Con sempre maggiore insistenza l’hanno definita persistente, appiccicosa, duratura, perniciosa, preoccupante. Potremmo continuare ma fermiamoci qui: avete già capito che stiamo parlando dell'attuale inflazione che sembra ormai togliere il sonno a più di un banchiere centrale. E non soltanto a loro!
Quel 2% tanto anelato da Warsh, Lagarde e colleghi appare, almeno per il momento, piuttosto lontano. Non sarebbe certo il momento migliore, se non altro per una questione di credibilità, per spostare il traguardo verso l'alto: è quindi assai improbabile che le principali banche centrali decidano d'innalzare il proprio obiettivo d’inflazione pur consce che quello a cui mirano sembra essere irraggiungibile.
Il problema, quindi, rimane tutto sul tavolo: se l’inflazione continuerà a dimostrarsi così resistente, Fed e BCE potrebbero essere costrette a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto e, se necessario, a intervenire con ulteriori aumenti dei tassi. È proprio questa prospettiva che il mercato obbligazionario sta progressivamente incorporando. I rendimenti dei Treasury americani, così come quelli europei — tanto per restringere il campo alle due principali aree economiche occidentali — sono infatti orientati decisamente al rialzo e con con quello che sta accadendo in giro per il mondo non poteva essere altrimenti.
Nelle ultime due settimane il rendimento del Treasury americano a 10 anni si è spinto ben oltre il 5% e nella sessione di giovedì ha persino sfiorato per un attimo il 5.34% prima di ritracciare. Siamo su livelli che non si vedevano da moltissimi anni (2002) e che meritano particolare attenzione proprio perché superano anche quelli raggiunti durante la fiammata inflazionistica successiva alla pandemia.
Già che stiamo parlando d'inflazione vediamo come è uscito mercoledì il dato che la misura, quello preferito dalla FED:
- PCE index yoy Agosto: 3.4% (atteso: 3.7%; precedente: 3.7%)
I numeri sono meglio delle attese e secondo molti analisti potrebbe ridurre l’urgenza di un ulteriore rialzo dei tassi. Attualmente la probabilità di un aumento al 28 ottobre è stimata da FedWatch al 22%.
Altri dati importanti sempre pubblicati venerdì:
- Nuovi posti di lavoro non agricoli settembre: 29k (atteso: 89k; precedente: 133k).
Si aspettavano numeri ben più alti e quindi è abbastanza probabile che la FED si prenderà una pausa ma... il 28 è ancora lontano e molte cose possono ancora cambiare. Comunque sia, se un payroll di appena 29’000 nuovi posti non riuscirà a riportare stabilmente il 10Y sotto il 5.20%, dobbiamo prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che il nuovo equilibrio dei rendimenti lunghi sia strutturalmente più elevato. Evoluzione da tenere sotto stretta osservazione.
Vediamo anche i salari pubblicati sempre venerdì:
- Retribuzione oraria media yoy settembre: 3% (atteso: 3.2%; precedente: 3.1%)
Subito dopo la pubblicazione dei dati di venerdì, parecchio attesi, l'idea che la FED potesse rinunciare ad aumentare i tassi ha spedito il rendimento del Treasury decennale dal 5.24% al 5.15% per poi chiudere la sessione con un rendimento al 5.27%... altro segnale poco confortante: si continua a vendere obbligazioni e treasury malgrado i tassi potrebbero essere tagliati o per lo meno restare invariati... difficilmente quindi i rendimenti scenderanno...
E' fuor di dubbio che la situazione energetica sia comunque preoccupante tanto da richiedere un intervento coordinato sfociato nella decisione dell'Europa di liberare nei prossimi 4 mesi 100 milioni di barili di greggio e di prodotti raffinati dalle sue riserve; non risolve il collo di bottiglia della raffinazione ma almeno c'è il tentativo di fare qualche cosa e persino Trump è schizzato dalla sedia presidenziale per applaudire a questa iniziativa!
Questo permette di spiegare perché il diesel e altri prodotti raffinati possono rincarare anche senza un movimento equivalente del petrolio.
Anche i costi di trasporto, tra gli altri, sono complici dell'aumento dell'inflazione:
Il Baltic Dry Index (misura il costo del trasporto marittimo delle principali materie prime “secche”, industriali e agricole) ha registrato dall’inizio dell’anno un balzo impressionante. È vero che molti economisti ritengono che, almeno inizialmente, questo aumento avrà un impatto relativamente limitato sull’inflazione; ma è altrettanto vero che, se i costi di trasporto dovessero rimanere così elevati abbastanza a lungo, prima o poi qualcuno dovrà pagarli. E quel qualcuno, attraverso la catena che va dalle materie prime alla produzione e infine alla distribuzione, rischia di essere il consumatore finale. Del resto, anche noi in Svizzera abbiamo un esempio molto concreto di quanto possa pesare il trasporto: le difficoltà nel far arrivare grandi quantitativi di carburante attraverso la via navigabile del Reno comportano un aggravio stimato nell’ordine di 15 centesimi al litro sul prezzo della benzina. Senza voler essere polemici, il punto è semplice: quando parliamo di inflazione non possiamo guardare soltanto al prezzo della materia prima. Anche trasportarla, raffinarla e farla arrivare dove serve ha un costo. E quel costo, eccome se conta.
Sarebbe comunque riduttivo attribuire il rialzo dei rendimenti soltanto all’inflazione. C’è infatti dell’altro e francamente non siamo sereni: facciamo riferimento all’enorme quantità di debito pubblico che le principali economie occidentali devono continuamente finanziare e rifinanziare. Quando aumenta copiosamente l’offerta di titoli di Stato, gli investitori diventano più esigenti e per convincerli ad assorbire tutto quel debito occorre offrire rendimenti più elevati. Ed è qui che la questione comincia a diventare particolarmente delicata.
È forse proprio questa la parte del problema che ci preoccupa maggiormente. L’inflazione, almeno in linea teorica, dispone di una cura conosciuta: rendere il denaro più costoso, frenare la domanda e mantenere condizioni monetarie restrittive abbastanza a lungo da riportare sotto controllo la dinamica dei prezzi. La medicina può essere dolorosa e richiedere del tempo ma abbiamo letto e riletto il bugiardino e quindi conosciamo bene i suoi effetti e siamo consapevoli persino dei danni collaterali che può causare se si esagera con il dosaggio.
Con il debito è molto più complicato. Riportare il rapporto tra indebitamento e capacità di produrre reddito a livelli più sostenibili - per uno Stato come per un privato - richiede anni, disciplina fiscale, crescita economica e, spesso, decisioni politicamente molto poco popolari.
Ed è qui che il cerchio rischia di chiudersi nel modo peggiore. Una delle strade storicamente utilizzate da economisti e politici che non sanno più che pesci pigliare per alleggerire il peso reale di un debito troppo elevato, consiste nel lasciare che una certa dose d’inflazione se lo “mangi” letteralmente: infatti se i prezzi, i salari e il PIL nominale aumentano mentre il valore nominale del debito rimane invariato, il suo peso reale diminuisce.
Ma se l’inflazione rimane troppo alta, le banche centrali sono costrette a mantenere elevati i tassi d’interesse; tassi più elevati fanno aumentare progressivamente il costo del servizio del debito; interessi più pesanti peggiorano i conti pubblici e richiedono nuove emissioni obbligazionarie ed una maggiore quantità di debito può spingere gli investitori a pretendere rendimenti ancora più elevati. E' il cane che si morde la coda...
È ormai evidente che l’aumento dei rendimenti dei titoli governativi decennali (quello francese in blu fa paura!!) e l’allargamento dei credit spread - cioè il rendimento aggiuntivo che gli investitori richiedono per prestare denaro a un’azienda anziché ad uno Stato considerato più sicuro - stanno interessando buona parte dei mercati mondiali. (clicca sull'immagine per una migliore visione)
Per il momento, fortunatamente, le reazioni delle Borse rimangono relativamente contenute. Dobbiamo però essere consapevoli che, se il trend rialzista dei rendimenti dovesse tardare a invertirsi e i credit spread continuassero ad allargarsi, prima o poi qualche grana potrebbe emergere: il costo del capitale aumenterebbe ulteriormente e la pressione finirebbe inevitabilmente per trasferirsi dalle obbligazioni agli utili, agli investimenti e, infine, alle valutazioni azionarie.
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Invece la situazione Europea è un pochino diversa e soprattutto Germania, Francia e Svizzera soffrono...
Come avevamo cercato di spiegare negli ultimi Appunti, ci scusiamo per gli eccessivi tecnicismi, vogliamo riprendere il discorso relativo alla stima del valore dello S&P500. Insistiamo a rendevi la vita più complicata ma a questo livello dei mercati americani il controllo degli utili diventa la chiave di volta per capire quando saremo confrontati con una correzione seria.
Quindi a partire da oggi monitoreremo assieme le due tabelle sottostanti che saranno costantemente aggiornate in modo tale da avere EPS e P/E stimati sempre sotto controllo: se cambiano notevolmente potremo avere a disposizione , oltre che ai segnali dell'analisi tecnica, anche un warning che arriva dalle attese sugli utili.
Quindi stima del valore S&P500 = Utili per azione (EPS) x Prezzo / Utili (P/E)
Qui sotto riportiamo le attese per gli utili societari del 2027 e le aspettative di P/E
l’idea di partenza è semplice: 100$ ricevuti fra cinque anni valgono meno di 100$ disponibili oggi, perché il denaro disponibile oggi può essere investito e produce subito un reddito.
Facciamo un esempio: immaginiamo di ricevere 100$ fra cinque anni:
| Tasso di sconto ipotetico | Valore oggi dei 100$ futuri |
|---|---|
| 4% | 82.19$ |
| 5% | 78.35$ |
| 6% | 74.73$ |
I 100$ futuri non sono cambiati. Diminuisce quanto siamo disposti a pagarli oggi man mano che i tassi salgono.
Perché il tasso di sconto aumenta quando salgono i rendimenti obbligazionari? Perché gli investitori possono ottenere una remunerazione maggiore dalle obbligazioni e chiedono quindi un rendimento maggiore anche alle azioni, considerando il rischio aggiuntivo. Il rendimento del Treasury è un parametro di riferimento anche se il tasso di sconto delle azioni comprende anche un premio per il rischio, quindi non coincide semplicemente con quello del decennale.
Questo meccanismo pesa maggiormente sulle società il cui valore dipende da guadagni attesi molto lontani nel tempo: più lontana è la somma futura, maggiore è l’effetto dello sconto. Il settore delle nuove tecnologie spesso è "vittima" di questo meccanismo soprattutto quando gli EPS attesi sono in calo.
In buona sostanza, avrete di certo capito che rendimenti in deciso aumento possono avere un influsso negativo:
- Sugli EPS: interessi più onerosi e domanda più debole possono ridurre gli utili.
- Sul P/E: un tasso di sconto maggiore può ridurre il prezzo pagato per quegli utili, anche se gli EPS non cambiano.
Bene! Speriamo di essere stati maggiormente didattici...
A tal proposito vi anticipiamo quanto il mercato si aspetta per gli EPS del terzo trimestre 2026 che inizieranno ad essere pubblicati a breve: gli analisti prospettano un altro trimestre molto forte, con utili dello S&P 500 in crescita di circa il 29% rispetto al terzo trimestre 2025. Quindi l’asticella da superare è bella alta.
Il rapporto FactSet del 25 settembre 2026 offre questo quadro:
La crescita attesa, però, presenta forti differenze:
Energia, tecnologia e servizi di comunicazione sono attesi risultati eccellenti, forse anche troppo (basta una virgola in meno per scatenare i ribassisti...) ma se i numeri vengono confermati è abbastanza probabile che il rally, che secondo Ned Davis deve partire ad ottobre, può diventare realtà. Dita incrociate!
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Un'occhiata veloce ai grafici di questa settimana dobbiamo darla:
Lo S&P500 (+12.68% ytd) avevamo già visto che è entrato in modalità scorrimento laterale: evidentemente sta aspettando la conferma che gli EPS del terzo trimestre siano effettivamente aumentati rispetto all'anno precedente di circa il 29%. Se così non fosse dobbiamo solo sperare che la correzione che ne seguirà non lo faccia uscire dal canale di scorrimento del trend rialzista.
Discorso simile per il Nasdaq (+16.99% ytd) che è tenuto al galla dall'AI e da qualche risultato strepitoso di alcune aziende che fanno da corollario al mondo della superintelligenza (copyright: Donald Trump ).
Considerando la quantità di problemi che l’Europa sta affrontando nelle ultime settimane, è quasi sorprendente che l’EuroStoxx 50 (+7.72% ytd) non sia già uscito dal proprio canale rialzista. Il margine, tuttavia, si sta progressivamente assottigliando e la Francia potrebbe rappresentare uno dei principali elementi di instabilità. Il CAC 40 perde già il 3.10% da inizio anno e un’eventuale intensificazione delle proteste studentesche aggiungerebbe incertezza a un quadro già delicato. Per i mercati, infatti, il problema non è soltanto politico: maggiore instabilità può tradursi in un premio per il rischio più elevato, rendimenti obbligazionari più alti (l'impennata del decennale che abbiamo visto non la si può ignorare...) e maggiore pressione sulle valutazioni azionarie. Finché l’EuroStoxx 50 riuscirà a rimanere all’interno del proprio canale rialzista potremo parlare di una sorprendente capacità di tenuta; una sua rottura, soprattutto se accompagnata da un ulteriore deterioramento del mercato obbligazionario e degli spread, sarebbe invece un segnale da non sottovalutare.
Quello che è successo questa settimana allo SMI, ancora in rialzo del 2.97% da inizio anno, non ci piace particolarmente. Il deterioramento tecnico è diventato evidente: anche provando ad allargare il canale rialzista che ha accompagnato l’indice negli ultimi mesi, lo SMI non riesce più a rimanere al suo interno. Per il momento è la media mobile a 200 giorni a fare da argine e a impedire che la correzione assuma caratteristiche ancora più preoccupanti, ma non sappiamo per quanto tempo questo supporto riuscirà a reggere. La sua eventuale rottura rappresenterebbe un ulteriore segnale di debolezza e ci costringerebbe a spostare l’attenzione decisamente più in basso. I 13’070 punti, che fino a pochi giorni fa sembravano un livello piuttosto lontano, dopo la seduta di venerdì lo sono improvvisamente molto meno. Non siamo ancora necessariamente di fronte a un’inversione del trend di lungo periodo, ma il grafico ci sta chiaramente suggerendo che è arrivato il momento di alzare il livello di attenzione. Se vi siete protetti, anche solo parzialmente, restateci.
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Sul mercato dei cambi la settimana è stata tutt’altro che tranquilla. Il dollaro ha reagito con particolare sensibilità ai dati macroeconomici americani: inflazione, occupazione e conseguente continuo riposizionamento delle aspettative sulla Fed hanno modificato più volte il differenziale atteso dei tassi e, con esso, la forza del biglietto verde. Sul franco svizzero sta però agendo contemporaneamente un’altra forza. Le crescenti tensioni politiche, sociali e fiscali in Europa — con Francia e Spagna in particolare sotto osservazione — stanno riportando alla memoria degli investitori una delle caratteristiche storiche della nostra valuta: quella di bene rifugio. Una parte dei capitali sta quindi cercando protezione nel franco, sostenendolo soprattutto contro l’euro e, in alcune fasi, anche contro il dollaro. USD/CHF diventa così il punto d’incontro fra due forze contrapposte: da una parte rendimenti americani elevati e politica Fed, che sostengono il dollaro; dall’altra l’aumento dell’avversione al rischio europeo, che favorisce il franco. Su EUR/CHF, invece, il messaggio appare più netto: finché le tensioni europee non si attenueranno, sarà difficile togliere al franco il suo premio di sicurezza.
In rapida rassegna i grafici delle valute:
Euro/dollaro: le agitazione stanno rafforzando la valuta americana. Raggiunto il supporto di lungo periodo a 1.12. SE lo sfonda rientriamo nel range di spostamento laterale tra 1.05 e 1.12. RSI in evidente ipervenduto vediamo se rimbalza in settimana.
Dollaro/franco: siamo disposti a vederlo scendere fino a 0.82... sotto si alleggerisce. La chiusura del Treasury a 10 anni dovrebbe alla fine ancora favorire la valuta americana...
Euro/franco: peccato! Ci piaceva, da svizzeri, vederlo sopra 0.94... I disordini francesi e spagnoli hanno rovinato la festa e speriamo che non ci siano altri focolai di protesta in giro per l'Europa pronti a scoppiare la prossima settimana...
Il Bitcoin ha concluso la settimana intorno a 84’500$, sostanzialmente invariato, dopo essersi spinto venerdì fino a circa 86’800$. Più del risultato settimanale, ci sembra interessante la capacità della criptovaluta di resistere a un contesto che, sulla carta, dovrebbe esserle decisamente poco favorevole: Treasury sopra il 5.2%, dollaro forte e primi segnali di deterioramento sul mercato del credito. Per il momento, quindi, continuiamo a interpretare il movimento come una fase di consolidamento e non come un’inversione del trend. L’area 81’500-82’000$ rimane il livello da non perdere: una discesa al di sotto di questa fascia metterebbe seriamente in discussione il breakout delle ultime settimane. Al contrario, il superamento convincente di 86’800-87’000$ potrebbe riaprire la strada verso 90’000$ e successivamente 92’800$. La conferma migliore arriverebbe però da un breakout accompagnato da nuovi e consistenti afflussi negli ETF spot, perché ci direbbe che dietro al movimento stanno tornando acquisti reali e non soltanto le ricoperture di chi aveva scommesso su una discesa dei prezzi.
Buona domenica!