«We removed a dose of accommodation»
Partiamo dalla frase che probabilmente meglio riassume la riunione della Federal Reserve di questa settimana. Dopo avere alzato di 25 punti base il Fed Funds, portandolo al 3.75–4.00%, Warsh ha spiegato che la Fed ha rimosso una dose di accomodamento monetario. La scelta delle parole merita attenzione. Warsh non ha detto che la politica monetaria è diventata restrittiva e neppure che la Fed abbia eliminato l’accomodamento. Ha parlato deliberatamente di una dose, suggerendo implicitamente che nel sistema di accomodamento ne rimane ancora. Nella nostra testa si è quindi automaticamente materializzata una sequenza che dovremo tenere bene a mente: accomodante → meno accomodante → neutrale → restrittiva. Il rialzo di settembre ci ha fatto avanzare lungo questo percorso ma siamo ancora ben lontani dall’ultima casella, quella della politica decisamente restrittiva.
La FED per il momento è convinta che l’attività economica americana continua a espandersi a un ritmo solido, la spesa interna è resiliente, la produttività cresce e gli investimenti rimangono robusti; contemporaneamente, però, l’inflazione resta troppo elevata rispetto all’obiettivo del 2%. È questa combinazione - economia forte e inflazione ancora alta - che permette alla Fed di iniziare a ridurre l’accomodamento senza ritenere, almeno per ora, di stare soffocando la crescita. Il voto è stato unanime e il nuovo dot plot rafforza il messaggio: 16 dei 18 partecipanti al FOMC indicano almeno un ulteriore rialzo entro la fine del 2026.
Insomma, la Fed non distribuisce certezze - Warsh continua peraltro a mostrare una certa avversione per una forward guidance troppo vincolante - ma ci sta dicendo che il processo di rimozione dell’accomodamento potrebbe non essere terminato. Il mercato dovrà quindi abituarsi all’idea che l’aumento dello 0.25% di settembre potrebbe non essere un episodio isolato. Per la cronaca attualmente si aspetta, con un 55% di probabilità, un altro aumento dello 0.25% nella prossima riunione della FED prevista il 28 di ottobre. Il dato è ancora poco significativo e prendetelo come tale.
Il Treasury al 5% non ha ancora spaventato Wall Street
Qui nasce però una domanda interessante. Se i Fed Funds stanno salendo e il Treasury decennale ha raggiunto il 5%, perché Wall Street non è (ancora) entrata in crisi? La risposta è che un Treasury al 5% non significa sempre la stessa cosa. Un rendimento al 5% determinato da un’economia forte, investimenti elevati e utili societari in crescita è molto diverso da un 5% provocato esclusivamente da inflazione fuori controllo, deterioramento fiscale o perdita di fiducia nel debito americano.
Finora il mercato sembra interpretare il movimento prevalentemente attraverso la prima chiave di lettura. Il raggiungimento del 5% sul decennale è avvenuto con una volatilità obbligazionaria relativamente contenuta, spread creditizi ancora compressi e un’economia resiliente. Dopo l’iniziale reazione negativa alla Fed, il giorno successivo lo S&P 500 ha recuperato 1.14%, mentre il Nasdaq ha guadagnato 1.69%. Il messaggio, almeno per il momento, sembra piuttosto chiaro: il 5% non rappresenta automaticamente una soglia di rottura per il mercato azionario. A dirla tutta, se ben ricordate, ci stavamo convincendo del contrario…
La vera battaglia è tra tassi, utili e multipli
Per capire quando i tassi potrebbero realmente diventare pericolosi dobbiamo far capo, e qui ci perdonerete per i tecnicismi, all’aritmetica fondamentale del mercato azionario che ci suggerisce che la quotazione dello S&P500 la si ottiene nel modo seguente:
S&P 500 = EPS × P/E
Senza entrare nel merito del loro calcolo, gli EPS rappresentano gli utili per azione delle società che compongono l’indice aggregati in modo tale da esprimere la capacità complessiva di generare profitti. Il P/E, ossia il rapporto tra prezzo e utili, indica invece quante volte gli investitori sono disposti a pagare tali utili. Un P/E pari a 20 significa, per esempio, che il mercato valuta un’azione o nel nostro caso l’intero indice, 20 DOLLARI per ogni dollaro di utile annuo prodotto. In estrema sintesi, gli EPS ci dicono quanto guadagnano le società, mentre il P/E esprime il prezzo che il mercato è disposto a riconoscere a quegli utili.
La cosa interessante è che possiamo sfruttare questa formula sostituendo gli EPS correnti con gli EPS attesi dagli analisti per stimare quale sarà il valore futuro, ad esempio, del nostro indice. Qui entra in gioco quanto abbiamo visto la scorsa settimana: quando aumenta il rendimento privo di rischio o considerato tale (ricordate i Treasury a 10 anni vicini al 5%?) aumenta il tasso con cui vengono scontati gli utili futuri; più è alto meno oggi valgono gli utili attesi dei prossimi anni. Quindi a parità di tutto il resto, il multiplo (P/E) che un investitore è disposto a pagare dovrebbe diminuire. Ma se gli utili continuano a crescere abbastanza rapidamente e corposamente possono compensare una parte, se non addirittura tutta, la diminuzione del P/E.
Facciamo un esempio: partiamo, per semplicità, da un mercato valutato 20 volte gli utili. Se l’aumento dei rendimenti facesse comprimere il multiplo a 19 volte, basterebbe una crescita degli EPS del 5.3% per lasciare invariata la quotazione delll’indice o dell‘azione. A 18 volte servirebbe un +11.1%; a 17 volte un +17.6% e a 16 volte addirittura un +25%. Riassumiamolo in una tabellina:
| Compressione del P/E | da 20 a…. Crescita EPS necessaria per lasciare invariato l’indice |
|---|---|
| 20x → 19x | +5.3% |
| 20x → 18x | +11.1% |
| 20x → 17x | +17.6% |
| 20x → 16x | +25.0% |
Questa semplice tabella spiega buona parte della resilienza osservata finora dalle borse di mezzo mondo. Gli utili, soprattutto di molte aziende americane, stanno offrendo alle borse un importante cuscinetto. Un segnale particolarmente significativo arriva dalle revisioni degli analisti: nei mesi di luglio e agosto le stime dell’EPS dello S&P 500 per il terzo trimestre sono aumentate dell’1.2%, da 88.64$ a 89.69$. Per ora, quindi, l’aumento dei tassi non sta coincidendo con un deterioramento delle aspettative sugli utili.
Mettiamo alla prova Wall Street
Possiamo allora costruire una matrice molto semplice. Non è una previsione dello S&P 500, ma una mappa di sensibilità: sulle righe mettiamo diversi livelli di EPS e sulle colonne diversi multipli. Ogni casella è semplicemente il risultato di EPS × P/E (ovverosia la quotazione dello S&P 500):
| EPS | 16x | 17x | 18x | 19x | 20x | 21x |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 325$ | 5’200 | 5’525 | 5’850 | 6’175 | 6’500 | 6’825 |
| 350$ | 5’600 | 5’950 | 6’300 | 6’650 | 7’000 | 7’350 |
| 375$ | 6’000 | 6’375 | 6’750 | 7’125 | 7’500 | 7’875 |
| 400$ | 6’400 | 6’800 | 7’200 | 7’600 | 8’000 | 8’400 |
| 425$ | 6’800 | 7’225 | 7’650 | 8’075 | 8’500 | 8’925 |
| 450$ | 7’200 | 7’650 | 8’100 | 8’550 | 9’000 | 9’450 |
Più salgono gli utili, maggiore diventa la diminuzione dei multipli che Wall Street può assorbire.
Adesso inseriamo il Treasury nell’equazione
Possiamo fare un secondo esercizio, questa volta associando a rendimenti progressivamente più elevati multipli progressivamente inferiori. Va sottolineato con forza che non esiste una relazione meccanica per cui un Treasury al 5.25% debba necessariamente produrre un P/E di 18 volte. Quella che segue è deliberatamente una simulazione di stress, non una previsione.
| Resa Treasury 10Y. | | P/E ipotetico. | | EPS necessari S&P a 7’500. | | EPS necessari per S&P a 8’000 |
|---|---|---|---|
| 4.50% | 21x | 357$ | 381$ |
| 4.75% | 20x | 375$ | 400$ |
| 5.00% | 19x | 395$ | 421$ |
| 5.25% | 18x | 417$ | 444$ |
| 5.50% | 17x | 441$ | 471$ |
| 6.00% | 16x | 469$ | 500$ |
Ed è qui che il quadro comincia a diventare davvero interessante. Con un Treasury intorno al 5% e un P/E ipotetico di 19 volte servirebbero circa 395$ di EPS per sostenere uno S&P 500 a 7’500 punti e 421$ per mantenerlo a 8’000. Numeri impegnativi, ma non incompatibili con le traiettorie più favorevoli degli utili.
Se però il Treasury salisse al 5.25% e il mercato decidesse di pagare soltanto 18 volte gli utili, servirebbero circa 417$ di EPS per sostenere 7’500 punti e 444$ per sostenere 8’000. A 5.50% e 17 volte, gli utili necessari diventerebbero rispettivamente 441$ e 471$. Con un decennale al 6% e un multiplo di 16 volte, servirebbero addirittura 469$ di EPS per mantenere 7’500 punti e 500$ per arrivare a 8’000.
Dove si trova allora la soglia di pericolo?
Cominciamo forse a intravederla, ma dobbiamo definirla correttamente. Non è un livello preciso del Treasury: è una combinazione tra rendimento dei Treasury, dei multipli (P/E) e degli utili (EPS).
Il 5% non sembra, da solo, essere sufficiente. Il mercato lo ha appena testato senza particolari dislocazioni. La fascia 5.25–5.50% merita invece crescente attenzione, soprattutto se l’aumento dei rendimenti dovesse accompagnarsi a un rallentamento delle revisioni positive degli utili. Non perché esiste una barriera matematica a 5.25% o 5.50%, ma perché la quantità di crescita degli EPS necessaria per compensare un eventuale de-rating diventerebbe rapidamente più impegnativa.
Da qui possiamo costruire un semplicissimo cruscotto per i prossimi mesi:
| Treasury | Revisioni EPS | Interpretazione. |
|---|---|---|
| ↑ | ↑ | pressione sui multipli, ma potenzialmente assorbibile |
| ↑ | → | crescente rischio di de-rating |
| ↑ | ↓ | scenario da sorvegliare con particolare attenzione |
L’ultimo caso è evidentemente il più delicato. Il mercato verrebbe colpito contemporaneamente sui due lati dell’equazione: meno utili da moltiplicare per un multiplo più basso. È il classico double whammy: EPS in diminuzione e P/E in compressione.
E’ l’EPS del 2027 che deve preoccuparci più del prossimo rialzo dei tassi
Questo ci porta alla parte forse più importante dell’intero ragionamento. Il problema potrebbe non essere il prossimo + 0.25% della FED. Se nel 2026 gli utili continueranno a crescere rapidamente grazie alla spinta dell‘Intelligenza Artificiale, Wall Street potrebbe riuscire ad assorbire un Treasury al 5% e probabilmente anche qualcosa di più. Ma questa spinta, considerati i costi crescenti dell‘AI che prima o poi incideranno sugli utili, non è infinita.
La vera prova potrebbe arrivare nel 2027.
Immaginiamo che il prossimo anno la crescita degli utili torni gradualmente verso ritmi più normali mentre i rendimenti obbligazionari rimangono vicini al 5% o addirittura sopra. Il cuscinetto che oggi protegge le valutazioni inizierebbe ad assottigliarsi. Con utili che crescono soltanto del 5–7%, per esempio, una compressione del P/E da 20 a 18 volte non sarebbe più compensata con la crescita degli utili stessi.
Ecco perché da questo momento aggiungeremo al nostro cruscotto un indicatore particolarmente importante: le revisioni degli EPS 2027 dello S&P 500. Non ci interesserà soltanto conoscere il numero assoluto ma soprattutto la sua direzione. Finché le stime vengono progressivamente aumentate, gli utili continuano a costituire il cuscinetto che permette alle azioni di convivere con tassi elevati. Il primo vero campanello d’allarme arriverebbe invece se le revisioni 2027 cominciassero sistematicamente a scendere proprio mentre il rendimento del Treasury continua a salire.
Torniamo allora a Warsh
«We removed a dose of accommodation.»
Alla luce di tutto questo, la frase assume un significato ancora più interessante. La prima dose rimossa il mercato sembra averla digerita. Potrebbe riuscire ad assorbirne un’altra. Forse anche più di una. Ma ogni aumento dei tassi aumenta il costo del capitale, rende più attraente l’alternativa obbligazionaria e riduce, a parità di condizioni, il multiplo (P/E) che gli investitori sono disposti a pagare per gli utili futuri.
La domanda che dobbiamo porci non è semplicemente fino a dove possa salire il rendimento del Treasury ma è un poco più complessa e quindi dobbiamo cercare di capire fino a dove possono salire i tassi prima che la crescita degli utili non riesca più a compensare la compressione dei multipli.
Per rispondere seguiremo da vicino tre numeri: Resa del Treasury a dieci anni, forward P/E (sono i P/E attesi) e le periodiche revisioni degli EPS 2027.
Se sale la resa del Treasury ma salgono anche gli utili, Wall Street dispone ancora di una linea di difesa. Se sale la resa del Treasury e scende il P/E, siamo di fronte a un de-rating, fastidioso ma non necessariamente destabilizzante. Se invece salgono i rendimenti (con la complicità dell‘inflazione e/o dei deficit pubblici molto elevati e persistenti), si comprimono i P/E e contemporaneamente vengono tagliate le stime degli utili 2027, il quadro cambia radicalmente.
Sarà probabilmente quello il momento in cui potremo dire che la Fed non starà più semplicemente “rimuovendo una dose di accomodamento” ma comincerà a somministrare al mercato una vera dose di restrizione monetaria. E‘ molto probabile che allora potremo (forse) dire addio al trend ascendente dei mercati azionari che, come ben sapete, è la cosa che ci sta più a cuore.
Ma cerchiamo di essere positivi: per il 2026 gli EPS dovrebbero essere 370$ e le attese per gli EPS dello S&P500 per il 2027 sono di 417$ che all‘attuale P/E di 20 significherebbe (417 x 20) ritrovarci potenzialmente con uno S&P500 a 8340 (+ 9% rispetto ad oggi). Tutto teorico per il momento ma seguiremo passo passo l‘evoluzione dei 3 parametri e vedremo assieme cosa succede.
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Dal CLARITY Act al rimbalzo delle criptovalute
Martedì è arrivata da Washington una doccia fredda per il mondo delle criptovalute. Il Senato americano non è riuscito a far avanzare il Clarity Act, la legge destinata a creare finalmente un quadro regolamentare organico per gli asset digitali negli Stati Uniti e, soprattutto, a chiarire la ripartizione delle competenze fra SEC e CFTC ( è l’agenzia federale indipendente degli Stati Uniti che vigila sui mercati dei derivati): la mozione procedurale ha ottenuto 50 voti favorevoli e 49 contrari, ma ne servivano 60. Tutti i Democratici presenti hanno votato contro e a loro si sono aggiunti quattro Repubblicani - Jerry Moran, Susan Collins, Josh Hawley e Thom Tillis - anche se il voto contrario di Tillis è stato di natura procedurale e gli consente di chiedere successivamente una nuova votazione. Il provvedimento non è quindi definitivamente morto ma, con il Congresso prossimo alla pausa che precede le elezioni di midterm di novembre, la possibilità di approvarlo rapidamente si è sensibilmente ridotta.
La reazione iniziale dei mercati è stata decisamente negativa. Bitcoin è sceso verso e sotto area 75’000 dollari, Ethereum ha perso circa il 4.6% e la correzione è stata ancora più pronunciata su alcune altcoin e sui titoli maggiormente legati all’industria crypto. Il mercato aveva infatti incorporato nelle quotazioni una discreta probabilità che il Clarity Act riuscisse finalmente a superare il Senato. Il voto di martedì ha cancellato rapidamente questo “premio regolamentare”. Il punto di disaccordo resta soprattutto politico: nonostante le modifiche dell’ultimo momento riguardanti etica, stablecoin e altre preoccupazioni sollevate dai Democratici, non si è riusciti a costruire la maggioranza bipartisan necessaria.
Venerdì, però, il mercato ha cambiato completamente registro. Il Bitcoin ha recuperato oltre il 5%, tornando sopra gli 80’000 $ (un bello short squeeze ha aiutato!) , mentre Ethereum, XRP, Solana e numerosi titoli collegati alle criptovalute hanno registrato rialzi ancora più consistenti. Il motivo principale è che gli investitori hanno cominciato a separare due questioni: il fallimento parlamentare del Clarity Act e il processo di regolamentazione delle criptovalute negli Stati Uniti. Quest’ultimo, infatti, non si è fermato. La SEC ha concesso nuove esenzioni che permettono a determinate piattaforme di negoziare versioni tokenizzate di azioni, mentre la CFTC sta procedendo con proprie regole per disciplinare le transazioni e i mercati crypto. In sostanza, la chiarezza regolamentare potrebbe avanzare almeno parzialmente anche senza attendere il Congresso. A questo si è aggiunto il ritorno degli acquisti sugli ETF spot di Bitcoin, che giovedì hanno registrato circa 160 milioni di dollari di afflussi, interrompendo due giornate consecutive di deflussi.
Non interpreteremmo tuttavia il movimento di venerdì come un “via libera” definitivo per il Bitcoin. Una parte importante del rialzo sembra piuttosto un relief rally: il mercato aveva reagito violentemente al doppio colpo rappresentato dal fallimento del Clarity Act e dalla Fed più hawkish, salvo poi rendersi conto che il primo non significa la fine del processo regolamentare americano.
Rimane però il secondo problema, probabilmente ancora più importante nel breve periodo: la liquidità. Una Federal Reserve che alza i tassi, Treasury elevati e prospettive di politica monetaria meno accomodante costituiscono normalmente un vento contrario per un asset come il Bitcoin. Abbiamo quindi due forze contrapposte: da una parte progressi regolamentari di SEC e CFTC, ritorno degli afflussi negli ETF e prospettiva che il Clarity Act possa essere ripreso; dall’altra tassi più elevati e condizioni finanziarie più restrittive. Il superamento degli 80’000 $ è certamente un segnale incoraggiante, ma sarà la capacità di consolidare sopra quest’area a dirci se quello di venerdì rappresenta qualcosa di più di un semplice rimbalzo.
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Non vi nascondiamo che stiamo scrivendo questi Appunti non dalla nostra abituale scrivania ma in „trasferta“ e la cosa non ci è comodissima. Quindi riduciamo all‘osso il nostro abituale commento tecnico e vogliamo ancora una volta sottolineare che, malgrado qualche correzione che non è passata inosservata, siamo ancora, per quanto riguarda l’America, in uno spostamento laterale all‘interno del trend rialzista di medio-lungo periodo. L‘Europa è appena rimbalzata sulla media mobile dei 100 giorni sempre all’interno del trend ascendente mentre lo SMI è l‘indice che per il momento più ci preoccupa:
Comunque prima di entrare in modalità panico generalizzato, vogliamo vedere se i 13‘700 punti di uno dei supporti viene confermato. Siamo anche disposti ad allargare il canale di scorrimento ascendente (linea rossa) per concedere al nostro indice una possibilità di riprendere il suo cammino rialzista all’interno di una banda di oscillazione più larga… Insomma, considerato che il movimento delle ultime settimane è stato causato da una manciata di azioni, con Novartis in testa, vogliamo dargli ancora una chance prima di ridurre significativamente le posizioni. Comunque sia la tenuta dei 13‘700 punti è fondamentale!
Ancora una informazione di servizio: lunedì 21 settembre lo SMI subirà una modifica. Usciranno dall‘indice Swisscom (che venerdì non l‘ha presa molto bene…) e Kühne und Nagel. Prenderanno il loro posto Galderma (azienda farmaceutica focalizzata sulla dermatologia) e la rediviva Sandoz (farmaci generici e biosimilari). Non c‘è proprio modo di diversificare un pochino di più il nostro indice…
Per oggi ci fermeremmo qui… Buona domenica!
PS: il prossimo week end ci prendiamo un paio di giorni per un po‘ di sport….ci risentiamo il 4 di ottobre.