domenica 14 giugno 2026

La BCE alza i tassi



 The Economist, 13-19 giugno 2026



Sarà capitato anche a voi, ai tempi della scuola dell'obbligo, di dover trovare qualche stratagemma per sopravvivere alla noia mortale di quelle lezioni particolarmente soporifere. Con il compagno di banco si finiva così per contare quante volte un professore ripeteva ossessivamente la stessa parola o abusava di certi intercalari: i "praticamente", i "diciamo" e i "sostanzialmente" si sprecavano e si arrivava persino ad elaborare una classifica dei professori più prolifici in questa singolare specialità.  Erano i tempi in cui ci si divertiva con poco e si facevano salti di gioia quando sulla pagella comparivano voti che — considerato quanto sopra — raggiungevano a malapena la sufficienza.


Recentemente, alla stessa stregua di noi alunni annoiati,  un giornalista che segue da vicino le vicende mediorientali, evidentemente vittima di un tedio devastante, si è preso la briga di contare quante volte dall'inizio del conflitto tra USA e Iran il Presidente americano ha dichiarato che le parti "non sono mai state così vicine alla firma di un accordo di pace". Il contatore per il momento si è fermato a quota 37.


Considerando che il conflitto dura ormai da 106 giorni, significa che mediamente ogni tre giorni Trump annuncia che non siamo mai stati così vicini ad una svolta decisiva o inneggia alla vittoria. È una statistica curiosa, perché sembra descrivere alla perfezione uno stile comunicativo nel quale l'imminenza di un evento viene costantemente ribadita senza che l'evento stesso si concretizzi mai davvero. Bisogna ammettere che, in questo tipo di retorica, Trump è un maestro.


Ma forse, questa volta, un accordo potrebbe davvero essere dietro l'angolo. Si parlava infatti di un incontro a Ginevra nel corso del fine settimana, dove il vicepresidente Vance — il Presidente è trattenuto alla Casa Bianca dai festeggiamenti per il suo ottantesimo compleanno — avrebbe potuto finalmente apporre la propria firma sul documento che sancirebbe la fine del conflitto. Mentre scriviamo ci giunge la conferma che questo incontro NON ci sarà. Verrà sostituito, ma non si sa ancora quando, dalla firma di un trattato in forma elettronica rigorosamente certificata... Non ci risulta che una simile modalità di metter fine ad una guerra sia mai stata utilizzata e quindi saremo testimoni di un fatto storico.  Intanto le schermaglie tra i due paesi continuano.



Quello che comunque a noi più interessa, come ben sapete,  è come si sta comportando il prezzo del petrolio:




Siamo rimasti per tutta la settimana sotto la soglia dei 100 dollari e da quando è probabile una firma di un trattato tra i due paesi, siamo addirittura evoluti sotto i 90 $ al barile. E questo è un bene.



Infatti mercoldì abbiamo avuto conferma delle aspettative sullo stato dell'inflazione che, come da previsione, si è assestata attorno al 4.2%. Appare più che evidente che la causa principale del rincaro sia appunto il forte aumento del costo del petrolio e c'è da sperare che un suo ridimensionamento possa poi riportare l'inflazione là, dove la FED e tutte le principali banche centrali mondiali la vorrebbero vedere, ovverosia attorno al 2%. Vedremo mercoledì 17 giugno cosa ne pensa a tal proposito Warsh e se avrà il coraggio di aumentare il costo del denaro onde evitare che l'inflazione sfugga al suo controllo.


Nel frattempo il Capo della Casa Bianca ci fa sapere che:



E' notorio che un amore sconfinato nei confronti dell'inflazione ce l'hanno coloro che sono pieni di debiti e vedono nel rincaro la sola ed unica possibilità di ridurne il peso. E' innegabile che agli USA, che oramai hanno un debito che ha superato i 39 trilioni di dollari, un po' di inflazione non dispiaccia affatto! 

Le attese del mercato per la riunione di mercoledì prossimo sono per un nulla di fatto ma comunque sia è già scontato nelle aspettative degli investitori un aumento dello 0.25% da qui alla fine dell'anno.





Chi invece non ha voluto attendere oltre è stata la BCE.  Giovedì ha alzato i tassi dal 2% al 2.25%  per la prima volta dal settembre del 2023, adducendo ai motivi seguenti che facciamo per comodità riassumere a ChatGPT:


  1. Ritorno delle pressioni inflazionistiche
    • L'inflazione dell'Eurozona è risalita ben sopra l'obiettivo del 2%, attestandosi intorno al 3,2% a maggio.
    • Anche l'inflazione core ha mostrato segnali di riaccelerazione. 
  2. Shock energetico legato alla guerra con l'Iran
    • Il conflitto in Medio Oriente ha provocato un forte aumento dei prezzi energetici e del petrolio.
    • La BCE teme che il rincaro dell'energia possa trasferirsi ai prezzi di beni e servizi e successivamente ai salari. 
  3. Evitare il disancoraggio delle aspettative di inflazione
    • Lagarde ha sottolineato che la banca centrale deve impedire che famiglie e imprese inizino a considerare normale un'inflazione persistentemente superiore al 2%.
    • In altre parole, la BCE vuole evitare effetti di "secondo giro" su salari e prezzi. 
  4. Mercato del lavoro ancora relativamente solido
    • Nonostante il rallentamento economico, la disoccupazione rimane vicino ai minimi storici.
    • Secondo Lagarde, questo lascia ancora un certo margine per mantenere una politica monetaria restrittiva senza provocare immediatamente una recessione profonda. 

La BCE ha riconosciuto esplicitamente che il rischio è diventato più complesso: da una parte vede inflazione in aumento, dall'altra una crescita economica in rallentamento ammettendo in tal modo che l'Eurozona sta affrontando uno scenario che ricorda la stagflazione, con rischi al rialzo per l'inflazione e al ribasso per la crescita. Un tale rischio, se vi ricordate bene, lo prevede per gli USA anche il nostro modello macroeconomico.

Se sarà stagflazione per il momento non siamo ancora in grado di dirlo con sicurezza ma quello che sembra essere piuttosto certo, ed in parte già scontato dal mercato,  è che da qui alla fine dell'anno assisteremo ancora ad un paio di aumenti del costo del denaro. Prossima riunione della BCE: 29 luglio.

Come ha reagito il mercato obbligazionario in euro all'aumento dei tassi?:



Per il momento non ha fatto una piega, era già tutto scontato,  ma se effettivamente ci saranno ancora due aumenti in vista non è detto che una reazione, anche se tardiva, ci potrebbe essere. Molto dipenderà da quanto in fretta l'inflazione non minaccerà più di tanto i portamonete dei cittadini europei ed un rapido calo dei costi energetici può aiutare. Per le obbligazioni anche il 2026 non sarà comunque un grande anno.

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Venerdì 12 giugno 2026 è stata una giornata storica per i mercati finanziari:

Cosa è successo

  • L'IPO di SpaceX è stata collocata a 135 dollari per azione.
  • L'operazione ha raccolto circa 75 miliardi di dollari, risultando la più grande IPO della storia. 
  • La società è arrivata in borsa con una valutazione iniziale di circa 1.770 miliardi di dollari
  • Nel primo giorno di contrattazioni il titolo ha registrato un forte rialzo, chiudendo intorno a 160,95 dollari, con un guadagno di circa il 19% rispetto al prezzo di collocamento. Durante la seduta ha anche superato i 170 dollari. 

La valutazione finale

Grazie al rialzo del primo giorno, la capitalizzazione di mercato di SpaceX ha superato i 2.000 miliardi di dollari, entrando immediatamente nel ristretto club delle società più grandi al mondo. 

Elon Musk

Il principale beneficiario è stato naturalmente Elon Musk.

Con la partecipazione che mantiene in SpaceX, il suo patrimonio personale è stato stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari, rendendolo il primo "trilionario" della storia secondo numerose stime di mercato. 

Perché il mercato è impazzito per questa IPO?

Gli investitori hanno comprato non solo:

  • il business dei lanci spaziali;
  • la rete satellitare Starlink;

ma soprattutto la combinazione tra:

  • spazio,
  • intelligenza artificiale,
  • telecomunicazioni globali,
  • difesa,
  • data center del futuro.

Molti investitori vedono SpaceX come una sorta di fusione tra una società spaziale, una telecom e un'azienda AI. 

Gli aspetti che preoccupano gli analisti

Non tutti sono entusiasti:

  • alcuni analisti ritengono la valutazione estremamente elevata;
  • il multiplo sui ricavi è molto superiore a quello delle grandi società tecnologiche;
  • nel 2025 SpaceX ha registrato ancora perdite consistenti;
  • diversi osservatori temono una componente speculativa simile alle grandi manie borsistiche del passato. 

E' abbastanza probabile che sul titolo della società di Elon nei prossimi giorni ci sarà parecchio movimento: per chi vuol tentare la sorte è assolutamente necessario evitare ordini al meglio. Operare con i  limiti è per il momento obbligatorio se non si vuol incappare in una qualche brutta sorpresa.

***

Se il mercato obbligazionario nell'immediato è piuttosto sottotono mentre quello azionario, appena convintosi che una firma sul trattato di pace tra USA e Iran potrebbe effettivamente materializzarsi a breve, ha messo i dubbi da parte e tra giovedì e venerdì è tornato a salire:


Per il momento lo S&P500 (linea arancione) si trova ben al di sopra del livello preventivato dal modello di Ned Davis e a quanto pare non dovremmo preoccuparci troppo del suo andamento almeno fino alla fine di luglio (moltissimo dipenderà dalle trimestrali che inizieranno ad essere pubblicate a partire suppergiù dal 10 di luglio. Come vedremo fra poco, i trend rialzisti dei mercati che seguiamo con maggior assiduità sono sempre in essere.




Dopo il forte recupero seguito alla correzione primaverile, lo S&P 500 (+8.56% ytd)  sta attraversando una fisiologica fase di consolidamento sotto i massimi storici. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 7'000 punti il quadro tecnico di fondo continuerà a favorire l'ipotesi di una prosecuzione del movimento ascendente. Trend rialzista in essere.



Nel grafico si nota come il Nasdaq (+11.39% ytd) abbia più volte costruito delle fasi di consolidamento laterale prima di riprendere la salita. La recente accelerazione oltre i 26'000 punti appare infatti come la naturale prosecuzione di una lunga fase di accumulazione sviluppatasi tra l'autunno 2025 e l'inizio del 2026.

Nonostante la presa di beneficio delle ultime sedute, il Nasdaq continua a mostrare una struttura tecnica robusta. Il rapido recupero seguito alla correzione primaverile e il raggiungimento di nuovi massimi storici confermano la leadership del comparto tecnologico americano. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 25'000 punti il quadro tecnico di fondo resterà favorevole. Trend rialzista in essere.



L'impressione è che l'Eurostoxx50 (+6.84% ytd) stia cercando di costruire una nuova gamba rialzista dopo aver assorbito lo shock legato ai timori di rallentamento economico e alle tensioni geopolitiche.

Continua a muoversi all'interno di un solido canale rialzista iniziato nel 2023. Dopo la correzione primaverile l'indice ha recuperato rapidamente terreno riportandosi sopra le principali medie mobili e avvicinandosi nuovamente ai massimi dell'anno. A differenza degli indici americani, l'Europa non appare ancora in una fase di euforia e conserva margini di apprezzamento qualora il quadro macroeconomico dovesse stabilizzarsi. Finché le quotazioni rimarranno sopra l'area dei 5'500 punti, il trend di fondo resterà favorevole. Trend rialzista in essere, con potenziale ancora inespresso rispetto a Wall Street.




Lo SMI (+3.32% ytd) continua a muoversi all'interno di una struttura rialzista di medio-lungo periodo,ma rispetto ai principali mercati internazionali evidenzia una forza relativa inferiore. Dopo il fallito tentativo di superare i 14'000 punti, l'indice ha trascorso diversi mesi in una fase di consolidamento. 

Nelle ultime settimane il quadro tecnico è migliorato e lo SMI è tornato ad avvicinarsi ai massimi dell'anno. Un superamento deciso della soglia dei 14'000 punti rappresenterebbe un importante segnale di forza e potrebbe finalmente consentire al mercato svizzero di colmare parte del divario accumulato nei confronti delle principali borse mondiali. Trend rialzista in essere.

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(USD/CHF) Il recente rafforzamento del dollaro americano appare strettamente legato all'impennata del prezzo del petrolio (freccia rossa)  e a rendimenti obbligazionari statunitensi che continuano a sorprendere per la loro resilienza. Questi elementi hanno consentito al biglietto verde di recuperare terreno nei confronti del franco svizzero, riportandosi all'interno del canale di consolidamento in essere da circa un anno. Resta però da capire quanto tale movimento sia sostenibile nel tempo. Se le tensioni geopolitiche dovessero attenuarsi e il petrolio tornare sui livelli pre-conflitto, il sostegno fornito al dollaro potrebbe rapidamente venir meno, favorendo il ritorno di una tendenza più debole che forte nei confronti della valuta elvetica.


(EUR/USD) Il dollaro si è rafforzato non solo contro il franco svizzero ma anche nei confronti dell'euro. Da qui in avanti sarà importante valutare l'effetto combinato di un possibile calo del petrolio e della svolta restrittiva della BCE, che dopo il primo rialzo dei tassi potrebbe procedere con ulteriori due interventi nei prossimi mesi. Pur riconoscendo questi elementi di novità, continuiamo a ritenere che il trend di fondo del cambio rimanga essenzialmente laterale.



(EUR/CHF) Il recente apprezzamento dell'euro nei confronti del franco svizzero sembra essere stato favorito principalmente dal rialzo dei tassi della BCE e dalle aspettative di ulteriori interventi restrittivi nei prossimi mesi. A ciò si aggiunge una minore domanda di valute rifugio e la convinzione che la Banca Nazionale Svizzera manterrà una politica monetaria relativamente più accomodante, fattori che hanno contribuito a ridurre la tradizionale forza del franco. Qualora questa tendenza dovesse consolidarsi, l'industria esportatrice svizzera potrebbe finalmente beneficiare di una boccata d'ossigeno dopo un lungo periodo caratterizzato dalla forza quasi ininterrotta del franco. Anche lo SMI sembra essersene accorto.



A pensarci bene il mercato dell'oro  non ha reagito in modo particolarmente vigoroso alla crisi geopolitica. Se davvero gli operatori temessero una guerra regionale di ampia portata, probabilmente l'oro sarebbe già tornato sopra i 4'500 $. Questo suggerisce che, almeno per il momento, il mercato stia interpretando gli eventi come un fattore di disturbo temporaneo e non come l'inizio di una crisi sistemica. 

Il rimbalzo di questi ultimi due giorni, partito esattamente dalla zona dei 4'000 USD, è stato favorito con ogni probabilità da 4 fattori: un probabile ritorno all'indebolimento del dollaro, il temporaneo arretramento dei rendimenti reali americani, la ricopertura di posizioni speculative ribassiste dopo il test dell'importante supporto dei 4'000 dollari e, sullo sfondo, la costante domanda proveniente dalle banche centrali che continuano a incrementare le proprie riserve auree. Prossima resistenza: 4'500$.

Buona domenica!

PS: per motivi famigliari la prossima settimana Appunti Finanziari non saranno pubblicati. Ci rivedremo il 28 giugno

domenica 7 giugno 2026

Una settimana che fa riflettere





Non vi sarà certamente sfuggito che venerdì 5 giugno il mercato tecnologico americano è stato colpito da un violento sell-off facendo subire al Nasdaq un calo di oltre il 4%: una flessione di questa portata non si osservava dall'ottobre 2025. È probabilmente prematuro interpretare questo movimento come l'inizio di un vero e proprio cambio di trend ma sarebbe altrettanto imprudente ignorarlo. Più realisticamente, si tratta di un campanello d'allarme che ricorda agli investitori come nemmeno i titoli più strettamente legati all'intelligenza artificiale possono salire indefinitamente senza attraversare periodiche fasi di consolidamento e prese di profitto.

La settimana che si sta concludendo è stata comunque particolarmente ricca di eventi geopolitici, sviluppi di politica economica e pubblicazioni macroeconomiche, soprattutto negli Stati Uniti, che meritano di essere analizzati con attenzione. Molti di questi elementi potrebbero infatti contribuire a definire il comportamento dei mercati finanziari nelle prossime settimane. Per questo motivo abbiamo pensato di proporre una rapida ricapitolazione degli avvenimenti che abbiamo annotato sul nostro taccuino e che, a nostro avviso, meritano di essere monitorati con particolare attenzione.

Lunedì 1 giugno

  • La borsa svizzera, apparentemente senza un motivo preciso, ci ha regalato una delle peggiori sedute dell'anno con l'indice SMI in calo dell'1.75% e con i due pesi massimi, Roche e Novartis,  che hanno lasciato sul terreno oltre il 3%. Il contrasto con Wall Street non potrebbe essere più evidente: nello stesso giorno i principali indici americani hanno aggiornato nuovi massimi storici confermando l'entusiasmo degli investitori per il settore tecnologico e per il tema dell'intelligenza artificiale. È possibile che una parte del mercato stia progressivamente perdendo interesse nei confronti del listino svizzero poiché,  più che essere un vero mercato azionario orientato alla crescita, viene ormai spesso percepito come una sorta di surrogato del mercato obbligazionario denominato in chf. Grazie a rendimenti generalmente generosi e a una composizione fortemente difensiva, molte società quotate in Svizzera vengono acquistate più per il dividendo che distribuiscono che per le prospettive di espansione degli utili con la conseguente rivalutazione del titolo azionario. Una caratteristica che per anni ha rappresentato un punto di forza del nostro listino ma che rischia di diventare un limite quando gli investitori sono disposti a privilegiare crescita e innovazione rispetto alla stabilità e al rendimento. Non sarà per sempre così ma per il momento è quello che passa il convento.
  • Lunedì mattina veniamo a sapere che domenica 31 maggio, nel suo primo intervento pubblico da ex presidente della Federal Reserve, Jerome Powell non ha esitato a lanciare un chiaro segnale d'allarme: un'eccessiva politicizzazione della banca centrale americana rischierebbe di comprometterne l'indipendenza e la credibilità trasformandola in un fattore di rischio sistemico per l'intera economia statunitense e non solo.  Un monito che si aggiunge a molti altri ascoltati negli ultimi anni e che gli investitori farebbero bene a non sottovalutare. Ancora una volta, il messaggio è arrivato forte e chiaro. La prossima riunione della FED, la prima con Warsh alla presidenza, è prevista il 16-17 giugno: capiremo subito che aria tira.
  • Trump ha "cazziato" pubblicamente Netanyahu  durante una telefonata molto tesa avvenuta dopo che Israele aveva perpetrato attacchi contro obiettivi di Hezbollah a Beirut. Secondo diverse fonti americane, Trump avrebbe definito Netanyahu addirittura "crazy" e gli avrebbe chiesto, in termini molto duri, perché stesse rischiando di far saltare gli sforzi diplomatici statunitensi nella regione. Il grosso pericolo è quello di rivedere il prezzo del petrolio risalire sopra i 100 $ al barile. E' la prova provata che Trump sta cercando in ogni modo di far cessare il conflitto: un costo del petrolio troppo alto non se lo può più permettere.

Martedì 2 giugno
  • La pubblicazione dei JOLTS, molto più forti delle attese, ha generato paradossalmente una certa apprensione: i posti di lavoro vacanti sono saliti a 7.62 milioni (attesi: 6.8 mio;  precedente: 6.8 mio) ai livelli più elevati degli ultimi due anni. Il messaggio è chiaro: il mercato del lavoro americano continua a mostrare una forza sorprendente nonostante i tassi elevati e il rallentamento economico.

    I timori di una minore probabilità di tagli ai tassi nel breve periodo, anzi si sta persino pensando che bisognerà alzarli, mette i rendimenti obbligazionari sotto pressione. Il decennale americano è tornato al 4.52% (troppo alto, non solo per Trump...).
  • Trump torna alla carica con i tanto amati dazi malgrado la sentenza della Corte Suprema. Infatti  l'ufficio del rappresentante commerciale americano (USTR) ha pubblicato una nuova proposta di dazi basata non più soltanto su criteri economici o commerciali, ma anche sul comportamento dei Paesi in materia di lavoro forzato, diritti umani e standard etici nelle catene produttive. L'amministrazione Trump ha cercato di giustificare nuovi dazi verso circa 60 Paesi sostenendo che essi non fanno abbastanza per impedire l'importazione o la produzione di beni realizzati con il lavoro forzato. La notizia si commenta da sé... Qualcuno parla, facendo riferimento al presidente USA,  di "perdita del senso della misura che sconfina nell'arbitrario" ma non è purtroppo una novità. Quello che appare evidente è che la prima economia al mondo ha bisogno di soldi come non mai e farà di tutto per averli!

Mercoledì 3 giugno
  • Broadcom, uno dei leader mondiali nella produzione di semiconduttori, ha pubblicato risultati trimestrali eccellenti. Tuttavia il management non ha rivisto al rialzo le proprie stime di vendita per i chip destinati all'intelligenza artificiale, indicando per il terzo trimestre ricavi attesi pari a "soli" 16 miliardi di dollari contro i 17.2 miliardi che il mercato si aspettava.  La reazione degli investitori è stata impietosa: tra giovedì e venerdì il titolo ha perso quasi il 20%, bruciando oltre 450 miliardi di dollari di capitalizzazione una cifra che, tanto per dare un termine di paragone, equivale all'incirca all'intero PIL del Belgio.

    L'episodio merita particolare attenzione perché evidenzia quanto il settore legato all'intelligenza artificiale sia diventato vulnerabile alle aspettative del mercato. Quando le valutazioni raggiungono livelli molto elevati, non basta più pubblicare risultati eccellenti: è necessario superare continuamente le attese e alzare l'asticella delle previsioni future. Quanto accaduto a Broadcom potrebbe quindi rappresentare la punta di un iceberg di un mercato sempre più sensibile a qualsiasi indizio di rallentamento nella crescita dell'AI anche quando tale rallentamento è più percepito che non reale.

    • Altra tegola sulla capoccia di Trump: con 215 voti favorevoli (di cui 4 repubblicani)  e 208 contrari il Congresso americano non ha votato formalmente "contro la guerra in Iran al fine di dichiararne l'immediata cessazione" ma ha voluto ribadire il principio costituzionale secondo cui una guerra prolungata richiede l'autorizzazione del Congresso. Dal punto di vista politico è stato interpretato come il primo vero segnale bipartisan di opposizione del Congresso alla gestione della guerra da parte di Trump. Vedremo ora come la penserà il Senato. Rammentiamo che mancano 150 giorni (3 novembre 2026) alle Midterm...

    Giovedì 4 giugno
    • Caro amico ti scrivo. Zelensky invia una lettera aperta all'amico Putin chiedendo un incontro  faccia a faccia per discutere la fine della guerra; parimenti gli comunica  che "in bilico non è il futuro della Russia ma il tuo. E lo sai bene. Le tue risorse si stanno riducendo. Quando il popolo russo si stanca arriveranno i cambiamenti".  Non un bel modo per avviare un incontro di pace ma comunque sia Putin replica che "Zelensky può venire in Russia quando vuole!" Che sia l'inizio di un dialogo più promettente dei precedenti?

    • Ci si interroga seriamente su cosa sta succedendo nel mondo del credito privato e l'immagine che ne esce non è delle più rassicuranti: Il mercato dei prestiti privati continua a vivere una fase di straordinaria espansione. Negli ultimi anni il progressivo ritiro delle banche tradizionali da alcune attività di finanziamento ha aperto spazi enormi ai fondi specializzati che oggi gestiscono migliaia di miliardi di dollari e finanziano una quota crescente dell'economia reale. Gli investitori sono stati attratti da rendimenti generalmente superiori a quelli offerti dal mercato obbligazionario tradizionale e da una volatilità apparente più contenuta. 

      Proprio questo successo sta però iniziando a sollevare alcuni interrogativi. La crescente concorrenza tra operatori rischia infatti di comprimere gli spread e di indebolire gli standard di concessione del credito. Inoltre, dopo anni di forte crescita economica e abbondante liquidità, il settore non è ancora stato realmente testato da una recessione profonda e prolungata. Un ulteriore elemento di attenzione è rappresentato dal fatto che alcuni importanti gestori hanno recentemente attivato (come da regolamento dei fondi)  o rafforzato limitazioni ai riscatti su determinate strategie di credito privato, dopo aver ricevuto richieste di rimborso superiori alle attese. Si tratta di una caratteristica intrinseca di questa asset class: gli investimenti sottostanti sono per loro natura poco liquidi e, in momenti di tensione, la possibilità per gli investitori di uscire rapidamente da questo tipo di mercato può risultare limitata. Spesso ce lo dimentichiamo.

      In un contesto caratterizzato da tassi d'interesse ancora elevati e da una crescita economica meno robusta, gli investitori dovranno quindi prestare particolare attenzione non solo alla qualità dei debitori finanziati, ma anche alle condizioni di liquidità offerte dai veicoli d'investimento. Come spesso accade nei mercati finanziari, è proprio nei momenti di maggiore entusiasmo che diventa importante distinguere tra rendimento e rischio effettivamente assunto.


    Venerdì 5 giugno


    • La settimana si è conclusa con un dato sul mercato del lavoro americano decisamente più robusto delle attese. A maggio l'economia statunitense ha creato 172.000 nuovi posti di lavoro non agricoli, circa il doppio rispetto alle previsioni degli analisti, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,3%. A rendere il dato ancora più significativo hanno contribuito le revisioni al rialzo dei mesi precedenti, che confermano come il mercato del lavoro americano continui a mostrare una sorprendente capacità di resistenza nonostante i tassi d'interesse elevati, le tensioni geopolitiche e le crescenti incertezze economiche.  Se da un lato questa solidità rappresenta una buona notizia per l'economia americana, dall'altro complica ulteriormente il compito della Federal Reserve. Un mercato del lavoro ancora così dinamico rischia infatti di alimentare le pressioni inflazionistiche proprio mentre l'aumento del prezzo dell'energia e le tensioni in Medio Oriente stanno già contribuendo a mantenere elevata l'inflazione. Non sorprende quindi che, subito dopo la pubblicazione del dato, i rendimenti obbligazionari siano saliti e gli investitori abbiano ridimensionato le aspettative di futuri tagli dei tassi, arrivando addirittura a considerare la possibilità che la prossima mossa della FED possa essere un rialzo anziché una riduzione del costo del denaro. Per i mercati azionari, soprattutto per i titoli tecnologici e a forte crescita, il messaggio è chiaro: una economia troppo forte potrebbe tradursi in tassi elevati più a lungo del previsto. Il Nasdaq non ha gradito e si è congedato dalla settimana numero 23 del 2026 con un -4.18%.
    • Putin dopo aver discusso a quattrocchi con l'ex cancelliere tedesco Schroeder risponde all'amico Zelensky: "non c'è ragione di vederci". La guerra continua... ma non avevamo dubbi.

    Abbiamo come al solito scritto molto (anche troppo). Riordiniamo le idee con un'immagine:





    ***


    La prossima settimana sarà di certo una di quelle interessanti:

    • il 10.6 potremo misurare ancora una volta lo stato dell'inflazione americana:
              CPI yoy: atteso: 4.2%, precedente: 3.8%. L'inflazione sopra il 4% inizia a preoccupare...
              Core CPI yoy: atteso: 2.9%, precedente: 2.8% (senza carburanti è un po' meno allarmante)
    • 11.6 : verremo a sapere cosa ne pensa la BCE di tutto quanto abbiamo appena finito di scrivere: anche in Europa l'inflazione non sta a guardare e salvo sorprese dell'ultima ora la BCE si avvia verso il primo rialzo dei tassi dal 2023. L'accelerazione dell'inflazione, alimentata dal rincaro energetico e dalle tensioni geopolitiche, sembra aver convinto Francoforte che il rischio di agire troppo poco sia oggi superiore a quello di frenare ulteriormente una crescita economica già debole. Allacciamo le cinture...
    • Tra gli appuntamenti più attesi della prossima settimana spicca senza dubbio l'IPO di SpaceX, prevista per venerdì 12 giugno. Se le indiscrezioni saranno confermate, l'azienda di Elon Musk debutterà al Nasdaq con una valutazione vicina a 1.750 miliardi di dollari e una raccolta di circa 75 miliardi, numeri che la renderebbero la più grande quotazione in borsa della storia, superando ampiamente il precedente record detenuto da Saudi Aramco. Aswath Damodaran, universalmente considerato uno dei massimi esperti mondiali di valutazione aziendale, ha calcolato il valore intrinseco della società a "soli" 1'300 miliardi. Comunque sia, la domanda degli investitori sembrerebbe già eccedere di circa due volte l'offerta disponibile, segnale di un entusiasmo che ricorda le grandi fasi speculative del passato. Al di là degli aspetti finanziari, il collocamento rappresenta anche un importante test per il mercato azionario americano: il successo dell'operazione confermerebbe la straordinaria capacità degli investitori di attribuire valutazioni sempre più elevate alle società considerate protagoniste delle grandi trasformazioni tecnologiche del futuro. La FOMO (fear of missing out, la paura di mancare all'appuntamento) farà il resto. Come spesso accade in questi casi, la vera sfida non sarà tanto giustificare l'entusiasmo iniziale quanto riuscire a soddisfare, nel tempo, aspettative che appaiono già oggi estremamente ambiziose. Va però ricordato che, come per tutte le IPO molto attese, una parte rilevante del successo iniziale dipenderà dal sentiment del mercato e dalla disponibilità degli investitori a pagare multipli estremamente elevati per la crescita futura piuttosto che per gli utili attuali. Anthropic e OpenAI, anche loro prossime alla quotazione, sono avvisate!

    ***



    Prima di dare una rapida occhiata ai grafici degli indici e delle valute, soffermiamoci sull'evoluzione delle performance dei principali mercati azionari americani ed europei. S&P 500 e Nasdaq hanno certamente perso parte dello slancio mostrato nei mesi scorsi, ma continuano a esibire rendimenti più che soddisfacenti rispetto ai listini europei che possono tuttavia contare su P/E decisamente più ragionevoli. Resta comunque evidente una realtà difficilmente contestabile: in questa fase di mercato, se un indice non dispone di una forte concentrazione di titoli tecnologici —  in particolare di società legate all'intelligenza artificiale — diventa molto difficile tenere il passo di Wall Street. Oggi la crescita continua ad avere un nome ben preciso: tecnologia e ad esempio la Svizzera non ne ha...

    Fa parzialmente eccezione la borsa italiana che, pur essendo storicamente poco rappresentata nel settore tecnologico, continua a mostrare una performance sorprendentemente robusta grazie al peso rilevante del comparto bancario. Le banche, sostenute da tassi d'interesse ancora elevati e da utili ai massimi storici (se fossimo clienti di una banca italiana qualche domanda ce la porremmo...), sono infatti tra i pochi settori europei capaci di attirare in modo consistente l'interesse degli investitori e stanno contribuendo in misura determinante alla tenuta del listino italiano. 



    La correzione registrata venerdì dallo S&P 500 ha contribuito ad allentare una condizione di ipercomprato che si protraeva ormai da quasi due mesi. L'attuale posizionamento, tornato su livelli più neutrali, non ci dispiace affatto: il trend rialzista rimane infatti pienamente intatto e l'indice continua a muoversi comodamente all'interno della fascia verde che ne delimita la tendenza positiva. In quest'ottica, la flessione delle ultime sedute potrebbe addirittura rivelarsi salutare, consentendo al mercato di smaltire parte degli eccessi accumulati e di gettare basi più solide per un'eventuale prosecuzione del rialzo.



    Per il Nasdaq il discorso è molto simile. La correzione delle ultime sedute ha leggermente raffreddato un mercato che appariva particolarmente tirato senza però compromettere in alcun modo il quadro tecnico di fondo. L'area dei 25'700 punti potrebbe ora rappresentare un primo livello di supporto, sul quale gli investitori avranno modo di misurare la solidità del trend già a partire dalla prossima settimana. Sarà interessante osservare la reazione del mercato ma allo stato attuale non emergono segnali tali da mettere in discussione l'impostazione rialzista: il trend rimane infatti pienamente in essere e continua a favorire un'interpretazione costruttiva dello scenario.


    Per lo SMI continua invece a mancare la forza necessaria per rientrare stabilmente nel trend rialzista avviato nel luglio dello scorso anno. Ogni tentativo di recupero si è finora rivelato insufficiente e il listino svizzero sembra faticare a ritrovare un reale slancio. Alla luce dell'attuale configurazione tecnica, continuiamo a ritenere più probabile uno scenario di movimento prevalentemente laterale nelle prossime settimane in attesa di un catalizzatore capace di imprimere una direzione più convincente al mercato.



    Il dollaro continua a mostrare una sorprendente tenuta nei confronti del franco svizzero. A sostenerlo contribuisce probabilmente il differenziale dei rendimenti ancora favorevole agli Stati Uniti e la crescente convinzione che la Federal Reserve possa essere costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto, se non addirittura valutare un ulteriore rialzo dei tassi. Uno scenario che certamente non farà piacere a Trump, ma sul quale pesa anche una parte delle conseguenze delle sue stesse politiche economiche e commerciali. Il risultato è che, nonostante le numerose previsioni di indebolimento formulate negli ultimi mesi, il biglietto verde continua a difendersi egregiamente contro il franco svizzero, tanto da vantare da inizio anno una performance leggermente positiva pari allo 0.48%...


    L'euro ha mostrato qualche timido segnale di risveglio nei confronti del franco svizzero nel corso dell'ultima settimana. A sostenere la valuta unica europea contribuisce probabilmente la crescente convinzione degli investitori che la BCE possa adottare un atteggiamento più restrittivo nella riunione di giovedì, arrivando persino ad aumentare i tassi d'interesse. Nonostante questo recente recupero, il bilancio da inizio anno resta ancora negativo, con l'euro che cede circa l'1,45% nei confronti della valuta elvetica. Tuttavia, dopo mesi di debolezza quasi ininterrotta, il cambio sembra quantomeno aver ritrovato una certa capacità di reazione.

    Più in generale si potrebbe avanzare un'ipotesi interessante per spiegare, almeno in parte, la deludente performance della borsa svizzera. Per anni molti investitori internazionali hanno acquistato azioni elvetiche non solo per la qualità delle società quotate ma anche per beneficiare del costante apprezzamento del franco svizzero. Se il mercato sta iniziando a ritenere che la valuta elvetica abbia esaurito una discreta parte del proprio potenziale di rivalutazione, viene meno uno degli elementi che negli ultimi anni aveva sostenuto gli afflussi di capitale verso la Svizzera. È una teoria che richiederà ulteriori conferme ma potrebbe contribuire a spiegare perché, nonostante la solidità dell'economia e delle aziende svizzere, il listino continui a sottoperformare rispetto ad altri mercati internazionali.




    Per finire non possiamo esimerci dal commentare quanto sta succedendo al bitcoin, -41% in un anno,  e al mondo crypto in generale. Si pensava, erroneamente, che il Clarity Act (vedi Appunti Finanziari del 17 maggio 2026) potesse portare un po' di positività ma ci siamo sbagliati.

     Il crollo del Bitcoin sotto i 61'000 dollari ha riacceso l'entusiasmo dei suoi detrattori, ma secondo diversi analisti è ancora troppo presto per decretarne la fine. La debolezza attuale sembra essere dovuta soprattutto a una rotazione dei capitali verso il settore dell'intelligenza artificiale e ad importanti deflussi dagli ETF, mentre l'area compresa tra 60'000 e 61'000 dollari potrebbe rappresentare un livello di supporto accettabile anche se temiamo che in vista ci siano i 52'000 dollari.

    Detto questo dobbiamo constatare quanto segue:

    1. Bitcoin ai minimi da febbraio

    • Il Bitcoin è sceso fino a circa 61.300 dollari, toccando il livello più basso degli ultimi quattro mesi.
    • La criptovaluta si trova in una fase di mercato ribassista che sta mettendo in difficoltà gli investitori più ottimisti.

    2. Forti deflussi dagli ETF spot

    • Gli ETF statunitensi che investono direttamente in Bitcoin hanno registrato 12 sedute consecutive di deflussi.
    • In totale sono usciti circa 4 miliardi di dollari, segnale che anche una parte degli investitori istituzionali sta riducendo l'esposizione.

    3. Pressione macroeconomica

    • Il mercato sta rivalutando le prospettive dei tassi d'interesse americani.
    • Rendimenti obbligazionari elevati e una Fed ancora prudente riducono l'attrattiva degli asset più speculativi, comprese le criptovalute.

    4. Bitcoin più debole rispetto ad altri asset

    • L'oro continua a mostrare una forza relativa superiore.
    • Anche diversi segmenti del mercato azionario statunitense, in particolare quelli legati all'intelligenza artificiale, stanno attirando più capitali rispetto alle criptovalute.

    5. MicroStrategy sotto pressione

    • La debolezza del Bitcoin si riflette sui titoli più esposti alle criptovalute, tra cui MicroStrategy.
    • Gli investitori stanno ridimensionando le aspettative sui veicoli finanziari che hanno costruito la propria strategia attorno all'accumulo di Bitcoin.

    6. Non è necessariamente la fine del ciclo

    • Non diamo prematuramente morto il Bitcoin.
    • In passato la criptovaluta ha già attraversato correzioni molto profonde prima di riprendere il trend rialzista.

    Ma attenzione: malgrado o proprio a causa della maggior chiarezza regolamentare, della crescente partecipazione istituzionale e dell'adozione sempre più ampia dell'ecosistema crypto, il bitcoin sembra essere uscito dal radar dei flussi speculativi globali. Prima si muoveva - eccome si muoveva! -  proprio in assenza di regole certe e con la partecipazione di attori che altri settori della finanza avevano già da tempo estromesso dai mercati. Ora che il bitcoin è diventato più istituzionalizzato, più regolamentato, maggiormente controllato e molto simile a mille altri investimenti, piace molto meno. Facciamocene una ragione! 

    Buona domenica!


    PS: oggi, mentre scriviamo, piove a catinelle e si vede! Abbiamo ancora una volta esagerato con la lunghezza dei nostri appunti… sorry!

    domenica 31 maggio 2026

    Stagflazione in arrivo? Forse no...

    Le ultime 2 settimane sono state dominate da una continua alternanza tra tensioni geopolitiche e ottimismo tecnologico: cerchiamo di riassumere, nella maniera più succinta possibile, quanto ci è parso di capire. 

    Il confronto tra Stati Uniti e Iran, accompagnato dal rischio di nuove escalation militari nell'area strategica dello Stretto di Hormuz, ha continuato a rappresentare una delle principali fonti di preoccupazione per gli investitori. Il timore che eventuali interruzioni delle forniture energetiche potessero compromettere gli equilibri del mercato petrolifero ha mantenuto il greggio su livelli particolarmente elevati, alimentando a sua volta pressioni inflazionistiche che si sono propagate all'intero comparto delle materie prime. Le tensioni geopolitiche si sono riflesse anche sui mercati obbligazionari, dove il timore di un'inflazione più persistente del previsto ha contribuito a mantenere elevati i rendimenti e a ridimensionare le aspettative degli investitori circa futuri tagli dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve.

    In questo contesto, i mercati azionari statunitensi hanno mostrato una sorprendente capacità di ignorare i rischi provenienti dal quadro geopolitico e macroeconomico. A sostenere Wall Street hanno contribuito soprattutto l'entusiasmo legato all'intelligenza artificiale e una stagione degli utili del primo trimestre 2026 generalmente superiore alle attese. Gli investitori continuano infatti a concentrarsi sul potenziale trasformativo dell'AI, considerata da molti una rivoluzione tecnologica in grado di incrementare significativamente produttività, margini aziendali e crescita degli utili nei prossimi anni. È proprio questa combinazione di risultati societari solidi e aspettative straordinariamente ottimistiche sull'intelligenza artificiale che ha consentito alle borse americane di raggiungere nuovi massimi storici nonostante uno scenario internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, petrolio elevato e persistenti timori stagflazionistici.

    Come sottolineato il prezzo del petrolio ha continuato a gravitare con notevole ostinazione attorno alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile, alimentando i timori di nuove pressioni inflazionistiche e spingendo gli investitori a ridimensionare le aspettative di un imminente allentamento monetario da parte della Federal Reserve. A partire dal 20 maggio, tuttavia, il mercato ha iniziato ad intravedere la concreta possibilità di un accordo tra Stati Uniti e Iran. La prospettiva di una firma ormai vicina del trattato, come vedremo tra poco, ha contribuito a raffreddare le quotazioni del greggio, attenuando almeno temporaneamente le preoccupazioni legate all'inflazione energetica.



    Nel frattempo, Trump è chiamato a trovare rapidamente una strategia capace di arrestare il progressivo deterioramento del suo consenso. Alcuni recenti sondaggi, tra cui quello particolarmente severo pubblicato da The Economist, evidenziano infatti un calo di popolarità non trascurabile. In questo contesto, una discesa del prezzo del petrolio e il conseguente alleggerimento del costo della benzina alla pompa rappresenterebbero un sostegno concreto per il potere d'acquisto delle famiglie americane e, inevitabilmente, anche per il consenso dell'amministrazione. Trump respinge con decisione l'idea che la ricerca di un accordo con Teheran sia motivata da esigenze di natura elettorale, ma appare altrettanto difficile immaginare che non guardi con favore agli effetti politici che un petrolio più basso potrebbe generare. In fondo, una riduzione dell'inflazione energetica sarebbe un risultato utile tanto per l'economia americana quanto per i suoi indici di gradimento.



    In effetti, da alcuni giorni il petrolio sembra voler progressivamente prendere le distanze dalla fatidica linea rossa dei 100 dollari al barile e ha già messo a segno un ritracciamento che lo ha riportato in area 90 dollari. Una discesa che potrebbe anche proseguire nelle prossime settimane, a patto però che cessino le continue schermaglie militari che stanno caratterizzando gli ultimi giorni e che, in aperta violazione del cessate il fuoco, hanno visto entrambe le parti continuare a colpire obiettivi strategici e militari. Il mercato, ancora una volta, oscilla così tra la speranza di una normalizzazione diplomatica e il timore che basti una nuova escalation per riportare immediatamente il greggio verso livelli ben più elevati.

    Un primo assaggio di cosa potrebbe significare convivere troppo a lungo con un prezzo del petrolio stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari al barile lo abbiamo avuto giovedì 28 maggio, quando è stato pubblicato il famoso PCE, l’indicatore d’inflazione maggiormente osservato dalla Federal Reserve perché ritenuto più rappresentativo delle reali dinamiche dei consumi americani. Il dato, calcolato al 3.8% (atteso: 3.8%; precedente: 3.5%) pur senza provocare panico sui mercati, ha confermato che le pressioni inflazionistiche stanno tornando lentamente ma percettibilmente a riaffacciarsi sull’economia statunitense.



    È infatti piuttosto evidente come un prezzo del petrolio elevato — che direttamente attraverso carburanti ed energia e indirettamente tramite trasporti, logistica e costi di produzione si riflette su una vasta gamma di beni e servizi — finisca inevitabilmente per alimentare nuove tensioni inflazionistiche. Se il greggio dovesse continuare a mantenersi su questi livelli o addirittura accelerare ulteriormente al rialzo, la Federal Reserve potrebbe trovarsi costretta ad abbandonare definitivamente ogni ipotesi di taglio dei tassi nel breve periodo. 

    Riportare l’inflazione verso il livello obiettivo della Federal Reserve, quel famoso 2% continuamente evocato dai membri della banca centrale americana, è fondamentale non soltanto per salvaguardare concretamente il potere d’acquisto del consumatore statunitense ma anche per ricostruire un clima di fiducia economica che appare oggi in via di deterioramento. Come spiega molto bene un recente articolo pubblicato da Barron's, ampie fasce della popolazione americana percepiscono infatti l’attuale situazione economica e inflazionistica come essere addirittura peggiore di quella vissuta negli anni 70, un decennio che la storia economica ricorda proprio per la violenta impennata dei prezzi, le crisi energetiche e la progressiva erosione del benessere delle famiglie.

    La sensazione diffusa è che, nonostante alcuni indicatori macroeconomici continuino a mostrare una certa resilienza dell’economia statunitense, il costo della vita stia aumentando più rapidamente dei salari reali, comprimendo il reddito disponibile e alimentando un crescente malcontento sociale. Ed è proprio questa percezione, spesso persino più severa dei dati ufficiali di dominio pubblico, che rischia di diventare un fattore politico ed economico estremamente delicato nei prossimi mesi.



    La seconda revisione del PIL statunitense del primo trimestre 2026 ha confermato un'economia in rallentamento, ma con un'intensità inferiore rispetto a quanto temuto soltanto poche settimane fa. La crescita annualizzata è stata infatti rivista all'1.6% dallo 0.5% della prima stima, pur restando al di sotto del consenso degli analisti che si attendevano un dato vicino al 2.0%. 

    Un elemento particolarmente interessante emerso dai dati sul PIL del primo trimestre riguarda il ruolo centrale del consumatore americano. Nonostante il rallentamento dell'attività economica, la spesa delle famiglie ha continuato a rappresentare il principale motore della crescita statunitense, confermando ancora una volta la resilienza dei consumi. Tuttavia, questa capacità di spesa sembra essere stata sostenuta sempre meno dal reddito corrente e sempre più dall'utilizzo dei risparmi accumulati negli anni precedenti. Non a caso il tasso di risparmio personale è sceso al 2.6%, il livello più basso dal giugno 2022. Si tratta di un segnale da monitorare attentamente: se da un lato la riduzione del risparmio ha consentito ai consumatori di continuare a sostenere la crescita economica, dall'altro evidenzia come una parte della forza mostrata dall'economia americana negli ultimi trimestri sia stata finanziata attingendo a una riserva che non può diminuire indefinitamente. La vera sfida per i prossimi mesi sarà capire se il consumatore statunitense riuscirà a mantenere questo ruolo di sostegno alla crescita senza compromettere ulteriormente il proprio equilibrio finanziario.




    Cerchiamo comunque di vedere il bicchiere mezzo pieno:  dopo settimane dominate dal timore che l'impennata dell'energia potesse alimentare una nuova accelerazione dell'inflazione proprio mentre la crescita economica mostra alcuni segnali di rallentamento, il mercato sembra ora scommettere su una normalizzazione dei prezzi energetici. La situazione resta molto fluida e sul cortissimo termine il punto centrale è che Trump non ha ancora dato il via libera definitivo all'accordo con l'Iran nonostante negli ultimi giorni abbia lasciato intendere che le parti siano vicine a un'intesa preliminare. Il rischio geopolitico è quindi ancora presente ma i mercati finanziari hanno già deciso, Donal firmerà, e quindi si sono portati avanti con i lavori.

    Non sorprende quindi che, parallelamente alla flessione del Brent (linea blu) e del WTI (linea rossa), siano scesi anche i rendimenti dei Treasury americani (linea nera) segnale che gli investitori si aspettano minori pressioni inflazionistiche  (ovale verde).  Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le obbligazioni potrebbero beneficiare di un ulteriore calo dei rendimenti mentre i mercati azionari troverebbero un non trascurabile sostegno nella prospettiva di una Fed meno restrittiva.


     Anche il comparto obbligazionario sembra aver ritrovato una certa vitalità. In particolare, le obbligazioni denominate in dollari hanno messo a segno una performance di circa l'1.30% dall'inizio dell'anno, mentre quelle in euro, pur mostrando un andamento più moderato, sono comunque riuscite ad accumulare un guadagno prossimo allo 0.5%. Si tratta di risultati ancora lontani dall'essere entusiasmanti ma potrebbero rappresentare l'inizio di una fase più favorevole per il reddito fisso dopo mesi caratterizzati da una performance poco rallegrante. (clicca sul grafico per una miglior visione).

    ***

    I timori di una possibile deriva stagflazionistica dell'economia americana non sono certamente scomparsi. La crescita economica mostra infatti segnali di rallentamento, mentre il recente rialzo dei prezzi energetici rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche proprio nel momento in cui la Federal Reserve sperava di poter dichiarare conclusa la battaglia contro l'inflazione. In un contesto simile, la prudenza degli investitori sarebbe normalmente giustificata, soprattutto considerando che la stagflazione è storicamente uno degli scenari meno favorevoli sia per i mercati azionari sia per quelli obbligazionari.

    Eppure, almeno per il momento, questi timori sembrano essere stati ampiamente superati dall'entusiasmo generato dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Gli investitori guardano infatti oltre le difficoltà cicliche di breve termine e immaginano un futuro caratterizzato da una crescita della produttività senza precedenti. L'AI promette di automatizzare processi, ridurre i costi operativi, accelerare la ricerca scientifica, migliorare l'efficienza aziendale e creare nuovi mercati ancora difficili da quantificare. 

    Per il comparto azionario questa narrativa è particolarmente potente: maggior produttività significa potenzialmente margini più elevati, crescita degli utili più sostenuta e valutazioni che possono mantenersi superiori alle medie storiche. In altre parole, mentre la stagflazione rappresenta un rischio concreto per i prossimi trimestri, l'intelligenza artificiale viene percepita dagli investitori come una trasformazione strutturale capace di influenzare positivamente la redditività delle imprese per molti anni a venire. È proprio questa visione di lungo periodo che continua a sostenere le quotazioni azionarie americane nonostante un quadro macroeconomico che, osservato isolatamente, suggerirebbe molta più cautela.

    I continui record storici registrati dalle borse americane nelle ultime due settimane trovano la loro principale giustificazione nelle straordinarie promesse generate dal potenziale creativo dell'intelligenza artificiale. L'Europa, al contrario, sta beneficiando solo marginalmente di questo fenomeno. Le principali borse del Vecchio Continente presentano infatti una composizione settoriale molto diversa da quella americana: il peso delle grandi società tecnologiche è limitato, mentre prevalgono banche, assicurazioni, utilities, industria tradizionale e beni di consumo. Inoltre, il mercato statunitense ospita gran parte delle aziende che stanno guidando la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e che attirano la maggior parte dei capitali globali destinati all'innovazione. Di conseguenza, mentre gli investitori internazionali sono disposti a pagare multipli sempre più elevati per partecipare alla crescita dell'AI negli Stati Uniti, le borse europee rimangono maggiormente ancorate ai fondamentali economici tradizionali, beneficiando in misura molto più contenuta dell'entusiasmo che sta caratterizzando il mercato americano.


    L'attuale narrativa che sostiene lo S&P500 giustifica la divaricazione tra il modello calcolato da Ned Davis (linea blu) e l'indice ytd (linea arancione) osservato durante il mese di maggio dove gli investitori hanno deciso di privilegiare il lungo periodo (AI e produttività) rispetto ai rischi di breve periodo (inflazione, petrolio e rallentamento economico).

    Paradossalmente, proprio questa forte divergenza rende ancora più importante osservare il tratto del grafico compreso tra agosto e ottobre. Se nei prossimi mesi gli utili delle società legate all'AI continueranno a sorprendere positivamente, il mercato potrebbe ignorare ancora una volta il ciclo. Se invece dovessero riaffacciarsi inflazione e tassi elevati, la sovraperformance accumulata tra maggio e (speriamo) giugno potrebbe diventare il carburante per una correzione più marcata rispetto a quella prevista dal modello di Ned Davis.

    Se la prossima stagione delle trimestrali dovesse deludere le aspettative degli investitori, il mercato potrebbe trovarsi a fare i conti con un rapido processo di rivalutazione dei multipli piuttosto generosi in molti comparti. In un contesto in cui le quotazioni azionarie statunitensi si trovano su livelli record e gran parte dell'ottimismo è già incorporato nei prezzi, il rischio è che eventuali sorprese negative vengano accolte con particolare severità. Ne potrebbe derivare una correzione di una certa consistenza, tanto più difficile da assorbire quanto più dovessero contemporaneamente riaffacciarsi i timori legati alla stagflazione, al petrolio o a una Federal Reserve costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto. In altre parole, dopo mesi in cui la narrativa dell'intelligenza artificiale ha avuto la meglio su quasi ogni altra considerazione, sarà il momento dei numeri: i prossimi dovranno giocoforza essere eccellenti e forse ancora non basta...

    Riteniamo quindi sempre più importante monitorare con attenzione l'evoluzione tecnica dei mercati azionari, così da poter individuare il più tempestivamente possibile eventuali segnali di inversione del trend. Come spesso ricordiamo, un trend rimane tale fino a quando non emergono evidenze concrete del suo capovolgimento; per questo motivo continuiamo a seguire quotidianamente l'andamento dei mercati, cercando di distinguere le normali oscillazioni di breve periodo dai cambiamenti di direzione più significativi.

    Siamo consapevoli che non tutti i nostri lettori sono appassionati di analisi tecnica o desiderano soffermarsi sui numerosi grafici che abitualmente accompagnano i nostri commenti. Per questa ragione continueremo a pubblicare gli aggiornamenti grafici in una forma essenziale, limitando le spiegazioni ai passaggi realmente rilevanti. Quando però ravviseremo segnali sufficientemente chiari da suggerire un cambiamento dello scenario di mercato, ve lo comunicheremo con la massima tempestività, indicando anche le eventuali implicazioni operative per i portafogli. Il nostro obiettivo non è prevedere ogni movimento dei mercati, bensì riconoscere per tempo i cambiamenti più importanti e intervenire quando è necessario.


    Il grafico dello S&P 500 ( +10.73% ytd) continua a mostrare una struttura tecnica estremamente costruttiva. Il trend rialzista è in essere. Attenzione al RSI in costante ipercomprato:non vuole ancora dire che siamo in prossimità di una correzione ma bisogna essere vigili.


    Anche il Nasdaq (+16.05% ytd) presenta un quadro tecnico in deciso rialzo (anche troppo...) Per il momento il trend rialzista è in essere e i volumi lo sostengono.



    L'Eurostoxx50 (+4.47% ytd) sta confermando il suo trend rialzista. Non è neppure in ipercomprato e quindi non dovrebbe sorprenderci con delle correzioni di ampio respiro.



    Vorremmo poter dire che lo SMI (+2.07% ytd) è in un trend rialzista degno di questo nome. NON lo possiamo ancora confermare se non quando avrà la forza di rientrare nel canale ascendente partito nel settembre 2025. Per il momento ci accontentiamo di vederlo scorrere lateralmente.

    Buona domenica!