domenica 8 marzo 2026

La furia epica affossa anche le borse


                                          The Economist, 7-13 marzo 2026


È molto probabile che Federico Rampini colga nel segno quando, dalle pagine del Corriere della Sera del 6 marzo, osserva che colpendo Venezuela ed Iran Donald Trump si è in realtà inserito, indirettamente e in modo mirato, nella partita energetica cinese. Per anni il petrolio estratto in Venezuela — greggio pesante e di qualità non eccelsa — è stato inviato in Iran per essere raffinato e successivamente destinato alla Cina, uno dei Paesi più energivori del pianeta e sempre più dipendente da filiere energetiche alternative a quelle controllate dall’Occidente. Interrompere o rendere più complessa questa triangolazione significa quindi incidere su un segmento sensibile della sicurezza energetica cinese.

In questa prospettiva la mossa americana assume un significato geopolitico più ampio: non si tratta soltanto di sanzioni contro due regimi ostili, ma di un tentativo di limitare la capacità di Pechino di costruire reti energetiche parallele e relativamente immuni alla pressione occidentale. In un contesto in cui la Cina detiene una posizione dominante nella filiera delle terre rare — snodo strategico per tecnologie avanzate, difesa e transizione energetica — la leva energetica rappresenta, a nostro giudizio, una delle poche contromisure a disposizione di Washington. Non è quindi da escludere che tale pressione possa diventare, nel medio periodo, anche una moneta di scambio in eventuali negoziati più ampi tra Stati Uniti e Cina sul controllo delle catene di approvvigionamento strategiche. 

Oggi dobbiamo però occuparci di un altro problema: le possibili ripercussioni dell’attacco all’Iran e il modo in cui questo evento potrebbe incidere in maniera significativa sull’andamento dei mercati finanziari e, di conseguenza, sui risultati delle nostre gestioni. 

Come spesso accade nelle crisi geopolitiche, il primo ad essere messo sotto pressione è il mercato dell’energia. Le tensioni nel Golfo Persico e la chiusura del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz — snodo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — hanno già provocato un brusco rialzo delle quotazioni del greggio e del gas liquido. 

Storicamente, shock di questa natura generano una dinamica abbastanza prevedibile: aumento del prezzo del petrolio, riaccensione delle pressioni inflazionistiche, rialzo dei rendimenti obbligazionari e conseguente indebolimento dei mercati azionari più sensibili al ciclo economico. 

Resta tuttavia una variabile decisiva: la durata e l’ampiezza del conflitto. Se l’escalation dovesse rientrare in tempi relativamente brevi, i mercati potrebbero riassorbire rapidamente lo shock, come spesso avvenuto in passato in occasione di crisi geopolitiche circoscritte. Se invece il confronto dovesse prolungarsi o coinvolgere direttamente le infrastrutture energetiche della regione, il rischio sarebbe quello di un nuovo shock petrolifero con conseguenze più profonde su inflazione, crescita economica e stabilità dei mercati finanziari globali. 

Purtroppo, sulla durata  del conflitto iniziano a emergere dubbi sempre più consistenti circa la possibilità che la crisi si plachi in tempi brevi. La storia recente della regione mediorientale  invita alla prudenza: negli interventi militari degli ultimi decenni si è spesso rivelato relativamente semplice indebolire o persino abbattere un regime, mentre si è dimostrato molto più complesso costruire un nuovo equilibrio politico stabile nel periodo successivo.

Abbiamo l’impressione che anche questa volta si stia riproponendo una dinamica simile. Una volta colpito e indebolito il regime iraniano, Stati Uniti e Israele sembrano non avere ancora delineato con chiarezza quale assetto politico potrebbe sostituirlo garantendo in tal modo una fase di transizione ordinata. L’assenza di un’alternativa credibile rischia di aprire una fase di instabilità prolungata, con possibili vuoti di potere, tensioni interne e un aumento dell’influenza di attori regionali e milizie locali.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento spesso decisivo nei cambiamenti di regime: il ruolo della popolazione. Le trasformazioni politiche più profonde e durature difficilmente possono affermarsi senza una spinta interna significativa. Al momento, tuttavia, non sembra emergere un movimento popolare capace di sostenere un processo di cambiamento che sorge dall’interno. E non si può certo biasimare la popolazione per questa prudenza, soprattutto se si considerano le numerose vittime registrate nelle manifestazioni delle scorse settimane ed è quindi comprensibile che prevalgano timori e incertezze.

In scenari di questo tipo i conflitti raramente si risolvono rapidamente: tendono piuttosto a trasformarsi in crisi più lunghe e complesse, con effetti persistenti sulla sicurezza della regione e, soprattutto, sui mercati energetici globali. Per i mercati finanziari questo significa convivere più a lungo con un livello elevato di incertezza geopolitica e con il rischio che le tensioni nell’area del Golfo continuino a esercitare pressione sui prezzi dell’energia e sulle aspettative di inflazione. 






Per quanto riguarda invece l’ampiezza del conflitto, dobbiamo ammettere che la risposta dell’Iran appare, dal punto di vista tattico, piuttosto sorprendente. Consapevole di non poter sostenere uno scontro diretto e simmetrico contro la superiorità militare di Stati Uniti e Israele, Teheran sembra aver scelto una strategia indiretta: colpire basi militari occidentali presenti nei Paesi della regione con l’obiettivo di diffondere apprensione e senso di vulnerabilità in tutto il Medio Oriente.

Si tratta di una strategia che punta meno al risultato militare immediato e più all’effetto psicologico ed economico. In altre parole, l’obiettivo non è tanto vincere sul campo quanto dimostrare che nessun luogo della regione può considerarsi completamente al sicuro.

Un esempio emblematico è quello di Dubai. Sono stati necessari anni, se non decenni, per trasformare l’emirato in uno dei principali hub economici e finanziari del Medio Oriente: una città percepita come prospera, stabile, con una qualità della vita molto elevata e, soprattutto, come un luogo sicuro e accogliente per investitori, imprese e capitali internazionali. Eppure è bastata una manciata di razzi e qualche drone per incrinare, almeno in parte, questa immagine di stabilità. Anche se i danni materiali possono risultare limitati, l’impatto sulla percezione del rischio potrebbe rivelarsi molto più duraturo.

Le conseguenze economiche di un simile cambiamento di percezione sono facilmente intuibili: minore attrattività per chi vuol investire e avviare un'attività  economica, possibili rallentamenti nel settore immobiliare e turistico e, più in generale, un aumento del premio per il rischio richiesto dagli investitori per operare nell’intera regione.

Siamo certi che state seguendo con attenzione quanto sta accadendo in questi giorni in Iran e che quindi siete già ampiamente informati sugli sviluppi geopolitici della crisi. Per questo motivo non desideriamo soffermarci ulteriormente sulla cronaca degli eventi.

Ci sembra invece più utile condividere con voi alcune riflessioni sulle principali conseguenze che questi avvenimenti stanno già producendo sui mercati finanziari e sull’economia globale. 


Iniziamo a misurare la temperatura dei mercati. Come al solito ci aiuta il VIX:



A spingere la temperatura verso quota trenta è stata, come vedremo, una combinazione di fattori geopolitici e macroeconomici. Ciò che tuttavia riteniamo più interessante osservare è la reazione iniziale dei mercati che, nei primi due o tre giorni successivi all’uccisione di Kamenei, non hanno mostrato una particolare preoccupazione (freccia rossa); la cosa ci ha un po' sorpreso e dobbiamo ammettere che inizialmente abbiamo sottovalutato le conseguenze degli attacchi americani. Solo nella giornata di venerdì si è assistito ad un brusco aumento della tensione, con la “temperatura” dei mercati balzata rapidamente verso quota 30. Come vedremo dopo, alcuni fattori macroecononici e non solo la guerra hanno contribuito a questo aumento.

Non siamo ancora ai livelli raggiunti nell’agosto 2024, in occasione della riduzione del carry trade sullo yen, né a quelli registrati nell’aprile 2025 durante il cosiddetto “Liberation Day” annunciato da Trump. Tuttavia, se la crisi dovesse protrarsi oltre il previsto, è plausibile attendersi un ulteriore aumento della volatilità: in altre parole, la febbre dei mercati potrebbe facilmente salire verso livelli ben più elevati, avvicinandosi — per restare nella metafora — a temperature prossime ai quaranta gradi e oltre.




Il prezzo del gas inizia a mostrare segnali di un certo nervosismo come indica il future aprile 26 del gas trattato sul mercato olandese. 

A rendere il quadro ancora più delicato si aggiunge quanto accaduto negli ultimi giorni in Qatar. Il Paese, che rappresenta uno dei principali esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, ha temporaneamente ridotto la produzione e le spedizioni di GNL per ragioni di sicurezza legate all’escalation militare nella regione. Si tratta di un elemento tutt’altro che secondario: il gas qatariota copre una quota significativa della domanda energetica globale, in particolare in Asia e in Europa. Anche un’interruzione parziale delle forniture può quindi provocare tensioni immediate sui prezzi dell’energia, alimentando ulteriormente l’incertezza sui mercati finanziari e riaccendendo timori inflazionistici che negli ultimi mesi sembravano progressivamente attenuarsi.


Anche il petrolio, soprattutto nelle giornate di giovedì e venerdì, ha subito un violento movimento rialzista che l'ha portato a superare i 90 $ al barile. Per Goldman Sachs vedremo presto i 120 $ e i più pessimisti parlano addiritttura di 150 $...



Bloomberg ha fatto notare che mai, sotto la presidenza Trump, il gallone di benzina è costato 3.32 $. Sicuramente non una bella notizia per l'inflazione americana e se il prezzo non dovesse scendere rapidamente neppure una bella notizia per il Presidente in ottica Midterm elections. Il prezzo della benzina è uno degli indicatori economici più sensibili per l’elettorato americano. Negli Stati Uniti milioni di persone dipendono dall’auto e quindi il prezzo del gallone è percepito quasi come una “tassa indiretta” sulla vita quotidiana. Anche variazioni relativamente contenute possono avere un impatto immediato sul potere d’acquisto delle famiglie.

Se i costi dell'energia sono parecchio al rialzo, purtroppo anche quelli delle materie prime in generale seguono la stessa via:


L'indice Bloomberg delle materie prime è al rialzo di quasi il 20% da inizio anno e sta raggiungendo i livelli del 2022: è evidente che presto o tardi questi rincari innalzeranno i costi alla produzione che come sempre, priamo o poi, verranno scaricati sulle spalle dei consumatori. Le conseguenze sul tasso di inflazione le avete già intuite...

A complicare il quadro della situazione, venerdì pomeriggio, ci hanno pensato i dati sul lavoro americano:



  • Creazione nuovi posti di lavoro febbraio: -92k  (atteso: 50k ; precedente: 126 k
  • Disoccupazione febbraio                          : 4.4% (atteso: 4.3%; precedente: 4.4%)

Numeri di questo tipo avranno certamente creato non poche preoccupazioni tra i governatori della Federal Reserve. Da un lato, il forte rialzo dei prezzi dell’energia e delle materie prime, alimenta nuove pressioni inflazionistiche prospettiche rendendo sempre più difficile immaginare nel breve termine un allentamento della politica monetaria. In altre parole, ogni velleità di taglio dei tassi rischia di dover essere accantonata almeno finché l’impulso inflazionistico, proveniente dal comparto energetico, non si attenuerà.

Dall’altro lato, tuttavia, il mercato del lavoro americano sta iniziando a inviare segnali meno rassicuranti: alcuni indicatori suggeriscono che la dinamica occupazionale sta progressivamente perdendo slancio. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la banca centrale potrebbe trovarsi prima o poi nella necessità di intervenire per sostenere l’economia reale, riducendo il costo del denaro.

La Federal Reserve si trova quindi di fronte al classico dilemma delle fasi di transizione: deve continuare a combattere l’inflazione oppure deve iniziare a prevenire un rallentamento più marcato dell’attività economica? Quale direzione il mercato ritenga oggi più probabile lo si può intuire osservando il comportamento dei Treasury americani: 


Fino alla scorsa settimana i rendimenti dei Treasury stavano già scontando almeno un paio di tagli ai tassi nel corso del 2026. Da qualche giorno, tuttavia, lo scenario sembra essersi sensibilmente modificato. L’inasprimento delle tensioni geopolitiche e il conseguente rialzo dei prezzi dell’energia hanno riportato in primo piano il rischio inflazionistico, inducendo il mercato a rivedere le proprie aspettative sulla politica monetaria.

Oggi sembra infatti prevalere l’idea che la Federal Reserve possa dare priorità alla lotta contro l’inflazione, anche a costo di accettare un temporaneo deterioramento del mercato del lavoro. In altre parole, la banca centrale potrebbe scegliere di mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto, pur consapevole che ciò potrebbe tradursi in un aumento della disoccupazione nel breve periodo.

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Come hanno reagito i mercati azionari a tutto questo trambusto?



Purtroppo non molto bene. I mercati si sono infatti rimangiati gran parte delle buone performance accumulate nei primi due mesi dell’anno e molti degli indici che seguiamo più da vicino si trovano ora  in territorio negativo a testimonianza di quanto, in questa fase, il contesto geopolitico stia prevalendo sui fondamentali economici.

In situazioni come questa il sentiment degli investitori può tuttavia cambiare molto rapidamente: bastano pochi eventi, in un senso o nell’altro, per modificare in modo significativo la direzione dei mercati. Abbiamo ancora molto tempo davanti a noi per raddrizzare il percorso del 2026 e, come sempre quando ci troviamo in fasi di maggiore turbolenza, non ci perdiamo d'animo.



Lo S&P 500 (-1,54% ytd) si trova attualmente in una posizione piuttosto delicata, appoggiato pericolosamente sulla linea di supporto del canale ascendente che ne ha accompagnato il movimento negli ultimi mesi. È lecito sperare che proprio su questi livelli possa svilupparsi un rimbalzo tecnico, anche se preferiamo non farci troppe illusioni.

Continuiamo tuttavia a ritenere possibile uno scenario di andamento laterale, che permetterebbe ai mercati di assorbire le tensioni delle ultime settimane senza costringerci a intervenire con alleggerimenti più significativi dei portafogli limitandoci eventualmente a qualche vendita mirata.

Molto dipenderà da ciò che accadrà già nelle prossime sedute. Ci aggrappiamo anche a un elemento stagionale che storicamente ha spesso favorito i mercati azionari: tra marzo e aprile le borse tendono infatti a registrare performance positive. Va però sottolineato che questa statistica vale soprattutto in contesti macroeconomici e geopolitici relativamente stabili. Oggi, purtroppo, non ci troviamo in condizioni normali — ed è un aspetto che dobbiamo tenere ben presente nelle nostre valutazioni.


Del potenziale effetto distruttivo sull’occupazione derivante dall’impiego sempre più massiccio dell’Intelligenza Artificiale, questa settimana si è parlato comprensibilmente poco. Eppure si tratta di un tema destinato, prima o poi, a tornare con forza al centro del dibattito economico.

Nel frattempo il Nasdaq (-3,68% ytd) sembra essere uscito, seppur di poco e quindi in attesa di ulteriori conferme nelle prossime sedute, dal canale ascendente che ne aveva caratterizzato l’andamento negli ultimi mesi. La rottura non è ancora tale da trarre conclusioni definitive ma rappresenta comunque un segnale che merita attenzione.

Per fortuna, non molto lontano dai livelli attuali, troviamo alcuni supporti tecnici di rilievo: in primo luogo l’area dei 22'200 punti e, subito sotto, il sostegno rappresentato dalla media mobile a 200 giorni. Sarà interessante osservare se questi livelli riusciranno a favorire un rimbalzo tecnico.

Un eventuale recupero potrebbe peraltro offrire l’occasione per alleggerire parzialmente l’esposizione al comparto tecnologico che tende a essere tra i più sensibili se confrontato con uno scenario di tassi d’interesse più elevati qualora le pressioni inflazionistiche dovessero tornare a intensificarsi.



Solo una settimana fa ci stavamo compiacendo della relativa solidità mostrata dallo SMI (-1,30% ytd) e, appena cinque giorni dopo, lo ritroviamo invece pericolosamente a ridosso della linea di supporto del canale ascendente. Fortunatamente l’indice si è appoggiato anche ad un importante supporto statico in area 13.070 punti, livello che potrebbe favorire almeno un rimbalzo tecnico, soprattutto considerando che gli indicatori di breve periodo segnalano una condizione ormai prossima all’ipervenduto.

Anche in questo caso, tuttavia, preferiamo non farci troppe illusioni. Molto dipenderà dall’evoluzione della situazione geopolitica in Medio Oriente e dalle reazioni dei mercati nelle prossime sedute.

Cercheremo, per quanto non sia semplice in fasi di forte incertezza come quella attuale, di rimanere coerenti con la nostra linea di condotta: qualora dovessimo avere conferma di un’inversione del trend, procederemo con alcuni alleggerimenti selettivi delle posizioni.

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Se c’è un asset che merita davvero l’appellativo di “bene rifugio”, questo è senza dubbio il franco svizzero. Anche nelle prime fasi del conflitto in Medio Oriente la valuta elvetica si è infatti rafforzata contro la maggior parte delle principali monete, euro compreso. Fanno eccezione il dollaro canadese e la corona norvegese, che beneficiano della presenza in quei Paesi d'importanti aziende energetiche e minerarie, attualmente favorite dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.

Alla luce di questo rafforzamento ci si può legittimamente domandare se la Banca Nazionale Svizzera non ritenga opportuno intervenire per attenuare almeno parzialmente la forza del franco. Un apprezzamento eccessivo della valuta infatti, rischia di penalizzare il settore esportatore e di comprimere ulteriormente le già modeste pressioni inflazionistiche interne.

Resta naturalmente da vedere se un eventuale intervento sui mercati valutari verrebbe tollerato sul piano internazionale. Le possibili reazioni dell’amministrazione americana — ed in particolare la nota sensibilità di Trump sul tema delle valute — rappresentano sempre un elemento di cui tenere conto. Tuttavia, considerato il contesto globale particolarmente turbolento di queste settimane, non è escluso che, per una volta, anche su questo fronte possa prevalere una certa indulgenza ma ovviamente non ci facciamo troppe illusioni... 


La scorsa settimana avevamo osservato come, in presenza di tensioni geopolitiche che incidono sui prezzi dell’energia, il dollaro americano tenda storicamente a rafforzarsi. E' esattamente ciò che è avvenuto per gran parte della settimana. L’unica eccezione si è registrata nella giornata di venerdì, quando la pubblicazione dei dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti ha temporaneamente modificato la percezione degli investitori.

Il mercato ha infatti interpretato i numeri pubblicati come un possibile segnale di raffreddamento dell’economia e, di conseguenza, come un elemento che potrebbe spingere la Federal Reserve a considerare un futuro taglio dei tassi. È verosimilmente questa lettura che ha provocato un indebolimento del dollaro proprio nella seduta di venerdì.

Al momento non troviamo altre spiegazioni particolarmente convincenti per giustificare il movimento della valuta americana nel confronto con il franco svizzero.


Per scrupolo siamo andati a vedere quali sono le percentuali per un eventuale taglio ai tassi durante la prossima riunione della FED prevista per il 17-18 marzo:  con un 96.3% di probabilità NON ci sarà nessun taglio. Questo dovrebbe in teoria sostenere il dollaro...



... dollaro che in effetti contro euro si è rafforzato tutta la settimana. A nostro giudizio dovrebbe comunque restare confinato dentro un range tra 1.19 e 1.1488 e continuare a scorrere lateralmente.


Comprendere i movimenti del Bitcoin non è mai particolarmente semplice e anche questa settimana, soprattutto nella giornata di venerdì, abbiamo assistito a un ribasso piuttosto marcato che non era facilmente prevedibile.

È abbastanza probabile che il movimento sia stato favorito innanzitutto da prese di beneficio. Il passaggio dai 65.000 ai 72–74.000 dollari è avvenuto infatti in tempi relativamente brevi e, come spesso accade in queste situazioni, una parte degli investitori ha ritenuto opportuno cristallizzare i guadagni accumulati. A ciò si è aggiunto con ogni probabilità anche un processo di riduzione delle posizioni in leva, che tende sempre ad amplificare i movimenti di breve periodo.

Un ulteriore elemento che potrebbe aver contribuito alla debolezza del Bitcoin è stata una certa delusione legata al progetto della cosiddetta “Strategic Bitcoin Reserve”. L’annuncio iniziale da parte del governo americano aveva infatti alimentato l’aspettativa che potessero essere previsti acquisti diretti di Bitcoin da parte dello Stato. A quanto pare questa ipotesi non rientra nei piani attuali. La revisione di tali aspettative ha probabilmente contribuito ad accelerare le prese di beneficio osservate nelle ultime sedute.


Buona domenica!






domenica 1 marzo 2026

Iran sotto attacco



Dal punto di vista borsistico, l’avvio di settimana è stato tutt’altro che sereno: S&P 500 e Nasdaq hanno registrato un arretramento significativo in un contesto di rinnovata volatilità. Con una punta di presunzione, quella che talvolta accompagna chi ritiene di aver capito tutto, avevamo interpretato il movimento ribassista come una reazione fisiologica dei mercati alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti dall’amministrazione Trump e alla successiva contromossa di Donald che, facendo ricorso a una diversa base normativa, ha di fatto ripristinato l’impianto tariffario attraverso l’introduzione di un’aliquota generalizzata del 15% con una validità temporanea di 150 giorni. Sarà poi il Congresso a doversi esprimere sull’eventuale proroga del provvedimento ma, per il momento, quasi nulla cambia.

Convinti di aver individuato la causa principale della correzione di lunedì scorso, abbiamo sottovalutato il report di Citrini Research che è iniziato a circolare durante il weekend;  divenuto rapidamente virale ha contribuito ad accrescere il nervosismo tra gli operatori dei mercati finanziari.

In sintesi il rapporto di Citrini Research ("The 2028 Global Intelligence Crisis") delinea uno scenario volutamente estremo, quasi fantascientifico, in cui la rapida e pervasiva adozione dell’intelligenza artificiale produrrà effetti macroeconomici destabilizzanti entro il 2028 tra i quali annoveriamo:

  •  la compressione strutturale del valore del lavoro cognitivo,
  •  l’erosione dei margini di profitto nei settori ad alta intensità di capitale umano (software, consulenza, servizi professionali),
  • l’aumento significativo della disoccupazione dei colletti bianchi,
  •  una conseguente e micidiale contrazione dei consumi.

 In questo contesto, la maggiore produttività non si tradurrebbe in una crescita diffusa, bensì in una redistribuzione asimmetrica dei benefici verso pochi attori tecnologici con impatti negativi e devastanti sugli utili, sui multipli di mercato e sulla stabilità finanziaria. 

Sebbene l'analisi di Citrini Research sia puramente teorica,  ha avuto una grossa ed inaspettata risonanza perché evidenzia un rischio sistemico che forse, per un giustificato timore,  stiamo coscientemente sottovalutando: se l’AI erodesse effettivamente il vantaggio competitivo derivante dalle nostre umane abilità cognitive, sulle quali si fonda una parte rilevante dell’economia dei servizi avanzati, l’aggiustamento potrebbe essere (molto) rapido e parecchio doloroso con implicazioni non solo finanziarie ma anche sociali e politiche.


Un allarme simile è stato pure lanciato da Andrea Pignataro che recentemente è assurto agli onori della cronaca per essere diventato il più ricco tra gli Italiani. Nel suo intervento intitolato The Wrong Apocalypse, apparso nel sito di ION Analytics di cui Pignataro è il CEO, avverte che il vero rischio legato all’adozione dilagante dell’intelligenza artificiale non è solo la sostituzione di singoli compiti ma riguarda soprattutto il processo mediante il quale i professionisti, utilizzando modelli come quelli suggeriti da OpenAI o da Anthropic, finiscono per «insegnare» all’IA la grammatica dei loro lavori e dei loro sistemi organizzativi alimentando così piattaforme che apprendono come rendere superflua la loro stessa funzione

Secondo Pignataro questa dinamica — frutto delle scelte razionali delle singole imprese impegnate nel tentare di restare competitive — potrebbe generare un effetto a catena in grado di erodere molti ruoli professionali, vasti settori dell'economia se non addirittura dell’intera architettura economica richiedendo un ripensamento delle norme e del quadro regolamentare europeo al fine di preservare il valore del lavoro umano. Non sarebbe bello... di regole, in Europa,  ce ne sono già abbastanza!


Ma torniamo allo scorso weekend e al rapporto di Citrini: quello che avrebbe dovuto rappresentare più un esercizio retorico che un’analisi sostanziale ha finito per turbare il fine settimana di molti investitori americani. I timori maturati tra sabato e domenica si sono tradotti il lunedì successivo in ordini di vendita, dapprima sullo S&P 500 e, in misura ancora più marcata, sul Nasdaq.

Poi, nei giorni a seguire, abbiamo assistito ad un recupero delle quotazioni; tuttavia, una certa fragilità del sentiment è rimasta evidente. Diversamente non si spiegherebbe la reazione del mercato alla pubblicazione degli attesissimi risultati trimestrali di Nvidia:




La trimestrale ha confermato la centralità dell’AI e i ricavi si sono attestati a 68,1 miliardi di dollari (+73% a/a), gli utili per azione sono ben al di sopra delle attese e, per non farsi mancare nulla, bisogna aggiungere una guidance per il trimestre in corso nettamente superiore al consensus. 

Il messaggio implicito è chiaro: la domanda di potenza computazionale resta robusta e gli hyperscalers - sono i grandi operatori di infrastrutture cloud in grado di fornire capacità computazionale, storage e networking su scala globale - continuano obbligatoriamente ad investire massicciamente in infrastrutture AI poiché, in questa gara tra colossi,  il costo di "restare indietro" è percepito come superiore al rischio di sovrainvestire (ne abbiamo parlato la scora settimana...).


Tuttavia, la sostenibilità del vantaggio competitivo di Nvidia non è scontata: lo sviluppo di chip proprietari da parte di Microsoft, Google, Amazon e Meta in futuro potrebbero sottrarre ad Nvidia una parte non trascurabile della torta...

Parallelamente l’AI sta già incidendo sulle aspettative di utili, sui modelli di business e sull’occupazione alimentando una dinamica che potremmo definire “AI scrolling” ovverosia di un flusso continuo di innovazioni, annunci e applicazioni che genera una sorta di “digital burnout”. In un contesto in cui il progresso tecnologico invalida rapidamente gli standard del periodo precedente, l'obiettivo non è la padronanza di un singolo tool o di un particolare protocollo ma è la capacità organizzativa di adattarsi rapidamente al cambiamento

Dunque la vera sfida strategica, per imprese e investitori, non è inseguire ogni novità bensì costruire strutture resilienti in grado di restare competitive anche quando il tool dominante cambia. Ha il sapore della mission impossible anche per una società straordinaria come Nvidia. Solo lo scorso anno, simili risultati avrebbero spedito la sua quotazione azionaria in paradiso. Invece, giovedì, ha chiuso con una minusvalenza del 5% alla quale, venerdì, se n'è aggiunta un'altra del 4.17%. In due giorni questo titolo ha perso oltre il 9%: è vero che gli azionisti di Nvidia non hanno molto da lamentarsi, considerate le performance degli ultimi anni, ma fino all'altro giorno una simile reazione, soprattutto dopo aver pubblicato risultati stellari, era impensabile!





Ma la notizia che venerdì pomeriggio ci ha fatto rizzare i capelli è quella apparsa nelle breaking news di Bloomberg: Block Inc, la società di Jack Dorsey (è stato il cofondatore di Twitter oggi X) una delle principali società di fintech globali, è al rialzo del 16%. Bene direte voi, ma quello che spaventa è ciò che ha provocato un tale aumento intraday:





Dorsey ha licenziato il 40% del personale, sostituendolo con un ristretto gruppo di ingegneri specializzati in AI, perché – parole sue – «l’AI ha cambiato il modo di lavorare». Non, sta cambiando: ha cambiato. Un’affermazione al passato prossimo che suggerisce una trasformazione già compiuta, non un processo ancora in divenire. Ma non era lo scenario che, secondo Citrini Research, avremmo dovuto attenderci nel 2028? Siamo due anni in anticipo!

Fatto sta che il 40% di 11'372 è 4'548 corrispondente al numero di collaboratori che sono stati lasciati a casa e sostituiti dall'Intelligenza Artificiale. Ora proviamo a considerare Block Inc come una sorta di paziente zero:  secondo voi, con gli appetiti che girano a Wall Street (+16% in un giorno fa gola a molti, sorry, a tutti...)  combinati con la totale mancanza di remore e conflitti di coscienza di molti CEO,  quanto tempo ci vorrà prima che il comportamento di Dorsey diventerà virale? 


Un simpatico analista, venerdì, ha scritto che avrebbe trascorso il weekend rispolverando un vecchio videogioco, rimasto per anni inutilizzato nel suo hard disk, dal titolo quanto mai evocativo: Unemployment Simulator 2018. Per curiosità abbiamo chiesto a ChatGPT se lo conosce. La risposta è stata puntuale: «Si tratta di un videogioco indipendente di simulazione satirica, sviluppato come esperimento sociale per esplorare le difficoltà della disoccupazione moderna. Con un tono ironico e minimalista, invita il giocatore a gestire la vita quotidiana di una persona senza lavoro, affrontando frustrazioni economiche e psicologiche». Non ci resta che augurargli buon divertimento!


***


Ci rendiamo conto che questa edizione di Appunti sta assumendo toni insolitamente inquietanti.  Forse non è il momento più adatto per questo tipo di riflessioni, ma il nostro ruolo è quello di osservatori: riportiamo ciò che vediamo, non ciò che vorremmo vedere.

Che ci crediate o meno, volevamo esporvi una serie di grafici che, visti in sequenza, portavano alla logica conclusione che gli Americani avrebbero verosimilmente attaccato l'Iran in tempi brevi... Siamo semplicemente stati superati dagli eventi stessi: mentre stiamo scrivendo (sabato mattina) l'America in combinazione con lo Stato d'Israele hanno attaccato. Ma vediamoli questi grafici:



Nonostante alcuni dati macroeconomici americani pubblicati questa settimana – in particolare i prezzi alla produzione risultati in deciso aumento e quindi indicativi di pressioni inflazionistiche ancora presenti – i rendimenti del Treasury decennale sono scesi sotto la soglia del 4%. Un movimento che, con i dati pubblicati, fa a pugni.

La spiegazione più plausibile va probabilmente ricercata nell’aumento del rischio geopolitico: le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono ai massimi da settimane, i negoziati sul nucleare si sono arenati, Washington ha rafforzato la presenza militare nella regione e ha disposto il rientro di parte del personale diplomatico.

In questo contesto, la compressione dei rendimenti appare coerente con una dinamica di flight to quality: il mercato obbligazionario statunitense stava già prezzando uno scenario tipicamente da risk-off. Come non pensare ad un imminente attacco all'Iran? E così è stato!



Anche il petrolio, in fase rialzista da inizio anno, ci stava suggerendo qualche cosa...



... per non parlare dell'oro che, dopo il sell-off di inizio febbraio, si era preso un momento di pausa che è proprio terminato qualche giorno fa con la ripresa del trend ascendente del metallo giallo (freccia rossa).  


Ma forse il segnale più convincente, che avrebbe dovuto farci aprire gli occhi, è la forza del franco svizzero che contro euro si è portato ai massimi storici chiudendo la parità di venerdì a 0.9085. Non c'è verso di indebolire la nostra moneta e qualche giorno fa un analista, forse disperato,  ha affermato che sarebbe necessario abbassare i tassi svizzeri di riferimento al -1% altrimenti ci dobbiamo rassegnare a vedere la nostra moneta rafforzarsi di circa un 2% all'anno tutti gli anni!  Speriamo di non dovercene fare una ragione!


Anche contro dollaro il franco è tornato a rafforzarsi. Vedremo se coninuerà anche lunedì: di norma, quanto i rischi geopolitici in Medio Oriente aumentano, è il dollaro che manifesta una tendenza al rafforzamento pure contro la nostra divisa. Diffidiamo sempre un po' degli automatismi, quindi non ci resta che attendere con pazienza lunedì mattina per vedere cosa accadrà .

Se vi ricordate bene, già la scorsa settimana parlavamo di un intervento militare mirato degli americani in Iran. Da sabato mattina l'intervento è effettivo e, come abbiamo visto, è stato pure anticipato finanziariamente parlando dal movimento dei Treasury americani, dal petrolio, dall'oro e dal rafforzamento del franco svizzero. Dicevamo che la manovra d'attacco americana sarebbe stata mirata e circoscritta

Stiamo scrivendo questi Appunti nel tardo pomeriggio di sabato e le notizie che giungono dall'Iran sono ancora confuse e in parte contradditorie. Non sappiamo, come da voci riportate da alcuni quotidiani online, se effettivamente Khamenei è stato ucciso; domenica mattina la notizia è stata confermata.

È ormai accertato che dall’Iran siano partiti missili in direzione di alcune basi americane e che sia stata colpita anche l’isola artificiale The Palm a Dubai. A questo punto, parlare di conflitto circoscritto appare riduttivo. La strategia iraniana sembra delinearsi con maggiore chiarezza: la presenza militare americana negli Emirati Arabi Uniti rappresenta certamente una delle motivazioni dell’attacco a Dubai, che inizialmente ci aveva sorpreso, ma l’obiettivo sembra essere soprattutto di natura economica.

Colpire Dubai – hub finanziario e commerciale di primaria importanza nella regione – significa accrescere il premio per il rischio geopolitico, sostenere il prezzo del petrolio e, soprattutto, generare instabilità finanziaria nell’area. Un’instabilità che potrebbe trasformarsi in leva negoziale qualora si aprisse un canale diplomatico.

La sensazione, tuttavia, è che prima di arrivare a un eventuale negoziato l’escalation militare possa intensificarsi. Lunedì capiremo meglio quale sarà la reazione dei mercati, ma un aumento della volatilità appare inevitabile. Resta solo da augurarsi che non si trasformi in un fenomeno persistente.

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In queste condizioni diventa complesso formulare una previsione attendibile sull’apertura dei mercati azionari di lunedì. L’ampiezza degli scenari possibili è tale da rendere poco significativo qualsiasi tentativo di anticipare la price action nel brevissimo termine.

Un elemento, tuttavia, appare determinante: l’evoluzione del premio per il rischio geopolitico. Saranno soprattutto l’estensione geografica del conflitto e la sua durata a influenzare la dinamica degli asset rischiosi. Un’escalation prolungata comporterebbe un incremento della volatilità implicita, un ampliamento degli spread creditizi e una compressione dei multipli azionari; al contrario, un evento percepito come temporaneo e circoscritto potrebbe essere riassorbito rapidamente dal mercato.

Le informazioni disponibili suggeriscono che lo scenario difficilmente possa essere definito “limitato”, e questo implica un probabile aumento dell’avversione al rischio nel breve periodo.

Passiamo comunque rapidamente in rassegna come si sono comportate le borse questa settimana:



Lo S&P 500 (+0,49% ytd) ha proseguito il movimento laterale. Il superamento della soglia dei 7.000 punti, per il momento, non è all’ordine del giorno. Ci riterremmo già soddisfatti se la fase di consolidamento proseguisse su questi livelli, senza deterioramento del quadro tecnico.

Lunedì avremo indicazioni più chiare, ma è opportuno prepararci a qualche seduta di volatilità accentuata.


Il Nasdaq (-2,47% ytd) sta testando nuovamente la trendline di supporto (cerchio rosso). Finché rimane nel canale ascendente il quadro tecnico non è compromesso, ma una violazione in apertura lunedì ne modificherebbe l’impostazione. Valuteremo eventuali interventi anche alla luce del flusso di notizie dal Medio Oriente.


Il trend ascendente dell’Eurostoxx 50 (+5,99% ytd) è stato confermato anche questa settimana. Per compromettere l’attuale canale rialzista sarebbe necessaria una correzione di una certa entità, nell’ordine del 5–6%. Un movimento di questa ampiezza azzererebbe di fatto i guadagni maturati nel 2026, ma non necessariamente invaliderebbe la struttura tecnica di medio periodo: il trend, pur messo alla prova, potrebbe ancora restare intatto.


Lo SMI (+5,63% ytd) si conferma l’indice difensivo per eccellenza. Tuttavia, la condizione di ipercomprato in cui si trova attualmente (cerchio rosso) suggerisce che un’eventuale correzione potrebbe assumere dimensioni non trascurabili.

Resta però invariata la nostra convinzione di fondo: i flussi che sostengono il franco svizzero – spesso in uscita da euro e dollari – prima o poi devono trovare un impiego. In assenza di alternative domestiche convincenti e remunerative, una parte significativa di questi capitali tende inevitabilmente a riversarsi sul mercato azionario svizzero.

Buona domenica. 






domenica 22 febbraio 2026

La Corte suprema boccia i dazi.




Questa settimana non sembravano emergere temi di particolare rilievo da condividere con voi ma venerdì è intervenuta la Corte Suprema degli Stati Uniti che, con una decisione netta (6 a 3), ha introdotto un elemento di grande rilevanza: i dazi stabiliti dall’amministrazione Trump risultano non legittimi nella forma adottata o, quantomeno, non possono essere giustificati invocando motivi di sicurezza nazionale ai sensi della Section 232 del Trade Expansion Act del 1962.

La Section 232 autorizza il Presidente a imporre dazi solo qualora il Dipartimento del Commercio accerti, a seguito di un’indagine formale, che determinate importazioni — per quantità o modalità di ingresso — siano tali da minacciare o compromettere la sicurezza nazionale e richiedano un intervento.

È vero che il Dipartimento del Commercio ha recentemente avviato o ricevuto richieste di estensione delle misure tariffarie su specifiche categorie di prodotti, in particolare acciaio e alluminio; tuttavia molte di queste iniziative sono ancora nella fase istruttoria e, allo stato attuale, non costituiscono una base giuridica per l’introduzione immediata di nuovi dazi operativi.

In altri termini, il Presidente non può imporre tariffe in modo unilaterale al di fuori delle deleghe legislative conferite dal Congresso e delle procedure previste dalla normativa di riferimento. Per questo motivo 6 giudici su 9 della Corte Suprema - di cui 3 di nomina Repubblicana - hanno stabilito l'illegalità dei dazi.

La risposta di Trump non si è fatta attendere:



Ed ecco il piano di riserva:


Dopo la decisione della Corte Suprema che ha invalidato i precedenti dazi perché imposti sulla base dell’IEEPA senza autorizzazione congressuale, Trump ha annunciato l’introduzione, ai sensi del Trade Act del 1974, di un dazio uniforme fino al 10%. La Section 122 del Trade Act del 1974 consente al Presidente di adottare misure tariffarie temporanee fino a 150 giorni senza preventiva approvazione del Congresso.

Tecnicamente:

  • si tratta di una delega legislativa già concessa dal Congresso nel 1974;

  • il Presidente può imporre dazi fino al 15% o restrizioni quantitative per fronteggiare squilibri della bilancia dei pagamenti o pressioni valutarie;

  • deve però consultare il Congresso e notificare la misura;

  • se si vuole estendere l’intervento oltre i 150 giorni, è necessario un ulteriore passaggio legislativo.

Quindi: non serve un voto preventivo del Congresso, ma l’autorità è limitata nel tempo e nell’ampiezza ed è comunque incardinata in una delega già approvata dal Congresso stesso.

Certo che con quest'uomo non ci si annoia mai! L’attualità, ancora una volta, corre più veloce delle nostre riflessioni. Non abbiamo nemmeno terminato i nostri Appunti che dobbiamo già intervenire con una rettifica:


I dazi passeranno dal 10% al 15% con effetto immediato. Del resto, appariva poco plausibile che, potendo arrivare fino al 15%, Lui si fermasse al 10%. In termini pratici per molte Nazioni – Svizzera inclusa – non vi saranno cambiamenti sostanziali: al momento dell’entrata in vigore dei nuovi dazi e per i successivi 150 giorni il quadro resterà invariato poiché, dopo lunghe trattative,  per gran parte dei principali Paesi le aliquote erano già state negoziate e fissate al 15%.

Comunque sia nei prossimi giorni ne sapremo di certo qualche cosa in più ma nel frattempo vogliamo capire quali potrebbero essere le conseguenze di una tale sentenza:

  • In linea teorica, l’arma dei dazi risulta oggi più circoscritta: non è più possibile utilizzare tariffe di entità molto elevata come strumento discrezionale di pressione politica senza un solido fondamento normativo. In assenza di un nuovo intervento del Congresso, il margine operativo immediato appare limitato — nel quadro della Section 122 — a misure temporanee fino al 15%. In un primo momento l’amministrazione  USA si era attestata su un dazio generalizzato del 10% sulla maggior parte delle importazioni, con alcune esclusioni, tra cui il comparto farmaceutico. Poi il 21 febbraio sembra che i dazi siano stati elevati ad un generale 15%;  Ergo: per il momento non sembra che le cose cambino radicalmente.
  • L’impatto sui conti federali dipenderà essenzialmente da un fattore: se, e in quali tempi, le tariffe dichiarate illegittime dovranno essere rimborsate agli importatori e alle imprese. In tale eventualità, fino a 175 miliardi di dollari di dazi già incassati potrebbero diventare oggetto di restituzione. Tuttavia il rimborso non sarebbe automatico: esso dipenderà dall’esito dei contenziosi avviati dai soggetti danneggiati e dalla tempistica con cui le relative cause verranno definite. Si stima che stiamo parlando di anni... (dai 2 ai 5).
  • È evidente che, qualora i rimborsi dovessero materializzarsi in misura significativa, il Tesoro statunitense sarebbe verosimilmente costretto ad aumentare l’emissione di debito, con un conseguente peggioramento del deficit. Le cifre in gioco sono rilevanti, ma nel complesso ancora gestibili in rapporto alla dimensione del bilancio federale. È altrettanto plausibile ritenere che il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, avrebbe preferito evitare un simile aggravio sul fabbisogno finanziario.
  • Per le imprese si aprirà con ogni probabilità una fase di incertezza, almeno temporanea, in merito ai costi di importazione, che potrebbero essere ridefiniti attraverso nuovi strumenti normativi. Non si possono escludere tensioni sui meccanismi di pricing e possibili disfunzioni lungo le catene di approvvigionamento. L’esperienza maturata durante la pandemia da Covid-19 ci ha già mostrato quali effetti possano derivare da uno scenario di questo tipo: volatilità dei prezzi, ritardi nelle forniture e difficoltà nella pianificazione industriale.

Per comprendere perché il tema dei dazi sia così centrale nell’agenda di Trump è utile osservare il grafico seguente:


È abbastanza evidente che l’introduzione dei dazi durante il cosiddetto “Liberation Day” del 2 aprile 2025 non ha prodotto, almeno finora, un miglioramento significativo del deficit della bilancia commerciale che rimane ampiamente in territorio negativo. Questo suggerisce che la leva tariffaria, da sola, difficilmente è in grado di correggere squilibri strutturali del commercio estero americano.



La reazione dei mercati azionari la vedremo tra poco; eravamo più preoccupati per il dollaro che in effetti al momento dell'annuncio della Corte Suprema ha iniziato ad andare sotto pressione ma si è subito ripreso nei minuti sostenuto anche dai dati sull'inflazione (PCE) pubblicati venerdì:

  • PCE yoy         : 2.9% (atteso: 2.8%; precedente: 2.8%)
  • Core PCE yoy: 3%   (atteso: 3%; precedente: 2.8%)

Il PCE (Personal Consumption Expenditures Price Index) è l’indice dei prezzi dei consumi personali pubblicato dal Bureau of Economic Analysis. La Federal Reserve utilizza il PCE  e soprattutto il Core PCE (esclusi alimentari ed energia) come benchmark per l’obiettivo del 2%. Per il momento il target d'inflazione è ancora lontano e quindi c'è poco da sperare per un taglio ai tassi di riferimento come appare evidente anche dai verbali della FED pubblicati martedì.  Il dollaro ringrazia.


La valuta americana è stata sostenuta anche dai venti che guerra che spirano nel Golfo Persico:


Come evidenziato anche dal grafico pubblicato sabato 21 febbraio dal Corriere del Ticino, l’amministrazione Trump ha dispiegato un significativo apparato militare e non si può escludere, nei prossimi giorni, un intervento mirato e circoscritto.

In presenza di un aumento delle tensioni geopolitiche si attivano tipicamente meccanismi finanziari di tipo “risk-off”: il dollaro tende a rafforzarsi in quanto valuta rifugio per eccellenza. La domanda di USD cresce sia per esigenze di liquidità sia perché i capitali vengono riallocati verso i Treasury statunitensi che sono l’asset obbligazionario più profondo e liquido al mondo e che attualmente offrono anche un rendimento reale positivo.


Già che stiamo parlando della valuta americana, vediamo come si è comportata questa settimana:


Contro franco svizzero, il dollaro nelle ultime due sedute è riuscito a uscire dal triangolo di consolidamento con una rottura al rialzo. Si tratta di un segnale tecnico costruttivo che suggerisce come prossimo target area 0,7880. Tale livello rappresenta tuttavia anche una resistenza statica rilevante la cui violazione non sarà scontata e potrebbe richiedere ulteriore momentum.



Anche contro euro la valuta americana si è rafforzata ed è rientrata nell'ampio canale di scorrimento laterale situato tra l'1.15 e l'1.19. A breve sarà difficile vederla nuovamente in zona 1.20.

***


La cancellazione delle tariffe più ampie, sostituite da un dazio generalizzato del 10% — innalzato domenica al 15% — e la prospettiva di non poter più minacciare aliquote superiori al 15% hanno rimosso una rilevante fonte di pressione sui costi per le imprese, in particolare nei comparti retail e nei settori a più alta intensità di importazioni. Questo ha contribuito a generare un impulso tecnico ai corsi azionari.

Vedremo già domani se il passaggio dal 10% al 15% avrà effetti destabilizzanti, ma riteniamo che l’impatto sarà verosimilmente contenuto. Forse la Cina avrà qualche cosa di dire in quanto godeva, dopo mille trattative, di dazi attorno al 10%. Vedremo...

Resta tuttavia un contesto dinamico: gli sviluppi futuri in materia di politica commerciale e l’eventuale gestione dei rimborsi continueranno a influenzare la traiettoria dei mercati nel medio termine.

Nel brevissimo periodo questa decisione potrebbe portare acqua al mulino di Ned Davis che in effetti si aspetta un mese di marzo piuttosto positivo



La sentenza di venerdì ha dato una mano anche allo S&P500 (+0.94% ytd) a rimbalzare sulla media mobile dei 100 giorni: non c'è verso di superare i 7000 punnti ma la cosa è anche comprensibile; come sappiamo le preoccupazioni di quello che potrebbe essere il potenziale distruttivo dell'impiego dell'intelligenza artificiale non sono affatto regredite.

Inoltre questa settimana,nel mirino degli investitori, troviamo una serie di aziende che si occupano di Private Credit (prestano soldi alle aziende; di norma a farlo sono le banche o il mercato obbligazionario):



Sono state quasi subissate da richieste di rimborso dei loro fondi che non derivano da un “crack”, bensì da:

  • Minore premio per l’illiquidità

  • Tassi alti (e resteranno tali ancora per diversi mesi) che fanno concorrenza.

  • Dinamiche comportamentali tipiche dei fondi con finestre di liquidità: ad esempio Blue Owl ha annunciato modifiche al modo in cui restituisce capitale ai sottoscrittori di un suo fondo di debito privato: in particolare ha sospeso i riscatti trimestrali e offerto un ritorno di capitale differito piuttosto che consentire prelievi regolari. Questa mossa ha suscitato forti preoccupazioni sulla liquidità e sulla trasparenza dei fondi di credito privato, un segmento già sotto scrutinio per via dei rischi impliciti. È quindi una fase di stress di liquidità, non necessariamente di insolvenza strutturale.



Ha reagito bene anche il Nasdaq (-1.53% ytd) che ha messo fine ad una serie di chiusure negative che ci ha fatto preoccupare non poco. Per il momento siamo rientrati nel canale ascendente (cerchio rosso) e speriamo di restarci. Rimane comunque il nostro sorvegliato speciale per questo inizio d'anno e non esiteremo, se sarà necessario, ad alleggerire.



Molto bene anche l'Eurostoxx50 (+5.87% ytd) che continua imperterrito la sua salita. Siamo sorpresi nell'osservare che malgrado diverse sedute positive l'RSI non sia ancora in ipercomprato dando così spazio ad ulteriori eventuali movimenti rialzisti. Vedremo se la sentenza della Corte Suprema sarà in grado di fornire nuovo carburante per continuare l'ascesa.



Siamo anche gradevolmente sorpresi dal comportamento dello SMI (+4.46% ytd) che oramai da diverse settimane sta mettendo a segno diversi record storici come non si vedeva da tempo. Il fatto che i dazi al 10% non si applicano al settore farmaceutico è verosimile che daranno un ulteriore spinta al nostro indice.

Va comunque segnalato che vi sono degli "incidenti di percorso": questa settimana è toccato a Partners Group (PG) che purtroppo è rimasta vittima di quanto è successo, come abbiamo visto, all'americana Blue Own: 

 La ragione per cui Partners Group è stata menzionata negli ultimi giorni non è perché sia direttamente coinvolta in problemi di liquidità o restrizioni di riscatti come Blue Owl, ma perché il sell-off delle società quotate nel settore delle alternative (tra cui Blue Owl) ha sollevato preoccupazioni più ampie per tutto il comparto:

  • alcuni investitori temono che l’accelerazione dei riscatti nei fondi di private credit di altri operatori possa riflettersi sui mercati delle private markets più in generale dove PG è particolarmente attiva.

  • questo ha spinto Partners Group a rilasciare una dichiarazione pubblica per tranquillizzare i mercati sulla modesta esposizione al private credit e sulla propria posizione prudente nel tech, AI e altri settori volatili;

  • la società ha anche sottolineato di aver ridotto l’esposizione a software e segmenti potenzialmente vulnerabili e di ritenere il proprio portafoglio relativamente difensivo in questo contesto. 

In altre parole, il coinvolgimento di Partners Group è reputazionale e di mercato piuttosto che operativo o legato a difficoltà specifiche nei suoi fondi di credito.



Concludiamo i nostri appunti con alcune considerazioni sul Bitcoin, che da tempo sembra aver perso parte del proprio slancio. La criptovaluta sta consolidando in un intervallo compreso tra 68’000 e 72’000 dollari, senza per ora mostrare la forza necessaria per uscire da questa fascia.

Non si tratta di una dinamica inedita: il Bitcoin ci ha già abituati a lunghi periodi di apparente inerzia, spesso seguiti da improvvise accelerazioni alimentate da un ritorno deciso della domanda, capace di innescare movimenti esplosivi dei prezzi.

In questa fase, tuttavia, sarà probabilmente necessaria ancora pazienza anche se si può iniziare ad accumulare piccole posizioni.  Sotto la soglia dei 75’000 dollari si osservano dinamiche che meritano attenzione. Per gli interessati, segnaliamo — dopo i saluti — un articolo pubblicato sul Corriere del Ticino del 21 febbraio 2026, a firma di Francesco Paglianisi, strategist presso Banca Zarattini, che offre un’analisi puntuale del contesto attuale.

Buona domenica!


COSA DICONO I MERCATI


TEMPESTA BITCOIN


Francesco Paglianisi


Il 6 ottobre 2025 il Bitcoin segna un massimo storico a 126 mila dollari, poi il crollo. Che cosa è cambiato in quei giorni? Che cosa ha portato, il 10 ottobre, a una vendita di 19 miliardi di dollari che, sulle prime battute, si pensava fosse causata dai dazi americani nei confronti della Cina? È emerso un ruolo importante della società MSCI, che fornisce l’indice di riferimento più utilizzato dai gestori: l’MSCI World. Nell’ottobre 2025 MSCI propone la «Regola del 50%», che esclude tutte le società che detengono attivi digitali come il Bitcoin per oltre il 50% del loro patrimonio totale.


Negli stessi giorni J.P. Morgan pubblica alcuni report firmati dal team di Nikolaos Panigirtzoglou, nei quali stima l’impatto dell’esclusione dai listini di società come Strategy. La società di Michael Saylor ha come unico business la detenzione di Bitcoin, con una posizione che supera le 700 mila unità al valore di carico di 76 mila dollari. Secondo J.P. Morgan un disinvestimento forzato avrebbe innescato vendite per 2,8 miliardi di dollari.

Ma, estendendo il calcolo alle oltre 100 società che hanno lo stesso modello d’affari, si sarebbe arrivati a 8,8 miliardi di dollari.


Sulla notizia, la speculazione decide di anticipare le grandi istituzioni, che, una volta passata la proposta, sarebbero state costrette a vendere. Improvvisamente il Bitcoin mostra il suo lato debole: la mancanza di chiarezza a livello normativo e regolamentare. In pochi giorni, fra ottobre e novembre, il Bitcoin scende da 126 mila a 80 mila. Lo scenario diventa rischioso, le grandi banche restringono le linee di credito per finanziare questi titoli e amplificano il movimento ribassista.Il giorno del giudizio è il 15 gennaio, giorno in cui MSCI decide di non escludere Strategy dall’indice, ma di pesare meno il valore dei Bitcoin detenuti in tesoreria nel calcolo dell’indice. Il Bitcoin tira un sospiro di sollievo, rimbalza a 97 mila, ma da qui riprende la corsa al ribasso fino a toccare il minimo a quota 60 mila.


Come mai? Mancanza di fiducia nel modello d’affari di Strategy, ritardo nell’approvazione da parte del Congresso americano del Digital Assets and Consumer Protection Act, che permetterà alle banche americane la detenzione in proprio di criptovalute e, non da ultimo la nomina la nomina, il 30 gennaio, del nuovo governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh, che per il mercato significa meno tagli dei tassi, meno dollari in circolazione e meno speculazione.


Lo scenario diventa critico, si avanza una nuova ipotesi: se il prezzo del Bitcoin scende al di sotto di quota 74-76 mila dollari, prezzo medio di carico di Strategy e di altre 100 società tesorerie di Bitcoin, queste saranno costrette a vendere Bitcoin per coprire i costi aziendali, ipotesi tuttora valida. Quali le prospettive future? Il Bitcoin ha dimostrato che non è ancora possibile considerarlo un asset maturo, l’oro digitale. Ma per il futuro? Per individuare il fair value o giusto valore, gli strategist calcolano quanto costa, in termini di elettricità, generare un nuovo Bitcoin. La stima attuale oscilla mediamente fra i 52 mila e i 65 mila dollari. Al di sotto i miner spengono le macchine, togliendo offerta al mercato. Non solo: esistono modelli matematici basati sulle «equazioni di potenza», studiati dai fisici teorici Giovanni Santostasi ( Power Law Model) e Harold Burger, che individuano un minimo a 45 mila e un «giusto valore» a 75 mila.


Nessuno ha la sfera di cristallo, ma l’interesse da parte dei grandi investitori istituzionali non è diminuito. Non solo: se passerà la legge sui Bitcoin, le banche americane potranno detenere fino all’1% del patrimonio in cripto, cosa che al momento è vietata. Lì forse il mercato proverà a svoltare verso l’alto.