Oggi vogliamo iniziare i nostri Appunti dando i numeri: da 146 a 200 (+37%); da 118 a 180 (+52%). Sono queste le cifre, espresse in miliardi di dollari, che Amazon e Google intendono investire nelle rispettive infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale nel 2026. Il primo dato riflette le stime degli analisti, mentre il secondo corrisponde a quanto comunicato direttamente dalle società in occasione della recente pubblicazione dei risultati trimestrali. L’aumento rispetto alle aspettative è significativo e può intimorire soprattutto considerando la rapida obsolescenza delle tecnologie più avanzate: il tempo per ammortizzare serenamente questi investimenti è limitato. È dunque alla luce di questi numeri che si comprendono meglio le preoccupazioni degli investitori e il sell-off che sta colpendo il settore tecnologico, trascinando la performance del Nasdaq in territorio negativo dall’inizio dell’anno.
Le preoccupazioni degli investitori sono comprensibili: ci troviamo di fronte a investimenti di dimensioni straordinarie che stanno drenando liquidità dalle principali società impegnate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale senza che vi sia ancora visibilità né sui tempi né sull’entità dei ritorni economici. È plausibile che questi investimenti si rivelino profittevoli ma per il mercato, al momento, questo non basta.
Di conseguenza, nonostante risultati trimestrali eccellenti e nella maggior parte dei casi superiori alle attese, le tensioni si sono tradotte in vendite marcate sui titoli del comparto tecnologico.
Anche se sappiamo che non siete grandi amanti dei grafici, questa settimana un’analisi attenta è imprescindibile. In particolare occorre monitorare con attenzione il Nasdaq (-0.91% ytd) : nei prossimi giorni potrebbe anche uscire dal canale ascendente. Non sarebbe una bella cosa.
La scorsa settimana l’indice si trovava ancora all’interno del triangolo di consolidamento e auspicavamo una rottura al rialzo che avrebbe potuto innescare un nuovo movimento ascendente. Le cose, purtroppo, sono andate nella direzione opposta e, alla chiusura di giovedì — dopo tre sedute consecutive negative — ci siamo ritrovati l’indice appoggiato sul supporto (cerchio rosso). Il rimbalzo di venerdì ci ha temporaneamente rassicurati ma ovviamente non possiamo ancora dirci del tutto tranquilli. Anzi! Siamo quindi pronti ad alleggerire una parte delle posizioni se dall'analisi tecnica ci arriverà un chiaro segnale.
L’incertezza resta elevata e sta giustificando una rotazione dai titoli growth verso quelli value, dinamica che ha permesso all’indice Dow Jones di superare per la prima volta nella sua storia la soglia dei 50’000 punti. Anche lo SMI — forse l’indice difensivo per eccellenza — ha svolto questo ruolo in modo più che convincente. Lo analizzeremo tra poco.
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La forte volatilità che ha caratterizzato l’oro già dalla scorsa settimana è proseguita anche in quella che sta per concludersi: tra minimi e massimi si è registrata un’escursione superiore al 20%, un movimento decisamente inusuale per un bene rifugio come il metallo giallo. È probabilmente la dimostrazione che la rapida corsa che aveva portato l’oro fino a 5’600 dollari subito dopo il superamento della soglia dei 5’000 era in larga parte di natura speculativa e con ogni probabilità lo resterà ancora per un po’.
Dinamiche puramente tecniche hanno probabilmente amplificato il sell-off della scorsa settimana. In particolare se ne possono individuare almeno due:
Liquidazioni di posizioni in leva, innescate dal rapido movimento dei prezzi.
Aumento significativo dei requisiti di margine richiesto dalla banche per mantenere aperte tali posizioni durante il fine settimana.
Di fronte a richieste di garanzia più elevate, molti operatori sono stati costretti a chiudere le posizioni nelle ultime ore di contrattazione del venerdì, spesso contro la propria volontà. Questo flusso forzato di vendite ha contribuito ad accentuare ulteriormente la pressione ribassista, aggravando il calo delle quotazioni dell’oro.
In ogni caso, per chi considera l’oro un bene rifugio di lungo periodo — e non uno strumento puramente speculativo — le prospettive restano costruttive. Le principali banche d’investimento continuano infatti a formulare previsioni positive poiché non sono venuti meno quei fattori strutturali che da numerosi trimestri sostengono l’ascesa del metallo giallo. A titolo esemplificativo, si può citare il target recentemente pubblicato da J.P. Morgan, che ipotizza un prezzo dell’oro fino a 6’300 dollari entro la fine dell’anno.
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La scorsa settimana raccomandavamo prudenza sul bitcoin, osservando che una rottura al ribasso del livello di 81’500 $ avrebbe potuto portarci rapidamente verso area 75’000. Ci siamo però sbagliati: quel livello non è stato nemmeno testato e la criptovaluta ha trovato un rimbalzo solo dopo essere scesa fino a 60’000 $ bruciando 430 miliardi di controvalore in 24 ore!
La prossima settimana sarà determinante per capire se questo recupero potrà estendersi ulteriormente. Per ora è importante tenere presente che i 75’000 $ rappresentano una resistenza rilevante. Il prossimo supporto tecnicamente più credibile, invece, si colloca in area 52’600 $.
Senza entrare in eccessivi dettagli tecnici, ci siamo presi la briga (grazie Federico!) di analizzare la natura di un movimento così accentuato e, anche in questo caso, margin call e chiusure forzate di posizioni in leva hanno avuto un ruolo determinante. Resta inoltre il sospetto che alcuni exchange tra i più importanti, pur non potendo manipolare direttamente le criptovalute — la pratica è ovviamente vietata — possano talvolta comunque influenzarne le dinamiche di prezzo grazie alla visibilità interna sulle posizioni che detengono nei loro libri. Quindi, nuovamente, prudenza!
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Il research di Ned Davis sottolinea come gli utili delle società statunitensi restano solidi, ma avverte che il contesto macro-finanziario sta diventando meno favorevole, rendendo più difficile mantenere standard di crescita così elevati. Gli analisti aggiungono inoltre un’osservazione che riteniamo meritevole di attenzione e citiamo: " sulla base di analisi storiche, quando oltre il 60% dei titoli batte la performance dell’indice S&P 500 — come sta accadendo in queste prime settimane di contrattazione — l’indice tende a correggere, mentre le small cap e i settori difensivi mostrano una sovraperformance." Un segnale che invita alla cautela. Interessante!
Un altro analista di Sevens Report ci invita a una riflessione che anche noi dovremo iniziare a fare con maggiore sistematicità: "se l’intelligenza artificiale dovesse rendere superflui interi segmenti del settore tecnologico — basti pensare alle difficoltà che stanno attraversando molti produttori di software — potrebbero emergere contraccolpi rilevanti anche per l’S&P 500." In effetti, qualora le promesse dell’IA si concretizzassero pienamente, alcune società rischierebbero di trovarsi improvvisamente sotto forte pressione. Sarà quindi fondamentale saper individuare per tempo i potenziali vincitori e i modelli di business destinati a essere messi in discussione.
Come detto, oggi i grafici li dobbiamo guardare da vicino:
È fuori dubbio che, per il momento, area 7’000 punti rappresenti una resistenza significativa per lo S&P 500 (+1.27% ytd) e senza il contributo del settore tecnologico — che abbiamo visto recentemente in difficoltà — non sarà semplice superarla. È tuttavia incoraggiante osservare come sul fronte del RSI l’indice si stia allontanato dalle condizioni di ipercomprato riducendo in tal modo il rischio di correzioni brusche nel breve periodo. Quanto al trend di fondo, resta per ora impostato positivamente, anche se sul brevissimo termine iniziamo a intravedere un leggero appiattimento della crescita.
Per l'Eurostoxx50 (+3.57% ytd) ci rallegriamo per la sua costanza nel voler rimanere all'interno di un canale di scorrimento rialzista che ci piace e pure molto. Per il momento non vediamo ragioni per uscire pesantemente da questo indice. Piccole prese di profitto sono comunque sempre consigliate.
Da inizio anno nello SMI (+1.78% ytd) si osserva una chiara rotazione interna, con flussi in uscita dai titoli più difensivi e maggiore interesse verso nomi ciclici e industriali, segnale di un mercato che sta gradualmente assumendo un profilo più “risk-on” pur in un contesto ancora selettivo.
Il trend ci appare chiaramente positivo e, per il momento, non individuiamo motivi convincenti per ridurre l’esposizione al mercato domestico. Va tuttavia segnalato che la rotazione menzionata in precedenza sta penalizzando alcuni titoli in modo particolarmente severo; qualora in portafoglio fossero presenti due o tre di questi nomi, l’impatto sulla performance complessiva può risultare significativo.
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Questa settimana Scott Bessent, Segretario al Tesoro statunitense, si è recato in Campidoglio dove, nel corso delle audizioni parlamentari, è stato sottoposto a un serrato interrogatorio da parte dei deputati su un’ampia gamma di temi. Pungolato da Bill Foster a proposito del dollaro Bessent risponde: "siamo sempre favorevoli a una politica del dollaro forte" osservazione che ovviamente contrasta con quella rilasciata da Trump che pubblicamente si è espresso sulla debolezza del dollaro nel contesto del forte calo del biglietto verde di una decina di giorni fa. In un incontro con i giornalisti in Iowa alla fine di gennaio ha definito il valore del dollaro "ottimo" e ha minimizzato sulle eventuali conseguenze di una tale debolezza.
Ciliegina sulla torta: sempre al Campidoglio Bessent ha fatto capire ai legislatori che il presidente ha il diritto di interferire con il processo decisionale della FED sia verbalmente che politicamente. Kevin Warsh è stato avvisato!
Dal punto di vista tecnico, il dollaro — dopo una breve incursione in area 0,76 — è rimbalzato recuperando quasi il 50% del precedente movimento ribassista, salvo poi arrestarsi. Resta difficile stabilire se si tratti soltanto di un rimbalzo tecnico destinato a esaurirsi oppure del tentativo di rientrare nel canale laterale avviato a giugno dello scorso anno. In questo contesto, le recenti dichiarazioni di Scott Bessent non contribuiscono certo a rassicurare il mercato.
Quando abbiamo visto euro/usd andare oltre 1.20 ci siamo detti che per il dollaro non c'era più nulla da fare ed eravamo pronti ad accettare la sua debolezza. I fatti comunque ci hanno per il momento smentito e ci ritroviamo con il dollaro all'interno del canale di scorrimento laterale. Speriamo ci resti.
Se euro/franco rientrasse sopra 0.9216 ci farebbe un grande piacere. Per il momento è già qualche cosa il fatto che abbia arrestato la sua discesa. L'RSI è quasi in zona di ipervenduto quindi un rimbalzo non è completamente da escludere. Vedremo la prossima settimana.
Buona domenica!