sabato 12 settembre 2026

Una settimana da ricostruire pezzo per pezzo


Badiamo subito al sodo! Questa settimana siamo stati letteralmente sommersi da eventi e dati macroeconomici che meritano di essere analizzati con attenzione. Alcuni numeri richiederanno ancora qualche giorno per essere digeriti fino in fondo, ma già a una prima lettura appare evidente che contengono indicazioni importanti e che potrebbero condizionare l’andamento dei mercati nelle prossime settimane.

Cerchiamo allora di mettere un po’ d’ordine e, questa volta, il modo migliore per farlo ci sembra quello più semplice: procedere cronologicamente. Non soltanto per capire che cosa è successo, ma soprattutto per individuare il filo che lega i diversi avvenimenti e comprendere che cosa potrebbero significare per i mercati da qui in avanti.


1. Il petrolio è sempre più il convitato di pietra



Prima ancora di parlare d'inflazione e banche centrali bisogna partire da ciò che, in questo momento, sta condizionando entrambe: l’energia. Il Brent è tornato sopra quota 100 dollari e durante la settimana si è spinto nell’area dei 105-110 dollari. Il protrarsi delle tensioni in Medio Oriente - pare che gli Houti abbiano il controllo dello stretto di Bad el-Mandeb -  ha quindi trasformato quello che poteva sembrare uno shock temporaneo in qualcosa che le banche centrali non possono più permettersi di ignorare.

Ed è qui che nasce il primo problema. Un aumento del petrolio provoca immediatamente inflazione attraverso benzina, diesel, trasporti ed energia, ma se dura abbastanza a lungo comincia a trasferirsi anche sui costi di produzione, sulla logistica e infine sui prezzi di molti altri beni e servizi. È quello che le banche centrali temono quando parlano di effetti di secondo impatto.

Il petrolio, quindi, non è più soltanto una questione geopolitica: è tornato ad essere una variabile fondamentale di politica monetaria.


2. I rendimenti obbligazionari mandano il primo segnale d'allarme


Il rendimento del Treasury decennale americano si è nuovamente avvicinato alla soglia psicologica del 5% (linea nera) e il due anni (linea rossa) il 5% lo raggiungerà soprattutto quando la Fed inizierà ad aumentare i tassi (manca poco...)


Se qualcuno avesse ancora bisogno di capire quanto sia stato violento il cambiamento di regime sul mercato obbligazionario americano, questo grafico vale più di molte parole. 

TLT, l’ETF che investe nei Treasury americani con scadenza superiore ai vent'anni, è sceso verso quota 83, tornando su livelli che non si vedevano dal 2004. Dal massimo raggiunto nel 2020, quando i tassi erano praticamente a zero, ha perso oltre la metà del proprio valore. Il crollo di TLT ci racconta due storie contemporaneamente: quanto denaro abbia perso chi aveva comprato obbligazioni lunghe quando i tassi erano a zero e quanto siano diventate oggi più redditizie, e di conseguenza più pericolose per le valutazioni azionarie,  le obbligazioni americane a lunga scadenza.

Come abbiamo scritto più volte nelle ultime settimane, un Treasury decennale vicino al 5% cambia progressivamente le regole del gioco anche in ambito azionario: aumenta il tasso utilizzato per scontare gli utili futuri delle società, comprime teoricamente i multipli P/E - abbiamo visto la scora settimana cosa significa -  e, soprattutto, offre agli investitori che hanno denaro da investire un'alternativa sempre più interessante alle costose azioni.

Finché le borse riescono a convivere con rendimenti di questa portata significa che gli investitori continuano a credere nella crescita degli utili. Ma se il 10 anni dovesse stabilizzarsi sopra il 5%, il discorso diventerebbe decisamente più delicato, soprattutto per quei settori – tecnologia in testa – le cui valutazioni incorporano una parte importante degli utili attesi negli anni futuri.


3. Arriva il PPI americano: l'inflazione bussa alla porta delle imprese

Giovedì 10 settembre  è arrivato il primo vero dato macroeconomico importante della settimana: i Prezzi alla Produzione americani: 

  • PPI agosto yoy : 5.4% (atteso: 5.3%; precedente: 4.8%)

Non è un dato, come di solito accade,  da prendere alla leggera. Ancora una volta troviamo l'energia tra i principali responsabili dell'aumento. Il PPI non misura ciò che paga il consumatore, bensì le pressioni sui prezzi che si stanno formando più a monte della catena produttiva. Non significa automaticamente che tutto questo aumento verrà trasferito sui consumatori, ma certamente aumenta il rischio che una parte finisca nei prezzi finali nei prossimi mesi e se non alleggerirà il portamonete dei cittadini americani qualcuno questo aumento lo dovrà pur pagare: se lo assorbiranno i produttori, temiamo che qualche riflesso sugli utili societari delle loro società prima o poi lo vedremo...


4. Lagarde rompe gli indugi: la BCE alza ancora i tassi

Sempre giovedì 11 è arrivata la decisione della BCE: 25 punti base di aumento, con il tasso di riferimento portato al 2.50%.

Ma più della decisione – ampiamente attesa – sono importanti le motivazioni. La BCE ha sostanzialmente ammesso che il problema inflazione potrebbe durare più a lungo di quanto inizialmente previsto. Le nuove proiezioni indicano un'inflazione media del 3.0% nel 2026, 2.5% nel 2027 e ancora 2.1% nel 2028. Ancora più interessante è l'inflazione core, prevista al 2.6% nel 2027 e al 2.3% persino nel 2028.

Tradotto in parole semplici: la BCE non considera più l'attuale fiammata inflazionistica come un fenomeno destinato necessariamente a scomparire rapidamente.


Lagarde non ha promesso altri rialzi, ma ha lasciato chiaramente aperta la porta. Questo significa che il mercato deve iniziare a convivere con uno scenario nel quale i tassi europei potrebbero rimanere elevati più a lungo – e magari salire ancora – se i costi energetici  e la relativa inflazione non dovessero concedere una tregua. I rendimenti del Bund a 2 anni (linea rossa) e a dieci anni (linea nera) sono evidentemente al rialzo e oramai stanno superando anche quelli del 2022/23!


Dopo il forte calo del 2022, il mercato obbligazionario europeo aveva faticosamente recuperato terreno ma nelle ultime settimane il quadro tecnico è tornato a deteriorarsi. L’indice Bloomberg Euro Total Return è sceso sotto le principali medie mobili e registra una flessione dell'1.8% da inizio anno. Insomma, quest'anno con le obbligazioni è decisamente difficile guadagnare qualche soldo.


5. E finalmente arriva il CPI americano...


Venerdì è arrivato il dato che tutti stavamo aspettando: l'inflazione americana di agosto:

  • CPI  mensile agosto        : 0.4% (atteso: 0.4%; precedente: 0.1%)
  • CPI yoy agosto                : 3.4% (atteso: 3.4%; precedente: 3.4%)
  • Core CPI mensile agosto: 0.3% (atteso: 0.2%; precedente: 0.2%)
  • Core CPI yoy agosto       : 2.4% (atteso: 2.4%; precedente: 2.5%)

Il CPI è aumentato dello 0.4% rispetto a luglio e fin qui nulla di particolarmente sorprendente. Ma è il dato core che merita maggiore attenzione: depurata da alimentari ed energia, l'inflazione è aumentata dello 0.3% mensile, contro attese attorno allo 0.2%.

Questo dettaglio è importante: avremmo potuto liquidare un CPI elevato dicendo semplicemente: “È colpa del petrolio”. Ma il core ci dice che il problema non è confinato esclusivamente all'energia. Aumenti sono comparsi anche nei servizi, nei trasporti aerei, nelle riparazioni automobilistiche e nelle telecomunicazioni.

Non siamo ancora davanti a una nuova esplosione generalizzata dell'inflazione ma certamente non possiamo più raccontarci che tutto il rincaro dipenda esclusivamente dal prezzo della benzina. 


6. ... CPI che ci conduce a Warsh e alla FED

Mettendo insieme i pezzi, il quadro che si presenterà alla FED la prossima settimana è decisamente diverso rispetto a quello di qualche mese fa.

Abbiamo un mercato del lavoro che ha recentemente mostrato maggiore solidità, un'inflazione headline al 3.4%, un core che nell'ultimo mese ha accelerato più delle attese, petrolio sopra i 100 dollari e rendimenti obbligazionari che stanno già anticipando una politica monetaria più restrittiva.


Il mercato attribuisce ormai una probabilità molto elevata (87.3%)  a un rialzo di 25 punti base nella riunione della prossima settimana.

Ma torniamo a Warsh. Se il nuovo presidente della FED manterrà quella coerenza con i dati che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi mesi, diventa difficile immaginare che possa ignorare completamente i segnali arrivati questa settimana.

La vera domanda, quindi, potrebbe non essere più soltanto  se “la FED alzerà i tassi?” ma piuttosto “se li alzerà, sarà sufficiente un solo intervento?”

7. Mettiamo finalmente insieme il puzzle

Ed eccoci al punto più importante. Presi singolarmente, nessuno degli avvenimenti appena descritti rappresenta necessariamente una ragione sufficiente per diventare pessimisti sui mercati. Presi tutti insieme, però, raccontano una storia che merita molta più attenzione.

Petrolio sopra 100 dollari → maggiore inflazione → banche centrali più restrittive → rendimenti obbligazionari più elevati → maggiore tasso di sconto sugli utili → pressione sui multipli azionari.

Questa è la catena che dovremo seguire - e che seguiremo - nelle prossime settimane.

Non siamo ancora necessariamente davanti a un cambiamento strutturale del trend delle borse. Gli utili societari rimangono il principale argine contro questo scenario e finché continueranno a crescere potranno compensare almeno in parte l'aumento dei rendimenti.

Ma qualcosa è cambiato: il margine di errore si è ridotto.

Con il Treasury decennale vicino al 5%, l'inflazione americana nuovamente problematica, la BCE che ha ricominciato ad alzare i tassi e una FED che potrebbe fare altrettanto, le borse hanno bisogno che crescita economica e utili continuino a mantenersi solidi.

E' probabilmente proprio questo il messaggio più importante che ci portiamo a casa dalla settimana appena trascorsa: non abbiamo ancora elementi sufficienti per dichiarare terminato il trend rialzista ma ne abbiamo ormai abbastanza per smettere di considerarlo inattaccabile.

***

Per la prossima settimana abbiamo due importanti eventi:

Martedì 15 settembre:

Sarà una giornata importante per il mondo delle criptovalute, anche se è opportuno precisare che il Senato americano non voterà ancora l’approvazione definitiva del CLARITY Act. È infatti previsto un voto procedurale di cloture sulla mozione che consentirebbe al Senato di procedere con l’esame della legge: serviranno almeno 60 voti, una soglia che richiede quindi un sostegno bipartisan. 

Il CLARITY Act è particolarmente importante perché punta finalmente a costruire negli Stati Uniti un quadro normativo organico per gli asset digitali, chiarendo soprattutto la divisione delle competenze tra SEC e CFTC e le regole applicabili agli intermediari e alle diverse categorie di crypto-asset. Un’approvazione della mozione rappresenterebbe quindi un segnale politico molto favorevole al settore: non significherebbe che la legge è già stata approvata, ma dimostrerebbe l’esistenza in Senato di una maggioranza sufficientemente ampia per portarla avanti verso il voto finale.

Per i mercati, oltre al risultato sarà  importante osservare il numero dei voti. Un’approvazione con un margine ampio rafforzerebbe l’idea che negli Stati Uniti stia emergendo un consenso bipartisan sulla regolamentazione delle criptovalute e potrebbe ridurre sensibilmente quel regulatory risk premium che da anni pesa sul settore. A beneficiarne potrebbero essere soprattutto società come Coinbase e Circle e, più in generale, le altcoin, mentre il Bitcoin — che gode già di uno status regolamentare relativamente più consolidato — ne trarrebbe comunque beneficio. Una bocciatura sarebbe invece inizialmente negativa, soprattutto se netta, perché allontanerebbe la prospettiva di una legge nel breve periodo; una sconfitta di misura lascerebbe invece spazio a nuove trattative. 


Mercoledì 16 settembre:

Riunione della FED e decisione sui tassi: come già sottolineato c'è un'alta probabilità che assisteremo ad un aumento di un quarto di punto.

Facciamo nostro un commento di Alex Rosenberg che scrive su Barron's e che ha espresso, controintuitivamente, un concetto che merita un minimo di attenzione: un aumento dei tassi da parte della Fed potrebbe, paradossalmente, rivelarsi positivo per il mercato azionario. Normalmente tassi più elevati rappresentano un ostacolo per le Borse, perché rallentano l’economia, aumentano il costo del capitale e rendono le obbligazioni relativamente più competitive rispetto alle azioni. 

In questo momento, tuttavia, il problema principale dei mercati sembra essere soprattutto l’incertezza sull’inflazione e sulla credibilità della Fed. Un rialzo dei tassi ampiamente previsto e giustificato dai dati permetterebbe a Warsh di dimostrare concretamente la determinazione della banca centrale nel riportare l’inflazione sotto controllo, contribuendo così a ridurre le tensioni sul mercato obbligazionario e, in particolare, sui rendimenti dei Treasury. 

Una volta allontanato il timore di un’inflazione fuori controllo, gli investitori potrebbero tornare a concentrarsi sui fattori che stanno realmente sostenendo Wall Street: la crescita degli utili societari e soprattutto gli enormi investimenti legati all’intelligenza artificiale. In altre parole, in questa particolare fase di mercato, potrebbe essere meno dannoso un rialzo dei tassi ben spiegato e già incorporato nei prezzi che il permanere dell’incertezza sulla capacità della Fed di controllare l’inflazione.


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Il Ciclo Composito di Ned Davis continua a meritare la nostra attenzione. Ricordiamo che non si tratta di una previsione puntuale dello S&P 500 ma di un modello che combina il ciclo stagionale annuale, quello presidenziale quadriennale e quello decennale: ciò che conta, come ricorda la stessa Ned Davis Research, non è il livello delle due curve ma la loro direzione. 

E proprio qui arriva il messaggio interessante. Dopo aver accompagnato abbastanza bene la tendenza del mercato durante buona parte dell'anno, il Composite entra ora nella fase più delicata del 2026: indica una possibile debolezza durante settembre, un'accelerazione della correzione verso ottobre e quindi la formazione di un minimo dal quale dovrebbe partire un deciso rally di fine anno. 

Non prenderemmo naturalmente il grafico come un orologio svizzero, né venderemmo azioni semplicemente perché una curva stagionale punta verso il basso. Ma questa volta il segnale merita qualche attenzione in più perché arriva mentre la partecipazione al rialzo si sta restringendo e il mercato deve fare i conti con rendimenti obbligazionari elevati, valutazioni generose e nuove incertezze sulla politica monetaria. 

Se nelle prossime settimane il deterioramento ciclico venisse confermato dalla rottura di supporti tecnici, dalla perdita delle medie mobili e da un ulteriore peggioramento della breadth (*), il rischio di una vera correzione autunnale diventerebbe decisamente più concreto. Al contrario, se il mercato superasse indenne ottobre, la parte finale del Composite diventerebbe estremamente interessante: il modello prevede infatti un'importante ripartenza da novembre e un finale d'anno decisamente positivo.

(*) La breadth ci permette di guardare sotto il cofano dell'indice. Uno S&P 500 che continua a salire mentre diminuisce il numero dei titoli che partecipano al rialzo è un mercato apparentemente forte ma progressivamente più fragile. Non è necessariamente un segnale di vendita ma una divergenza da non sottovalutare: più il rialzo dipende da poche grandi società, maggiore diventa il rischio che la debolezza di queste ultime trascini improvvisamente verso il basso l'intero indice.


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Il vero tema delle prossime settimane sarà capire chi vincerà il braccio di ferro tra crescita degli utili e aumento del costo del capitale. Gli utili americani continuano infatti a sorprendere positivamente: Barclays ha portato il proprio target S&P 500 (+11.85% ytd)  a 7'950 e la stima EPS 2026 addirittura da $337 a $365, dopo che nel secondo trimestre l'86% delle società ha battuto le attese. Questo è il principale elemento che, per ora, impedisce di considerare la recente debolezza come l'inizio di un bear market; infatti ci sembra che per il momento continua a muoversi lateralmente con una leggera pendenza ribassista che per il momento non ci preoccupa più di tanto.


Il Nasdaq (11.30% ytd)  ha chiuso a 26'333, +0.96% venerdì e circa -0.7% nella settimana. Anche qui non vediamo ancora una vera inversione: il comparto tecnologico ha retto sorprendentemente bene nonostante l'impennata dei rendimenti. 

La ragione è evidente nei numeri dell'AI. Oracle ha mostrato una crescita dell'infrastruttura cloud superiore al 100%, Dell ha accumulato $60.9 miliardi di ordini AI server e un backlog vicino a $95 miliardi, mentre Dell e HPE sono salite di circa il 12% venerdì. Gli investimenti AI sono quindi ancora reali e molto consistenti. 

Ma proprio qui si trova il rischio: per finanziare questa espansione servono quantità enormi di capitale. Oracle, per esempio, sta raccogliendo decine di miliardi attraverso debito ed equity e ha free cash flow negativo proprio mentre sta aumentando gli investimenti. Se il Treasury 10Y andasse dal 5% verso il 5.25-5.50%, il Nasdaq sarebbe probabilmente il primo indice nel quale cercheremmo una rottura strutturale. Finché gli utili AI continuano invece a crescere e il Nasdaq mantiene la propria MM50, parleremmo ancora di consolidamento. Infatti lo spostamento sembra proprio laterale ancora all'interno di un trend ascendente.




L'Eurostoxx50 (+9.22% ytd) ha chiuso venerdì a 6'325 punti, +0.9% nella seduta ma circa -1.1% nella settimana. La fotografia tecnica è più debole di quella americana: durante gli ultimi 5 giorni l'indice è sceso sotto diverse medie mobili (50 e 100) mobili per fortuna con volumi leggermente calanti. 

Il motivo fondamentale è altrettanto chiaro. La BCE ha alzato il tasso sui depositi al 2.50% e il mercato attribuisce ormai una probabilità molto elevata a un altro aumento entro dicembre. Goldman, Citi e Barclays se l'aspettano. Questo significa che l'Europa affronta contemporaneamente il petrolio sopra $100 e la politica monetaria più restrittiva; è una combinazione poco favorevole per i multipli.

Il trend rialzista non è ancora rotto, ma questo indice è oggi più fragile dello S&P. Una riconquista stabile dell'area 6'350-6'400 migliorerebbe la configurazione; al contrario, nuovi minimi sotto 6'250 accompagnati dal Bund decennale sopra il 3.6% renderebbero il quadro decisamente più ribassista.



Lo SMI (+3.83% ytd)  ha chiuso venerdì intorno a 13'775 punti, recuperando lo 0.26% nella seduta ma perdendo circa il 4.3% rispetto al venerdì precedente. È una performance nettamente peggiore di quella degli altri grandi mercati europei. 

Il vero terremoto è stato causato da Novartis che martedì ha perso il 10.9%, il peggior calo giornaliero della propria storia, causato da due fallimenti consecutivi in studi clinici importanti. Il solo caso Novartis ha cancellato circa $32 miliardi di capitalizzazione e, visto il peso del titolo nello SMI, ha deformato pesantemente l'indice. 

Guardiamo adesso l'area 13'700-13'750: una sua tenuta accompagnata da una stabilizzazione di Novartis e Roche potrebbe produrre un rimbalzo. Una rottura netta e persistente, invece, indicherebbe che il problema sta estendendosi oltre il farmaceutico e diventerebbe un vero segnale di cambio trend.

Insomma, borsa Svizzera sorvegliata speciale!


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USD/CHF ha chiuso la settimana intorno a 0.814, da circa 0.810 del venerdì precedente, quindi con un rialzo vicino allo 0.5%. Il dollaro ha beneficiato dell'aumento delle aspettative sui Fed Funds, mentre il franco ha registrato la terza settimana consecutiva d'indebolimento contro la valuta americana... era un po' che non succedeva!

Per ora parleremmo comunque di miglioramento del dollaro e non ancora di un'inversione strutturale. Il riferimento superiore più importante è l'area 0.820-0.821, che coincide sostanzialmente con i massimi del 2026. Una rottura sopra quel livello cambierebbe significativamente la configurazione e potrebbe aprire uno spazio verso 0.83. Un ritorno sotto 0.807-0.808 cancellerebbe invece gran parte del segnale positivo della settimana.



EUR/CHF ha chiuso intorno a 0.9442, circa +0.4% nella settimana, e ha praticamente raggiunto il massimo dell'anno a 0.9445

Questo movimento è più interessante di quello di USD/CHF perché arriva dopo il rialzo della BCE e suggerisce una combinazione di euro sostenuto dal differenziale dei tassi e franco meno ricercato come bene rifugio. Qui siamo molto vicini a un potenziale vero cambio di trend: una chiusura settimanale sopra 0.945 e successivamente sopra 0.95 trasformerebbe il movimento da lateralità a tendenza rialzista molto più convincente.

Viceversa, un ritorno sotto 0.94 indicherebbe che il breakout è fallito. È uno dei cross che seguiremmo con maggiore attenzione la prossima settimana.




L'EUR/USD  è a nostro giudizio sorprendentemente immobile! Nonostante il rialzo della BCE e il forte repricing della Fed, EUR/USD si è mosso pochissimo: da circa 1.163 a 1.159, quindi poco più di -0.3% nella settimana. 

È un'informazione importante: né la BCE più aggressiva riesce a far salire significativamente l'euro, né la prospettiva di un rialzo Fed riesce per ora a rafforzare decisamente il dollaro. Il Dollar Index ha addirittura terminato la seconda settimana consecutiva in calo. 

Continueremmo quindi a classificare EUR/USD come laterale. Solo la rottura di 1.15 verso il basso o di 1.17 verso l'alto mi farebbe parlare di nuovo trend. La reazione alla Fed della prossima settimana sarà probabilmente molto più informativa del movimento visto finora.




Il Bitcoin ha terminato la settimana intorno a $76'500-77'000, con un calo di circa 5%. Il movimento è avvenuto parallelamente al rialzo dei rendimenti e al repricing della Fed, confermando che in questa fase il BTC si comporta molto più come un asset di liquidità/risk-on che come un bene rifugio dall'inflazione. 

Il dato tecnico interessante è che il Bitcoin sta testando la media mobile esponenziale a 50 settimane, collocata intorno a $77'000. Alcuni analisti vedono una chiusura settimanale sotto quella media come possibile preludio a un movimento verso $72'000-74'000

Per questo consideriamo il BTC più fragile rispetto a una settimana fa. Una riconquista di $80'000-81'500 cancellerebbe buona parte del deterioramento e riaprirebbe lo scenario rialzista; una rottura confermata di $76'000, soprattutto con ETF in deflusso e Treasury >5%, renderebbe invece probabile una correzione più profonda. 

Comunque non dimentichiamo che martedì al Senato si vota:

potrebbe essere un catalizzatore importante per il Bitcoin, soprattutto perché il mercato arriva all'appuntamento di martedì con aspettative piuttosto basse. Precisiamo comunque che quello di martedì è un voto procedurale per consentire al CLARITY Act di avanzare, non l'approvazione definitiva della legge. Servono almeno 60 voti

La situazione è particolarmente interessante perché l'ultima bozza incorpora oltre 114 modifiche richieste dai Democratici, ma al momento restano divergenze importanti su etica, antiriciclaggio, DeFi e remunerazione delle stablecoin. Le fonti più recenti indicano che il sostegno democratico non è ancora assicurato. 

Se arrivasse un voto fortemente bipartisan,  non semplicemente  un 60-40, ma qualcosa come 65-35 o 70-30 e con un numero significativo di Democratici che votano insieme ai Repubblicani, a nostro giudizio sarebbe molto positivo per il mondo delle cripto e per il bitcoin in modo particolare;  questo per 3 ragioni:

La prima è la più importante: diminuirebbe drasticamente il regulatory risk premium degli asset digitali negli Stati Uniti. Il CLARITY Act mira proprio a stabilire chi controlla cosa, distinguendo maggiormente il campo di competenza della SEC da quello della CFTC e creando regole federali più stabili per gli asset digitali. 

La seconda è politica. Un risultato fortemente bipartisan direbbe al mercato che la regolamentazione crypto non dipende più esclusivamente dall'amministrazione Trump o da una maggioranza repubblicana. Questo è probabilmente ancora più importante dell'approvazione stessa: renderebbe il quadro normativo molto più resistente a un futuro cambio di amministrazione.

La terza è finanziaria. Maggiore certezza normativa facilita ulteriormente la partecipazione di banche, asset manager e investitori istituzionali. Il mercato potrebbe quindi iniziare a scontare non soltanto l'approvazione finale del CLARITY Act, ma un'accelerazione dell'integrazione delle criptovalute nel sistema finanziario tradizionale.




L'oro ha chiuso intorno a 4'363 $/oncia, perdendo circa 1.5% nella settimana. È una performance tutto sommato sorprendentemente resistente considerando che il Treasury decennale ha sfiorato il 5% e le probabilità di rialzo Fed sono esplose. 

Il metallo è schiacciato tra due forze opposte: rendimenti più alti e dollaro rappresentano un vento contrario, mentre guerra, inflazione energetica e rischio geopolitico mantengono elevata la domanda di protezione. Finché rimane sopra 4'350$, consideriamo il movimento una fase di consolidamento all'interno di un trend primario ancora rialzista

Il primo vero segnale di deterioramento sarebbe una chiusura confermata sotto i 4'300$ seguita da mancato recupero: allora il spalla-testa-spalla che ci sembra di aver individuato porta il target tecnico a sfiorare i 3'950$ per oncia (stiamo parlando di un -10% circa... non poco).


Buon week end!



domenica 6 settembre 2026

Dati USA sul lavoro contrastanti

Non vi nascondiamo di aver atteso con una certa apprensione i dati di questa settimana sull’occupazione americana. Da quando Kevin Warsh è alla guida della Federal Reserve, l’attenzione riservata agli indicatori macroeconomici — soprattutto a quelli capaci d'influenzare l’inflazione — è diventata una sorta di mantra dal quale sembra impossibile prescindere. Dovremo quindi abituarci a questa nuova realtà, almeno fino a quando non avremo compreso fino in fondo il modo di pensare e soprattutto di agire del nuovo presidente della Fed. Se Warsh si dimostrerà davvero cocciutamente coerente con quanto ha recentemente dichiarato, ogni dato sarà vivisezionato e verrà interpretato dai mercati come un’indicazione diretta sulle future decisioni di politica monetaria. Le reazioni potrebbero quindi essere immediate e perfettamente allineate al messaggio trasmesso dai numeri proprio come è accaduto questa settimana. Dovremo prepararci, verosimilmente, a picchi di volatilità e a mercati più nervosi e ondivaghi capaci di cambiare rapidamente direzione a ogni nuova pubblicazione macroeconomica: uno scenario al quale negli ultimi anni non eravamo più abituati e che potrebbe, forse,  rendere il nostro lavoro maledettamente complicato.

Ma vediamoli questi dati iniziando dal meno importante: il rapporto ADP,  pubblicato mercoledì 2 settembre,  gode di una reputazione non proprio eccellente perché, per molti anni, è stato considerato un’anticipatore dei Non-Farm Payrolls ufficiali ma le due rilevazioni,  utilizzando fonti, campioni e metodologie differenti,  spesso producono risultati molto distanti e talvolta persino di segno opposto

L’ADP analizza infatti soltanto l’occupazione privata delle aziende che utilizzano i suoi servizi, mentre il dato governativo comprende anche il settore pubblico e viene successivamente confrontato con registri amministrativi molto più ampi. Dal 2022 l’ADP ha modificato la propria metodologia e precisa esplicitamente che il rapporto non intende prevedere i payroll ufficiali ma offrire una misurazione autonoma dell’occupazione privata. Non è quindi un dato inutile: va però interpretato come indicazione della tendenza del mercato del lavoro, dei salari e della distribuzione delle assunzioni tra settori, senza attribuire troppo peso alla singola variazione mensile. Andrebbe sempre confrontato con i payroll, le richieste di sussidio e il rapporto JOLTS. Insomma, l'ADP a sé stante vale poco... ma da quando è arrivato Warsh sembra godere di uno status diverso:

  • ADP agosto: 38'000 (atteso: 47'000: precedente: 44'000)
La minore creazione di posti di lavoro nel settore privato è stata accolta con un certo sollievo da tutti coloro che attendono un taglio dei tassi americani o che, quantomeno, sperano che nella riunione del 16 settembre la Federal Reserve rinunci ad aumentarli. Infatti un mercato del lavoro meno dinamico riduce le pressioni sui salari e sull’inflazione e offre alla Fed un motivo in più per adottare un atteggiamento meno aggressivo nella lotta al rincaro. 

Dal 2 settembre in poi tutta l'attenzione degli analisti si è spostata sulla pubblicazione, venerdì 4 settembre, dei nuovi posti di lavoro esclusi quelli agricoli:
  • Non farm payrolls agosto: 162'000 (atteso: 53'000; precedente: 21'000)
Raramente abbiamo assistito a un dato capace di discostarsi in maniera tanto eclatante dalle aspettative: ad agosto l’economia americana ha creato 162’000 nuovi posti di lavoro, oltre tre volte i 53’000 stimati dagli analisti, mentre il dato di luglio è stato rivisto sensibilmente al rialzo, da –23’000 a +21’000
Anche gli altri elementi del rapporto descrivono un mercato del lavoro più resistente del previsto: il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4.1%, la partecipazione alla forza lavoro è leggermente risalita e i salari hanno accelerato dello 0.3% mensile pur mantenendo una crescita annua relativamente moderata del 3.1%. La composizione degli impieghi invita tuttavia a non lasciarsi trascinare dall’entusiasmo perché una parte importante dell’aumento si è concentrata nella ristorazione e nell’istruzione pubblica locale, settori caratterizzati anche da una certa stagionalità. 

Nel complesso il rapporto smentisce, almeno per ora, i timori di un rapido deterioramento dell’occupazione e restituisce alla Federal Reserve maggiore libertà per concentrarsi sull’inflazione: la probabilità di un aumento dei tassi nella riunione del 16 settembre è quindi nuovamente cresciuta, provocando un rialzo dei rendimenti dei Treasury soprattutto sulle scadenze brevi.  A questo punto saranno soprattutto i prossimi dati sull’inflazione (CPI 11.09.26)  a stabilire se la sorprendente forza dell’occupazione sarà sufficiente a convincere la Fed ad alzare effettivamente i tassi.

Già che stiamo parlando di inflazione proviamo a metterci nei panni di una FED che questa settimana ha visto evolvere petrolio e materie prime come segue:



Il Brent è tornato a un passo dalla soglia psicologica dei 100 dollari al barile e la situazione non appare molto diversa per il petrolio americano con il WTI che ne segue quasi di pari passo il movimento rialzista.



Anche le materie prime sono tornate ai massimi dell'anno e sembrano non volersi fermare qui...

Insomma, il mercato del lavoro americano non sembra affatto in difficoltà e i salari continuano, grosso modo, a tenere il passo dell’inflazione: il consumatore a stelle e strisce, almeno per il momento, non ha quindi particolari ragioni per chiudere il portafoglio e continua a spendere. Nel frattempo, però, aumentano i prezzi dell’energia e delle materie prime che di certo alimenteranno nuove pressioni inflazionistiche. Che cosa starà dunque frullando nella testa di Warsh e degli altri membri della Federal Reserve? Venerdì sera circa il 60% degli investitori è andato a dormire con la convinzione che, nella riunione di settembre, la banca centrale americana alzerà i tassi di un quarto di punto. Vedremo se saranno ancora della medesima opinione quando l'11.9 verrà pubblicato il CPI. Oramai si naviga a vista, dovremo farci l'abitudine.

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Avvisiamo i nostri lettori che ci stiamo addentrando in un discorso abbastanza tecnico che forse interessa a pochi ma noi ci proviamo comunque in quanto verremmo anche essere un sito di divulgazione di cultura finanziaria.  Lo spunto ci è stato offerto da un nostro lettore che leggendo una frase di un report della Macquarie Group si è imbattuto in questo concetto: "I rendimenti più elevati potrebbero essere la rovina del mercato azionario. Costringono gli analisti a scontare gli utili delle aziende in modo più aggressivo." Il lettore chiede lumi sul senso della frase e noi cercheremo di chiarirgli le idee. Se l'argomento non vi interessa, saltatelo a piè pari, nessuno si offende!


Se non erriamo la scorsa settimana avevamo messo in evidenza come l'amministrazione Trump ha iniziato a manifestare segnali d'inquietudine quando ha visto che i rendimenti dei Treasury americani si stavano avvicinando al 5%: consideriamo questo livello la soglia di dolore di Bessent e compagni;  con tutti i debiti che hanno accumulato gli americani (ricordate i 40 trilioni?)  non facciamo fatica a credergli.

Quando aumentano i rendimenti delle obbligazioni, soprattutto quelli dei titoli di Stato, le azioni diventano meno attraenti. Un investitore può infatti ottenere una remunerazione più elevata acquistando un’obbligazione, senza esporsi a tutti i rischi tipici del mercato azionario. Per continuare a essere competitive, le azioni devono quindi offrire un rendimento potenziale superiore; se le prospettive di crescita degli utili non sono sufficienti a garantirlo, sarà il loro prezzo a dover scendere. In altre parole, a parità di utili attesi, l’aumento dei rendimenti obbligazionari tende a comprimere le valutazioni e, di conseguenza, i multipli come ad esempio il classico rapporto prezzo/utili (P/E).

Ci siamo quindi chiesti se un rendimento obbligazionario del 5% possa davvero mettere in ginocchio un mercato azionario come lo S&P 500 che negli ultimi dieci anni ha prodotto un rendimento medio annuo superiore al 14% (reinvestimento dei dividendi incluso). A prima vista il divario appare talmente ampio da non giustificare particolari timori sulla competitività delle azioni rispetto alle obbligazioni; obbligazioni - non dimentichiamolo - che soffrono pure loro quando i rendimenti salgono.

 Tuttavia il confronto è meno immediato di quanto sembri: quel 14% rappresenta un rendimento passato, ottenuto assumendosi il rischio e la volatilità del mercato azionario, mentre il 5% dei Treasury è un rendimento oggi disponibile e relativamente sicuro soprattutto se l'obbligazione viene mantenuta fino alla scadenza. 

Sappiamo bene che il rendimento medio annuo superiore al 14% realizzato dallo S&P 500 nell’ultimo decennio è stato favorito da una politica monetaria a lungo estremamente espansiva e, più recentemente, dall’entusiasmo suscitato dall’intelligenza artificiale. Se però allarghiamo lo sguardo agli ultimi sessant’anni, il rendimento medio annuo scende verso il 10%: a quel punto, rispetto a un Treasury che offre circa il 5%, il vantaggio potenziale delle azioni si riduce ad appena cinque punti percentuali. Un margine che può apparire appena sufficiente per compensare l’investitore dei maggiori rischi assunti, anche perché quel 10% è soltanto una media storica e non una resa garantita. 

Non dimentichiamo che i mercati azionari possono perdere il 15-20% in poche settimane soprattutto se, come in questo momento, sono chiaramente "costosi",  mentre il rendimento del Treasury, se mantenuto fino alla scadenza, è noto già in partenza. Proprio per questo, quando i titoli di Stato arrivano a offrire rendimenti vicini al 5%, diventano concorrenti molto più temibili per le azioni di quanto il semplice confronto con le performance dell’ultimo decennio potrebbe far pensare.


C'è un altro aspetto, questo veramente tecnico, che influisce sul prezzo delle azioni quando i rendimenti salgono: è il tasso di sconto.  In finanza, “scontare” significa trasformare una somma futura nel suo valore ad oggi.


 Il principio di fondo è semplice: 100 franchi che ricevo oggi valgono più di 100 franchi che incasserò fra cinque anni, perché il denaro disponibile subito può essere già investito ed inizia a fruttare. Inoltre, pensateci bene,  il pagamento di qualche cosa nel futuro è sempre soggetto, in alcuni casi di più altri di meno, ad incertezza e bisogna tenerne conto.


Quindi, quando salgono i rendimenti dei Treasury, sale anche il tasso utilizzato dagli investitori per attribuire un valore ad oggi agli utili che un'azienda produrrà in futuro.


Piccolo esempio didattico (poi come sempre la realtà è più complessa...):


immaginiamo un'azienda che dovrebbe generare 100 dollari tra dieci anni.

  • Se li sconto al 3%, oggi quei 100 valgono circa 74 dollari.
  • Se invece li sconto al 5%, valgono soltanto circa 61 dollari.

L'azienda non è peggiorata e i 100 dollari futuri sono sempre gli stessi. È semplicemente diminuito il valore che sono disposto a pagare oggi per riceverli in futuro.


Questo è il motivo per cui l'aumento dei rendimenti tende a comprimere i multipli  come il P/E.

Ed è anche una delle ragioni  per cui i titoli growth e tecnologici — nei quali una parte importante del valore dipende dagli utili attesi tra molti anni in un futuro prossimo — tendono a essere particolarmente sensibili all'aumento dei tassi soprattutto ora che stanno iniziando ad indebitarsi piuttosto seriamente.


Concludendo: il problema è che un Treasury al 5% offre un rendimento sufficientemente elevato e relativamente sicuro da alzare l'asticella del rendimento che gli investitori pretendono dalle azioni. 

Contemporaneamente, tassi più elevati riducono il valore attuale degli utili futuri e quindi comprimono i multipli P/E e diventano una seria fonte di pressione per la Borsa.


***




Ci stiamo chiedendo se per caso il mercato americano abbia deciso di spostarsi lateralmente... E' probabile che gli investitori vorranno sentire cosa il 16 di settembre avrà da dire la FED e cosa deciderà di fare con i tassi; poi, se sarà necessario, scaricheranno le posizioni.

Comunque quando un indice comincia a muoversi lateralmente significa che, dopo una fase di rialzo o di ribasso, entra in una situazione di sostanziale equilibrio: compratori e venditori si equivalgono e i prezzi oscillano all’interno di una fascia abbastanza definita, senza riuscire a sviluppare una direzione precisa.

Questa fase viene chiamata anche lateralizzazione o consolidamento. Il limite inferiore della fascia rappresenta il supporto, dove tendono a prevalere gli acquisti, mentre quello superiore costituisce la resistenza, dove aumentano le vendite. La lateralità può avere due significati:

  • dopo un rialzo, può essere una semplice pausa utile a smaltire l’ipercomprato prima di riprendere la salita;
  • può invece indicare che la spinta rialzista si sta esaurendo e anticipare una correzione.

Sarà l’uscita dalla fascia a fornire l’indicazione più importante: il superamento della resistenza, possibilmente accompagnato da volumi elevati, segnala una probabile ripresa del rialzo; la rottura del supporto suggerisce invece l’inizio di una fase di debolezza. Finché l’indice rimane all’interno del canale è più corretto parlare di attesa e indecisione, ma non di inversione della tendenza.

Purtroppo un fantozziano incidente sportivo impedisce stamani chi scrive di usare la tastiera in modo decente e di terminare questi appunti. Quindi ci limitiamo a mostrarvi i grafici delle borse senza commenti. Noterete come soprattutto quelle americane sono in consolidamento comunque sempre all'interno di un trend di medio periodo rialzista. Da tenere d'occhio la borsa svizzera in quanto da un paio di settimane sta pericolosamente flirtando con il supporto del canale ascendente:  fino ad oggi ha tenuto ma non ci lascia tranquilli.



S&P500 (12.75% ytd)



Nasdaq (+14.05% ytd)



Eurostoxx50 (+10.39% ytd)



SMI (+8.51% ytd)


Buona domenica!

domenica 30 agosto 2026

Inflazione USA persistente

La scorsa settimana ci eravamo ripromessi di seguire con attenzione tre eventi destinati a caratterizzare quella che sta per concludersi e così abbiamo fatto.

Cominciamo dai dati del PCE americano, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve per valutare lo stato di salute dell’inflazione a stelle e strisce. Cercheremo di capire quali indicazioni emergano dai numeri appena pubblicati e se questi abbiano in qualche modo influenzato il discorso pronunciato da Kevin Warsh a Jackson Hole, l’amena località che ha appena ospitato il tradizionale raduno estivo dei principali banchieri centrali mondiali.

Passeremo poi in rassegna i risultati di Nvidia, cercando di valutare se e in quale misura possano condizionare, nelle prossime settimane, non soltanto le quotazioni delle società legate all’intelligenza artificiale ma anche l’andamento più generale dei mercati azionari.

Concluderemo infine con la new entry della settimana facendo un rapido accenno alle intenzioni belliche del presidente russo Vladimir Putin. Il quadro rimane ancora poco chiaro, ma le ultime mosse di Mosca sembrano cominciare a preoccupare gli investitori e potrebbero trasformarsi, quantomeno, in un nuovo elemento di disturbo per i mercati finanziari di mezzo mondo.


Mercoledì 26 agosto sono usciti i numeri del Personal Consumption Expeditures (PCE) americano:

  • PCE yoy luglio         : 3.7% (atteso: 3.6%; precedente: 3.75)
  • PCE Core yoy luglio: 3.3% (atteso: 3.3%; precedente: 3.3%)

Il PCE  ha confermato un’inflazione ancora troppo elevata rispetto all’obiettivo della Federal Reserve. L’indice generale è aumentato dello 0,2% mensile e del 3,7% annuo, invariato rispetto a giugno ma leggermente superiore alle attese. Il PCE core, che esclude alimentari ed energia ed è la misura maggiormente osservata dalla Fed, è cresciuto dello 0,2% mensile e del 3,3% annuo, in linea con le previsioni e anch’esso invariato rispetto a giugno. 

Il dato mensile non rappresenta una nuova accelerazione preoccupante, ma mostra che la disinflazione si è praticamente arrestata: il core PCE oscilla infatti intorno al 3,3% da diversi mesi, ancora molto lontano dall’obiettivo del 2%. Inoltre, i consumi reali sono rimasti sostanzialmente invariati, mentre il reddito disponibile reale è cresciuto dello 0,4%, segnalando una domanda meno vivace ma non ancora sufficientemente debole da far scendere rapidamente i prezzi. In un contesto del genere è difficile dare un taglio i tassi e a salire, immaginiamo, sarà di certo la gastrite di Trump che ultimamente di momenti felici ne ha avuti pochi.


Da quando Kevin Warsh ha assunto la presidenza della Federal Reserve, ci è stato ripetuto fino alla noia che non dovremo più attenderci indicazioni prospettiche troppo esplicite da parte della banca centrale americana. Per noi comuni mortali, desiderosi di capire quale direzione possa prendere la politica monetaria statunitense, ciò significa tornare a osservare e interpretare con ancora maggiore attenzione i dati economici. 

Detto questo, ogni tanto anche Warsh sarà pur costretto a parlare: l'occasione,  per ascoltarlo attentamente e cercare di comprendere che cosa gli passi per la testa, ci è stata fornita su di un vassoio d'argento dal simposio di Jackson Hole che si è appena concluso.


Abbiamo chiesto a ChatGPT, molto più bravo di noi nel riassumere per sommi capi, di elencare i punti principali del discorso di Warsh : 

  • Messaggio più restrittivo del previsto: Warsh non ha annunciato esplicitamente un rialzo dei tassi, ma ha chiarito che la lotta contro l’inflazione non è terminata e che la Fed dovrà intervenire se l’inflazione di fondo non si muoverà «chiaramente e con sufficiente rapidità» verso l’obiettivo.
  • Obiettivo del 2% non negoziabile: il target del 2% sul PCE resta «fermo e fisso». La stabilità dei prezzi non arriva automaticamente: secondo Warsh, deve essere garantita attraverso le decisioni della Fed.
  • Inflazione ancora troppo elevata: il PCE annuo si trova al 3,7% e quello annualizzato degli ultimi sei mesi al 4,1%. I dati estivi migliori delle attese non sono sufficienti per concludere che la tendenza sottostante sia realmente migliorata.
  • Priorità alla stabilità dei prezzi: con disoccupazione al 4,1%, richieste di sussidio contenute e mercato del lavoro vicino alla piena occupazione, Warsh ritiene che la Fed possa concentrarsi prevalentemente sull’inflazione.
  • Economia più forte e condizioni finanziarie poco restrittive: consumi, investimenti e utili societari rimangono solidi; gli spread creditizi sono bassi e il credito è facilmente disponibile. Warsh fatica quindi a considerare realmente restrittivo l’attuale livello dei tassi.
  • Possibile rialzo dei tassi: il discorso ha aumentato la probabilità attribuita dal mercato a un rialzo già nella riunione del 15-16 settembre, portandola intorno al 50-60%. La decisione dipenderà comunque dai prossimi dati su inflazione (11.9.26) e occupazione (4.9.26).
  • Una Fed più silenziosa: Warsh vuole ridurre la forward guidance e non intende comunicare anticipatamente un percorso dei tassi. La Fed deciderà riunione per riunione, osservando le tendenze economiche anziché singoli dati. Questo potrebbe rendere i mercati più volatili tra una pubblicazione macroeconomica e l’altra.
  • AI e produttività: Warsh riconosce che oltre metà della crescita degli investimenti aziendali del 2026 è legata all’AI e che questa tecnologia potrebbe aumentare la produttività. Rimangono però dubbi su chi incasserà i maggiori benefici economici e su quali saranno gli effetti finali sull’occupazione. 

Ci siamo quindi chiesti quali potrebbero essere le conseguenze di un tale discorso per i mercati finanziari:




  • Treasury a breve scadenza: sono i più esposti a nuovi rialzi della Fed. Il rendimento del biennale (linea rossa)  è infatti salito di circa 12 punti base al 4,35%, registrando il maggiore aumento giornaliero da marzo (freccia rossa). Se i prossimi dati sull’inflazione resteranno elevati, i rendimenti a 2-5 anni potrebbero salire ancora e i prezzi delle obbligazioni scendere.
  • Treasury a lunga scadenza: la reazione potrebbe essere più moderata. Una Fed credibile e aggressiva contro l’inflazione può contenere le aspettative inflazionistiche di lungo periodo, limitando l’aumento dei rendimenti decennali (linea nera)  e trentennali. Deficit pubblici, nuove emissioni e prezzi delle materie prime rimangono però fattori di pressione al rialzo.
  • Curva dei rendimenti: nell’immediato è probabile un movimento di appiattimento, con il rendimento biennale che sale più del decennale. Se la stretta monetaria facesse successivamente temere una recessione, la curva potrebbe invertirsi maggiormente; se invece prevalessero deficit e inflazione persistente, potrebbero salire anche le scadenze lunghe.
  • Obbligazioni societarie: tassi più elevati aumentano il costo del rifinanziamento. Le società solide possono resistere, mentre emittenti molto indebitati, high yield, neocloud e aziende AI dipendenti da finanziamenti continui diventano più vulnerabili. Forse la vera novità a tenere strettamente sotto osservazione è proprio il grado e il costo dell'indebitamento delle aziende coinvolte nello sviluppo dell'AI che fino a poco tempo fa pagavano gli investimenti per lo sviluppo della società attingendo alla cassa della stessa. Oggi sono costretti a rivolgersi a noi investitori chiedendo soldi in prestito.
  • Borse azionarie: il messaggio è moderatamente negativo perché aumenta il tasso utilizzato per attualizzare gli utili futuri. Nella seduta successiva al discorso, l’S&P 500 ha perso lo 0,25% e il Nasdaq lo 0,52%.
  • Energia e materie prime: potrebbero mantenere una forza relativa se petrolio e commodity continuassero a sostenere l’inflazione; sarebbero invece penalizzate da un marcato rallentamento economico.


Warsh ha quindi segnalato che l’economia americana è abbastanza robusta da sopportare una politica monetaria più severa e che, in assenza di un rapido ritorno dell’inflazione verso il 2%, la Fed potrebbe rialzare i tassi. Nell’immediato questo scenario favorisce rendimenti dei Treasury più alti, soprattutto sulla parte breve della curva, e rappresenta un ostacolo per obbligazioni a lunga durata e azioni growth. 

Le aspettative del mercato per un aumento dei tassi al 16 di settembre si sono subito adeguate alle parole di Warsh e da un giorno con l'altro la probabilità di un rialzo è passata dal 35.4% al 57.2%... (clicca sull'immagine per una miglior visione). 

E pensare che il 9 agosto avevamo scritto che un aumento dei tassi a settembre non fosse affatto scontato. Ci siamo poi interrogati nei giorni a seguire sulla persistente forza del Brent e del WTI le cui quotazioni, mantenendosi su questi livelli, rischiano inevitabilmente di alimentare nuove pressioni inflazionistiche. 

Infine sono arrivate le parole di Warsh: se terrà fede a quanto dichiarato i tassi saliranno e potrebbe diventare un altro presidente della Fed scelto e sostenuto da Trump destinato, pur di salvaguardare l'indipendenza della FED,  a voltargli le spalle.





Prima di parlare velocemente dei numeri di Nvidia, vogliamo portare alla vostra attenzione quello che è un evento che per il momento sta creando solo del brusio di sottofondo ma potrebbe anche rivelarsi qualche cosa di ben più dannoso per i mercati. Facciamo riferimento al comportamento di Putin e ad alcune esternazioni del suo portavoce.

Infatti la tensione tra Russia e NATO è tornata a salire: per il momento Putin non ha annunciato un attacco imminente contro l’Alleanza; nelle condizioni in cui si trova il suo esercito saremmo non sorpresi, di più! Mosca ha però minacciato di colpire installazioni militari britanniche, anche al di fuori dell’Ucraina, qualora Kiev continui a utilizzare missili Storm Shadow contro il territorio russo, mentre informazioni d’intelligence occidentali indicano che la Russia potrebbe valutare operazioni militari, sabotaggi o azioni sotto falsa bandiera contro Paesi del fianco orientale della NATO. 

Proprio per questo il direttore della CIA avrebbe recentemente messo in guardia Mosca anche se Trump ha minimizzato il pericolo sostenendo che Putin non attaccherà un Paese alleato. Il rischio principale non sembra dunque essere, almeno per ora, un’invasione convenzionale su vasta scala, bensì un’escalation graduale fatta di cyberattacchi, sabotaggi, droni, incidenti pilotati o attacchi contro obiettivi militari occidentali con la possibilità di oltrepassare accidentalmente la soglia dell'articolo 5 della Nato secondo cui un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. 

Quando si parla di «armi tattiche» in questo contesto ci si riferisce soprattutto alle armi nucleari tattiche, progettate per colpire obiettivi militari circoscritti sul campo di battaglia e trasportabili mediante missili a corto raggio, aerei o artiglieria; si distinguono dalle armi nucleari strategiche, destinate invece a distruggere città, infrastrutture vitali e capacità nucleari avversarie a grande distanza. 

Insomma, non sappiamo se ve lo ricordate, ma l'attacco russo all'Ucraina era stato vivamente sconsigliato dalla CIA che qualche settimana prima era volata in Russia per assicurarsi che Putin non facesse il matto. Tornata a casa con mille rassicurazioni, sappiamo come è andata a finire: da  4 anni e mezzo Russi e Ucraini sono in guerra e non se ne vede la fine... 
Ovviamente un attacco ad uno qualsiasi dei paesi Nato,  temiamo che non sarà digerito tanto bene dai mercati finanziari! Se fossimo in America eleviamo il nostro stato d'allerta da Defcon 5 a 4 (sorveglianza e misure di sicurezza rafforzate) sperando di non arrivare mai a Defcon 1 che è sinonimo di "Attacco nucleare imminente o già in corso" !

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Due parole sui risultati di Nvidia in quanto erano attesi con parecchia ansia dal mercato:

la società ha pubblicato risultati nettamente superiori alle attese, confermando che la domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale continua ad accelerare. Nel secondo trimestre fiscale 2027 i ricavi hanno raggiunto 96,2 miliardi di dollari, in crescita del 106% su base annua e del 18% rispetto al trimestre precedente, contro attese di circa 91,9 miliardi. 

Il Data Center, ormai pari a oltre il 92% del fatturato, ha generato 89 miliardi, con un aumento annuo del 117%, mentre l’utile rettificato per azione si è attestato a 2,22 dollari, superando le previsioni di circa 2,09 dollari. Il margine lordo è rimasto sull’eccezionale livello del 75%. 

Ancora più importante è la guidance: Nvidia prevede per il trimestre in corso ricavi per 108 miliardi, senza includere vendite di chip Data Center alla Cina. Per il prossimo esercizio prevista una crescita vicina al 70%, frenata più dai limiti dell’offerta che dalla mancanza di domanda.


Questi numeri indicano che il ciclo dell’AI non sta ancora rallentando e che la domanda si sta allargando dagli hyperscaler alle società neocloud, ai governi e alle imprese industriali, mentre l’intelligenza artificiale passa progressivamente dall’addestramento dei modelli all’utilizzo commerciale attraverso inferenza e agenti autonomi. 


 Rimane tuttavia necessaria una certa qual prudenza: valutazioni elevate, enormi fabbisogni di capitale e possibili finanziamenti “circolari” nell’ecosistema AI rendono vulnerabili le società più indebitate o prive di ricavi concreti. La trimestrale rafforza quindi strutturalmente il tema AI, ma alza ulteriormente le aspettative e rende indispensabile distinguere tra aziende con vantaggi competitivi e utili reali e titoli sostenuti prevalentemente dall’entusiasmo del mercato.


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Rapidissimamente gettiamo uno sguardo ai soliti indici azionari: tutti evolvono ancora  all'interno del canale rialzista di medio periodo e non si vedono, per il momento, veri e propri cedimenti. Insomma, per  tutti  il trend rialzista è ancora in essere.




Lo S&P500 (+12.65% ytd) sembra comunque prendersi una pausa di riflessione e da inizio agosto si sta sviluppando lateralmente ed è ancora sopra tutte e tre le medi mobili. Come sappiamo il modello di Ned Davis prevede una correzione per il mese di settembre magari, perché no, favorita da un aumento dei tassi al termine della sessione della FED del 16 di settembre?



Discorso analogo per il Nasdaq (+12.60% ytd) che in fase laterare è entrato già dal mese di giugno. La media mobile dei 50 giorni fa da supporto ma ora che anche Nvida ha pubblicato e con la minaccia di un aumento dei tassi potrebbe anche facilmente cedere rappresentando in tal modo un primo segnale di debolezza tecnica.




Bene anche l'Eurostoxx50 (+11.99% ytd) che per il momento si muove ben al di sopra delle medie mobili. A livello di RSI siamo in zona neutra: indica
come le pressioni degli acquirenti e dei venditori sono sostanzialmente equilibrate; preso a sé stante non offre un segnale operativo preciso.




L’indice  SMI (+8.53% ytd) continua a salire lungo una traiettoria decisamente più ripida rispetto all'ordinato sviluppo a 45 gradi dei due mercati americani e di quello europeo. Sebbene questa accelerazione confermi la forza del movimento rialzista, ne riduce progressivamente la sostenibilità e aumenta il rischio di un consolidamento o di una correzione improvvisa. 
L’indice si sta progressivamente avvicinando alla media mobile a 50 giorni che rischia di essere violata al ribasso. Un’eventuale chiusura sotto questo importante supporto dinamico rappresenterebbe un primo segnale concreto di deterioramento del quadro tecnico. Non si tratta necessariamente di un segnale di vendita immediato, ma invita a evitare di inseguire i prezzi e a proteggere con maggiore attenzione i guadagni accumulati. 


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La prospettiva di un aumento dei rendimenti ha rimesso in movimento la valuta americana che si sta riavvicinando agli 81 centesimi contro franco svizzero...



È importante sottolineare come i rendimenti obbligazionari siano generalmente in aumento un po’ ovunque, spinti dalle crescenti preoccupazioni per l’espansione dei debiti pubblici che, come abbiamo più volte ricordato nelle scorse settimane, non rappresenta affatto una prerogativa esclusivamente americana. In questo contesto, anche l’euro torna a rafforzarsi nei confronti del franco svizzero, riavvicinandosi progressivamente ai massimi raggiunti nel corso dell’anno.



La prospettiva di un rialzo dei tassi americani ha penalizzato nettamente l’oro, tornato al di sotto della media mobile a 50 giorni. La perdita di questo importante supporto dinamico rappresenta un primo, chiaro segnale di deterioramento del quadro tecnico.




Il Bitcoin si è ben comportato durante la settimana e, come avevamo prospettato nei nostri ultimi Appunti, è arrivato a testare la resistenza posta a 81’500 dollari. L’RSI segnala tuttavia una netta condizione di ipercomprato: una pausa di consolidamento sarebbe quindi salutare e permetterebbe alla criptovaluta di riassorbire gli eccessi prima di tentare un nuovo allungo verso la successiva resistenza di 92’800 dollari. 
Tra gli appuntamenti da segnare in calendario figura il 15 settembre, quando il Senato americano terrà il primo voto procedurale sul CLARITY Act: un passaggio importante, anche se non ancora equivalente all’approvazione definitiva della legge.


Buona domenica!

PS:  Quelli che avete appena finito di leggere sono gli Appunti Finanziari numero 400: un traguardo importante, che desideriamo condividere con tutti voi. Cogliamo quindi l’occasione per ringraziare sinceramente i nostri lettori, sia coloro che ci seguono fin dall’inizio sia quelli che si sono aggiunti lungo il cammino, per il tempo, l’attenzione e la pazienza che continuano a dedicarci. I vostri commenti, le domande, gli spunti e, talvolta, anche le osservazioni critiche ci hanno aiutato a riflettere, a migliorare e a far evolvere nel tempo questi Appunti. Dopo quattrocento numeri, resta immutato il nostro obiettivo: provare a interpretare mercati finanziari sempre più complessi con indipendenza, buon senso e un linguaggio il più possibile chiaro. Grazie per averci accompagnato fin qui e, soprattutto, per continuare a percorrere questa strada insieme a noi.