domenica 19 aprile 2026

Lo Stretto di Hormuz è riaperto! Anzi, no!!




 

Il Nasdaq ha registrato questa settimana un rialzo superiore al 6%, mettendo a segno ben 13 sedute consecutive in chiusura positiva — un evento che non si verificava dal 1992. Considerato l’attuale contesto geopolitico, si tratta di un movimento sorprendente ma nei fatti pienamente realizzato.

E' bastata la notizia della riapertura dello Stretto di Hormuz  per generare un segnale concreto di riduzione del rischio sistemico sul lato energetico. Ha fatto seguito  una rapida compressione del premio geopolitico sul petrolio che ha innescato una discesa delle quotazioni dell'oro nero nell’ordine dell’8–10% su base settimanale. Il mercato ha quindi ri-prezzato uno scenario meno estremo in termini di disruption dell’offerta di petrolio pur mantenendo un certo grado di cautela legato alla reversibilità della situazione. 

Il quadro della situazione, a nostro giudizio,  resta altamente incerto: la tregua appare per il momento più tattica che strutturale ed il rischio di una nuova escalation è concreto. In questo contesto i mercati stanno comunque adottando un atteggiamento da “risk-on” come non si vedeva da diverse settimane ma  rimane una elevata sensibilità agli sviluppi sul campo di battaglia e ai progressi (o eventuali fallimenti) dei canali diplomatici tra Stati Uniti e Iran. A nostro avviso, considerata la posta in gioco e l'imprevedibilità di entrambi gli attori, la guardia non deve ancora essere completamente abbassata.

Ciò non toglie che anche noi accogliamo con piacere la reazione dei mercati che si è manifestata con un ritorno del VIX,  per la seconda settimana consecutiva, sotto la soglia del 20;  venerdì ha chiuso a 17.48...



...mentre il Fear % Greed Index della CNN si è addirittura issato, dal 38 della scorsa settimana,  all'attuale 68. Questo indice, considerato un indicatore contrarian
 attualmente suggerisce che siamo molto rapidamente entrati in una fase di “avidità” dei mercati: il sentiment è costruttivo e orientato ai rischi ma il livello di ottimismo raggiunto consiglia un approccio più selettivo e prudente nel breve termine; insomma ha già emesso un segnale di cautela e le prese di profitto possono essere in agguato.

 Con questo non vogliamo dire che bisogna vendere tutto - non l'abbiamo fatto neppure quando la crisi sembrava irrisolvibile - ma è un avvertimento che ci dovrebbe indurre ad assumere un comportamento improntato ad una cerca prudenza e a non sottovalutare il contesto geopolitico nel quale stiamo operando. ( Se sei interessato a vedere come sono evoluti i 7 indicatori che compongono l'indice: clicca qui ).

La riapertura dello Stretto di Hormuz ha contribuito a riportare rapidamente il prezzo del petrolio al di sotto della soglia psicologica dei 100 dollari al barile:



Si tratta di un movimento atteso da tempo: il petrolio si avvicina ora alla fascia dei 70–80 dollari al barile, livello che ne ha caratterizzato l’andamento negli ultimi tre anni.

Le borse, come vedremo, hanno reagito positivamente e, in particolare negli Stati Uniti, sono state sostenute anche da un solido avvio della stagione di pubblicazione dei risultati del primo trimestre 2026:



per il momento solo il 10% delle società che compongono lo S&P500 hanno pubblicato i dati ma è pur sempre significativo che l'88% degli utili resi visibili hanno superato le stime; la media degli ultimi 10 anni si attesta al 76%. Avanti di questo passo il primo trimestre si palesa come particolarmente robusto e favorevole ai mercati. Per la cronaca va sottolineato che le aspettative erano un pochino più prudenti del trimestre precedente e quindi la sostenibilità di questo trend andrà testata anche nei prossimi trimestri.

Come osservato nelle scorse settimane, la fiducia dei consumatori americani rimane su livelli storicamente depressi. Tuttavia il sentiment dei mercati azionari è sostenuto dall’entusiasmo per i potenziali guadagni di efficienza legati all’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale che, verosimilmente, si rifletteranno positivamente sugli utili aziendali. Riteniamo quindi che anche nei prossimi trimestri il contributo dell’AI rappresenterà un driver sempre più determinante.

Portiamo alla vostra attenzione l’imminente avvio della pubblicazione dei risultati dei “Magnifici 7”, che rappresenterà, come di consueto, un banco di prova rilevante sia in termini di capacità di generare utili sia per valutare il grado di integrazione dell’intelligenza artificiale nei rispettivi modelli operativi, con particolare attenzione alla dinamica dei costi e agli investimenti necessari per la sua implementazione.

La giornata del 29 aprile si preannuncia particolarmente ricca di pubblicazioni, mentre per i dati, molto attesi, di Nvidia sarà necessario attendere il 20 maggio.


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Per la serie "non si può mai stare tranquilli" ci sembra importante evidenziare quello che la Banca Mondiale e il FMI hanno definito una quasi tempesta perfetta che potrebbe abbattersi sulle nostre teste.

Per intenderci: l'attuale contesto economico e finanziario combina aspettative molto elevate legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che richiede investimenti significativi, evidenziando alcune fragilità emergenti nel mercato del credito privato; questa interazione potrebbe amplificare eventuali tensioni finanziarie qualora i ritorni attesi tardassero a materializzarsi o le condizioni di finanziamento si irrigidissero. 

Tale dinamica risulta particolarmente rilevante per i principali titoli tecnologici, il cui contributo è stato determinante per la performance dei mercati azionari: eventuali revisioni delle aspettative su crescita, marginalità o sostenibilità degli investimenti potrebbero tradursi in una maggiore volatilità degli indici. Prima di esprimerci, vogliamo vedere i dati del primo trimestre e ascoltare cosa hanno da dirci i vari CEO e CFO in merito alle aspettative future.

Inoltre Mythos, l’ultimo e potente modello di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic, sta suscitando crescenti preoccupazioni: sono infatti emersi potenziali rischi per la cybersicurezza, in particolare per i sistemi di pagamento e le infrastrutture di protezione bancaria che potrebbero risultare più esposti a tentativi di hackeraggio.

Le cifre in gioco sono estremamente elevate, al punto che un’eventuale crisi potrebbe assumere una natura sistemica, con impatti potenzialmente molto significativi. Le ripercussioni sui mercati azionari sarebbero altrettanto rilevanti.

Torneremo su questi temi, che riteniamo non debbano essere sottovalutati, in uno dei prossimi aggiornamenti.


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Questa settimana, ce ne scusiamo, il grafico dello S&P 500 è andato “smarrito” nel cyberspazio; pertanto oggi ci concentreremo esclusivamente sull’indice Nasdaq. Desideriamo tuttavia sottolineare che, al pari del suo omologo tecnologico, anche lo S&P 500 ha superato la soglia dei 7.000 punti chiudendo la settimana su nuovi massimi storici. Considerato il contesto geopolitico non l'avremmo mai detto!


ATTENZIONE!

Proprio mentre scriviamo (sabato 18) , ci giunge la notizia di una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane accusano gli Stati Uniti di ostacolare il passaggio delle navi nonostante la riapertura. 

L’impatto sul prezzo del petrolio all’apertura di lunedì resta al momento difficile da stimare; tuttavia, in assenza di segnali rassicuranti circa la prosecuzione delle trattative tra le parti, il rischio è di un ritorno a uno scenario di elevata tensione con possibili pressioni al rialzo sulle quotazioni.

In queste condizioni non è facile analizzare tecnicamente i mercati: prendete con molta prudenza quello che state per leggere.



Come già evidenziato, il Nasdaq (+5.24% ytd) ha inanellato 13 sedute consecutive positive e venerdì è riuscito a riportarsi sopra la soglia di resistenza dei 24'000 punti, rientrando nel canale ascendente che ne caratterizza l’andamento da diversi trimestri.

Consideriamo la recente correzione, legata alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, come un possibile “incidente di percorso”. Sarà soprattutto la stagione degli utili — in particolare i risultati dei “Magnifici 7” — a determinare la capacità dell’indice di proseguire il movimento rialzista.

Segnaliamo tuttavia un livello di ipercomprato, evidenziato dall'oscillatore RSI, che invita a una certa cautela nel breve termine: in caso di perdurare delle tensioni sullo Stretto di Hormuz, non si può escludere una fase correttiva già nella seduta di lunedì. Speriamo di sbagliarci!



Anche l’Eurostoxx50 (+4.60% ytd)  ha proseguito il movimento rialzista superando al rialzo tutte e tre le principali medie mobili rafforzando ulteriormente la solidità del trend in atto.

Abbiamo evidenziato (frecce rosse) come le principali fasi correttive degli ultimi due anni — agosto 2024, aprile 2025 e febbraio 2026 — siano state caratterizzate da rapidi movimenti ribassisti seguiti da recuperi altrettanto veloci, configurando le cosiddette correzioni a “V”. La loro brevità rappresenta l’elemento distintivo e sembra ormai delinearsi come una dinamica ricorrente del mercato.



Anche lo SMI  prosegue nel suo percorso rialzista pur rimanendo, insieme al mercato tedesco, tra i listini europei con il recupero più contenuto: l’indice si attesta infatti circa l’1.2% sopra i livelli di inizio anno, un risultato positivo ma ancora migliorabile.

Dal punto di vista tecnico, lo SMI è rientrato nel canale ascendente sviluppatosi dalla metà dello scorso anno; tuttavia, per consolidare definitivamente questo movimento, sarà necessario mettere a segno ulteriori sedute con chiusure positive. Hormuz permettendo...

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Ai primi segnali di indebolimento del prezzo del petrolio ha fatto seguito un movimento analogo del dollaro statunitense, che si è tendenzialmente indebolito nei confronti delle principali valute, incluso il franco svizzero.

È tuttavia plausibile che, in apertura di settimana, il probabile recupero delle quotazioni del petrolio possa accompagnarsi a un rafforzamento della valuta americana. Per il momento non è facile dire altro.



Discorso analogo anche per il cambio euro/dollaro: il biglietto verde si è infatti indebolito anche nei confronti della valuta europea; tuttavia, riteniamo probabile una permanenza all’interno dell’attuale canale laterale. Un movimento deciso dell’euro oltre quota 1,19 ci sorprenderebbe.



Il Bitcoin questa settimana è riuscito a superare la resistenza dei 75'000 dollari, avviando un movimento convincente in direzione degli 81'000. Tuttavia mentre scriviamo, in seguito alle notizie sulla rinnovata tensione nello Stretto di Hormuz, è in atto una fase correttiva che si è per il momento arrestata in area 75'600 dollari.

Si tratta di un comportamento tecnico coerente: una volta superata, la resistenza tende a trasformarsi in supporto, ed è proprio questo livello che il Bitcoin sta attualmente testando. Qualora le tensioni geopolitiche dovessero intensificarsi ulteriormente non si può escludere una violazione del supporto e un ritorno verso i livelli precedenti.


Buona domenica!




domenica 12 aprile 2026

Geopolitca, inflazione e tassi: un equilibrio ancora instabile




Qui Teheran: “Di Trump non ci fidiamo!”

Dal briefing pre-incontro di Trump: “Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni e le armi più avanzate mai costruite!”

È con queste premesse che sabato 11 aprile, sotto l’egida del Pakistan, hanno preso avvio i colloqui tra Stati Uniti e Iran nel tentativo di trovare una via d’uscita dal ginepraio in cui i due Paesi sono impantanati da ormai sei settimane.

Le aspettative, considerate le premesse, sono da parte nostra contenute. Tuttavia, il semplice fatto che le parti abbiano deciso di sedersi allo stesso tavolo, rappresenta già un segnale non trascurabile.

Il perimetro del negoziato sembra essere stato definito dall’Iran — i dieci punti sono riportati a margine del nostro post — ma, alla luce delle richieste avanzate, riteniamo che gli spazi di manovra per raggiungere un accordo saranno estremamente limitati.

Non aggiungiamo altro e restiamo a osservare, pur rimanendo pronti — se del caso — a essere sorpresi qualora una soluzione venisse raggiunta in soli tre giorni di colloqui (... ma si potrebbe anche trattare ad oltranza.)

Ciò che in questo momento più ci interessa, ovviamente,  è comprendere come i mercati finanziari si stanno preparando a questo evento:



Malgrado nello Stretto di Hormuz il traffico navale è ancora estremamente contenuto...


... il prezzo del petrolio (WTI e Brent) è sceso sotto la soglia critica dei 100 dollari al barile, quasi a testimoniare una certa fiducia nel tentativo di USA e Iran di uscire dall’impasse.


Anche il ritorno del VIX sotto il 20 rafforza questa nostra sensazione...




…segnali che trovano conferma pure nel Fear & Greed Index della CNN, risalito da 19 della scorsa settimana a 38.

Il miglioramento è stato trainato principalmente dal calo della volatilità (VIX) e dal recupero di altri indicatori chiave che compongono l’indice. In particolare, si osserva un netto miglioramento del put/call ratio — con una riduzione della domanda di coperture al ribasso (put) e un aumento relativo dell’interesse per opzioni call — e soprattutto un rafforzamento dell’ampiezza di mercato (market breadth), segnalato da un numero crescente di titoli in rialzo accompagnati da volumi significativi.

Nel complesso si tratta di segnali coerenti con un ritorno graduale della propensione al rischio che non si osservava dalle prime fasi del conflitto e che, come vedremo fra poco, hanno fatto bene ai mercati azionari.

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Un'occhiata ai dati macro pubblicati questa settimana bisogna però darla. Ma prima vediamo cosa è scaturito mercoledì dalle minute della FED a proposito di quanto discusso nell'ultima riunione del 18 marzo:

Le minute confermano un contesto in miglioramento sul fronte inflattivo ma ancora non tale da giustificare un cambio di rotta nella politica monetaria.

L’inflazione è (era...) in graduale rientro rispetto ai picchi ma resta superiore al target del 2%, con componenti ancora rigide — in particolare servizi e dinamica salariale — che inducono la Fed a mantenere un atteggiamento prudente.

Di conseguenza, il messaggio che emerge è chiaro: i tassi resteranno probabilmente stabili nel breve periodo, in un contesto di “higher for longer”, con eventuali tagli che verranno presi in considerazione solo a fronte di evidenze più convincenti sul percorso disinflazionistico.

In questo quadro si inserisce il recente aumento delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, che ha contribuito a riaccendere i timori inflattivi, in particolare attraverso il canale energetico. Questo elemento ha reso il percorso della Fed ancora più incerto, spostando in avanti le aspettative di un primo taglio dei tassi e rafforzando un approccio più cauto.

Nel complesso, pur emergendo alcuni segnali di rallentamento dell’economia, la priorità della Fed resta il controllo dell’inflazione, evitando un allentamento prematuro che potrebbe rimettere sotto pressione i prezzi. La lettura chiave è che non si tratta di una Fed che cambia direzione ma di una Fed che, in attesa di conferme sul rientro dell’inflazione, si trova ora a confrontarsi con uno shock esterno che rischia di rallentarne il percorso.

Infatti venerdì i timori della FED sono stati confermati (ma non era difficile immaginarlo...):

  • Consumer price index (CPI) marzo: +0.9% (atteso: 1%; precedente: 0.3%)
  • CPI yoy                                              :    3.3% (atteso: 3.4%; precedente: 2.4%)
  • Core CPI yoy                                    :    2.7%  (precedente: 2.5%)
Il dato di marzo cattura tutto l'aumento del prezzo del petrolio che è costato, per il momento,  uno 0.9% di aumento dell'inflazione americana; per quanto meno delle aspettative siamo comunque tornati lontani dall'obiettivo della FED che mira al 2%. Se leggiamo il dato concentrando l'attenzione sul Core CPI (che misura l'aumento dei prezzi esclusi quelli più volatili di energia e alimentari) vediamo che è meno drammatico e per quanto sia al rialzo è evidente che se i costi energetici diminuiranno, grazie (speriamo)  ad un accordo tra USA e Iran, la situazione sul versante del rincaro potrebbe rientrare abbastanza velocemente.



Ciò non toglie che, allo stato attuale, il mercato non sconta alcun taglio dei tassi americani nel corso del 2026: il livello attuale dei Fed Funds è al 3.63% e fra un anno la previsione li prevede al 3.64%;   questo rappresenta certamente un elemento, come potete immaginare,  poco favorevole per il comparto obbligazionario denominato in dollari.

Diciamo che non vorremmo essere nei panni del prossimo presidente della Fed: Kevin Warsh che, qualora venisse confermato, si troverebbe ad affrontare un contesto particolarmente complesso dovendo gestire da un lato un’inflazione ancora persistente e dall’altro le pressioni politiche di Trump che ha più volte ribadito la volontà di vedere tassi più bassi. Insomma, si troverà tra l'incudine e il martello... non lo invidiamo.

Portiamo inoltre alla vostra attenzione l’evoluzione attesa dei tassi europei e svizzeri: per l’Eurozona il mercato sconta per i prossimi 12 mesi  circa tre aumenti da 25 punti base ciascuno che anche in questo caso non farà del bene al comparto obbligazionario.

Anche per la Svizzera le aspettative si sono recentemente orientate verso un possibile rialzo dei tassi nei prossimi 12 mesi— con un primo intervento già prezzato e la possibilità, non trascurabile, di un secondo — configurando uno scenario che rappresenta, a tutti gli effetti, un elemento di sorpresa.

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Purtroppo tra gli scenari di guerra, gli aumenti dei costi di energia e alimentari ed i probabili mancati tagli ai tassi di interesse la fiducia dei consumatori americani è ai minimi storici:


Un ulteriore elemento di attenzione arriva dalla fiducia dei consumatori americani: pubblicata venerdì dall’Università del Michigan e scesa a 47,6 punti (freccia rossa),  un livello che non si era mai visto fino ad oggi.

Si tratta di un segnale rilevante in quanto riflette un deterioramento marcato delle aspettative delle famiglie su reddito, inflazione e condizioni economiche generali. In un’economia come quella statunitense, dove i consumi rappresentano circa il 70% del PIL, un calo così significativo della fiducia tende a tradursi in un atteggiamento più prudente con possibili ripercussioni sulla spesa e quindi sulla crescita.

Pur non rappresentando di per sé una conferma di recessione, livelli così depressi sono storicamente associati a fasi di forte rallentamento economico, soprattutto se dovessero persistere nel tempo.

Nel contesto attuale, questo dato contribuisce a complicare ulteriormente il quadro per la Federal Reserve: da un lato segnala un indebolimento della domanda, dall’altro si inserisce in un contesto in cui le pressioni inflattive restano ancora elevate, limitando i margini per un allentamento della politica monetaria. 

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Tutto sommato, malgrado gli scenari di guerra, gli aumenti dei costi energetici e la fiducia dei consumatori americani ai minimi storici, i mercati azionari stanno reagendo piuttosto bene e anche questa settimana hanno cercato, chi più chi meno, di rientrare nei canali ascendenti che li caratterizzavano prima dell'inizio della guerra tra USA e Iran.



Anche il ciclo composito di Ned Davis sta rientrando piuttosto rapidamente verso una certa normalità, quella segnalata dall’algoritmo che ha avuto uno sbandamento ma ovviamente non poteva prevedere l’impatto esogeno di un evento come l'attuale conflitto.

Nelle ultime sedute si osserva tuttavia un progressivo tentativo di stabilizzazione, favorito anche dai possibili sviluppi negoziali tra le parti. I mercati, come spesso accade, tendono ad anticipare gli scenari più favorevoli e stanno già iniziando a prezzare l’ipotesi di una risoluzione, anche solo parziale, del conflitto. Speriamo di averne una conferma nei prossimi giorni.


Ci fa piacere osservare come lo S&P 500 (-0,42% ytd) sia riuscito a riportarsi al di sopra delle tre medie mobili, fermandosi tuttavia a ridosso del supporto del canale ascendente, senza riuscire — almeno per ora — a rientrarvi.

Qualora i colloqui tra Stati Uniti e Iran dovessero evolvere verso una qualche forma di risoluzione, a condizione che questa venga effettivamente rispettata, non si può escludere che già nel corso della prossima settimana l’indice possa rientrare all’interno del canale. Si tratterebbe di un segnale tecnico decisamente costruttivo.



La scorsa settimana avevamo avanzato una cauta ipotesi operativa, avendo individuato una configurazione tecnica riconducibile a un possibile testa e spalle rovesciato, che avrebbe potuto favorire un recupero del Nasdaq (-1.46% ytd) in area 23'300 punti.

Il movimento atteso si è in buona parte materializzato, con l’indice che si è progressivamente avvicinato al target indicato. L’obiettivo non può ancora dirsi pienamente raggiunto ma la distanza residua appare ormai contenuta.

Nel complesso, la dinamica osservata rafforza la validità dell’impostazione tecnica individuata, pur richiedendo una conferma definitiva per considerare il pattern completamente sviluppato.


Questa settimana possiamo registrare con una certa soddisfazione il rientro dell’EuroStoxx 50 (+2.33% ytd) all’interno del canale ascendente avviato circa un anno fa: è un segnale tecnico che contribuisce a rafforzare il quadro di fondo.

L’area dei 5'500 punti ha svolto un ruolo chiave, fungendo prima da solido supporto e successivamente da trampolino per la ripartenza del movimento. Il successivo superamento al rialzo delle tre principali medie mobili rappresenta un ulteriore elemento costruttivo che lascia ipotizzare una possibile riaccelerazione della dinamica positiva nel breve termine.

A supporto di questo scenario si osserva anche un incremento dei volumi, segnale che conferma una partecipazione più ampia degli operatori al movimento in atto e ne rafforza la credibilità.



Il superamento, seppur marginale, della resistenza in area 13'070 punti da parte dello SMI (-0.63%ytd) rappresenta già un segnale tecnico incoraggiante.

Il movimento si è tuttavia arrestato in prossimità della linea di supporto del canale ascendente, senza riuscire — almeno per il momento — a rientrarvi. Ne deriva un’impostazione tecnica ancora interlocutoria, molto simile a quella osservata sullo S&P 500.

In questo contesto, la prossima settimana sarà particolarmente rilevante per verificare la capacità dell’indice di consolidare il recupero e rientrare nel canale, rafforzando così il quadro tecnico di breve termine. Un eventuale miglioramento del contesto geopolitico potrebbe rappresentare il catalizzatore necessario per favorire questo passaggio.

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È ragionevole ritenere che un eventuale accordo proveniente dall’area pakistana, con implicazioni rilevanti sul fronte energetico e quindi sul prezzo del petrolio, possa incidere in modo significativo anche sulla dinamica del dollaro.

In tale scenario una normalizzazione — o riduzione — delle tensioni sui prezzi dell’energia potrebbe contribuire ad attenuare le pressioni inflattive e, di riflesso, ridimensionare il sostegno attualmente offerto al biglietto verde.

Alla luce di queste considerazioni, non si può escludere l’opportunità di un progressivo alleggerimento dell’esposizione al dollaro da valutare tuttavia con attenzione alla luce dell’evoluzione concreta del contesto geopolitico.



Anche nei confronti dell’euro il dollaro sta iniziando a mostrare alcuni segnali di indebolimento. Il recente superamento al rialzo delle tre principali medie mobili da parte del cambio EUR/USD rappresenta infatti un primo elemento tecnico a favore della valuta unica.

Qualora il contesto geopolitico dovesse evolvere verso una risoluzione delle tensioni, non si può escludere un’ulteriore estensione del movimento con il cambio che potrebbe riportarsi in area 1.19.

Si tratterebbe di un livello coerente con un progressivo ridimensionamento della forza del dollaro in un contesto di minori pressioni inflattive e di una possibile normalizzazione delle aspettative sui tassi soprattutto se pensiamo che la moneta unica può beneficiare (forse) di 3 aumenti dei tassi nei prossimi 12 mesi.



Il cambio EUR/CHF si è portato leggermente al di sopra della resistenza in area 0.9216, un primo segnale tecnico di rafforzamento della valuta unica che sembra sostenuta pure dall'idea di tre possibili aumenti dei tassi nel 2026.

Un eventuale superamento deciso anche della media mobile dei 200 giorni (linea blu) rappresenterebbe un passaggio particolarmente significativo, in quanto aprirebbe spazio per un’estensione del movimento verso area 0.93.

Resta tuttavia da monitorare l’eventuale ingresso in territorio di ipercomprato che potrebbe, temporaneamente, limitare la portata del rialzo senza necessariamente comprometterne l’impostazione di fondo.




È evidente come il Bitcoin sia entrato in una fase di consolidamento, caratterizzata da un movimento laterale all’interno di un canale ben definito, con un supporto in area 62–63'000 dollari e una resistenza significativa in prossimità dei 75'000 dollari.

In questo contesto riteniamo opportuno mantenere un approccio attendista: valuteremo un eventuale ingresso solo in presenza di una rottura convincente della resistenza posta a 75'000 dollari, segnale che confermerebbe la ripresa del trend rialzista.





Un eventuale indebolimento del dollaro potrebbe fornire ulteriore supporto al recente rimbalzo del prezzo dell’oro innescatosi in prossimità del livello tecnico di 4'370 dollari per oncia.

Ad oggi il metallo prezioso ha recuperato circa il 50% della correzione registrata nel mese di marzo. Il completamento di questo movimento — che permetterebbe il recupero della restante metà — potrebbe concretizzarsi qualora il prezzo del petrolio dovesse riportarsi in modo più deciso al di sotto della soglia dei 100 dollari al barile e stabilizzarsi su tali livelli.

Buona domenica!


Ecco le 10 condizioni iraniane che, a quanto ci è dato sapere, fungono da canovaccio durante il bilaterale tra USA e Iran:


  • Patto di non aggressione USA
    Garanzie vincolanti che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran in futuro; inclusa la cessazione degli attacchi israeliani contro Hezbollah.
  • Controllo dello Stretto di Hormuz
    Monitoraggio del traffico navale da parte delle forze iraniane (eventualmente con l’Oman), invece della piena libertà di navigazione.
  • Riconoscimento del programma nucleare iraniano
    Diritto all’arricchimento dell’uranio per fini civili.
  • Rimozione delle sanzioni internazionali
    Eliminazione immediata di tutte le sanzioni (primarie e secondarie) e sblocco dei fondi iraniani all’estero.
  • Fine delle misure dell’AIEA
    Stop ai controlli e alle restrizioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sui siti nucleari iraniani.
  • Compensi di guerra
    Risarcimenti per i danni causati dai bombardamenti USA e israeliani, soprattutto su infrastrutture civili.
  • Pedaggio sullo Stretto di Hormuz
    Introduzione di una tassa di transito per le navi (anche fino a ~2 milioni di dollari), da condividere con l’Oman.
  • Ritiro delle forze USA dal Golfo
    Smantellamento della presenza militare americana nella regione.
  • Protezione degli alleati regionali
    Garanzie per Hezbollah, Houthi e milizie sciite: niente sanzioni né attacchi contro di loro.
  • Ratifica internazionale dell’accordo
    Approvazione formale da parte del Consiglio di Sicurezza ONU per dare legittimità globale all’intesa.


Alla luce delle condizioni attualmente sul tavolo, le probabilità di giungere a un accordo pienamente soddisfacente per entrambe le parti nel breve periodo appaiono piuttosto contenute. Le richieste avanzate dall’Iran si configurano infatti come una piattaforma negoziale ampia e per certi aspetti difficilmente conciliabili, almeno nella sua interezza, con le posizioni statunitensi.

È quindi più realistico attendersi un percorso graduale, basato su compromessi parziali e progressivi, piuttosto che un’intesa complessiva immediata. In questo contesto, eventuali sviluppi positivi potrebbero concretizzarsi inizialmente sotto forma di misure limitate — ad esempio un allentamento selettivo delle sanzioni o una de-escalation sul piano militare — in grado di favorire una stabilizzazione del quadro senza risolvere completamente le divergenze di fondo.

Per i mercati, ciò implica che eventuali segnali di apertura verranno probabilmente anticipati e amplificati, pur in presenza di un processo negoziale ancora lungo e incerto, che continuerà a richiedere conferme nel tempo.

Godetevi la giornata!









domenica 5 aprile 2026

Navigare a vista

Se non avete le idee in chiaro, sappiate che siete in abbondante compagnia. D’altronde il Commander in Chief dell’esercito americano — impegnato un giorno a levare le tende dal ginepraio mediorientale esortando gli europei, se vogliono il petrolio, "ad andare a prenderselo da soli"  mentre il giorno dopo, compiendo un ribaltone,  ritorna a minacciare l’Iran "di riportarlo all’età della pietra" radendo al suolo tutto ciò che c’è da abbattere — non aiuta di certo noi investitori a dissipare l’unica cosa di cui siamo sicuri e che abbonda nei report di pressoché tutta la comunità finanziaria internazionale.

Stiamo ovviamente parlando di quell’incertezza che, se fosse stata programmata a tavolino, sarebbe nella sua diavoleria quasi da ammirare. In realtà temiamo che sia dettata più dal caso, così come dal caso sembra essere guidato il conflitto mediorientale — e non solo quello — in un contesto globale in cui le variabili geopolitiche si moltiplicano, le reazioni dei mercati diventano sempre più erratiche e la visibilità sugli scenari futuri si riduce a un orizzonte sempre più corto costringendo noi investitori a navigare a vista.

Questo tipo di navigazione in ambito finanziario significa adottare un approccio decisionale privo di traiettorie di lungo periodo chiaramente definibili, con il rischio di sostituire la previsione — fondamentale per non procedere a tentoni — con un adattamento continuo del nostro operato alle condizioni contingenti dove l’obiettivo primario diventa quello minimo e banale della preservazione del capitale ma che al lato pratico per essere raggiunto richiede disciplina, lucidità e una capacità di lettura del contesto tutt’altro che scontata. 

In queste situazioni l'esperienza ci suggerisce di evitare le vendite sull’onda del panico: analizziamo invece con attenzione ciò che di valido abbiamo nel portafoglio e interveniamo in modo selettivo, alleggerendo solo quegli asset che riteniamo meno resilienti e con minori probabilità di recupero una volta normalizzato il quadro, per poi riallocare il capitale verso opportunità più solide e con migliori prospettive. A dirla tutta, le vendite che abbiamo ritenuto opportuno effettuare in queste ultime settimane sono state piuttosto contenute. 

Un'altro problema che segue le vendite forzate a piene mani - questo vi sembrerà strano -  è costituito dal rientro nel mercato una volta che se n'è usciti: la scelta del timing è difficile da definire e spesso quando si rientra si è già in marcato ritardo. In caso di dubbi adottiamo comunque qualche tecnica che, sfruttando la volatilità elevata, ci  permette di essere nel mercato senza sborsare cifre importanti e ci da la possibilità di limitare i danni se le tempistiche per il rientro non sono quelle giuste. Se siete interessati sentiamoci...

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Vogliamo ora portare alla vostra attenzione questa vignetta di Kal pubblicata dall'Economist. Guardatela bene:


Il geniale vignettista dell’Economist riesce a sintetizzare con straordinaria efficacia ciò che sta accadendo in Iran; peccato però che questa vignetta risalga al 2012 (!), in piena fase di tensione sul nucleare iraniano e sulle sanzioni occidentali che ne seguirono. È una rappresentazione brillante di un concetto chiave che dovremmo sempre tenere ben presente: alcune crisi geopolitiche non sono facilmente estirpabili perché si configurano come sistemi autoreferenziali che si autoalimentano nel tempo.

Queste dinamiche non tendono a risolversi in modo definitivo ma piuttosto a riassestarsi attraverso fasi di attenuazione, compromesso o shock esterni; tra questi annoveriamo anche un attacco militare che, per essere realmente risolutivo, non deve limitarsi a prevalere sul piano tattico ma deve incidere in modo significativo sull’equilibrio complessivo del sistema. A prima vista — pur con tutta la cautela del caso — quanto sta accadendo oggi in Iran potrebbe configurarsi come un successo tattico americano senza però intravedere alcun cambiamento sostanziale dell’assetto di fondo che resta purtroppo saldamente nelle mani degli ayatollah.

In questo contesto, un eventuale disimpegno americano rischierebbe di riportarci esattamente al punto di partenza con l'aggravante che lo Stretto di Hormuz non è ancora aperto, il petrolio naviga sopra la linea dei 100$, il sistema estrattivo mediorientale è stato danneggiato e ci vorranno anni per riportarlo alla piena efficienza per non parlare dell'insicurezza che si è instaurata nei Paesi che si affacciano sul Golfo Persico. In queste condizioni fra 14 anni il vignettista dell'Economist potrebbe limitarsi a riproporre la stessa immagine con minime modifiche per descrivere un sistema che finirebbe per assomigliare in modo sempre più inquietante a un vero e proprio moto perpetuo. Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo a Trump...

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Ok, basta filosofeggiare e passiamo alle cose più concrete.


Come sapete da quanto è scoppiata la guerra iraniana, che poi direttamente o indirettamente ha coinvolto tutta la regione Mediorientale, l'unica cosa che veramente ci interessa seguire, per capire come reagiranno i mercati azionari, sono i prezzi del petrolio. Grande attenzione la riserviamo al Brent, che fa da riferimento su scala mondiale, e non manchiamo di osservare anche il WTI che intercetta il prezzo del petrolio domestico americano. Le quotazioni di questi due tipi di petrolio sono di norma indirettamente correlate con l'indice S&P500 e oggi abbiamo voluto testare la solidità di questo rapporto: nel grafico Brent (Co1) e WTI (Cl1), che si comportano in modo molto simile, mostrano in effetti di avere, almeno dal 2021 ad oggi,  una notevole correlazione inversa con lo S&P500 (linea rossa): infatti quando i primi salgono lo S&P scende e viceversa. 

Ecco perché, se il prezzo del petrolio rimarrà troppo a lungo sopra i 100$, potremmo assistere ad una discreta correzione del mercato azionario americano (che influenzerà pure le altre borse mondiali), correzione che se osservate bene (ovale viola) potrebbe già essere iniziata.



Mercoledì  1° aprile il prezzo di entrambi i benchmark petroliferi aveva temporaneamente ritracciato, sulla scia delle dichiarazioni di Trump che lasciavano intravedere la possibilità — forse non troppo remota — di una de-escalation del conflitto (ovale rosso). Abbiamo voluto crederci ma in realtà siamo ben consapevoli che una risoluzione non è imminente. È infatti bastato che il giorno dopo Trump evocasse l’ipotesi di “riportare l’Iran all’età della pietra” per spingere nuovamente il prezzo del barile oltre i 100 dollari. Inoltre, alla luce delle recenti tensioni sul campo (due aerei da combattimento americani sono stati abbattuti), il timore è che i tempi di una soluzione si allunghino sensibilmente ben oltre quanto inizialmente auspicato. Trump ha comunque dato tempo all'Iran fino a lunedì 6 aprile per riaprire lo Stretto di Hormuz e se resterà chiuso, "sarà l'inferno" .

Di certo la cosa non piacerà neppure agli americani. Il Brent normalmente quota più del West Texas Intermediate perché è più liquido e globale; quando però il WTI lo supera (vedi cerchio rosso), significa che le condizioni locali negli Stati Uniti — tra scorte, domanda e vincoli logistici — risultano temporaneamente più tese rispetto al mercato internazionale a cui si sommano dinamiche di posizionamento sui futures che amplificano il movimento relativo.

Ora mettiamoci nei panni del consumatore americano al quale da anni viene ripetuto che gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica: scoprire di non essere affatto immuni alle tensioni del mercato petrolifero internazionale non è esattamente ciò che si aspettava ed è tutt’altro che rassicurante. Il rafforzamento del WTI si trasmette rapidamente ai prezzi alla pompa, comprimendo il potere d’acquisto e inducendo comportamenti più prudenti nei consumi. Non è una situazione facile da digerire e temiamo che gli entusiasmi del Presidente (“stiamo facendo un sacco di soldi con il petrolio a questi livelli”) contino ben poco per il consumatore medio. All'aumento del costo della benzina si aggiunge quello dei fertilizzanti, delle materie prime e degli alimentari con un effetto poco simpatico sull'inflazione che spingerà verosimilmente il costo del denaro americano verso l'alto. Poi, in un attimo, si arriverà alle elezioni di midterm e sarà allora che si misurerà concretamente il sentiment degli americani nei confronti della sua leadership e se queste sono le premesse... 

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Per oggi ci fermiamo qui. È Pasqua e non vogliamo rovinarvi la giornata di festa. Vale comunque la pena segnalare che negli ultimi giorni sono stati pubblicati diversi dati macro che indicano come l’economia americana, nel complesso, continui a mostrare una buona tenuta. Ci ritorneremo con maggiore attenzione ma per il momento il focus resta sul petrolio. Qualcuno si sarà anche accorto che Trump sta di nuovo introducendo dazi (15%) sui farmaci che arrivano dall'estero: vedremo presto se vi saranno delle conseguenze. Affaire a suivre.

Passeremo in rapida sequenza i soliti grafici utili ad evidenziare come i mercati azionari, nonostante il contesto, non siano poi così fragili come la situazione potrebbe far pensare:


Le due borse americane insieme a quella tedesca sono quelle che mostrano la peggior performance ma se pensiamo che quelle americane, per 3 anni consecutivi, sono salite di oltre il 20% all'anno una correzione di 4-5 punti percentuali è ben poca cosa. Bene invece una buona parte delle borse europee che sono ritornate addirittura in positivo. 



Non scordiamoci che il Fear & Greed Index, malgrado sia quasi raddoppiato dalla scorsa settimana , marca ancora molto male! E' vero che fa riferimento soprattutto alla realtà americana ma insomma, meglio esser ancora prudenti.



Questa settimana lo S&P 500 (-3,84% YTD) è riuscito a lasciarsi alle spalle la condizione di ipervenduto riportandosi al di sopra della soglia di supporto dei 6.500 punti. I volumi restano tuttavia poco convincenti, segnale di una prudenza ancora diffusa tra gli investitori,  che sono in attesa di vedere se domani, 6 aprile, l'inferno si aprirà sotto i piedi degli iraniani...



Anche il Nasdaq (-5,86% YTD) si è allontanato dalla scomoda condizione di ipervenduto e sta tentando di riportarsi sopra la soglia dei 22.000 punti. Qualora riuscisse a consolidare il superamento di questo livello, azzardiamo — davvero con tutte le cautele del caso — una possibile lettura tecnica: sembra infatti delinearsi un accenno di testa e spalle rovesciato. In tale scenario, un obiettivo potenziale potrebbe collocarsi in area 23.500 punti, non distante dai massimi storici… sempre che il contesto geopolitico non torni a rimettere tutto in discussione.



Bene anche l’EuroStoxx 50 (-1,70% YTD), che ha testato e confermato il supporto in area 5.500 punti, rimbalzando con volumi in lieve aumento. Il prossimo passaggio chiave sarà il tentativo di rientrare nel canale ascendente formatosi circa un anno fa: un segnale costruttivo in tal senso potrebbe arrivare dal superamento al rialzo della media mobile a 100 giorni (linea verde).



Anche per lo SMI ( -2.15% YTD) la settimana è stata tutto sommato positiva: l’indice si sta riportando a ridosso della resistenza in area 13.070 punti. Un segnale più costruttivo potrebbe arrivare già dalla prossima settimana, qualora riuscisse a superare al rialzo la media mobile a 100 giorni (freccia rossa), rientrando così nel canale ascendente. Resta tuttavia da valutare l’impatto delle eventuali misure statunitensi sui farmaci importati che potrebbero rappresentare un elemento di rischio per il settore farmaceutico svizzero.

Non ci resta che sperare che domani non si arrivi davvero a un’escalation incontrollata della guerra. Nelle ultime ore è inoltre circolata la notizia di un possibile ricovero del Presidente, ipotesi che qualcuno ritiene plausibile alla luce dell’età e dello stress a cui è sottoposto; al momento, tuttavia, la Casa Bianca ha già smentito ufficialmente e, in assenza di conferme, è opportuno trattare queste informazioni con la dovuta cautela.


Buona Pasqua!