domenica 1 febbraio 2026

Violento sell-off su oro e argento: la causa

Vi confessiamo che non sappiamo bene da dove iniziare: la settimana, come da nostre aspettative, è stata particolarmente intensa e oggi siamo costretti a fare una selezione delle notizie per concentrarci su ciò che riteniamo sia davvero essenziale per la gestione dei portafogli.

L’evento più rilevante è stato senza dubbio la decisione della Federal Reserve di mantenere invariato il costo del denaro. Le motivazioni che hanno spinto Powell e i suoi colleghi a rinviare qualsiasi intervento restano sostanzialmente immutate: l’inflazione non è ancora rientrata nei parametri desiderati, il mercato del lavoro non mostra segnali di deterioramento marcato e la crescita economica rimane solida.

L’impressione è che la Fed — nonostante le ripetute pressioni politiche — non si muoverà almeno fino alla fine di giugno ma allo stesso tempo, nella mente degli analisti e degli investitori, resta intatta l’ipotesi di almeno tre tagli dei tassi nella seconda metà dell’anno.

Uno scenario di questo tipo ha inevitabilmente pesato sul biglietto verde innescando un vero e proprio sell-off che ha spinto il dollaro sui minimi storici contro il franco svizzero: ancora una volta si è così evidenziato — se mai ce ne fosse stato bisogno — il ruolo difensivo che la valuta elvetica continua a svolgere nelle fasi d'incertezza macroeconomica e geopolitica.


La scorsa settimana avevamo indicato un target tecnico per il dollaro a 0.7720. Purtroppo la realtà dei fatti è stata ancor più penalizzante per la valuta americana che ad un certo punto sembrava non avesse più nessun tipo di supporto: per fortuna si è fermata a 0.7610 prima di rimbalzare. Sulla natura del rimbalzo ci arriveremo tra poco.


Anche contro euro la valuta americana non ha avuto scampo e ha fornito all'euro una notevole spinta che gli ha permesso di rompere senza troppi indugi la soglia dell'1.19; la corsa si è fermata solo dopo aver superato un'altra resistenza importante a 1.20, che non vedeva dal lontano giugno 2021, per poi ritracciare e rientrare nel canale di scorrimento laterale che da molto tempo siamo abituati a vedere.

Sulla natura dei rimbalzi e dei ritracciamenti valutari questa volta dobbiamo ringraziare Trump: si è infatti deciso a svelare chi prenderà il posto di Powell quale Presidente della FED. Dopo settimane di speculazioni varie e di nomi più o meno improbabili la decisione è caduta, Senato permettendo, sulla figura di Kevin Warsh, un economista e finanziere che ha un'esperienza pregressa all'interno della FED (2006-2011) ed ha legami profondi con i mercati finanziari che conosce a menadito. 

E' percepito dai mercati come favorevole a tagli dei tassi moderati e data-dependent. Ha idee più  accomodanti  rispetto all’attuale Presidente ma sembra comunque lontano da un allentamento aggressivo imposto dalle pressioni politiche. Sostiene che la Fed debba guidare il costo del denaro sul breve termine.  Per contro i rendimenti a lungo termine dovrebbero essere lasciati al mercato: infatti non è un fautore d'interventi sistematici sul mercato dei Treasury tramite acquisti di titoli.

Vedremo. Ora inizia la vera prova dei fatti. Se Warsh si dimostrerà coerente con le posizioni che ha sempre sostenuto — ossia che i rendimenti a lungo termine debbano essere lasciati alla libera determinazione del mercato — è facile immaginare quale pressione potrebbe esercitarsi sulla parte lunga della curva dei tassi statunitensi - dai dieci anni in su -  in presenza di un debito pubblico che ha ormai superato con slancio i 38 trilioni di dollari, di cui quasi 30 detenuti da investitori privati americani ed esteri. Proprio questi ultimi, per continuare a finanziare un emittente così fortemente indebitato, pretenderanno verosimilmente una remunerazione più elevata.  Nei prossimi post parleremo più diffusamente del Giappone, di cosa sta succedendo in quel Paese, e quali potrebbero essere le conseguenze per il debito pubblico americano.

Comunque sia, questa idea di rese più elevate sulla parte lunga della curva dei rendimenti, è piaciuta al dollaro ma è andata di traverso al mercato dei metalli preziosi: uno scenario di Treasury verosimilmente più redditizi sul lungo termine evidentemente non l'aveva pienamente scontato. La reazione di venerdì è stata eloquente:


Il calo dell'oro - impressionante l'escursione giornaliera tra minimo e massimo (16%) -  riflette soprattutto la rapida risalita delle aspettative sui rendimenti reali USA e il rafforzamento del  dollaro dopo l’ipotesi Warsh alla Fed, che ha spinto gli investitori a smontare posizioni costruite su scenari di tassi più bassi e politiche monetarie ultra-accomodanti. Il peso, sicuramente non indifferente, dei movimenti speculativi delle ultime settimane ha fatto il resto. 


Ancora più impressionante è stato il sell-off sull’argento: nelle sedute di giovedi e venerdì, tra massimo e minimo, si è registrata un’escursione di ampiezza eccezionale (39%). Episodi di questo tipo sono utili per ribadire un punto spesso sottovalutato. Il fatto che l’oro — e più recentemente anche l’argento e gli altri metalli preziosi — venga considerato un bene rifugio * non significa affatto che l’investitore sia automaticamente protetto dai movimenti violenti dei prezzi generati da squilibri improvvisi tra domanda e offerta. 
Per intenderci, il sell-off su oro e argento di venerdì  ha comportato una riduzione del prezzo sul mercato di circa 3 trilioni di dollari per quello che riguarda le principali posizioni finanziare globali (ETF, futures e OTC): per farvi capire meglio cosa è successo, è come se la totalità dei bitcoin minati fino ad oggi avesse perso tutto il suo valore! Vogliamo esagerare? Esageriamo: considerata l'intera massa  di oro fisico mondiale e non solo quello derivante dalle operazioni finanziarie in corso, la contrazione del valore di oro e argento di giovedì e venerdì sale a circa 7 trilioni di dollari poco meno di un quinto dell'interno debito pubblico americano. Crediamo che ci siamo intesi!

A questo punto siamo certi che in voi è sorta spontanea una domanda: a questi livelli bisogna comprare oro e/o argento? Francamente non lo sappiamo... Se non avete un'anima speculativa, muovetevi con grande prudenza.

* un bene rifugio è un asset percepito come sicuro, liquido e affidabile capace di offrire protezione nelle crisi sistemiche o nei momenti di incertezza. Sbarazziamo il campo da un grande equivoco: nessun asset è un bene rifugio in senso assoluto: la sua efficacia dipende dal tipo di crisi che stiamo affrontando (inflattiva, recessiva, crisi bancaria, conflitti armati, default di Stati sovrani, ecc.) e dal contesto monetario e fiscale nel quale siamo immersi. Insomma, non esiste un bene rifugio valido per ogni stagione.

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Già che abbiamo menzionato il bitcoin -  che NON è come vorrebbero farci credere un bene rifugio - vediamo qual'è la situazione:


La scorsa settimana avevamo evidenziato il fallimento del pullback dopo la rottura della resistenza a 92'800$. Rientrato sotto questo livello, per tutta la settimana questa crypto è rimasta debole e sabato 31 gennaio si è adagiata sul supporto degli 81'500 dollari per poi procedere ad un mini rimbalzo. Attenzione: questo livello, considerata la fase di accumulo tra febbraio e aprile 2025 dovrebbe essere confermato ma se non tiene andiamo dritti dritti verso i 75'000 $. Prudenza.

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Altro grande appuntamento di questa settimana sono stati gli utili aziendali: riportiamo nella tabella quelli pubblicati dai Magnifici 7:


In linea di massima gli utili hanno superato le attese (bene), ma la reazione della quotazione borsistica è stata mista: da notare il -7% di Microsoft dovuto alle preoccupazioni per investimenti (forse) eccessivi nell'AI. Investire troppo in AI o essere in ritardo nel mettersi a giorno con i parametri imposti dall'AI (sono gli estremi dello stesso problema) comporta un sanzionamento da parte dei mercati.

Lo sa bene anche SAP — uno dei nostri titoli europei preferiti — che ha vissuto giornate migliori: il titolo è crollato nonostante utili e margini superiori alle attese. Al mercato non è piaciuta la guidance per il 2026, che prevede un leggero rallentamento della crescita del cloud (dal +26% del 2025 al +23%-25% atteso per il 2026) sul quale l’azienda ha puntato molto per le sue entrate future. 

Il titolo è arrivato a perdere quasi il 16% prima di recuperare parzialmente. Forse la reazione è stata eccessiva (teniamolo sotto osservazione…), ma è il trattamento riservato in questa fase a chi non riesce a restare allineato alle attese o presenta prospettive meno brillanti. È, in definitiva, il comportamento tipico di un mercato che — concedeteci il gioco di parole — non è affatto a buon mercato.

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Ritorniamo un attimo in America: c'è un dato macro che deve farci riflettere e che alla lunga potrebbe creare qualche problema. Martedì hanno pubblicato l'indice di fiducia dei consumatori americani:

  • Consumer confidence USA gennaio: 84.5 (atteso: 90; precedente: 94.2)

Ha ricominciato a scendere e questa volta i motivi non sono legati al Liberation Day del 2 di aprile 2025 ma le cause sono più profonde: in sintesi la fiducia dei consumatori USA di gennaio è scesa vistosamente raggiungendo il livello più basso in oltre 12 anni (84,5 punti) principalmente per paura di un'inflazione persistente,  della percezione di un mercato del lavoro più debole (se perdo il lavoro forse faccio fatica a trovarne un'altro), dell'incertezza sulle tariffe commerciali e la politica economica ed un peggioramento sia delle condizioni correnti sia delle aspettative future. 

Tutto questo si riflette in un crescente pessimismo delle famiglie che a sua volta si traduce in un raffreddamento della spesa delle famiglie (soprattutto delle classi medie e basse). Ripercussioni sul PIL per il momento sembrano non essercene ma alla lunga qualche cosa potrebbe succedere...

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Un'ultima considerazione prima di dare un'occhiata alle borse: questa settimana avete ancora sentito parlare di Venezuela e di Groenlandia? Noi poco o nulla: come se il problema non esistesse.

Abbiamo invece sentito parlare molto di Iran. La situazione in Medio Oriente resta estremamente tesa: l’amministrazione  Trump ha rafforzato la presenza navale statunitense nella regione con lo schieramento del gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln e diverse navi da guerra, mantenendo l’opzione militare aperta contro l'Iran senza però una decisione operativa definitiva. Questo dispiegamento, pur pensato come deterrenza, aumenta il rischio geopolitico e potrebbe avere ripercussioni sui mercati energetici globali (in particolare attraverso possibili pressioni sullo Stretto di Hormuz). 

Nel contempo l’Iran ha avviato esercitazioni navali nella zona dello Stretto di Hormuz coinvolgendo pure Russia e Cina nelle acque del Golfo di Oman come risposta alla crescente pressione.  Una escalation regionale significativa potrebbe rapidamente complicare il quadro strategico coinvolgendo attori di primo piano da entrambi i lati. Insomma, l'Iran e i suoi alleati non sono il povero Venezuela e tanto meno i 57'000 abitanti della Groenlandia. Prima di innescare un conflitto bisogna esser sicuri di quello che si sta facendo.

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Per questa domenica vi abbiamo tediato già abbastanza: alleghiamo Ned Davis e i 4 grafici dei soliti mercati senza commenti (siamo certi che oramai li sapete leggere da soli...). Per tutti è valida una sola, ma importantissima, osservazione: il trend ascendente delle 4 borse è sempre in essere e per il momento non intravvediamo pericoli immediati di un loro cambiamento. 

Ned Davis: 


S&P500 (+1.37% ytd):



Nasdaq (+0.95% ytd):



Eurostoxx50 (+2.70% ytd):


SMI (-0.60% ytd):



Buona domenica!!

domenica 25 gennaio 2026

In arrivo una settimana importante.

Non vi nascondiamo che questa settimana, complice il World Economic Forum di Davos, i mercati non li abbiamo seguiti con la consueta meticolosità. Del WEF si è parlato ovunque —  giornali, televisioni e social — al punto che oggi non avevamo quasi intenzione di tornarci sopra. Poi abbiamo visto l’ultima copertina dell’Economist




… e due parole, ma proprio due, sull’attività di Donald Trump dall’inizio dell’anno e sul suo intervento a Davos ci sembrano inevitabili: il suo modo di agire sta avendo un impatto percepibile sui mercati finanziari ed il comportamento dei metalli preziosi ne è forse la miglior testimonianza.

Se Joe Biden è passato alla storia come uno dei presidenti meno interventisti sul piano operativo, il suo successore appare agli antipodi e, nel giro di appena tre settimane, ha già inanellato una serie di iniziative che vale la pena riassumere:

Ha sorpreso il mondo con un inusuale intervento militare in Venezuela, culminato nella rimozione del presidente in carica e accompagnato dall’evidente obiettivo strategico di assicurarsi l’accesso al petrolio venezuelano: la quantità è enorme ma di qualità mediocre.

Ha inoltre avviato uno scontro frontale con la Federal Reserve o più precisamente con il suo attuale presidente. Le preoccupazioni sull’indipendenza della banca centrale statunitense sono comprensibili e — come vedremo — il dollaro ne sta già risentendo.

La tentazione di intervenire militarmente in Iran per reprimere le proteste popolari sarebbe stata forte, ma per il momento qualcuno lo ha convinto a soprassedere. Resta da capire cosa accadrà alla prossima ondata di disordini.

C’è poi il capitolo Groenlandia. «È solo un grosso pezzo di ghiaccio», dice Lui , ma i ghiacci si stanno sciogliendo e sotto la superficie si trovano le terre rare. Inoltre, l’apertura di nuove rotte di navigazione artica fa gola a molti. Più che un’invasione militare, sembra però profilarsi una guerra commerciale: sono previsti dazi nei confronti dei Paesi contrari a vedere la bandiera americana sventolare sull’isola. Del resto, sono proprio le tariffe doganali ciò che i mercati temono di più e pure questo Lui lo sà! Questa settimana la sola prospettiva di nuove imposte ha fatto aumentare la volatilità e scendere i listini; una relativa calma è tornata soltanto quando è apparso chiaro che, almeno per ora, non se ne farà niente.

Per non farsi mancare nulla, Trump è anche l’artefice e il presidente del Board of Peace, un organismo che ricorda una versione riveduta e corretta delle Nazioni Unite. L’iniziativa nasce principalmente per affrontare la ricostruzione e la transizione post-conflitto nella Striscia di Gaza nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, ma è stata presentata pubblicamente con un mandato più ampio in materia di gestione dei conflitti e governance internazionale.

Le caratteristiche di questo nuovo organismo non vi saranno certo sfuggite, soprattutto per il ruolo centrale attribuito al suo fondatore:

  1. Trump ne è presidente a tempo indeterminato.

  2. Decide personalmente chi può aderire.

  3. Per ottenere un seggio permanente occorre versare un miliardo di dollari.

  4. Il presidente dispone del diritto di veto.

Se non sembra un club per giocatori di golf, poco ci manca.

Per il momento una ventina di Paesi hanno dato il loro assenso ma all'appello mancano ancora quelli di peso sistemico. È inoltre interessante notare che Jared Kushner, in qualità di consigliere speciale e genero di Trump, è stato tra i principali promotori del piano statunitense per la ricostruzione di Gaza presentato a Davos, dove ha mostrato rendering e concept della cosiddetta “Nuova Gaza”: infrastrutture moderne, quartieri residenziali, turismo e sviluppo economico. A quanto pare, i primi 20 miliardi di dollari per questa operazione immobiliare sarebbero già stati reperiti...

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Fortunatamente, la settimana che sta per concludersi non è stata particolarmente ricca di dati macroeconomici rilevanti; la prossima, invece, si preannuncia decisiva per l’andamento dei mercati nei mesi a venire. In particolare, mercoledì è in calendario la riunione della Federal Reserve:


la probabilità di un taglio dei tassi è scesa ad un misero 4,4%  e quindi, in questo contesto, sarà particolarmente importante prestare attenzione alle parole di Powell che verosimilmente, non avendo più vincoli politici immediati, potrebbe esprimersi in modo più diretto sulla situazione economica statunitense.

A breve è inoltre attesa la nomina del nuovo Governatore e, da quel momento, Powell potrà considerarsi — con qualche mese di anticipo — un felice pensionato .

Sempre mercoledì 28 gennaio sono attesi i numeri dell'ultimo trimestre di alcune importanti società:


In particolare, ciò che interesserà maggiormente gli investitori — oltre al confronto tra utili per azione ed aspettative  — sarà il piano di investimenti che molte società stanno delineando in ambito Intelligenza Artificiale (IA). (clicca sul grafico se non lo vedi bene)



Non è più un segreto che molti analisti si stanno interrogando sull’eventuale eccesso d'investimenti in Intelligenza Artificiale.  Le grandi società tecnologiche, come dimostra il grafico,  hanno già messo in conto oltre mezzo trilione di dollari e, qualora tali livelli di spesa risultassero effettivamente troppo elevati, sono già partite le scommesse su quanto tempo potrebbe essere necessario prima di vedere un ritorno a utili particolarmente robusti simili a quelli a cui ci hanno abituato negli ultimi anni.

Non dobbiamo dimenticare che il mercato appare parecchio  “tirato” e basta davvero poco per essere severamente puniti dagli investitori. Emblematico è il caso di Intel che venerdì, pur avendo pubblicato risultati non drammatici, ha chiuso la seduta con un ribasso del 17%. Un segnale poco rassicurante.


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Vi avevamo già avvertito che il 2026, dal punto di vista borsistico, non si preannuncia come un anno semplice e anche l’algoritmo di Ned Davis sembra averlo capito. Gli eventi potenzialmente in grado di provocare improvvisi aumenti della volatilità non mancheranno e, in un contesto così complesso, chi non se la sente di affrontare un percorso tanto tortuoso,  potrebbe valutare l’opportunità di consolidare parte dei guadagni realizzati lo scorso anno e, per il momento, osservare l’evoluzione dei mercati da una posizione meno esposta rispetto al pieno investimento.



La settimana dello S&P 500 (+1.02% ytd) si è conclusa sostanzialmente invariata, ma non si può certo parlare di una fase di consolidamento tranquilla. Il timore di nuovi dazi su scala globale ha infatti riacceso la volatilità, spingendo l’indice fino a testare la media mobile a 100 giorni, prima di rimbalzare.

Dal punto di vista tecnico restiamo pienamente inseriti nel trend rialzista di medio periodo e, allo stato attuale, non emergono segnali concreti di un’inversione di direzione. Manteniamo quindi le posizioni in essere, consapevoli che un superamento deciso della resistenza in area 7.000 punti potrebbe fornire un’ulteriore accelerazione al movimento ascendente.

Le trimestrali in pubblicazione nelle prossime settimane saranno un passaggio chiave per valutare la sostenibilità del trend.



Abbiamo temuto il peggio. Nel corso della settimana il Nasdaq (+1.12% ytd) ha violato al ribasso il supporto del triangolo evidenziato in azzurro; fortunatamente, anche in questo caso, la media mobile a 100 giorni ha svolto un ruolo di trampolino per il rimbalzo, consentendo all’indice di rientrare all’interno della figura di consolidamento.

L’episodio dimostra, ancora una volta, come quest’anno anche l’analisi tecnica possa generare segnali fuorvianti e richieda quindi un’interpretazione particolarmente prudente. È evidente che dobbiamo imparare a leggere i grafici con una flessibilità maggiore rispetto al passato — un esercizio tutt’altro che semplice in un contesto dominato da fattori esogeni e geopolitici.


Il fatto che l’Eurostoxx 50 (+2.71% ytd) abbia corretto, lasciando sul campo quasi due punti percentuali, non ci sorprende più di tanto. Lo sprint — accompagnato da una salita quasi verticale — messo a segno tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno rendeva infatti plausibile una fase di consolidamento.

Per il momento, con un RSI rientrato su livelli prossimi alla neutralità, ci sentiamo relativamente a nostro agio. Il trend rialzista avviato verso la metà del 2025 resta pienamente intatto e, nonostante il recente arretramento, ci attendiamo risultati societari complessivamente solidi che dovrebbero contribuire a sostenere la direzionalità dell’indice.



Osservando la performance dello SMI (-0.91% ytd) verrebbe spontaneo pensare: ci risiamo! Lo scorso anno, prima di colmare il divario rispetto alle altre borse europee, ci sono voluti quasi undici mesi. L’avvio del nuovo esercizio è stato segnato da una rotazione settoriale che ha penalizzato — e non di poco — le compagnie assicurative. Titoli che, non a caso, occupano un posto rilevante nei portafogli orientati al reddito grazie a dividendi particolarmente generosi (tra il 3,5% e il 5,5%) e che nel 2025 avevano effettivamente trainato l’indice.

All’inizio dell’anno lo SMI si trovava in una condizione di evidente ipercomprato (cerchio in nero), rendendo una correzione non solo possibile ma in parte attesa. È quindi positivo constatare che l’RSI sia rientrato su livelli neutri e, soprattutto, che il supporto in area 13.070 punti stia svolgendo il proprio ruolo. Nel complesso lo SMI resta perfettamente inserito nel trend rialzista di fondo e, per il momento, non vediamo motivi per una preoccupazione eccessiva.


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Ci dispiace constatarlo, ma la narrativa del “sell America” — con la conseguente fuga dal dollaro e dai Treasury verso beni rifugio come l’oro e il franco svizzero — continua a persistere.

La rottura del supporto in area 0,7890 non rappresenta un segnale incoraggiante; il prossimo livello tecnico rilevante si colloca attorno a 0,7720. Resta la possibilità che un RSI in territorio ipervenduto possa favorire un rimbalzo tecnico della valuta statunitense ma al momento preferiamo mantenere un approccio cauto su questo scenario.



Anche contro l’euro il dollaro continua a mostrarsi fragile: a breve potrebbero essere necessari 1,19 dollari per acquistare un euro, un livello già toccato brevemente verso la metà di settembre dello scorso anno. In linea teorica quest’area dovrebbe rappresentare una resistenza significativa.

Naturalmente, qualora tale soglia venisse superata in modo convincente, si aprirebbero scenari più complessi che, allo stato attuale, preferiamo non anticipare.



Nel contesto attuale non sorprende ritrovare l’EUR/CHF in prossimità del supporto in area 0,9216. È comprensibile un certo livello di preoccupazione: qualora tale soglia dovesse cedere, si aprirebbero scenari decisamente meno rassicuranti dal punto di vista dei flussi valutari.

Si tratta già della sesta volta che il cross testa questo livello tecnico: finora ogni tentativo di rottura è stato seguito da un rimbalzo. Tuttavia, se l’attuale incertezza geopolitica dovesse protrarsi, il comportamento degli investitori potrebbe effettivamente cambiare mettendo sotto pressione anche supporti che in passato si sono dimostrati solidi.



Per quanto riguarda il Bitcoin, dobbiamo constatare con una certa delusione che il pullback dopo il ri-test del supporto in area 92.800 dollari — che avrebbe dovuto rilanciare la criptovaluta ben oltre quota 100.000 — si è rivelato un falso segnale. Le quotazioni sono infatti rientrate nella dinamica laterale che caratterizza l’andamento degli ultimi tre mesi.

Per chi ha costruito una posizione confidando nel segnale fornito dall’analisi tecnica, capiamo perfettamente la sua delusione. Detto ciò, i falsi segnali fanno parte integrante dei mercati e rappresentano un promemoria importante: non conviene mai fare un passo più lungo della gamba soltanto perché un grafico ha generato un’indicazione d’acquisto.


Buona domenica!






domenica 18 gennaio 2026

L'inflazione USA è appiccicosa: cause e conseguenze.

Sono trascorsi poco più di quindici giorni dall’inizio dell’anno e ancora meno sono stati quelli in cui i mercati finanziari hanno operato a pieno regime. Guardando a questo avvio del 2026, il confronto con le prime due settimane del 2025 viene naturale, ma le differenze tra i due periodi appaiono evidenti.


All’inizio del 2025 i mercati erano partiti con maggiore decisione, sostenuti da un diffuso ottimismo, dal buon andamento dei titoli growth e dalla convinzione che i tassi di interesse sarebbero scesi rapidamente. Il 2026, al contrario, si è aperto in modo più prudente e disomogeneo, con movimenti contenuti, maggiore volatilità e una rotazione più marcata tra i diversi settori.
Anche i cosiddetti “Magnifici 7” sembrano aver rallentato mostrando una perdita di slancio rispetto al passato. Sullo sfondo restano inoltre le tensioni geopolitiche che, sebbene per il momento i mercati sembrino ignorarle, potrebbero nel tempo tornare a influenzare in modo significativo l’andamento finanziario, con effetti difficili da prevedere ma sicuramente potenzialmente negativi.

Insomma, fin dalle prime battute il 2026  - come avevamo già sottolineato la scorsa settimana - sembrerebbe non essere un anno semplice, avvalorando l'ipotesi che per le borse sarà un anno di consolidamento. I movimenti attesi saranno per lo più laterali. Ovviamente speriamo di essere smentiti.

All’inizio dello scorso anno le aspettative di mercato per una riduzione del costo del denaro negli USA erano particolarmente ambiziose e si parlava di almeno cinque o sei tagli dei tassi. I fatti hanno poi raccontato una storia diversa: la Federal Reserve, nel corso del 2025, è intervenuta solo tre volte. Per il 2026 le attese, ad oggi,  sono decisamente più contenute: il consenso di mercato si orienta verso un paio di tagli con la possibilità di un terzo solo nella parte finale dell’anno, ammesso e non concesso, che le  condizioni macroeconomiche lo permetteranno.

Questa maggiore cautela da parte della Fed ha motivazioni ben precise. Da un lato, l’inflazione si è dimostrata più persistente del previsto e alcuni fattori strutturali — come le pressioni sui costi e le politiche commerciali — continuano a rappresentare elementi di rischio. 

Dall’altro, la banca centrale americana è impegnata a difendere la propria indipendenza dalle crescenti pressioni politiche. L’amministrazione Trump sta esercitando, anche con modalità poco ortodosse, forti sollecitazioni affinché la politica monetaria diventi più accomodante. In questo contesto il presidente della Fed Jerome Powell, ormai prossimo alla fine del suo mandato, sembra determinato a preservare l’autonomia dell’istituzione. Non avendo più obiettivi di carriera da difendere sta opponendo una resistenza decisa a interferenze esterne, consapevole di quanto l’indipendenza della banca centrale sia un elemento fondamentale per la credibilità della politica monetaria. Chi ha familiarità con i mercati finanziari sa bene quanto questa battaglia sia rilevante: una Fed percepita come politicamente condizionata rischierebbe di perdere autorevolezza, con conseguenze potenzialmente molto più gravi di qualche mancato taglio dei tassi.

A proposito d'inflazione, questa settimana sono stati pubblicati i dati relativi a quella americana:

  • CPI yoy         : 2.7% (atteso: 2.7%; precedente: 2.7%)
  • Core CPI yoy: 2.7% (atteso: 2.6%; precedente: 2.6%9

Se guardiamo la struttura del CPI statunitense, il contributo più rilevante alla persistenza inflazionistica proviene da servizi correlati all’alloggio (shelter cost), seguiti da componenti come alimentari e alcune categorie di servizi legati alla salute, trasporti e tempo libero. Questi comparti non solo hanno un peso significativo nel paniere dei consumi, ma tendono anche a rispondere con più lenta dinamica alle variazioni monetarie, rendendo l’inflazione più “sticky” nel tempo.

L’ultimo Beige Book della Federal Reserve conferma che le pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti non sono del tutto rientrate: nella maggior parte dei distretti i prezzi continuano, anche se ad un ritmo moderato, a crescere .

Un tema ricorrente nel report è l’impatto dei dazi, indicati da molte imprese come una fonte significativa di aumento dei costi. Dopo averli inizialmente assorbiti nei margini, un numero crescente di aziende sta iniziando a trasferirli sui prezzi finali, contribuendo a mantenere una certa pressione inflazionistica.



Anche se per il momento gli analisti non ne parlano diffusamente, riteniamo opportuno segnalare un movimento rialzista piuttosto evidente nel comparto delle materie prime, come indicato dall’apposito indice Bloomberg. Qualora questa tendenza dovesse proseguire con l’attuale intensità, sarebbe solo una questione di tempo prima che tali rincari si riflettano sui prezzi finali esercitando un’ulteriore pressione inflazionistica.

Le conseguenze di una persistente inflazione si esplicitano in una riduzione dei consumi nelle fasce medio-basse della popolazione americana:  esistono report, in parte da verificare con precisione in quanto recenti, che indicano come una larghissima quota di famiglie statunitensi, si parla di un 92% dei consumatori americani,  hanno tagliato la spesa nel corso del 2025 anche su voci essenziali come alimentari e sanità. In base a un articolo pubblicato il 7 gennaio 2026, si stima  che quasi la metà abbia attinto ai risparmi per far fronte alle spese correnti. A sostenere i consumi rimangono solo le famiglie delle fasce alte per le quali l'inflazione è un problema marginale. Per quanto potrà continuare non si sa ma il rischio è quello che prima o poi anche il PIL americano potrebbe risentirne.


Per il momento il GDPNow calcolato in tempo reale dalla FED di Atlanta non sembra fare una piega: anzi, non è mai stato così alto negli ultimi anni ma, se ben ricordate, dobbiamo tenere in considerazione che questo è l'effetto soprattutto di una diminuzione delle importazione in America. Nel calcolo del PIL, la riduzione delle importazioni contribuisce ad aumentare il tasso di crescita perché diminuisce la componente sottrattiva della bilancia commerciale; si tratta tuttavia di un effetto in larga parte contabile, che può sostenere temporaneamente il dato aggregato senza riflettere necessariamente un rafforzamento strutturale dell’economia domestica. Ergo, vedremo i dati ufficiali del PIL americano pubblicati il 20 febbraio cosa ci diranno...

È possibile che il PIL “made in USA” non raggiungerà il 5,3% ma tuttavia ci aspettiamo che il dato pubblicato sarà ancora solido. Se tale dinamica dovesse confermarsi sufficientemente sostenuta, rappresenterebbe un ulteriore elemento a favore di una FED orientata a rinviare eventuali tagli dei tassi di interesse.

E' chiaro che l'assenza di tagli ai tassi non fa del bene all'universo obbligazionario:


In realtà, lo scorso anno il comparto obbligazionario statunitense non si è comportato affatto male: l’indice total return elaborato da Bloomberg mostra una crescita dell’8,26%, un risultato tutt’altro che trascurabile. Tuttavia, se si considera la significativa debolezza del dollaro, che nello stesso periodo ha perso circa il 12% sia contro il franco svizzero sia contro l’euro, il rendimento per un investitore europeo o svizzero risulta negativo, nell’ordine di un –4%. Il 2026, coerentemente con lo scenario che abbiamo appena delineato, non è iniziato nel migliore dei modi e l’indice registra già una flessione dello 0,76%.



La BCE ha tagliato i tassi, probabilmente per l’ultima volta, nel giugno 2025 e da allora sul comparto obbligazionario si è instaurata una fase di sostanziale stabilità. Il settore aveva già ampiamente anticipato, nell’ultimo trimestre del 2023, i significativi tagli dei tassi poi realizzati nel corso del 2024 e,  a partire dall’estate di quell’anno, non si sono più registrati movimenti di rilievo: l’indice si è infatti mosso prevalentemente in laterale fino a oggi. Siamo certi che molti di voi hanno notato come la modesta performance del 2025 non sia stata nemmeno sufficiente a compensare l’inflazione che in Europa si colloca intorno al 2%.

Per capire cosa accadrà nel 2026 al comparto obbligazionario europeo siamo ricorsi ad un articolo pubblicato dall'Economist in data 9.1.2026. Lo riteniamo un articolo importante e correremo il rischio di annoiarvi ma secondo noi va letto. Per comodità l'abbiamo riassunto:

L’articolo spiega che i governi europei si troveranno nei prossimi anni ad affrontare una crescente difficoltà nel collocare titoli di Stato, soprattutto a lunga scadenza, perché uno dei principali acquirenti strutturali sta uscendo dal mercato: i fondi pensione olandesi.

Nel 2026 l’area euro emetterà circa 1.400 miliardi di euro di nuovo debito, mentre la BCE ridurrà il proprio bilancio; al netto delle scadenze, serviranno nuovi compratori per quasi 900 miliardi di euro, un livello senza precedenti. Proprio mentre l’offerta aumenta, la domanda di lungo periodo si indebolisce.

La causa principale è la riforma del sistema pensionistico olandese, che sta trasformando i fondi da schemi a prestazione definita (DB) a contribuzione definita (DC): in sostanza il sistema distribuirà la prestazione secondo la performance ottenuta dalla gestione dei fondi pensione I fondi DB avevano un forte incentivo a detenere titoli di Stato a lunghissima scadenza per coprire passività future certe; i fondi DC, invece, non hanno obblighi fissi e privilegiano asset più rischiosi ma potenzialmente più redditizi, come le azioni. Di conseguenza, una parte rilevante dei titoli di Stato europei a lungo termine sarà progressivamente venduta.

Secondo le stime, i fondi pensione olandesi potrebbero ridurre di 100–150 miliardi di euro le loro esposizioni su titoli con scadenza superiore ai 25 anni, colpendo in particolare i bond dei paesi con rating più elevato (Germania, Paesi Bassi, Scandinavia). Questo processo eserciterà pressione al rialzo sui rendimenti, aumentando i costi di finanziamento per i governi.

L’articolo sottolinea anche un rischio qualitativo: al posto di investitori stabili e “insensibili al prezzo” come fondi DB e BCE, entreranno operatori più tattici e volatili, come hedge fund, con il risultato di maggiore volatilità sui mercati obbligazionari. I governi potrebbero essere tentati di emettere più debito a breve termine per contenere i costi, ma ciò li renderebbe più vulnerabili a futuri rialzi dei tassi essendo questo debito a breve più sensibile all'attività esercitata dalla BCE in fatto di costo del denaro.

Concludendo: il mercato obbligazionario europeo potrebbe entrare in una fase meno “assistita” dalle banche centrali (la BCE non sarà più un compratore marginale)  e dagli investitori istituzionali di lungo periodo, con rendimenti più alti ma anche più instabili: un ambiente meno favorevole alle strategie passive e più esigente in termini di gestione del rischio. La carenza di capitali rende più costoso il ricorso al credito, il che a sua volta aumenta la possibilità di un panico sul debito sovrano che fa aumentare anche i premi di rischio. 



Nel frattempo i rendimenti del lungo termine stanno salendo un po' in tutto il mondo (e anche Trump dovrà farsene una ragione...)

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La stagione degli utili è in pieno svolgimento e gli analisti di Wall Street si aspettano una crescita dell’8–8,5% anno su anno per il quarto trimestre 2025. Questo riflette un’economia statunitense ancora resiliente e profittevole con contributi diffusi oltre i soli titoli tecnologici. 

Contrariamente alla norma, le stime degli utili per il Q4 2025 sono state rialzate nel corso dell’ultimo trimestre, indicazione di una fiducia crescente sulle prospettive di profitto, soprattutto nel settore tecnologico

Secondo i dati aggregati disponibili per una parte delle società dello S&P 500, le utilità riportate riportano una crescita media forte e percentuali elevate di “beats” delle stime sugli EPS;  la maggioranza delle aziende che hanno pubblicato ha riportato utili superiori alle attese ma il mercato azionario ha manifestato una certa cautela: nonostante utili solidi alcuni settori — in particolare finanziario e tecnologico più “maturi” — hanno registrato prese di profitto o reazioni negative alle trimestrali. Come già sottolineato, quest'anno la prudenza è d'obbligo.


Ci ha provato per tutta la settimana ma lo S&P500 (+1.38% ytd) non è riuscito a superare la resistenza dei 7000 punti (freccia blu). Purtroppo i volumi sono crescenti (freccia rossa) ma il mancato superamento della resistenza indica che il mercato sta incontrando un forte muro di vendite: la partecipazione cresce, ma non la convinzione rialzista. È un segnale che invita alla prudenza, nonostante gli utili nel complesso non siano affatto deludenti. In altre parole, al momento c’è qualcosa che non torna pienamente e di cui è opportuno prendere atto. Molto dipenderà da ciò che emergerà nelle prossime due settimane, quando le Magnifiche 7 inizieranno a pubblicare i risultati trimestrali. La prima a farlo sarà Netflix, il 20 gennaio, dopo la chiusura dei mercati.



Eravamo convinti che il Nasdaq (+1.18% ytd) questa settimana fosse stato in grado di superare la resistenza del triangolo rialzista ma ci siamo sbagliati. Ci proverà senz'altro la prossima settimana: il problema è capire se la rottura sarà rialzista (allora il nostro obiettivo sono i 25'100 punti) oppure ribassista nel qual caso ci potremmo anche ritrovare a quata 22'200 punti in poche settimane. Insomma, la prossima sarà una settimana importante.


Innanzitutto dobbiamo scusarci: la linea superiore del canale rialzista è stata tracciata in modo impreciso e provvederemo a correggerla la prossima settimana. Al di là di questo dettaglio tecnico, resta una certa incertezza su quale direzione intenda prendere l’Eurostoxx 50 che registra un +4,11% da inizio anno. L’indice ha infatti già realizzato almeno metà della performance che veniva ipotizzata per l’intero 2026, un elemento che invita alla prudenza. Non è quindi da escludere una fase di correzione che potrebbe riportare i corsi all’interno del canale ascendente; non sarebbe comunque un dramma ed è un’ipotesi coerente con il segnale fornito dal RSI in ipercomprato evidenziato dal cerchio rosso.



Una correzione dello SMI (+1,10% ytd) era ampiamente attesa: con un RSI in area 80 non era realistico pensare che il mercato potesse continuare a salire senza pause. Ciò che invece ci ha sorpreso, ed in parte deluso, è stato constatare come la fase correttiva sia stata alimentata non solo dal comparto assicurativo, ma anche da due titoli che sembravano essersi lasciati alle spalle un periodo complesso, come Geberit e Sika. In particolare quest’ultima continua a risentire della debolezza del mercato immobiliare cinese e soffre in modo accentuato la forza del franco svizzero. Un’evoluzione poco incoraggiante, soprattutto considerando che l’anno era iniziato con segnali decisamente più promettenti.

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Il dollaro mostra qualche timido segnale di rafforzamento ma non ci facciamo particolari illusioni su un cambiamento strutturale del trend che, nei confronti del franco svizzero, rimane sostanzialmente laterale da giugno 2025. Rivedremo la nostra posizione solo qualora il cambio dovesse riuscire a superare in modo convincente 0,8175.


Anche nei confronti dell’euro il dollaro appare leggermente più reattivo avendo trovato supporto sulla media mobile a 200 giorni che al momento svolge un ruolo di sostegno tecnico. Sarà la prossima settimana a dirci se questo livello riuscirà a favorire un’estensione del movimento; per ora lo scenario più probabile resta quello di una fase laterale.


Pure laterale è lo spostametno di euro/franco. Per il momento non vediamo come sia possibile uscire da questo movimento...



Anche nel caso del bitcoin si può discutere a lungo su dove collocare correttamente la linea di supporto. In termini operativi riteniamo che l’area compresa tra 93.000 e 94.000 dollari rappresenti un livello tecnico rilevante: si tratta infatti della precedente resistenza, superata nel corso di questa settimana, che ha innescato un movimento rialzista fino a circa 97.000 dollari. Successivamente il prezzo ha dato luogo a un classico pullback riportando il bitcoin in area 95.000 dollari. Da questi livelli ci attendiamo una ripresa del movimento ascendente con un obiettivo di breve periodo che continuiamo a indicare in prossimità dei 106.000 dollari.


Buona domenica!


domenica 11 gennaio 2026

2026 anno di consolidamento?

Rieccoci! Dopo la pausa natalizia, non ci sentiamo più dal 21 dicembre, riprendiamo la pubblicazione dei nostri Appunti Finanziari. Nel frattempo i mercati non si sono fermati e ci hanno già fornito indicazioni utili che porteremo alla vostra attenzione cercando di separare i rumori di mercato inutili dai segnali rilevanti.

Il 2025 è terminato da una decina di giorni e tutto sommato è stato, finanziariamente parlando, un buon anno: le borse si sono espresse per il terzo anno consecutivo ben oltre le aspettative e quasi tutte presentano una performance a doppia cifra (non era scontato);  il settore obbligazionario, come vedremo la prossima settimana,  è andato così così e temiamo che anche per il nuovo anno la musica non cambierà di molto;  metalli preziosi in grande spolvero (e la cosa, non ve lo nascondiamo, ci rende un pochino inquieti...); l'euro contro franco sembra essersi stabilizzato, mentre il dollaro americano ha vissuto un'annata davvero pessima (- 14% e rotti sia contro franco che contro euro) e, fatto salvo per qualche rimbalzo tecnico, il trend ribassista dovrebbe continuare anche nel 2026. 

In sostanza abbiamo ottenuto performance in franchi svizzeri da discrete a molto buone;  buone quelle espresse in euro. In alcuni depositi, accidenti!, abbiamo una concentrazione di titoli che non hanno performato bene nel 2025, ma gli stessi stanno recuperando terreno già nei primi 10 giorni dell'anno nuovo...

Per il 2026 ci attendiamo un anno di consolidamento, in particolare per il comparto azionario. E' nostra intenzione  essere più presenti sui mercati asiatici e quindi ne parleremo con una certa frequenza. Sul fronte obbligazionario, invece, non prevediamo sviluppi di rilievo a meno che la Federal Reserve non avvii una fase di riduzione dei tassi d’interesse più decisa. Uno scenario che, al contrario, escludiamo per la BCE: riteniamo infatti più probabile un aumento dei rendimenti - soprattutto quelli a lungo termine -  come spiegheremo nelle prossime settimane;  il tema è in parte tecnico e preferiamo affrontarlo con il dovuto approfondimento evitando di tediarvi sin d’ora.

Come già evidenziato in più occasioni, la nostra analisi si focalizza in via prioritaria sullo S&P 500, indice che tende ad esercitare un ruolo guida sull’andamento dei principali mercati azionari occidentali:


Per questo indice la maggior parte degli analisti si aspetta una evoluzione  che può trainarlo verso i 7'500 - 7'800 punti per fine anno. Significherebbe un aumento variabile tra il +9.5% e il +14% (in arancione sul grafico). 

L'amico Ned Davis, con il suo ciclo composito per il 2026, prevede una crescita più modesta che si attesta attorno ai 7'200 per fine anno con un incremento che non supera il 5% (linea azzurra sul grafico). Questa previsione trova il suo principale fondamento nell’osservazione del ciclo presidenziale statunitense: le elezioni di midterm di novembre rappresentano tradizionalmente un appuntamento rilevante, ma quelle del 2026 lo sono in misura ancora maggiore. Donald Trump rischia di perdere il controllo di una parte del Parlamento. Un esito di questo tipo lo trasformerebbe di fatto in una “lame duck” (anatra zoppa) limitandone significativamente la capacità di azione politica. Trump ne è pienamente consapevole e nei giorni scorsi, tra il serio e il faceto, ha lasciato intendere che una sconfitta alle elezioni di midterm potrebbe persino esporlo al rischio di impeachment. Conoscendo il personaggio è evidente che non sta realmente prefigurando uno scenario di impeachment ma è comunque già entrato nello spirito delle midterm e sta fornendo le “istruzioni per l’uso” al proprio elettorato invitandolo a non sottovalutare l’importanza di queste elezioni. 

In ogni caso, la perdita del controllo parlamentare rappresenterebbe un esito tutt’altro che indolore per chiunque si trovi alla guida dell’esecutivo: infatti le midterm non decidono chi governa, ma quanto liberamente può governare il Presidente e per questo sono uno degli appuntamenti politici più delicati del ciclo presidenziale americano. Se dovessero azzoppare uno come Trump, abbiamo l'impressione che ne vedremo delle belle...

Ci siamo presi la briga di andare a vedere come ha performato lo S&P500 negli anni delle elezioni di midterm ed in effetti la media che abbiamo calcolato è del +4.8% molto vicina a quella del modello di Ned Davis. Speriamo vivamente di essere contraddetti ma sarebbe un risultato perfettamente in linea con un mercato che sta consolidando le sue posizioni dopo anni di crescita a due cifre.

Alcuni di voi ci hanno chiesto se anche quest’anno intendiamo dare credito al modello elaborato da Ned Davis. È una domanda più che legittima e ci ha spinto a riflettere sull’opportunità di continuare a seguirne le indicazioni. Per valutare la solidità dei suoi algoritmi, siamo tornati indietro nel tempo e abbiamo analizzato le previsioni relative agli anni 2022, 2023, 2024 e 2025, che riportiamo di seguito (cliccate sul grafico qualora la visualizzazione non fosse ottimale):


Ricordiamo che la linea blu rappresenta la previsione elaborata a fine anno per l’anno successivo, mentre la linea arancione indica l’andamento effettivo dell’S&P 500 nel corso dell’anno. L’obiettivo principale del modello di Davis non è tanto quello di anticipare con precisione la performance puntuale dell’indice quanto piuttosto di intercettarne correttamente il trend di fondo. 

Il 2022 rappresenta un’eccezione significativa: si è trattato dell’anno immediatamente successivo al periodo pandemico:  in tale contesto non era ragionevolmente prevedibile l’impennata inflazionistica generata dalle misure straordinarie di sostegno all’economia. Praticamente tutte le principali Banche Centrali sono state costrette ad attuare rialzi aggressivi dei tassi di interesse generando contemporaneamente effetti negativi sia sui mercati azionari sia, in misura ancora più marcata, su quelli obbligazionari.

Negli anni successivi — 2023, 2024 e 2025 — caratterizzati da dinamiche più “normali” l’algoritmo ha invece svolto egregiamente il proprio lavoro ragione per cui anche quest’anno, ammesso e non concesso che sia un anno "normale",  continueremo a farci guidare dalle indicazioni del suo modello: vediamolo più da vicino cosa si aspetta per il 2026.




In buona sostanza dobbiamo ritenere queste 5 fasi:

  1. Da gennaio a metà aprile si resta lunghi.
  2. Si alleggerisce da metà aprile.
  3. Si rientra, senza esagerare, verso la fine di maggio.
  4. Si alleggerisce di nuovo dopo la metà di agosto.
  5. Si rientra con maggior decisione agli inizi di ottobre esi rimane lunghi fino a capodanno.
Naturalmente non prendiamo il lavoro di Davis come un dogma e ogni decisione di investimento sarà attentamente ponderata. Oltre ai modelli quantitativi, resta infatti imprescindibile l’esercizio del buon senso. Qualora le indicazioni di Davis dovessero rivelarsi corrette, converrete anche voi che, in un contesto caratterizzato da una performance attesa modesta (5%) , lo stock picking assumerà un ruolo centrale: più che puntare sull’indice tramite ETF, sarà determinante selezionare con cura i singoli titoli da inserire in portafoglio. Riteniamo infatti che le maggiori opportunità e soddisfazioni possano derivare proprio dalla qualità di questa selezione e l'AI ci sta già aiutando in questo lavoro.

Qui di seguito vi segnaliamo dove stiamo focalizzando attualmente la nostra attenzione: sono dati ed eventi  che potrebbero potenzialmente essere - presi singolarmente o in combinazione tra di loro -  dei trend changers:

  • Inflazione: sembra che sia in America che in Europa l'inflazione è attualmente calante come confermato dai numeri pubblicati questa settimana. Meglio così ma un improvviso rialzo dei prezzi potrebbe aver bisogno di una politica monetaria più restrittiva di solito poco gradita dai mercati. Non so voi ma noi abbiamo l'impressione che il rincaro, diversamente da quello che dicono le statistiche, è ben presente nella nostra realtà: recentemene ci siamo fermati ad un autogrill italiano e due panini, due acque minerali e un sacchetto di patatine sono costate 29.8 euro... Stessa musica per i ristoranti. 
  • Sempre in ambito Banche Centrali: siamo curiosi di vedere chi sarà nominato quale prossimo governatore della FED. Uno troppo compiacente a Trump, che mira ad un importante riduzione del costo del denaro,  potrebbe minarne la credibilità con evidenti ripercussioni negative anche sul dollaro.
  • L'Intelligenza Artificiale potrebbe divenire una fonte di preoccupazione soprattutto se gli investimenti fatti in tale ambito verranno giudicati eccessivi rispetto ai guadagni che l'AI promette. Il 2026 dovrebbe essere l'anno dove questa nuova tecnologia entra massicciamente nel processo di produzione tanto nelle aziende quanto nei servizi. Le aspettative sono elevate,  forse anche troppo...
  • I dati economici, soprattutto americani, vanno sempre monitorati con attenzione. Sappiamo che non siete dei grandi fans dei numeri ma non possiamo farne a meno. Soprattutto i dati provenienti dal mondo del lavoro statunitense devono essere osservati con cura: sono in molti a credere che la FED non procederà a nessun abbassamento del costo del denaro fino a quando la disoccupazione non supererà il 4.7% (attualmente è al 4.4%).
  • Quest’anno riteniamo che il contesto geopolitico internazionale debba essere monitorato con particolare attenzione. Senza entrare per il momento nei dettagli — che approfondiremo nelle prossime edizioni — abbiamo sotto il nostro controllo diversi fronti chiave:

    a) In primo luogo teniamo ben sott'occhio le iniziative degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela e della Groenlandia. Non vi nascondiamo che siamo ancora perplessi da quanto sta succedendo e prima di esprimerci su questi avvenimenti vogliamo vederci più chiaro...

    b) Il conflitto tra Russia e Ucraina, appare ben lontano da una conclusione definitiva: a Donald Trump il destino di ucraini e russi sembra interessare marginalmente, mentre appare decisamente più focalizzato sulle opportunità economiche legate al piano di ricostruzione dell’Ucraina stimato in circa 800 miliardi di dollari.

    c) Infine, sarà cruciale capire se la Cina deciderà di compiere un passo decisivo per annoverarsi Taiwan. Il timing, sotto diversi profili, potrebbe rivelarsi favorevole: viene infatti da chiedersi chi potrebbe sollevare delle obiezioni  soprattutto alla luce del sostanziale silenzio della comunità internazionale rispetto alle recenti iniziative statunitensi in Venezuela e Groenlandia. Una tale invasione non è da sottovalutare, anzi! Vi rammentiamo che in termini di quantità totale di microchip prodotti a livello globale Taiwan contribuisce con una quota di circa 60–65% con una concentrazione particolarmente ampia nei segmenti tecnologicamente più avanzati, dove la quota supera il 90%(!). I Cinesi si sono già presi il controllo delle terre rare e se si impadroniscono anche dei microchips aumenterebbe enormemente la leva strategica di Pechino sulla tecnologia globale con impatti geopolitici e di mercato molto significativi. Dovesse accadere: allacciatevi le cinture di sicurezza!

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Bene! A questo punto dovreste esservi fatti una prima idea di ciò che ci attendiamo per il 2026 e dei principali fattori che stiamo monitorando. Come ribadiamo da sempre, così come Ned Davis, anche noi attribuiamo grande importanza ai trend dei mercati e delle valute che seguiamo: fintanto che un trend — ascendente, laterale o discendente — rimane in essere, cerchiamo di mantenere un approccio coerente con la sua direzione.

Vendiamo quando il trend è chiaramente discendente, non ci affrettiamo a comprare a tutti i costi quando il mercato si muove lateralmente e cerchiamo di lasciare correre gli utili quando il trend è positivo. Quest’ultimo aspetto è probabilmente il più complesso dal punto di vista comportamentale: la tentazione di “portare a casa” i guadagni è sempre forte e spesso induce a uscire dalle posizioni troppo presto.

Per nostra fortuna, anche nel 2026 i mercati sembrano intenzionati a proseguire lungo il solco tracciato lo scorso anno, che per la maggior parte degli asset è stato caratterizzato da un trend rialzista. Osserviamo ora brevemente come si è avviato il 2026, tenendo presente che una parte degli operatori era ancora assente dai mercati. I giochi inizieranno a farsi seri a partire da lunedì 12 gennaio.



Riprendiamo il grafico dell’S&P 500: il trend appare particolarmente ben definito ed è chiaramente rappresentato dalla fascia verde ascendente. Il livello dei 7.000 punti potrebbe rappresentare un primo ostacolo, ma l’impostazione di fondo rimane costruttiva; dall’inizio dell’anno l’indice ha già registrato una performance pari a +1,76%. Per il momento manteniamo le posizioni, prevalentemente tramite ETF.

Per chi fosse ormai saturo del consueto focus sull’S&P 500, segnaliamo che il comparto delle piccole e medie capitalizzazioni sta mostrando segnali di risveglio: ne parleremo più nel dettaglio la prossima settimana.



Anche il Nasdaq continua a muoversi in modo ordinato all’interno del proprio canale ascendente, ben delineato dalle due linee verdi. All’interno di questo canale abbiamo inoltre evidenziato la formazione di un piccolo triangolo ascendente (in blu), una figura tecnica che segnala una pressione crescente da parte degli acquirenti rispetto ai venditori. Storicamente, questo tipo di configurazione tende a risolversi con la rottura della resistenza orizzontale superiore, liberando l’energia accumulata durante la fase di consolidamento. Qualora lo scenario si sviluppasse come ipotizziamo, non sarebbe sorprendente assistere nel breve periodo a un’estensione del movimento verso l’area dei 25.000 punti.



Ci fa molto piacere vedere l'Euostoxx50 così pimpante: è infatti ai massimi storici e sembra aver ancora voglia di salire. Attenzione all'ipercomprato: qualche presa di profitto non è da escludere ma comunque sia il trend sembra essere solido.



Ricordate quanto ci abbia fatto penare lo SMI nel corso del 2025? Oggi ci troviamo quasi nella situazione opposta. L’indice si muove sui massimi storici e presenta un RSI in area 80, un livello che non avevamo mai osservato in precedenza su questo mercato. Un segnale certamente positivo ma forse fin troppo tirato.

Ci aspettiamo quindi, nel breve periodo, qualche presa di profitto; sarà allora interessante valutare se si presenteranno opportunità di acquisto selettive. Segnaliamo inoltre una rotazione in atto che sta interessando i titoli del settore assicurativo, comparto che nel corso dello scorso anno ha offerto performance eccellenti. Nulla di particolarmente preoccupante, anzi: alla luce dei ricchi dividendi offerti da questo settore, saremo acquirenti non appena si creeranno le condizioni d'ingresso più opportune.

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 Il dollaro contro franco sta rimbalzando ma non ci facciamo troppe illusioni: aspettiamo di vedere chi sarà nominato quale successore di Powell e poi ne riparleremo. Comunque sia per il momento questo rimbalzo non ci dispiace affatto....



Sembra assodato che per il momento lo spostamento di euro/chf è laterale. Se continua così non ci dispiace. Ci arrabbiamo solo se tale rapporto scende sotto lo 0.9216.



Anche per euro/dollaro vale la stessa osservazione che abbiamo fatto per usd/chf: attendiamo di sapere chi è il sostituto di Powell... Per il momento il movimento è laterale.



Chi intende acquistare Bitcoin deve ancora esercitare un po’ di pazienza. Come avevamo già indicato, l’ingresso è giustificato solo in presenza di un’evidente rottura della resistenza chiave in area 93.000–94.000 dollari, non prima. Confermiamo pienamente questa impostazione: qualora il breakout dovesse effettivamente verificarsi, sarà importante essere reattivi nell’esecuzione, poiché l’energia accumulata in questi mesi potrebbe tradursi in un movimento rialzista rapido e significativo.



Acquistare oro ai livelli attuali richiede senza dubbio una dose di coraggio. Saremmo invece più propensi a intervenire su eventuali ritracciamenti, idealmente in area 4.200–4.300 dollari l’oncia. Chi detiene già oro in portafoglio deve ovviamente continuare a mantenerlo.

Detto questo, l’intensa attività di accumulo, che oramai da anni si osserva sul metallo giallo, non ci lascia del tutto tranquilli, soprattutto se consideriamo il ruolo storicamente difensivo dell’oro. È quindi legittimo pensare che qualche cosa ci sta sfuggendo... non ci dispiacerebbe sapere cosa sia!

Buona domenica!