Non vi nascondiamo di aver atteso con una certa apprensione i dati di questa settimana sull’occupazione americana. Da quando Kevin Warsh è alla guida della Federal Reserve, l’attenzione riservata agli indicatori macroeconomici — soprattutto a quelli capaci d'influenzare l’inflazione — è diventata una sorta di mantra dal quale sembra impossibile prescindere. Dovremo quindi abituarci a questa nuova realtà, almeno fino a quando non avremo compreso fino in fondo il modo di pensare e soprattutto di agire del nuovo presidente della Fed. Se Warsh si dimostrerà davvero cocciutamente coerente con quanto ha recentemente dichiarato, ogni dato sarà vivisezionato e verrà interpretato dai mercati come un’indicazione diretta sulle future decisioni di politica monetaria. Le reazioni potrebbero quindi essere immediate e perfettamente allineate al messaggio trasmesso dai numeri proprio come è accaduto questa settimana. Dovremo prepararci, verosimilmente, a picchi di volatilità e a mercati più nervosi e ondivaghi capaci di cambiare rapidamente direzione a ogni nuova pubblicazione macroeconomica: uno scenario al quale negli ultimi anni non eravamo più abituati e che potrebbe, forse, rendere il nostro lavoro maledettamente complicato.
Ma vediamoli questi dati iniziando dal meno importante: il rapporto ADP, pubblicato mercoledì 2 settembre, gode di una reputazione non proprio eccellente perché, per molti anni, è stato considerato un’anticipatore dei Non-Farm Payrolls ufficiali ma le due rilevazioni, utilizzando fonti, campioni e metodologie differenti, spesso producono risultati molto distanti e talvolta persino di segno opposto.
L’ADP analizza infatti soltanto l’occupazione privata delle aziende che utilizzano i suoi servizi, mentre il dato governativo comprende anche il settore pubblico e viene successivamente confrontato con registri amministrativi molto più ampi. Dal 2022 l’ADP ha modificato la propria metodologia e precisa esplicitamente che il rapporto non intende prevedere i payroll ufficiali ma offrire una misurazione autonoma dell’occupazione privata. Non è quindi un dato inutile: va però interpretato come indicazione della tendenza del mercato del lavoro, dei salari e della distribuzione delle assunzioni tra settori, senza attribuire troppo peso alla singola variazione mensile. Andrebbe sempre confrontato con i payroll, le richieste di sussidio e il rapporto JOLTS. Insomma, l'ADP a sé stante vale poco... ma da quando è arrivato Warsh sembra godere di uno status diverso:
- ADP agosto: 38'000 (atteso: 47'000: precedente: 44'000)
La minore creazione di posti di lavoro nel settore privato è stata accolta con un certo sollievo da tutti coloro che attendono un taglio dei tassi americani o che, quantomeno, sperano che nella riunione del 16 settembre la Federal Reserve rinunci ad aumentarli. Infatti un mercato del lavoro meno dinamico riduce le pressioni sui salari e sull’inflazione e offre alla Fed un motivo in più per adottare un atteggiamento meno aggressivo nella lotta al rincaro.
Dal 2 settembre in poi tutta l'attenzione degli analisti si è spostata sulla pubblicazione, venerdì 4 settembre, dei nuovi posti di lavoro esclusi quelli agricoli:
- Non farm payrolls agosto: 162'000 (atteso: 53'000; precedente: 21'000)
Raramente abbiamo assistito a un dato capace di discostarsi in maniera tanto eclatante dalle aspettative: ad agosto l’economia americana ha creato 162’000 nuovi posti di lavoro, oltre tre volte i 53’000 stimati dagli analisti, mentre il dato di luglio è stato rivisto sensibilmente al rialzo, da –23’000 a +21’000.
Anche gli altri elementi del rapporto descrivono un mercato del lavoro più resistente del previsto: il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4.1%, la partecipazione alla forza lavoro è leggermente risalita e i salari hanno accelerato dello 0.3% mensile pur mantenendo una crescita annua relativamente moderata del 3.1%. La composizione degli impieghi invita tuttavia a non lasciarsi trascinare dall’entusiasmo perché una parte importante dell’aumento si è concentrata nella ristorazione e nell’istruzione pubblica locale, settori caratterizzati anche da una certa stagionalità.
Nel complesso il rapporto smentisce, almeno per ora, i timori di un rapido deterioramento dell’occupazione e restituisce alla Federal Reserve maggiore libertà per concentrarsi sull’inflazione: la probabilità di un aumento dei tassi nella riunione del 16 settembre è quindi nuovamente cresciuta, provocando un rialzo dei rendimenti dei Treasury soprattutto sulle scadenze brevi. A questo punto saranno soprattutto i prossimi dati sull’inflazione (CPI 11.09.26) a stabilire se la sorprendente forza dell’occupazione sarà sufficiente a convincere la Fed ad alzare effettivamente i tassi.
Già che stiamo parlando di inflazione proviamo a metterci nei panni di una FED che questa settimana ha visto evolvere petrolio e materie prime come segue:
Il Brent è tornato a un passo dalla soglia psicologica dei 100 dollari al barile e la situazione non appare molto diversa per il petrolio americano con il WTI che ne segue quasi di pari passo il movimento rialzista.
Anche le materie prime sono tornate ai massimi dell'anno e sembrano non volersi fermare qui...
Insomma, il mercato del lavoro americano non sembra affatto in difficoltà e i salari continuano, grosso modo, a tenere il passo dell’inflazione: il consumatore a stelle e strisce, almeno per il momento, non ha quindi particolari ragioni per chiudere il portafoglio e continua a spendere. Nel frattempo, però, aumentano i prezzi dell’energia e delle materie prime che di certo alimenteranno nuove pressioni inflazionistiche. Che cosa starà dunque frullando nella testa di Warsh e degli altri membri della Federal Reserve? Venerdì sera circa il 60% degli investitori è andato a dormire con la convinzione che, nella riunione di settembre, la banca centrale americana alzerà i tassi di un quarto di punto. Vedremo se saranno ancora della medesima opinione quando l'11.9 verrà pubblicato il CPI. Oramai si naviga a vista, dovremo farci l'abitudine.
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Avvisiamo i nostri lettori che ci stiamo addentrando in un discorso abbastanza tecnico che forse interessa a pochi ma noi ci proviamo comunque in quanto verremmo anche essere un sito di divulgazione di cultura finanziaria. Lo spunto ci è stato offerto da un nostro lettore che leggendo una frase di un report della Macquarie Group si è imbattuto in questo concetto: "I rendimenti più elevati potrebbero essere la rovina del mercato azionario. Costringono gli analisti a scontare gli utili delle aziende in modo più aggressivo." Il lettore chiede lumi sul senso della frase e noi cercheremo di chiarirgli le idee. Se l'argomento non vi interessa, saltatelo a piè pari, nessuno si offende!
Se non erriamo la scorsa settimana avevamo messo in evidenza come l'amministrazione Trump ha iniziato a manifestare segnali d'inquietudine quando ha visto che i rendimenti dei Treasury americani si stavano avvicinando al 5%: consideriamo questo livello la soglia di dolore di Bessent e compagni; con tutti i debiti che hanno accumulato gli americani (ricordate i 40 trilioni?) non facciamo fatica a credergli.
Quando aumentano i rendimenti delle obbligazioni, soprattutto quelli dei titoli di Stato, le azioni diventano meno attraenti. Un investitore può infatti ottenere una remunerazione più elevata acquistando un’obbligazione, senza esporsi a tutti i rischi tipici del mercato azionario. Per continuare a essere competitive, le azioni devono quindi offrire un rendimento potenziale superiore; se le prospettive di crescita degli utili non sono sufficienti a garantirlo, sarà il loro prezzo a dover scendere. In altre parole, a parità di utili attesi, l’aumento dei rendimenti obbligazionari tende a comprimere le valutazioni e, di conseguenza, i multipli come ad esempio il classico rapporto prezzo/utili (P/E).
Ci siamo quindi chiesti se un rendimento obbligazionario del 5% possa davvero mettere in ginocchio un mercato azionario come lo S&P 500 che negli ultimi dieci anni ha prodotto un rendimento medio annuo superiore al 14% (reinvestimento dei dividendi incluso). A prima vista il divario appare talmente ampio da non giustificare particolari timori sulla competitività delle azioni rispetto alle obbligazioni; obbligazioni - non dimentichiamolo - che soffrono pure loro quando i rendimenti salgono.
Tuttavia il confronto è meno immediato di quanto sembri: quel 14% rappresenta un rendimento passato, ottenuto assumendosi il rischio e la volatilità del mercato azionario, mentre il 5% dei Treasury è un rendimento oggi disponibile e relativamente sicuro soprattutto se l'obbligazione viene mantenuta fino alla scadenza.
Sappiamo bene che il rendimento medio annuo superiore al 14% realizzato dallo S&P 500 nell’ultimo decennio è stato favorito da una politica monetaria a lungo estremamente espansiva e, più recentemente, dall’entusiasmo suscitato dall’intelligenza artificiale. Se però allarghiamo lo sguardo agli ultimi sessant’anni, il rendimento medio annuo scende verso il 10%: a quel punto, rispetto a un Treasury che offre circa il 5%, il vantaggio potenziale delle azioni si riduce ad appena cinque punti percentuali. Un margine che può apparire appena sufficiente per compensare l’investitore dei maggiori rischi assunti, anche perché quel 10% è soltanto una media storica e non una resa garantita.
Non dimentichiamo che i mercati azionari possono perdere il 15-20% in poche settimane soprattutto se, come in questo momento, sono chiaramente "costosi", mentre il rendimento del Treasury, se mantenuto fino alla scadenza, è noto già in partenza. Proprio per questo, quando i titoli di Stato arrivano a offrire rendimenti vicini al 5%, diventano concorrenti molto più temibili per le azioni di quanto il semplice confronto con le performance dell’ultimo decennio potrebbe far pensare.
C'è un altro aspetto, questo veramente tecnico, che influisce sul prezzo delle azioni quando i rendimenti salgono: è il tasso di sconto. In finanza, “scontare” significa trasformare una somma futura nel suo valore ad oggi.
Il principio di fondo è semplice: 100 franchi che ricevo oggi valgono più di 100 franchi che incasserò fra cinque anni, perché il denaro disponibile subito può essere già investito ed inizia a fruttare. Inoltre, pensateci bene, il pagamento di qualche cosa nel futuro è sempre soggetto, in alcuni casi di più altri di meno, ad incertezza e bisogna tenerne conto.
Quindi, quando salgono i rendimenti dei Treasury, sale anche il tasso utilizzato dagli investitori per attribuire un valore ad oggi agli utili che un'azienda produrrà in futuro.
Piccolo esempio didattico (poi come sempre la realtà è più complessa...):
immaginiamo un'azienda che dovrebbe generare 100 dollari tra dieci anni.
- Se li sconto al 3%, oggi quei 100 valgono circa 74 dollari.
- Se invece li sconto al 5%, valgono soltanto circa 61 dollari.
L'azienda non è peggiorata e i 100 dollari futuri sono sempre gli stessi. È semplicemente diminuito il valore che sono disposto a pagare oggi per riceverli in futuro.
Questo è il motivo per cui l'aumento dei rendimenti tende a comprimere i multipli come il P/E.
Ed è anche una delle ragioni per cui i titoli growth e tecnologici — nei quali una parte importante del valore dipende dagli utili attesi tra molti anni in un futuro prossimo — tendono a essere particolarmente sensibili all'aumento dei tassi soprattutto ora che stanno iniziando ad indebitarsi piuttosto seriamente.
Concludendo: il problema è che un Treasury al 5% offre un rendimento sufficientemente elevato e relativamente sicuro da alzare l'asticella del rendimento che gli investitori pretendono dalle azioni.
Contemporaneamente, tassi più elevati riducono il valore attuale degli utili futuri e quindi comprimono i multipli P/E e diventano una seria fonte di pressione per la Borsa.
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Ci stiamo chiedendo se per caso il mercato americano abbia deciso di spostarsi lateralmente... E' probabile che gli investitori vorranno sentire cosa il 16 di settembre avrà da dire la FED e cosa deciderà di fare con i tassi; poi, se sarà necessario, scaricheranno le posizioni.
Comunque quando un indice comincia a muoversi lateralmente significa che, dopo una fase di rialzo o di ribasso, entra in una situazione di sostanziale equilibrio: compratori e venditori si equivalgono e i prezzi oscillano all’interno di una fascia abbastanza definita, senza riuscire a sviluppare una direzione precisa.