuti in tesoreria nel calcolo dell’indice. Il Bitcoin tira un sospiro di sollievo, rimbalza a 97 mila, ma da qui riprende la corsa al ribasso fino a toccare il minimo a quota 60 mila.


Come mai? Mancanza di fiducia nel modello d’affari di Strategy, ritardo nell’approvazione da parte del Congresso americano del Digital Assets and Consumer Protection Act, che permetterà alle banche americane la detenzione in proprio di criptovalute e, non da ultimo la nomina la nomina, il 30 gennaio, del nuovo governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, che per il mercato significa meno tagli dei tassi, meno dollari in circolazione e meno speculazione.


Lo scenario diventa critico, si avanza una nuova ipotesi: se il prezzo del Bitcoin scende al di sotto di quota 74-76 mila dollari, prezzo medio di carico di Strategy e di altre 100 società tesorerie di Bitcoin, queste saranno costrette a vendere Bitcoin per coprire i costi aziendali, ipotesi tuttora valida. Quali le prospettive future? Il Bitcoin ha dimostrato che non è ancora possibile considerarlo un asset maturo, l’oro digitale. Ma per il futuro? Per individuare il fair value o giusto valore, gli strategist calcolano quanto costa, in termini di elettricità, generare un nuovo Bitcoin. La stima attuale oscilla mediamente fra i 52 mila e i 65 mila dollari. Al di sotto i miner spengono le macchine, togliendo offerta al mercato. Non solo: esistono modelli matematici basati sulle «equazioni di potenza», studiati dai fisici teorici Giovanni Santostasi ( Power Law Model) e Harold Burger, che individuano un minimo a 45 mila e un «giusto valore» a 75 mila.


Nessuno ha la sfera di cristallo, ma l’interesse da parte dei grandi investitori istituzionali non è diminuito. Non solo: se passerà la legge sui Bitcoin, le banche americane potranno detenere fino all’1% del patrimonio in cripto, cosa che al momento è vietata. Lì forse il mercato proverà a svoltare verso l’alto.


domenica 15 febbraio 2026

Paura e confusione

 C'è paura e confusione nella testa degli investitori! Cerchiamo di capire succintamente il perché.

  • La scorsa settimana avevamo già evidenziato le preoccupazioni legate agli ingenti investimenti necessari per sostenere lo sviluppo e l’operatività dell’Intelligenza Artificiale. In molti si interrogano sulla loro effettiva sostenibilità e, soprattutto, sulle tempistiche con cui tali esborsi potranno tradursi in ritorni economici tangibili. Ridotta all'osso la questione è questa: i capitali impiegati sono rilevanti, ma l’entità e l’orizzonte temporale dei benefici economico-finanziari restano incerti. E' proprio questa incertezza che i mercati tendono a scontare negativamente.
  • È probabile che questa settimana abbiate sentito parlare spesso di “AI disruption”, espressione che descrive un processo di trasformazione sistemica indotto dall’Intelligenza Artificiale che è una tecnologie capace di rendere rapidamente obsoleti processi, prodotti e talvolta interi modelli di business e nel contempo genera nuovi mercati e vantaggi competitivi per coloro che si muovono per primi.  Negli ultimi due anni l’attenzione degli investitori si è concentrata prevalentemente sui produttori d'infrastrutture e semiconduttori legati all’AI — NVIDIA in primis — in una corsa atta ad accaparrarsi la “pala e il piccone” della nuova corsa all’oro tecnologico.  
  • Oggi, però, il focus si sta spostando: ci si rende conto con maggiore consapevolezza della velocità con cui interi settori dell’economia potrebbero essere oggetto di una trasformazione profonda. Tra i comparti più esposti figurano quello bancario e quello assicurativo, dove l’automazione dei processi, la gestione del rischio tramite modelli predittivi e la personalizzazione dell’offerta possono ridefinire radicalmente strutture di costo e dinamiche competitive. È sufficiente osservare l’andamento recente delle quotazioni di questi settori per comprendere quanto il mercato stia iniziando a prezzare non solo le opportunità, ma anche i rischi di compressione dei margini e di disintermediazione. 
    In sintesi: ora che l’AI sta uscendo dai laboratori di ricerca per permeare rapidamente l’economia reale, l’entusiasmo per i potenziali benefici si accompagna a una crescente apprensione per gli effetti redistributivi e competitivi che questa transizione comporta. Ed è proprio questo riequilibrio tra aspettative e rischi che sta alimentando la volatilità. Il termometro di questo malessere è ben rappresentato dall'indice Nasdaq che segna, fatto insolito per questo indice, un -3% ytd ; non è ancora una febbre da cavallo ma potrebbe diventarla... 

Se la paura nasce dalla crescente consapevolezza che l’Intelligenza Artificiale non è una moda passeggera ma una trasformazione strutturale — destinata a generare efficienze, nuovi modelli di business ma, inevitabilmente, anche effetti collaterali su occupazione e margini settoriali — la confusione, invece, è alimentata dai dati macroeconomici statunitensi (ne sentivate la mancanza vero?! 😁) pubblicati questa settimana. Vediamo i più significativi:

  • Vendite al dettaglio Dicembre: 0.0% (atteso: 0.4%; precedente: 0.6%)
Qualcuno ha argutamente osservato che la spesa effettiva ha finalmente raggiunto il sentiment dei consumatori e questo non proprio in senso positivo.  Zaccarelli di Northlight Asset Management ha sottolineato che "per mesi i dati sulla fiducia dei consumatori sono stati deludenti ma anche se si sono lamentati del costo elevato di qualsiasi cosa, hanno comunque continuato a spendere. Tuttavia i dati di questo mese mostrano che i consumatori non stanno più aumentando incessantemente il loro livello di spesa". Ergo: i tassi potrebbero iniziare a scendere.

  • Nuovi posti di lavoro,  gennaio: 130k (atteso: 55k; precedente: 48k)
Bene. L'economia anche senza particolari stimoli monetari è in grado di creare un discreto numero di posti di lavoro... Il taglio ai tassi può aspettare.

  • Paghe orarie yoy,  gennaio: 3.7% (atteso: 3.7%; precedente: 3.8%)
Non sembra esserci, malgrado la creazione di parecchi posti di lavoro in più rispetto alle aspettative, una grande pressione sulle paghe orarie che sono rimaste invariate. Il dato è da considerarsi neutro.

  • Inflazione yoy,        gennaio: 2.4% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%)
  • Core inflation yoy, gennaio: 2.5% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%)

Questi dati, pubblicati venerdì, hanno sostenuto con decisione il comparto dei Treasury statunitensi e, in apertura, hanno favorito anche i mercati azionari, innescando una sorta di short squeeze.

Il movimento, tuttavia, si è progressivamente attenuato nel corso della seduta: dopo l’impulso iniziale alimentato dalle ricoperture e dal riposizionamento tattico, il mercato ha raffreddato l’entusiasmo, segno che permane una certa cautela nell’interpretazione del quadro macro.

Resta tuttavia aperta un’interrogativo cruciale: sempre parlando d'inflazione  la flessione osservata è il risultato della coerenza di Jerome Powell, che con un approccio prudente ha evitato un taglio prematuro dei tassi, oppure rappresenta l’avvio di un trend più preoccupante legato a un raffreddamento della domanda interna e a una contrazione dei consumi delle famiglie americane?

In ogni caso il dato diffuso venerdì — qualora trovasse conferma nei prossimi mesi — potrebbe rafforzare le condizioni macroeconomiche necessarie per un futuro intervento espansivo sui tassi di interesse.


Come detto, c'è un po' confusione ma da venerdì il mercato dei Treasury sta prezzando con maggior convinzione la possibilità di tagli ai tassi da parte della FED:



Era dalla fine di novembre dello scorso anno che il rendimento del Treasury decennale non si riportava in area 4,05%. Un livello che ha inevitabilmente riacceso l’attenzione sul comparto obbligazionario americano.

Detto questo, sapete bene che restiamo piuttosto scettici sull’ipotesi di una marcata e strutturale compressione dei rendimenti a lungo termine negli Stati Uniti: il quadro fiscale, l’entità dell’offerta di debito e la resilienza dell’economia americana rendono meno lineare uno scenario di discesa significativa e duratura dei tassi reali.




In ogni caso, il mercato monetario sta prezzando, nell’arco dei prossimi dodici mesi, almeno tre tagli dei tassi negli Stati Uniti, mentre al momento non si intravedono interventi espansivi né in Svizzera né nell’Eurozona. Teniamolo presente quando vogliamo acquistare obbligazioni di questi due paesi.




A questo punto sarà interessante vedere, se confermato dal Senato, quali saranno le prime mosse di Warsh come presidente della FED: annotatevi la data del 17 giugno 2026. Fino ad allora sarà abbastanza probabile che di tagli ai tassi in America ne vedremo pochi. 

Alleghiamo il calendario delle riuioni della FED, della Banca Centrale Europea (BCE), della Banca Nazionale Svizzera (BNS) e della Banca del Giappone (BOJ). Di norma, fatto salvo per la BNS, le sedute delle banche centrali durano due giorni: nella tabella riportiamo la data dell'ultimo giorno di riunione dove sono programmati gli annunci riguardanti le decisioni prese durante il meeting.


***


Per i mercati americani sapevamo che il 2026 non sarebbe stata una passeggiata. Le elezioni di mid-term hanno il loro peso...

... ed anche Trump deve forse iniziare a muoversi con maggior circospezione in quanto pure dallo schieramento repubblicano stanno arrivano segnali che non possono essere sottovalutati. E' probabile che i dazi al Canada non verranno tolti,  il Presidente ha comunque l'ultima parola, ma in questo caso la vera notizia è che ci sono 6 repubblicani che gli hanno votato contro. 



Il resto dei mercati azionari mondiali tutto sommato non si sta comportando male e i soli ad essere in negativo da inizio anno sono proprio lo S&P 500 e  il Nasdaq che hanno ancora P/E molto elevati. Decisamente più equilibrati i P/E europei e Asiatici (Nikkei a parte ma guardate la performance ytd!).



I 7'000 punti stanno diventando sempre di più un incubo per lo S&P500 (-0.14% ytd) ed ora c'è da sperare che la media mobile dei 100 giorni (linea verde) si riveli sempre più un solido supporto. Per il momento il trend è confermato ma questo appiattimento dell'indice non ci piace per niente. Lunedì i mercati americani sono chiusi per festività (President Day); dovremo aspettare martedì per testare se il mood negativo sarà ancora presente ma la cosa è abbastanza probabile...


E' la seconda volta in una manciata di giorni che il Nasdaq (-2.99% ytd) si appoggia sulla linea di supporto del trend ascendente e ovviamente questo ci inquieta. In caso di rottura dobbiamo ammettere che il primo supporto - per la verità non troppo convincente - lo troviamo già a 22'200 punti. Vedremo se sarà sufficientemente robusto per assistere ad un rimbalzo. Per sicurezza abbiamo proceduto ad alleggerire un po' le nostre posizioni sul tecnologico americano consolidando i guadagni fatti nei trimestri passati.


Tutto sommato il trend dell'Eurostoxx50 (+3.35% ytd) non ci dispiace affatto! Siamo costantemente sopra le tre medie mobili (50, 100 e 200 giorni) e segnali di inversione di tendenza non ne vediamo. Stiamo tenendo sotto controllo il settore bancario e assicurativo in quanto, come abbiamo sottolineato, potrebbe avere un momento di sbandamento dovuto all'arrivo dell'AI ma non ne vogliamo fare una tragedia. Fra parentesi ci sono anche i dividendi da portare a casa.



 Non tutti i titoli dello SMI (+2.51% ytd) ci piacciono o si stanno comportando dignitosamente ma nell'insieme il nostro indice non sfigura. Il trend non ci dispiace e per il momento  di inversioni non se ne vedono. 

Vale la pena chiarire cosa accade quando una o più società dello SMI staccano il dividendo.

Lo SMI è un indice price return (a differenza, ad esempio, del DAX, che è calcolato in versione total return e reinveste i dividendi). Questo implica che, nel giorno ex-dividend, l’indice scende meccanicamente dell’importo ponderato dei dividendi distribuiti dalle società componenti senza che vi sia necessariamente una reale pressione di vendita sul mercato.

In altri termini: considerato che i dividend yield delle blue chip svizzere sono spesso significativi — nell’ordine del 2,5% fino al 5–5,5% — l’effetto tecnico può risultare visibile anche sull’andamento dell’indice. Tuttavia si tratta di un trasferimento di valore dall’azione al cash distribuito agli azionisti non di un deterioramento strutturale del mercato. Di questo bisogna tenerne conto.

Dalla prossima settimana inizieranno gli stacchi nel comparto assicurativo — tradizionalmente quello con i rendimenti percentuali più elevati — seguiti progressivamente dagli altri settori fino alla fine di maggio.

Sarà nostra cura aiutarvi a distinguere i movimenti puramente tecnici legati allo stacco dei dividendi da quelli che, invece, riflettono segnali macro o fondamentali meritevoli di maggiore attenzione.


***


Se non vi saranno tagli ai tassi statunitensi almeno fino a giugno e l’inflazione dovesse proseguire lungo il sentiero di discesa, sarà interessante osservare se l’eventuale aumento dei rendimenti reali potrà tradursi in un rafforzamento del dollaro.

Per il momento, tuttavia, la valuta americana continua a mostrare una certa debolezza strutturale: contro l’euro, il cambio EUR/USD oscilla dall’inizio dell’anno in prossimità dell’area di 1,19, che rappresenta la resistenza superiore del canale laterale in atto. Tecnicamente, salvo nuovi catalizzatori, tale livello potrebbe continuare a fungere da barriera.

Considerato che al momento non sono attesi tagli dei tassi nell’Eurozona, il differenziale atteso di politica monetaria potrebbe offrire al dollaro un margine di recupero. Resta però da verificare se il mercato riterrà sufficiente questo fattore per invertire una dinamica che, finora, rimane improntata alla debolezza.



La persistente debolezza dell’euro contro franco dall’inizio dell’anno inizia a destare qualche preoccupazione. Non è semplice immaginare la posizione della Swiss National Bank: per indebolire il franco dovrebbe tornare a intervenire in modo massiccio sul mercato dei cambi, acquistando euro e dollari in misura significativa, con il rischio — tutt’altro che teorico — di essere accusata di manipolazione valutaria dall’amministrazione americana che non mancherebbe di ricordarci che i dazi potrebbero anche ritornare al 39%...

L’alternativa sarebbe il ritorno ai tassi negativi. Ma l’esperienza precedente ha lasciato più criticità che benefici: compressione dei margini bancari, distorsioni nei prezzi degli asset, pressioni sul sistema previdenziale e incentivo a una maggiore assunzione di rischio. In un’economia come quella svizzera, fortemente orientata al risparmio, gli effetti collaterali sono stati tutt’altro che trascurabili.

Dal punto di vista tecnico, il cambio EUR/CHF permane in area di ipervenduto; tuttavia, da diverse settimane non si osservano rimbalzi significativi. Segnale che la pressione strutturale sul franco resta intatta e che, in assenza di un catalizzatore macro o di un intervento esplicito, l’inversione di tendenza potrebbe richiedere tempo.


È plausibile che i dati macroeconomici statunitensi pubblicati venerdì — qualora trovassero conferma nei prossimi mesi — abbiano fornito un impulso anche al Bitcoin. Un eventuale consolidamento dello scenario di inflazione in calo e tassi meno restrittivi tende infatti a sostenere gli asset più sensibili alla liquidità e ai rendimenti reali.

A questo si è aggiunto con ogni probabilità un fattore tecnico: la chiusura di numerose posizioni corte. Il short covering potrebbe proseguire anche nella prossima settimana, soprattutto dopo il rimbalzo del titolo Coinbase, salito di circa il 16% nonostante risultati inferiori alle attese. Il mercato ha reagito positivamente ad alcune dichiarazioni del CEO, che ha ribadito la solidità strutturale dell’ecosistema cripto; al contempo, va ricordato che la società ha ormai diversificato in modo significativo le proprie fonti di ricavo, riducendo la dipendenza esclusiva dalle commissioni di trading.

In termini tecnici, il rimbalzo di Bitcoin potrebbe estendersi ancora per qualche seduta, soprattutto in caso di ritorno stabile sopra i 70.000 dollari. La prima area di resistenza si colloca attorno ai 75.000 dollari; un eventuale superamento aprirebbe spazio verso l’area degli 81.000.

Resta tuttavia un mercato caratterizzato da elevata volatilità: per chi non è in grado di assorbirne le oscillazioni, un approccio prudente rimane consigliabile.

Buona domenica!

domenica 8 febbraio 2026

Ma quanto costa l'intelligenza artificiale? Troppo? Forse!

 Oggi vogliamo iniziare i nostri Appunti dando i numeri: da 146 a 200 (+37%); da 118 a 180 (+52%). Sono queste le cifre, espresse in miliardi di dollari, che Amazon e Google intendono investire nelle rispettive infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale nel 2026. Il primo dato riflette le stime degli analisti, mentre il secondo corrisponde a quanto comunicato direttamente dalle società in occasione della recente pubblicazione dei risultati trimestrali. L’aumento rispetto alle aspettative è significativo e può intimorire soprattutto considerando la rapida obsolescenza delle tecnologie più avanzate: il tempo per ammortizzare serenamente questi investimenti è limitato. È dunque alla luce di questi numeri che si comprendono meglio le preoccupazioni degli investitori e il sell-off che sta colpendo il settore tecnologico, trascinando la performance del Nasdaq in territorio negativo dall’inizio dell’anno.


Le preoccupazioni degli investitori sono comprensibili: ci troviamo di fronte a investimenti di dimensioni straordinarie che stanno drenando liquidità dalle principali società impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale senza che vi sia ancora visibilità né sui tempi né sull’entità dei ritorni economici. È plausibile che questi investimenti si rivelino profittevoli ma per il mercato, al momento, questo non basta.

Di conseguenza, nonostante risultati trimestrali eccellenti e nella maggior parte dei casi superiori alle attese, le tensioni si sono tradotte in vendite marcate sui titoli del comparto tecnologico.

Anche se sappiamo che non siete grandi amanti dei grafici, questa settimana un’analisi attenta è imprescindibile. In particolare occorre monitorare con attenzione il Nasdaq (-0.91% ytd) : nei prossimi giorni potrebbe anche uscire dal canale ascendente. Non sarebbe una bella cosa.

La scorsa settimana l’indice si trovava ancora all’interno del triangolo di consolidamento e auspicavamo una rottura al rialzo che avrebbe potuto innescare un nuovo movimento ascendente. Le cose, purtroppo, sono andate nella direzione opposta e, alla chiusura di giovedì — dopo tre sedute consecutive negative — ci siamo ritrovati l’indice appoggiato sul supporto (cerchio rosso). Il rimbalzo di venerdì ci ha temporaneamente rassicurati ma ovviamente non possiamo ancora dirci del tutto tranquilli. Anzi! Siamo quindi pronti ad alleggerire una parte delle posizioni se dall'analisi tecnica ci arriverà un chiaro segnale.

L’incertezza resta elevata e sta giustificando una rotazione dai titoli growth verso quelli value, dinamica che ha permesso all’indice Dow Jones di superare per la prima volta nella sua storia la soglia dei 50’000 punti. Anche lo SMI — forse l’indice difensivo per eccellenza — ha svolto questo ruolo in modo più che convincente. Lo analizzeremo tra poco.

***



La forte volatilità che ha caratterizzato l’oro già dalla scorsa settimana è proseguita anche in quella che sta per concludersi: tra minimi e massimi si è registrata un’escursione superiore al 20%, un movimento decisamente inusuale per un bene rifugio come il metallo giallo. È probabilmente la dimostrazione che la rapida corsa che aveva portato l’oro fino a 5’600 dollari subito dopo il superamento della soglia dei 5’000 era in larga parte di natura speculativa e con ogni probabilità lo resterà ancora per un po’.

 Dinamiche puramente tecniche hanno probabilmente amplificato il sell-off della scorsa settimana. In particolare se ne possono individuare almeno due:

  1. Liquidazioni di posizioni in leva, innescate dal rapido movimento dei prezzi.

  2. Aumento significativo dei requisiti di margine richiesto dalla banche per mantenere aperte tali posizioni durante il fine settimana.

Di fronte a richieste di garanzia più elevate, molti operatori sono stati costretti a chiudere le posizioni nelle ultime ore di contrattazione del venerdì, spesso contro la propria volontà. Questo flusso forzato di vendite ha contribuito ad accentuare ulteriormente la pressione ribassista, aggravando il calo delle quotazioni dell’oro.

In ogni caso, per chi considera l’oro un bene rifugio di lungo periodo — e non uno strumento puramente speculativo — le prospettive restano costruttive. Le principali banche d’investimento continuano infatti a formulare previsioni positive poiché non sono venuti meno quei fattori strutturali che da numerosi trimestri sostengono l’ascesa del metallo giallo. A titolo esemplificativo, si può citare il target recentemente pubblicato da J.P. Morgan, che ipotizza un prezzo dell’oro fino a 6’300 dollari entro la fine dell’anno.

***


La scorsa settimana raccomandavamo prudenza sul bitcoin, osservando che una rottura al ribasso del livello di 81’500 $ avrebbe potuto portarci rapidamente verso area 75’000. Ci siamo però sbagliati: quel livello non è stato nemmeno testato e la criptovaluta ha trovato un rimbalzo solo dopo essere scesa fino a 60’000 $ bruciando 430 miliardi di controvalore in 24 ore! 

La prossima settimana sarà determinante per capire se questo recupero potrà estendersi ulteriormente. Per ora è importante tenere presente che i 75’000 $ rappresentano una resistenza rilevante. Il prossimo supporto tecnicamente più credibile, invece, si colloca in area 52’600 $.

Senza entrare in eccessivi dettagli tecnici, ci siamo presi la briga (grazie Federico!) di analizzare la natura di un movimento così accentuato e, anche in questo caso, margin call e chiusure forzate di posizioni in leva hanno avuto un ruolo determinante. Resta inoltre il sospetto che alcuni exchange tra i più importanti, pur non potendo manipolare direttamente le criptovalute — la pratica è ovviamente vietata — possano talvolta comunque influenzarne le dinamiche di prezzo grazie alla visibilità interna sulle posizioni che detengono nei loro libri. Quindi, nuovamente, prudenza!

***

Il research di Ned Davis sottolinea come gli utili delle società statunitensi restano solidi, ma avverte che il contesto macro-finanziario sta diventando meno favorevole, rendendo più difficile mantenere standard di crescita così elevati. Gli analisti aggiungono inoltre un’osservazione che riteniamo meritevole di attenzione e citiamo: " sulla base di analisi storiche, quando oltre il 60% dei titoli batte la performance dell’indice S&P 500 — come sta accadendo in queste prime settimane di contrattazione — l’indice tende a correggere, mentre le small cap e i settori difensivi mostrano una sovraperformance." Un segnale che invita alla cautela. Interessante!

Un altro analista di Sevens Report ci invita a una riflessione che anche noi dovremo iniziare a fare con maggiore sistematicità: "se l’intelligenza artificiale dovesse rendere superflui interi segmenti del settore tecnologico — basti pensare alle difficoltà che stanno attraversando molti produttori di software — potrebbero emergere contraccolpi rilevanti anche per l’S&P 500." In effetti, qualora le promesse dell’IA si concretizzassero pienamente, alcune società rischierebbero di trovarsi improvvisamente sotto forte pressione. Sarà quindi fondamentale saper individuare per tempo i potenziali vincitori e i modelli di business destinati a essere messi in discussione.


Come detto, oggi i grafici li dobbiamo guardare da vicino:


È fuori dubbio che, per il momento, area 7’000 punti rappresenti una resistenza significativa per lo S&P 500 (+1.27% ytd) e senza il contributo del settore tecnologico — che abbiamo visto recentemente in difficoltà — non sarà semplice superarla. È tuttavia incoraggiante osservare come sul fronte del RSI l’indice si stia allontanato dalle condizioni di ipercomprato riducendo in tal modo il rischio di correzioni brusche nel breve periodo. Quanto al trend di fondo, resta per ora impostato positivamente, anche se sul brevissimo termine iniziamo a intravedere un leggero appiattimento della crescita.



Per l'Eurostoxx50 (+3.57% ytd) ci rallegriamo per la sua costanza nel voler rimanere all'interno di un canale di scorrimento rialzista che ci piace e pure molto. Per il momento non vediamo ragioni per uscire pesantemente da questo indice. Piccole prese di profitto sono comunque sempre consigliate.


Da inizio anno nello SMI (+1.78% ytd) si osserva una chiara rotazione interna, con flussi in uscita dai titoli più difensivi e maggiore interesse verso nomi ciclici e industriali, segnale di un mercato che sta gradualmente assumendo un profilo più “risk-on” pur in un contesto ancora selettivo.

Il trend ci appare chiaramente positivo e, per il momento, non individuiamo motivi convincenti per ridurre l’esposizione al mercato domestico. Va tuttavia segnalato che la rotazione menzionata in precedenza sta penalizzando alcuni titoli in modo particolarmente severo; qualora in portafoglio fossero presenti due o tre di questi nomi, l’impatto sulla performance complessiva può risultare significativo.

***


Questa settimana Scott Bessent, Segretario al Tesoro statunitense, si è recato in Campidoglio dove, nel corso delle audizioni parlamentari, è stato sottoposto a un serrato interrogatorio da parte dei deputati su un’ampia gamma di temi. Pungolato da Bill Foster a proposito del dollaro Bessent risponde: "siamo sempre favorevoli a una politica del dollaro forte" osservazione che ovviamente contrasta con quella rilasciata da Trump che pubblicamente si è espresso sulla debolezza del dollaro nel contesto del forte calo del biglietto verde di una decina di giorni fa. In un incontro  con i giornalisti in Iowa alla fine di gennaio ha definito il valore del dollaro "ottimo" e ha minimizzato sulle eventuali conseguenze di una tale debolezza.

Ciliegina sulla torta: sempre al Campidoglio Bessent ha fatto capire ai legislatori che il presidente ha il diritto di interferire con il processo decisionale della FED sia verbalmente che politicamente. Kevin Warsh è stato avvisato!

Dal punto di vista tecnico, il dollaro — dopo una breve incursione in area 0,76 — è rimbalzato recuperando quasi il 50% del precedente movimento ribassista, salvo poi arrestarsi. Resta difficile stabilire se si tratti soltanto di un rimbalzo tecnico destinato a esaurirsi oppure del tentativo di rientrare nel canale laterale avviato a giugno dello scorso anno. In questo contesto, le recenti dichiarazioni di Scott Bessent non contribuiscono certo a rassicurare il mercato.



Quando abbiamo visto euro/usd andare oltre 1.20 ci siamo detti che per il dollaro non c'era più nulla da fare ed eravamo pronti ad accettare la sua debolezza. I fatti comunque ci hanno per il momento smentito e ci ritroviamo con il dollaro all'interno del canale di scorrimento laterale. Speriamo ci resti.



Se euro/franco rientrasse sopra 0.9216 ci farebbe un grande piacere. Per il momento è già qualche cosa il fatto che abbia arrestato la sua discesa. L'RSI è quasi in zona di ipervenduto quindi un rimbalzo non è completamente da escludere. Vedremo la prossima settimana.


Buona domenica!


domenica 1 febbraio 2026

Violento sell-off su oro e argento: la causa

Vi confessiamo che non sappiamo bene da dove iniziare: la settimana, come da nostre aspettative, è stata particolarmente intensa e oggi siamo costretti a fare una selezione delle notizie per concentrarci su ciò che riteniamo sia davvero essenziale per la gestione dei portafogli.

L’evento più rilevante è stato senza dubbio la decisione della Federal Reserve di mantenere invariato il costo del denaro. Le motivazioni che hanno spinto Powell e i suoi colleghi a rinviare qualsiasi intervento restano sostanzialmente immutate: l’inflazione non è ancora rientrata nei parametri desiderati, il mercato del lavoro non mostra segnali di deterioramento marcato e la crescita economica rimane solida.

L’impressione è che la Fed — nonostante le ripetute pressioni politiche — non si muoverà almeno fino alla fine di giugno ma allo stesso tempo, nella mente degli analisti e degli investitori, resta intatta l’ipotesi di almeno tre tagli dei tassi nella seconda metà dell’anno.

Uno scenario di questo tipo ha inevitabilmente pesato sul biglietto verde innescando un vero e proprio sell-off che ha spinto il dollaro sui minimi storici contro il franco svizzero: ancora una volta si è così evidenziato — se mai ce ne fosse stato bisogno — il ruolo difensivo che la valuta elvetica continua a svolgere nelle fasi d'incertezza macroeconomica e geopolitica.


La scorsa settimana avevamo indicato un target tecnico per il dollaro a 0.7720. Purtroppo la realtà dei fatti è stata ancor più penalizzante per la valuta americana che ad un certo punto sembrava non avesse più nessun tipo di supporto: per fortuna si è fermata a 0.7610 prima di rimbalzare. Sulla natura del rimbalzo ci arriveremo tra poco.


Anche contro euro la valuta americana non ha avuto scampo e ha fornito all'euro una notevole spinta che gli ha permesso di rompere senza troppi indugi la soglia dell'1.19; la corsa si è fermata solo dopo aver superato un'altra resistenza importante a 1.20, che non vedeva dal lontano giugno 2021, per poi ritracciare e rientrare nel canale di scorrimento laterale che da molto tempo siamo abituati a vedere.

Sulla natura dei rimbalzi e dei ritracciamenti valutari questa volta dobbiamo ringraziare Trump: si è infatti deciso a svelare chi prenderà il posto di Powell quale Presidente della FED. Dopo settimane di speculazioni varie e di nomi più o meno improbabili la decisione è caduta, Senato permettendo, sulla figura di Kevin Warsh, un economista e finanziere che ha un'esperienza pregressa all'interno della FED (2006-2011) ed ha legami profondi con i mercati finanziari che conosce a menadito. 

E' percepito dai mercati come favorevole a tagli dei tassi moderati e data-dependent. Ha idee più  accomodanti  rispetto all’attuale Presidente ma sembra comunque lontano da un allentamento aggressivo imposto dalle pressioni politiche. Sostiene che la Fed debba guidare il costo del denaro sul breve termine.  Per contro i rendimenti a lungo termine dovrebbero essere lasciati al mercato: infatti non è un fautore d'interventi sistematici sul mercato dei Treasury tramite acquisti di titoli.

Vedremo. Ora inizia la vera prova dei fatti. Se Warsh si dimostrerà coerente con le posizioni che ha sempre sostenuto — ossia che i rendimenti a lungo termine debbano essere lasciati alla libera determinazione del mercato — è facile immaginare quale pressione potrebbe esercitarsi sulla parte lunga della curva dei tassi statunitensi - dai dieci anni in su -  in presenza di un debito pubblico che ha ormai superato con slancio i 38 trilioni di dollari, di cui quasi 30 detenuti da investitori privati americani ed esteri. Proprio questi ultimi, per continuare a finanziare un emittente così fortemente indebitato, pretenderanno verosimilmente una remunerazione più elevata.  Nei prossimi post parleremo più diffusamente del Giappone, di cosa sta succedendo in quel Paese, e quali potrebbero essere le conseguenze per il debito pubblico americano.

Comunque sia, questa idea di rese più elevate sulla parte lunga della curva dei rendimenti, è piaciuta al dollaro ma è andata di traverso al mercato dei metalli preziosi: uno scenario di Treasury verosimilmente più redditizi sul lungo termine evidentemente non l'aveva pienamente scontato. La reazione di venerdì è stata eloquente:


Il calo dell'oro - impressionante l'escursione giornaliera tra minimo e massimo (16%) -  riflette soprattutto la rapida risalita delle aspettative sui rendimenti reali USA e il rafforzamento del  dollaro dopo l’ipotesi Warsh alla Fed, che ha spinto gli investitori a smontare posizioni costruite su scenari di tassi più bassi e politiche monetarie ultra-accomodanti. Il peso, sicuramente non indifferente, dei movimenti speculativi delle ultime settimane ha fatto il resto. 


Ancora più impressionante è stato il sell-off sull’argento: nelle sedute di giovedi e venerdì, tra massimo e minimo, si è registrata un’escursione di ampiezza eccezionale (39%). Episodi di questo tipo sono utili per ribadire un punto spesso sottovalutato. Il fatto che l’oro — e più recentemente anche l’argento e gli altri metalli preziosi — venga considerato un bene rifugio * non significa affatto che l’investitore sia automaticamente protetto dai movimenti violenti dei prezzi generati da squilibri improvvisi tra domanda e offerta. 
Per intenderci, il sell-off su oro e argento di venerdì  ha comportato una riduzione del prezzo sul mercato di circa 3 trilioni di dollari per quello che riguarda le principali posizioni finanziare globali (ETF, futures e OTC): per farvi capire meglio cosa è successo, è come se la totalità dei bitcoin minati fino ad oggi avesse perso tutto il suo valore! Vogliamo esagerare? Esageriamo: considerata l'intera massa  di oro fisico mondiale e non solo quello derivante dalle operazioni finanziarie in corso, la contrazione del valore di oro e argento di giovedì e venerdì sale a circa 7 trilioni di dollari poco meno di un quinto dell'interno debito pubblico americano. Crediamo che ci siamo intesi!

A questo punto siamo certi che in voi è sorta spontanea una domanda: a questi livelli bisogna comprare oro e/o argento? Francamente non lo sappiamo... Se non avete un'anima speculativa, muovetevi con grande prudenza.

* un bene rifugio è un asset percepito come sicuro, liquido e affidabile capace di offrire protezione nelle crisi sistemiche o nei momenti di incertezza. Sbarazziamo il campo da un grande equivoco: nessun asset è un bene rifugio in senso assoluto: la sua efficacia dipende dal tipo di crisi che stiamo affrontando (inflattiva, recessiva, crisi bancaria, conflitti armati, default di Stati sovrani, ecc.) e dal contesto monetario e fiscale nel quale siamo immersi. Insomma, non esiste un bene rifugio valido per ogni stagione.

***

Già che abbiamo menzionato il bitcoin -  che NON è come vorrebbero farci credere un bene rifugio - vediamo qual'è la situazione:


La scorsa settimana avevamo evidenziato il fallimento del pullback dopo la rottura della resistenza a 92'800$. Rientrato sotto questo livello, per tutta la settimana questa crypto è rimasta debole e sabato 31 gennaio si è adagiata sul supporto degli 81'500 dollari per poi procedere ad un mini rimbalzo. Attenzione: questo livello, considerata la fase di accumulo tra febbraio e aprile 2025 dovrebbe essere confermato ma se non tiene andiamo dritti dritti verso i 75'000 $. Prudenza.

***

Altro grande appuntamento di questa settimana sono stati gli utili aziendali: riportiamo nella tabella quelli pubblicati dai Magnifici 7:


In linea di massima gli utili hanno superato le attese (bene), ma la reazione della quotazione borsistica è stata mista: da notare il -7% di Microsoft dovuto alle preoccupazioni per investimenti (forse) eccessivi nell'AI. Investire troppo in AI o essere in ritardo nel mettersi a giorno con i parametri imposti dall'AI (sono gli estremi dello stesso problema) comporta un sanzionamento da parte dei mercati.

Lo sa bene anche SAP — uno dei nostri titoli europei preferiti — che ha vissuto giornate migliori: il titolo è crollato nonostante utili e margini superiori alle attese. Al mercato non è piaciuta la guidance per il 2026, che prevede un leggero rallentamento della crescita del cloud (dal +26% del 2025 al +23%-25% atteso per il 2026) sul quale l’azienda ha puntato molto per le sue entrate future. 

Il titolo è arrivato a perdere quasi il 16% prima di recuperare parzialmente. Forse la reazione è stata eccessiva (teniamolo sotto osservazione…), ma è il trattamento riservato in questa fase a chi non riesce a restare allineato alle attese o presenta prospettive meno brillanti. È, in definitiva, il comportamento tipico di un mercato che — concedeteci il gioco di parole — non è affatto a buon mercato.

***

Ritorniamo un attimo in America: c'è un dato macro che deve farci riflettere e che alla lunga potrebbe creare qualche problema. Martedì hanno pubblicato l'indice di fiducia dei consumatori americani:

  • Consumer confidence USA gennaio: 84.5 (atteso: 90; precedente: 94.2)

Ha ricominciato a scendere e questa volta i motivi non sono legati al Liberation Day del 2 di aprile 2025 ma le cause sono più profonde: in sintesi la fiducia dei consumatori USA di gennaio è scesa vistosamente raggiungendo il livello più basso in oltre 12 anni (84,5 punti) principalmente per paura di un'inflazione persistente,  della percezione di un mercato del lavoro più debole (se perdo il lavoro forse faccio fatica a trovarne un'altro), dell'incertezza sulle tariffe commerciali e la politica economica ed un peggioramento sia delle condizioni correnti sia delle aspettative future. 

Tutto questo si riflette in un crescente pessimismo delle famiglie che a sua volta si traduce in un raffreddamento della spesa delle famiglie (soprattutto delle classi medie e basse). Ripercussioni sul PIL per il momento sembrano non essercene ma alla lunga qualche cosa potrebbe succedere...

***

Un'ultima considerazione prima di dare un'occhiata alle borse: questa settimana avete ancora sentito parlare di Venezuela e di Groenlandia? Noi poco o nulla: come se il problema non esistesse.

Abbiamo invece sentito parlare molto di Iran. La situazione in Medio Oriente resta estremamente tesa: l’amministrazione  Trump ha rafforzato la presenza navale statunitense nella regione con lo schieramento del gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln e diverse navi da guerra, mantenendo l’opzione militare aperta contro l'Iran senza però una decisione operativa definitiva. Questo dispiegamento, pur pensato come deterrenza, aumenta il rischio geopolitico e potrebbe avere ripercussioni sui mercati energetici globali (in particolare attraverso possibili pressioni sullo Stretto di Hormuz). 

Nel contempo l’Iran ha avviato esercitazioni navali nella zona dello Stretto di Hormuz coinvolgendo pure Russia e Cina nelle acque del Golfo di Oman come risposta alla crescente pressione.  Una escalation regionale significativa potrebbe rapidamente complicare il quadro strategico coinvolgendo attori di primo piano da entrambi i lati. Insomma, l'Iran e i suoi alleati non sono il povero Venezuela e tanto meno i 57'000 abitanti della Groenlandia. Prima di innescare un conflitto bisogna esser sicuri di quello che si sta facendo.

***

Per questa domenica vi abbiamo tediato già abbastanza: alleghiamo Ned Davis e i 4 grafici dei soliti mercati senza commenti (siamo certi che oramai li sapete leggere da soli...). Per tutti è valida una sola, ma importantissima, osservazione: il trend ascendente delle 4 borse è sempre in essere e per il momento non intravvediamo pericoli immediati di un loro cambiamento. 

Ned Davis: 


S&P500 (+1.37% ytd):



Nasdaq (+0.95% ytd):



Eurostoxx50 (+2.70% ytd):


SMI (-0.60% ytd):



Buona domenica!!