La settimana ci ha consegnato un mercato azionario ancora capace di segnare nuovi massimi ma sempre più sensibile alle aspettative, gigantesche, legate all'intelligenza artificiale. Martedì lo S&P 500 ed il Nasdaq hanno raggiunto nuovi record storici; malauguratamente nelle sedute successive sono poi tornate le vendite con i titoli dell'AI penalizzati dai dubbi sulle prospettive di guadagno futuri e con una lente macroscopica puntata sugli attuali ricavi di OpenAI che continua a perdere 10 miliardi di dollari al mese; la cassa, a quanto pare, inizia a svuotarsi celermente e l'azienda si sta concentrando su massicci round di finanziamento privato (non è ancora quotata, meglio così) per raccogliere nuovi capitali da fondi di investimento internazionali. Quello di OpenAI è solo uno dei (tanti) campanelli d'allarme che potrebbero uscire dalla pubblicazione dei dati del terzo trimestre: abbiamo bisogno che i numeri delle società coinvolte nella rivoluzione dll'AI siano all'altezza delle enormi aspettative sugli utili presenti e futuri che le borse, considerati i giganteschi investimenti, stanno già scontando. Iniziare a dare un'occhiata a questi numeri sarà il tema principale degli odierni Appunti.
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Sul versante dei tassi i verbali della Fed, pubblicati mercoledì, hanno confermato che durante la riunione di settembre la maggioranza dei partecipanti ritiene probabilmente opportuno un altro rialzo da compiersi entro la fine dell'anno, ovviamente subordinandolo ai dati macro che via via saranno pubblicati. Il documento evidenzia inoltre il doppio ruolo dell’AI: sostiene investimenti e crescita, ma può anche alimentare pressioni sui prezzi e aumentare la competizione, sempre più accanita, per accaparrarsi i finanziamenti. Nel frattempo le aste dei Treasury hanno incontrato una domanda che, con le rese dei decennali attorno al 5.30%-5.35%, hanno attirato capitali anche dall'estero come non si vedeva da parecchio tempo.
Per il momento la domanda è stata capace di frenare la salita dei rendimenti che hanno chiuso la settimana al 5.23%. Un sollievo per le obbligazioni, dunque, ma che da sola non basta a dimostrare un’inversione di tendenza per quanto riguarda la recente escalation dei redimenti americani. La lettura che ne ricaviamo è quella di un equilibrio assai precario: utili robusti sostengono le azioni, mentre energia cara e inflazione persistente ostacolano un allentamento monetario. Da qui partiremo, negli appunti delle prossime settimane, per valutare se gli utili attesi per il 2027 offriranno ancora un margine sufficiente per assorbire la pressione che potrebbe colpire i multipli azionari a suon di ribassi.
Nel frattempo il settore obbligazionario in dollari ed euro (non dimentichiamoci che l'aumento delle rese non è, come abbiamo visto la scorsa settimana, un fenomeno solo americano...) stanno soffrendo:
Lo dimostra l'indice total return obbligazionario di Bloomberg, tanto in dollari...
Rammentiamo che un indice obbligazionario Total Return misura il rendimento complessivo di un paniere di obbligazioni, considerando non soltanto le variazioni dei loro prezzi di mercato, ma anche le cedole incassate, ipotizzando che vengano reinvestite nell'indice. E' quindi la misura più completa della performance di un investimento obbligazionario, perché rappresenta il risultato economico complessivo per l'investitore prima di eventuali costi e imposte. Purtroppo da inizio anno sia quelle in dollari che in euro non hanno portato alcun beneficio alle nostre performance e per il momento non intravvediamo grossi margini di miglioramento.
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Alla vigilia della stagione delle trimestrali del terzo trimestre, le premesse rimangono comunque incoraggianti. Secondo le rilevazioni di FactSet del 2 ottobre, gli analisti si attendono per lo S&P 500 una crescita annua degli utili del 29.5% e dei ricavi del 12.3%. Numeri decisamente importanti, che dovranno naturalmente trovare conferma nei bilanci delle società, ma che aiutano a comprendere perché Wall Street sia riuscita finora a resistere così bene al continuo aumento del costo del denaro.
La domanda che ci poniamo, tuttavia, rimane sempre la stessa: per quanto tempo la crescita degli utili riuscirà a compensare rendimenti obbligazionari così elevati? E, soprattutto, quanto di questa crescita sarà effettivamente diffuso tra i diversi settori dell'economia, anziché continuare a dipendere quasi esclusivamente dai grandi protagonisti dell'intelligenza artificiale? Un interrogativo che riguarda certamente il 2027, sul quale abbiamo concentrato buona parte delle nostre riflessioni, ma che potrebbe diventare particolarmente attuale già in quest'ultimo scorcio del 2026.
Non vorremmo infatti che una correzione, della quale per il momento non esistono ancora conferme sufficienti, potesse prendere avvio proprio nelle prossime settimane, magari innescata da trimestrali meno brillanti delle attese o, peggio ancora, da indicazioni poco incoraggianti sugli utili futuri. Quando le aspettative sono così elevate, non è necessariamente sufficiente pubblicare buoni risultati: bisogna riuscire a soddisfare, e possibilmente superare, ciò che il mercato ha già incorporato nei prezzi.
Per il momento, almeno sui principali indici americani, l'analisi tecnica continua a offrirci motivi per mantenere una visione costruttiva: i trend rialzisti sono ancora riconoscibili e i supporti più importanti non sono stati compromessi. Ci piacerebbe però che, nelle prossime settimane, arrivasse una conferma altrettanto convincente anche dall'analisi fondamentale, attraverso utili solidi, margini resilienti, revisioni positive delle stime e una partecipazione alla crescita meno concentrata su poche grandi società. Perché un mercato sostenuto contemporaneamente dai grafici e dai bilanci è certamente più rassicurante di uno che deve affidarsi soltanto alla forza del proprio trend.
Individuare il momento perfetto per uscire dai mercati è un esercizio nel quale riescono in pochi e, quando accade, spesso è difficile distinguere il merito da una buona dose di fortuna. Più che cercare di anticipare il giorno esatto in cui il mercato cambierà direzione, riteniamo quindi molto più utile, e soprattutto più razionale, individuare e monitorare quei fattori che potrebbero incrinare la fiducia degli investitori, innescare le prime prese di beneficio e, qualora dovessero manifestarsi contemporaneamente, trasformare una normale correzione in qualcosa di ben più serio.
Il nostro obiettivo non è prevedere l'imprevedibile, ma riconoscere per tempo quando le condizioni che hanno sostenuto il rialzo cominciano a venir meno. Perché le prese di profitto fanno parte della normale vita dei mercati; è quando iniziano a sommarsi al deterioramento degli utili, all'aumento del costo del capitale e alla perdita di fiducia che possono diventare il segnale di un cambiamento di trend.
Vediamo dunque quali sono gli indicatori che, a nostro giudizio, meritano maggiore attenzione nelle prossime settimane:
- Delusioni diffuse sui risultati: Utili per Azione (EPS) inferiori al consenso, accompagnati da ricavi deboli o margini in calo. Un problema condiviso da più società pesa più di un risultato isolato.
- Previsioni aziendali ridimensionate: risultati trimestrali anche buoni, ma indicazioni meno favorevoli su domanda, crescita, redditività e generazione di cassa futura. Questo potrebbe spingere gli analisti a ridurre gli EPS 2027.
- Un cambiamento nella filiera AI: cloud e ricavi AI che rallentano mentre investimenti, ammortamenti e costi continuano a salire. Anche una riduzione degli investimenti (capex) avrebbe effetti diversi: potrebbe aiutare la cassa dei grandi clienti, ma penalizzare i fornitori.
- Tassi e credito che aggravano la delusione: revisioni degli utili al ribasso insieme a rendimenti elevati e spread più ampi. Sarebbe la combinazione più difficile da assorbire.
- Conferme nei prezzi: vendite persistenti sui titoli guida, partecipazione al rialzo sempre più debole e rottura dei supporti con mancati recuperi. Controlleremo anche se il mercato vende società che pubblicano risultati apparentemente buoni.
- Sarebbe particolarmente incoraggiante se il buon andamento dello S&P 500 non dipendesse quasi esclusivamente da una manciata di grandi società legate all’intelligenza artificiale, ma fosse sostenuto da un numero crescente di titoli e settori. Un miglioramento della Market Breadth (Ampiezza del Mercato) renderebbe il trend rialzista più solido, equilibrato e sostenibile, riducendo il rischio che un’eventuale correzione delle grandi società tecnologiche finisca per trascinare al ribasso l’intero indice.
E' arrivato quindi il momento di gettare un'occhiata sulle aspettative del Q3 e a tal proposito abbiamo assemblato una scorecard con qualche numero utile (clicca sulla scorecard se non riesci a leggere bene). Prima di passare al commento di alcuni dati, per coloro che non hanno confidenza con la terminologia riportata nella tabella, l'abbiamo ripresa dopo i saluti finali e vi abbiamo aggiunto una legenda in modo tale da essere più chiari anche se riteniamo che non ci sia nessun termine particolarmente "sconosciuto".
Prestate particolare attenzione alle date di pubblicazione delle trimestrali: molte sono già state confermate ufficialmente dalle società, mentre per altre si tratta ancora di date stimate (non datele per certe). Avrete certamente notato che gli appuntamenti più importanti si concentrano a ridosso della fine del mese, quando entreremo nel vivo della stagione degli utili ed inizieremo a capire se le aspettative particolarmente generose degli analisti siano effettivamente giustificate. Fino ad allora, non vogliamo certo sostenere che si possa dormire sonni tranquilli ma è proprio tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre che potrebbe arrivare il primo vero esame di maturità per il rialzo delle Borse americane.
Comunque a confortarci c'è sempre l’algoritmo di Ned Davis che anche questa volta pare abbia svolto egregiamente il proprio lavoro: ottobre è iniziato sotto i migliori auspici e Wall Street si è persino concessa il lusso di aggiornare, soltanto qualche giorno fa, i propri massimi storici. Se le trimestrali del Q3 dovessero confermare le aspettative degli analisti, ci sarebbero buone ragioni per ritenere che il mercato azionario americano possa proseguire lungo il sentiero rialzista, naturalmente a condizione che rendimenti obbligazionari e condizioni finanziarie non tornino a peggiorare ulteriormente.
Purtroppo, altrettanto ottimismo non sembra trovare spazio sui mercati europei. Le persistenti tensioni politiche e geopolitiche, alle quali si aggiungono le preoccupazioni per i conti pubblici di alcuni Paesi, continuano a frenare le nostre Borse, impedendo loro di beneficiare pienamente del clima favorevole che si respira oltreoceano. Peccato, perché un miglioramento del contesto internazionale potrebbe offrire anche all’Europa qualche buona occasione di recupero. Se lo S&P 500 dovesse continuare a macinare nuovi massimi, prima o poi qualche beneficio potrebbe arrivare anche dalle nostre parti, sebbene non sia affatto scontato che ciò basti a risolvere le debolezze interne del Vecchio Continente.
C’è poi un’altra questione sulla quale dovremo iniziare a riflettere seriamente: le elezioni americane di Midterm del prossimo 3 novembre. Che cosa potrebbe accadere ai mercati finanziari se Donald Trump e i Repubblicani dovessero uscirne pesantemente ridimensionati, magari perdendo il controllo di entrambe le Camere del Congresso? Le prime analisi che abbiamo letto non sembrano affatto concordi: alcuni osservatori temono che un simile risultato possa alimentare incertezza e volatilità, mentre altri ritengono che un Congresso diviso potrebbe limitare alcune iniziative dell’amministrazione e, sotto determinati aspetti, persino rassicurare gli investitori.
Non vogliamo anticipare conclusioni, tanto meno attribuire al risultato elettorale conseguenze che dipenderanno anche dall'andamento dell'economia e della Fed. È però un tema che merita di essere approfondito: nei prossimi Appunti cercheremo di chiarirci le idee e, soprattutto, di capire quali potrebbero essere le ripercussioni su Borse, Treasury, dollaro e aspettative sugli utili del 2027.
Lo S&P 500 (+14.11% ytd) continua a mostrare una solidità tecnica difficilmente contestabile. Il canale rialzista che accompagna l'indice da diversi anni rimane perfettamente riconoscibile e le principali medie mobili continuano a disporsi nella configurazione più favorevole. Anche l'RSI, vicino a 60, non segnala particolari eccessi, lasciando teoricamente spazio a ulteriori progressi. Il recente consolidamento sotto i massimi storici sembra quindi, almeno per il momento, più una pausa di assestamento che l'inizio di una vera correzione. Qualche cautela è tuttavia opportuna: l'indice si sta avvicinando alla parte superiore del proprio canale rialzista, mentre la partecipazione al rialzo rimane ancora relativamente concentrata. La vera conferma della solidità del movimento arriverebbe da un miglioramento della Market Breadth, capace di affiancare alla forza delle grandi società tecnologiche un contributo più generalizzato degli altri settori. Finché lo S&P 500 rimarrà sopra l'area 7’580–7’700 punti, continueremo a privilegiare lo scenario rialzista; una sua violazione ci indurrebbe invece a diventare progressivamente più prudenti.
Il Nasdaq (+17.74% ytd) continua a muoversi all'interno di un solido canale rialzista, sostenuto soprattutto dalla forza delle grandi società tecnologiche e dalle aspettative di crescita degli utili legati all'intelligenza artificiale. La chiusura a 27’366 punti mantiene l'indice vicino ai massimi storici e a breve distanza dalla resistenza dei 27’500 punti, il cui superamento potrebbe aprire la strada verso quota 28’000. Le medie mobili rimangono favorevolmente allineate e l'RSI, intorno a 60, non segnala ancora condizioni di eccesso particolarmente preoccupanti. Qualche cautela è tuttavia opportuna: la vicinanza alla parte superiore del canale e una partecipazione al rialzo ancora concentrata su pochi grandi titoli rendono il Nasdaq particolarmente sensibile a eventuali delusioni sulle prossime trimestrali. Per il momento non vediamo segnali sufficienti per parlare di inversione del trend, ma l'area 26’260–26’560 punti merita attenzione: una sua violazione, soprattutto se accompagnata da revisioni negative degli EPS e da Treasury ancora elevati, rappresenterebbe un primo deterioramento significativo del quadro tecnico.
L'Eurostoxx50 (+6.60% ytd) continua a non convincerci. A differenza dei principali indici americani, che rimangono saldamente inseriti nei rispettivi canali rialzisti, il nostro indice europeo ha ceduto il limite inferiore del canale che ne accompagnava l'ascesa dalla primavera del 2025. Non è un bel segnale, inutile nasconderlo! Per fortuna, almeno per il momento, la media mobile a 200 giorni continua a svolgere egregiamente il proprio lavoro di supporto, impedendo che il deterioramento tecnico assuma contorni ancora più preoccupanti. Anche l'RSI, sceso intorno a 41, conferma una perdita di forza del movimento, pur senza segnalare condizioni di ipervenduto.
Prima di dichiarare concluso il trend ascendente, vogliamo però concedere all'indice la possibilità di dimostrare, già nel corso della prossima settimana, di avere la forza necessaria per rientrare nel canale rialzista. Un recupero convincente, accompagnato da un miglioramento del momentum, ci permetterebbe di interpretare l'attuale cedimento come una falsa rottura. Viceversa, una permanenza prolungata al di sotto del canale e, soprattutto, l'eventuale perdita della media mobile a 200 giorni rappresenterebbero segnali ben più difficili da ignorare.
Il confronto con Wall Street rende la situazione ancora più evidente: mentre gli indici americani continuano a beneficiare delle aspettative sugli utili e della forza delle grandi società tecnologiche, le Borse europee sembrano risentire maggiormente delle incertezze politiche, delle tensioni sui debiti sovrani e di prospettive economiche meno brillanti. Per il momento, dunque, prudenza sì, ma senza anticipare un'inversione che il mercato non ha ancora definitivamente confermato.
Anche lo SMI (+3.92% ytd) purtroppo, continua a non darci grandi soddisfazioni. Il recupero di venerdì, che ha riportato l'indice a 13’787 punti, è certamente incoraggiante, ma non è ancora sufficiente per modificare il giudizio tecnico che avevamo espresso nelle scorse settimane. Lo Swiss Market Index è infatti uscito dal canale rialzista che ne aveva accompagnato l'ascesa e, almeno per il momento, non sembra avere trovato la forza necessaria per rientrarvi. I tentativi di recupero si sono arrestati in prossimità dei 14’050 punti, confermando l'importanza di questa resistenza.
Per fortuna, la media mobile a 200 giorni, attualmente intorno a 13’644 punti, continua a svolgere il proprio ruolo di supporto, impedendo che il deterioramento tecnico assuma contorni più preoccupanti. Anche l'RSI, vicino a 42, segnala una perdita di forza, ma senza indicare condizioni di ipervenduto. La situazione rimane quindi delicata, non ancora compromessa in modo definitivo.
Come per l'Eurostoxx50, prima di dichiarare concluso il trend ascendente vogliamo vedere se già nella prossima settimana lo SMI riuscirà a recuperare terreno e, soprattutto, a rientrare nel canale rialzista. Un ritorno sopra 14’050–14’145 punti sarebbe un primo passo importante, mentre una perdita convincente della media mobile a 200 giorni ci costringerebbe a diventare decisamente più prudenti. In quel caso, i 13’070 punti, che fino a qualche settimana fa sembravano così lontani, tornerebbero a rappresentare un obiettivo ribassista tutt'altro che trascurabile.
Il confronto con Wall Street resta poco confortante: mentre S&P 500 e Nasdaq continuano a gravitare vicino ai massimi storici, il mercato svizzero fatica a ritrovare una direzione convincente. Non è ancora il momento di decretare la fine del rialzo, ma certamente non possiamo ignorare i segnali di debolezza che il grafico continua a mostrarci.
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L'Economist del 5 ottobre ha pubblicato un articolo intitolato The bond market sell-off is helping the dollar dove afferma che, rendimenti dei Treasury elevati capaci di attrarre anche investitori stranieri, crescita relativa degli USA e una copiosa domanda di obbligazioni corporate (societarie), possono sostenere il dollaro anche in una fase di volatilità obbligazionaria. Questo meccanismo non è però garantito: se il mercato iniziasse a temere soprattutto la sostenibilità del debito americano, il dollaro potrebbe reagire diversamente. In effetti la pensiamo più o meno alla stessa maniera.
Tecnicamente USD/CHF mostra una struttura nettamente migliorata, con medie mobili rialziste e momentum positivo. Il cambio ha già superato 0.8200, ma deve ancora affrontare la resistenza di 0.84. È proprio questo il livello che potrebbe confermare una vera inversione di medio periodo, mentre il ritorno sotto 0.82 sarebbe il primo segnale di prudenza.
EUR/USD presenta il quadro tecnico più deteriorato. Il trend rimane ribassista ma l'RSI sotto 25 suggerisce prudenza nell'inseguire ulteriori discese. Il comportamento intorno a 1.12 sarà decisivo per distinguere un possibile rimbalzo tecnico da una nuova accelerazione verso 1.10.
Il franco è tornato a mostrare la propria forza difensiva che rafforza l'impressione che le cose in Europa non stanno andando affatto bene! Il grafico EUR/CHF conferma la fragilità della moneta europea. Il supporto 0.9216–0.9240 sarà il riferimento decisivo delle prossime sedute. Finché regge, rimane possibile una stabilizzazione; sotto questa fascia, il quadro diventerebbe sensibilmente più preoccupante.
Il Bitcoin continua a darci qualche motivo di soddisfazione, ma non ancora abbastanza per dichiarare definitivamente conclusa la lunga correzione iniziata dopo il massimo storico di 124’000$. Il recupero dai minimi della primavera, vicini a 60’000$, è stato certamente significativo e ha permesso alla criptovaluta di riconquistare alcune importanti medie mobili, migliorando sensibilmente una struttura tecnica che soltanto pochi mesi fa appariva decisamente compromessa.
La chiusura di venerdì a 82’571$ mantiene Bitcoin sopra il supporto di 81’500–82’000$, che consideriamo particolarmente importante per la tenuta del recupero. Tuttavia, il recente tentativo di superare 86’800–87’000$ non ha avuto successo e l'RSI, tornato intorno a 50, segnala che il movimento ha perso parte della propria forza. Per il momento, quindi, preferiamo continuare a parlare di consolidamento piuttosto che di una vera inversione rialzista.
Il livello che potrebbe cambiare sensibilmente la nostra interpretazione rimane 92’800$. È una resistenza che il grafico evidenzia molto chiaramente e che, se riconquistata stabilmente, rafforzerebbe l'ipotesi di una ripresa più duratura. Prima, però, sarà necessario superare l'ostacolo degli 87’000$. Viceversa, una perdita convincente di 81’500$ riporterebbe l'attenzione verso 72’700$, livello che rappresenta un importante riferimento dinamico di medio periodo.
C'è infine un aspetto che non possiamo trascurare: Bitcoin sta cercando di recuperare in un contesto finanziario tutt'altro che favorevole agli asset più speculativi. Treasury americani ancora sopra il 5%, dollaro forte e condizioni del credito meno accomodanti non costituiscono certamente il terreno ideale per un nuovo grande rialzo. La capacità di Bitcoin di mantenersi sopra i supporti è quindi incoraggiante, ma vorremmo vedere una conferma anche dai flussi verso gli ETF spot e da una ripresa convincente del momentum. Per ora il mercato sembra volerci dire che il peggio potrebbe essere alle spalle, ma la prova definitiva deve ancora arrivare.
L'oro continua a rappresentare uno dei mercati più difficili da interpretare in questa fase. Con tutte le tensioni geopolitiche, le preoccupazioni per i debiti pubblici e un'inflazione che non sembra voler rientrare facilmente, ci saremmo forse aspettati una maggiore forza del metallo prezioso. E invece, dopo avere raggiunto massimi vicini a 5’500$ l'oncia, l'oro ha attraversato una correzione piuttosto importante, tornando a chiudere venerdì intorno a 4’194$.
Dal punto di vista tecnico, la situazione merita particolare attenzione. Le quotazioni si trovano ancora sotto le principali medie mobili, compresa quella a 200 giorni, che transita intorno a 4’530$, e l'RSI, vicino a 46, conferma un momentum non particolarmente brillante. C'è tuttavia un elemento che ci induce a non diventare eccessivamente pessimisti: la trendline ascendente di lungo periodo, che accompagna il movimento dalla primavera del 2025, continua per il momento a offrire un importante riferimento di supporto.
Sarà proprio la tenuta dell'area 4’100–4’200$ a dirci se l'oro dispone ancora della forza necessaria per costruire una base dalla quale ripartire. Un recupero sopra 4’334$ rappresenterebbe un primo segnale incoraggiante, ma per tornare a guardare con maggiore ottimismo al metallo prezioso vorremmo vederlo riconquistare anche la media mobile a 200 giorni. Viceversa, la perdita della trendline e soprattutto del supporto a 3’950$ ci costringerebbero a rivedere sensibilmente la nostra interpretazione.
Non dimentichiamo, infine, che il principale concorrente dell'oro rimane oggi il mercato obbligazionario americano. Con Treasury che continuano a offrire rendimenti particolarmente elevati e un dollaro sostenuto dal differenziale dei tassi, il metallo prezioso fatica a beneficiare pienamente del proprio ruolo di bene rifugio. La situazione potrebbe naturalmente cambiare qualora i rendimenti reali (al netto dell'inflazione) iniziassero a scendere oppure la domanda di protezione tornasse a prevalere. Per il momento preferiamo attendere una conferma tecnica prima di dichiarare conclusa la fase correttiva.
Buona domenica!
Legenda degli indicatori — Trimestrali Q3 2026
Una breve guida per comprendere i principali indicatori utilizzati nel cruscotto degli Appunti Finanziari, anche senza particolari conoscenze finanziarie.
1. EPS (Earnings Per Share) — Utile per azione. Indica quanto utile netto viene attribuito a ciascuna azione di una società. È uno degli indicatori principali della redditività aziendale. Nel cruscotto confrontiamo gli EPS effettivamente pubblicati con quelli attesi dagli analisti.
2. Ampiezza della sorpresa EPS. Misura di quanto gli utili per azione effettivi abbiano superato o deluso le aspettative degli analisti. Per esempio, se erano previsti EPS di 2.00$ e vengono pubblicati EPS di 2.20$, la sorpresa positiva è del 10%. È diversa dalla percentuale di società che battono le attese: misura di quanto le superano.
3. Crescita degli utili. Indica di quanto sono aumentati o diminuiti gli utili delle società rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. Una crescita del 15% significa che gli utili sono superiori del 15% rispetto a un anno prima. Non significa necessariamente che abbiano superato le aspettative degli analisti.
4. Crescita dei ricavi. Misura l'aumento o la diminuzione del fatturato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Permette di capire se le aziende stanno vendendo di più, indipendentemente da quanto riescano a guadagnare su quelle vendite.
5. Margine netto Q3 2026. Indica quale percentuale dei ricavi del terzo trimestre si trasforma in utile netto. Un margine del 15% significa che ogni 100$ di fatturato generano 15$ di utile netto. È un indicatore importante per capire quanto le aziende riescano a controllare i costi.
6. Margine netto Q3 2025. È il margine netto dello stesso trimestre dell'anno precedente. Serve come termine di confronto: se il margine passa dal 13% al 15%, significa che la redditività è migliorata di 2 punti percentuali, anche senza conoscere l'aumento del fatturato.
7. Guidance EPS positiva e negativa. La guidance è la previsione sugli utili futuri comunicata direttamente dalle aziende. È positiva quando la previsione supera le aspettative degli analisti e negativa quando risulta inferiore. È particolarmente importante perché la Borsa guarda soprattutto agli utili futuri, non soltanto a quelli appena pubblicati.
8. Revisione EPS Q3. Indica quanto gli analisti hanno modificato le loro stime degli utili per il terzo trimestre rispetto a una precedente rilevazione. Una revisione positiva significa che si aspettano utili maggiori; una negativa segnala un peggioramento delle aspettative. Non va confusa con la sorpresa sugli utili effettivamente pubblicati.
9. EPS 2027 bottom-up. È la stima degli utili per azione dell'intero S&P 500 per il 2027, ottenuta aggregando le previsioni degli analisti sulle singole società che compongono l'indice, secondo la metodologia del fornitore dei dati. È uno dei parametri fondamentali per valutare se le quotazioni azionarie siano sostenute da utili futuri sufficientemente elevati.
10. Revisione EPS 2027. Misura di quanto è cambiata la previsione degli EPS dell'S&P 500 per il 2027 rispetto alla rilevazione precedente. Per esempio, un passaggio da 418.80$ a 420.59$ rappresenta una revisione positiva di 1.79$, pari a circa +0.43%. È uno degli indicatori più importanti del nostro monitoraggio, perché ci permette di individuare tempestivamente un eventuale deterioramento delle aspettative sugli utili futuri.
Come leggere correttamente il cruscotto
La distinzione fondamentale è tra risultati effettivi, aspettative e revisioni.
Risultati effettivi: ciò che le società hanno realmente guadagnato e fatturato.
Aspettative: ciò che analisti e mercato prevedevano prima della pubblicazione.
Revisioni: come cambiano le previsioni degli analisti nel tempo.















