La settimana si è aperta con il consueto e oramai disciplinato disorientamento degli investitori alimentato da un contesto geopolitico che continua a offrire più colpi di scena che certezze: nel tiramolla geopolitico tra Stati Uniti e Iran apprendiamo con conforto che, almeno per ora, Washington non intende risolvere la crisi attraverso l'impiego di armi nucleari. Una rassicurazione che, data la situazione, i mercati hanno scelto di considerare come una buona notizia.
Come ha ben scritto Alan Friedman sul Corriere del Ticino del 22 aprile, "Putin trae vantaggio dall'aumento del prezzo del petrolio (...) e Xi Jinping a Pechino, sorride (...) poiché quanto meno prevedibile diventa Washington, tanto più la Cina viene vista nel mondo come il partner economico più solido e affidabile. Questo è il vero capovolgimento geopolitico e geo-economico del nostro tempo" e se le cose non cambieranno dovremo prima o poi tenerne conto. Il danno reputazionale appare ormai compiuto e ci vorrà non poca diplomazia e molto tempo per ricostruire la credibilità e l’influenza di un tempo.
Comunque sia gli investitori guardano fiduciosi al prossimo lunedì quando potrebbero esserci nuovi incontri diplomatici che alimentano la speranza — forse non del tutto irrazionale — che la diplomazia continui a fare meglio della deterrenza.
Trovare un accordo che ponga fine alla guerra e consenta una riapertura credibile dello Stretto di Hormuz sta diventando imperativo: non solo perché da lì transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo, ma perché “liberare” lo Stretto non è un semplice gesto diplomatico né un’operazione nautica di routine. Secondo le stime circolate negli ultimi giorni, la completa bonifica delle mine potrebbe richiedere fino a cinque-sei mesi; nel frattempo, una quota significativa dell’offerta resterà bloccata o ridotta. La U.S. Energy Information Administration stima tagli produttivi nell’area del Golfo nell’ordine di diversi milioni di barili al giorno ed è facile immaginare un mercato petrolifero destinato a rimanere per parecchio tempo piuttosto nervoso: premi di rischio elevati, prezzi più sensibili a ogni titolo di giornale e un’inflazione energetica che potrebbe tornare a disturbare banche centrali, consumatori e portafogli obbligazionari.
A tal proposito abbiamo testato il nuovo image generator di ChatGPT (decisamente non male!) e gli abbiamo chiesto di riassumere in una immagine un articolo pubblicato dall'Economist di questa settimana che ha ipotizzato guai grossi per i mercati energetici globali: l'immagine è ad effetto (anche troppo...) ma il riassunto ed il senso dell'articolo è ben rappresentato anche se decisamente melodrammatico. Siamo certi che si possono ottenere immagini più sobrie... (clicca sull'immagine per una migliore lettura):
Quello che a noi preoccupa è comunque la volatilità del prezzo del petrolio:
soprattutto il Brent rimane sensibile come pochi a tutte le notizie, vere o presunte, che circolano sul web: purtroppo chiudiamo la settimana con il prezzo a 106.92 $ con un rialzo del 18% rispetto alla settimana precedente. Non va bene!
Motivo per il quale anche i rendimenti dei Treasury americani restano elevati; anche il decennale ha i suoi problemi: non c'è verso di vederlo evolvere sotto la resa del 4%.
- Vendite al dettaglio marzo: +1.7% (atteso: 1.5%; precedente: 0.7%)
...infatti il Fear & Greed Index della CNN ci ricorda che siamo entrati da un paio si settimane in una zona dove le correzioni, se ce ne saranno, possono anche far male. Ma per il momento ci vogliamo godere il recupero dei mercati azionari che iniziano poco a poco a far del bene anche alle performance dei nostri depositi.
Lo S&P500 (+4.67% ytd) ha chiuso venerdì ad un niente dal record storico. E' riuscito finalmente a superare i 7'000 punti e a restare con convinzione sopra questo livello. Punta ora deciso ai 7'200 che sono il traguardo stabilito da Ned Davis per fine anno. Mentre JP Morgan, di solito piuttosto compassata, ha deciso di aumentare la sua previsione per fine anno portandola da 7'200 a 7'600 punti. Attenzione all'RSI: è in chiaro ipercomprato, una correzione è sempre in agguato.
Il Nasdaq (+6.86% ytd) si è decisamente acceso e il superamento della resistenza in area 24'000 punti ha attivato un target tecnico che potrebbe spingerlo verso quota 26'000. Un ulteriore supporto a questo scenario potrebbe arrivare mercoledì 29, quando ben quattro società dei Magnificent Seven pubblicheranno i risultati trimestrali.
Anche in questo caso, tuttavia, prudenza sull’ipercomprato: se i numeri o il tono delle indicazioni fornite da CEO e CFO non dovessero soddisfare le elevate aspettative, una fase correttiva sarebbe quasi inevitabile.
Meno brillante, nel complesso, l’Europa, penalizzata anche dall’assenza di un catalizzatore paragonabile alla stagione degli utili americana; non a caso questa settimana hanno prevalso le correzioni più che gli spunti costruttivi.
Per l’Eurostoxx50 (+1.59% ytd) è comunque incoraggiante che venerdì abbia testato il supporto del canale ascendente per poi rimbalzare, seppur modestamente. Meglio di niente. Anche le medie mobili a 50 e 100 giorni stanno offrendo supporto e ci auguriamo possano continuare a farlo: una loro violazione al ribasso sarebbe infatti un segnale tecnico poco rassicurante.
I volumi restano modesti e anche l’RSI sta rientrando in area neutrale, segnale di un momentum che va monitorato. Auspichiamo che la prossima settimana porti notizie più confortanti e che il Brent riesca quantomeno a riportarsi sotto i 100 dollari, contribuendo ad allentare una pressione che i mercati, in questa fase, farebbero volentieri a meno di gestire.
Settimana particolare per lo Smi (-0.74% ytd) che è riuscito a mantenersi sopra il supporto di 13'070 punti soprattutto grazie al contributo di Nestlé — finalmente — e di Roche; senza il sostegno dei due pesi massimi con ogni probabilità l’indice avrebbe testato rapidamente area 12'800.
Per il momento, il rientro nel canale ascendente resta più un auspicio che uno scenario acquisito, ma sarebbe un passaggio tecnico importante: un mancato recupero aumenterebbe sensibilmente il rischio di una nuova estensione ribassista.
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Il dollaro/franco, dopo il ritracciamento della scorsa settimana favorito dall’allentamento dei prezzi energetici, ha ripreso vigore in parallelo con il recupero di Brent e WTI. Se questa dinamica dovesse proseguire anche nella prossima settimana, il cambio potrebbe superare la resistenza statica in area 0.7890 e rientrare nel canale di oscillazione laterale. Probabilità che accada? A nostro avviso piuttosto elevata.
Anche contro l’euro il dollaro americano ha ritrovato vigore, beneficiando del rinnovato supporto dei tassi e di un contesto geopolitico che tende, almeno nelle fasi di tensione, a favorire il biglietto verde. Continuiamo tuttavia a ritenere che, nel breve termine, il cambio resterà confinato nel trading range compreso tra 1.1488 e 1.19 area che negli ultimi mesi ha efficacemente delimitato gli eccessi in entrambe le direzioni.
Il cambio euro/franco non è riuscito questa settimana a confermare il supporto in area 0.9216 e sembra aver nuovamente imboccato una traiettoria che potrebbe riportarlo verso quota 0.91. La mancata tenuta di questo livello resta un segnale tecnico poco incoraggiante, soprattutto in assenza di catalizzatori capaci di invertire il sentiment.
Molto dipenderà, come spesso accade, dall’evoluzione del quadro geopolitico: un’eventuale nuova escalation militare tenderebbe verosimilmente a rafforzare il franco svizzero, che continua a beneficiare del suo tradizionale status di valuta rifugio. In tale contesto, pressioni ribassiste sul cambio non sarebbero affatto da escludere, mentre solo un allentamento delle tensioni potrebbe consentire un recupero più credibile dell’euro.
Sembra ormai consolidarsi l’idea che per il Bitcoin il supporto in area 75'000 dollari sia valido e i movimenti di questa settimana ne hanno offerto un’ulteriore conferma. Si è inoltre notato un ritorno di interesse sull’asset con flussi e momentum che sembrano tornare costruttivi.
In questo contesto il mercato potrebbe puntare a un test in area 81'500 dollari, obiettivo credibile soprattutto a condizione che il quadro risk-on resti intatto e che i volumi accompagnino il movimento. RSI non ancora in ipercomprato ma non siamo molto lontani dal raggiungerlo...
Anche l’oro resta al centro dell’attenzione. Il metallo giallo continua a beneficiare di due sostegni strutturali — domanda delle banche centrali e premio geopolitico — ma nelle ultime sedute ha mostrato qualche fisiologica esitazione, complice il rafforzamento del dollaro e tassi reali meno favorevoli.
Il messaggio di fondo, tuttavia, non sembra cambiato: finché persistono tensioni in Medio Oriente, timori inflazionistici legati al petrolio e dubbi sulla traiettoria delle banche centrali, l’oro continua a essere visto più come copertura che come semplice trade tattico. Semmai il dibattito oggi è se stia consolidando prima di una nuova gamba rialzista o solo smaltendo un eccesso di ipercomprato.
A nostro avviso, finché regge il supporto tecnico a 4'370 e i flussi verso beni rifugio non si esauriscono, restano credibili nuovi tentativi di attacco ai massimi.