domenica 30 agosto 2026

Inflazione USA persistente

La scorsa settimana ci eravamo ripromessi di seguire con attenzione tre eventi destinati a caratterizzare quella che sta per concludersi e così abbiamo fatto.

Cominciamo dai dati del PCE americano, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve per valutare lo stato di salute dell’inflazione a stelle e strisce. Cercheremo di capire quali indicazioni emergano dai numeri appena pubblicati e se questi abbiano in qualche modo influenzato il discorso pronunciato da Kevin Warsh a Jackson Hole, l’amena località che ha appena ospitato il tradizionale raduno estivo dei principali banchieri centrali mondiali.

Passeremo poi in rassegna i risultati di Nvidia, cercando di valutare se e in quale misura possano condizionare, nelle prossime settimane, non soltanto le quotazioni delle società legate all’intelligenza artificiale ma anche l’andamento più generale dei mercati azionari.

Concluderemo infine con la new entry della settimana facendo un rapido accenno alle intenzioni belliche del presidente russo Vladimir Putin. Il quadro rimane ancora poco chiaro, ma le ultime mosse di Mosca sembrano cominciare a preoccupare gli investitori e potrebbero trasformarsi, quantomeno, in un nuovo elemento di disturbo per i mercati finanziari di mezzo mondo.


Mercoledì 26 agosto sono usciti i numeri del Personal Consumption Expeditures (PCE) americano:

  • PCE yoy luglio         : 3.7% (atteso: 3.6%; precedente: 3.75)
  • PCE Core yoy luglio: 3.3% (atteso: 3.3%; precedente: 3.3%)

Il PCE  ha confermato un’inflazione ancora troppo elevata rispetto all’obiettivo della Federal Reserve. L’indice generale è aumentato dello 0,2% mensile e del 3,7% annuo, invariato rispetto a giugno ma leggermente superiore alle attese. Il PCE core, che esclude alimentari ed energia ed è la misura maggiormente osservata dalla Fed, è cresciuto dello 0,2% mensile e del 3,3% annuo, in linea con le previsioni e anch’esso invariato rispetto a giugno. 

Il dato mensile non rappresenta una nuova accelerazione preoccupante, ma mostra che la disinflazione si è praticamente arrestata: il core PCE oscilla infatti intorno al 3,3% da diversi mesi, ancora molto lontano dall’obiettivo del 2%. Inoltre, i consumi reali sono rimasti sostanzialmente invariati, mentre il reddito disponibile reale è cresciuto dello 0,4%, segnalando una domanda meno vivace ma non ancora sufficientemente debole da far scendere rapidamente i prezzi. In un contesto del genere è difficile dare un taglio i tassi e a salire, immaginiamo, sarà di certo la gastrite di Trump che ultimamente di momenti felici ne ha avuti pochi.


Da quando Kevin Warsh ha assunto la presidenza della Federal Reserve, ci è stato ripetuto fino alla noia che non dovremo più attenderci indicazioni prospettiche troppo esplicite da parte della banca centrale americana. Per noi comuni mortali, desiderosi di capire quale direzione possa prendere la politica monetaria statunitense, ciò significa tornare a osservare e interpretare con ancora maggiore attenzione i dati economici. 

Detto questo, ogni tanto anche Warsh sarà pur costretto a parlare: l'occasione,  per ascoltarlo attentamente e cercare di comprendere che cosa gli passi per la testa, ci è stata fornita su di un vassoio d'argento dal simposio di Jackson Hole che si è appena concluso.


Abbiamo chiesto a ChatGPT, molto più bravo di noi nel riassumere per sommi capi, di elencare i punti principali del discorso di Warsh : 

  • Messaggio più restrittivo del previsto: Warsh non ha annunciato esplicitamente un rialzo dei tassi, ma ha chiarito che la lotta contro l’inflazione non è terminata e che la Fed dovrà intervenire se l’inflazione di fondo non si muoverà «chiaramente e con sufficiente rapidità» verso l’obiettivo.
  • Obiettivo del 2% non negoziabile: il target del 2% sul PCE resta «fermo e fisso». La stabilità dei prezzi non arriva automaticamente: secondo Warsh, deve essere garantita attraverso le decisioni della Fed.
  • Inflazione ancora troppo elevata: il PCE annuo si trova al 3,7% e quello annualizzato degli ultimi sei mesi al 4,1%. I dati estivi migliori delle attese non sono sufficienti per concludere che la tendenza sottostante sia realmente migliorata.
  • Priorità alla stabilità dei prezzi: con disoccupazione al 4,1%, richieste di sussidio contenute e mercato del lavoro vicino alla piena occupazione, Warsh ritiene che la Fed possa concentrarsi prevalentemente sull’inflazione.
  • Economia più forte e condizioni finanziarie poco restrittive: consumi, investimenti e utili societari rimangono solidi; gli spread creditizi sono bassi e il credito è facilmente disponibile. Warsh fatica quindi a considerare realmente restrittivo l’attuale livello dei tassi.
  • Possibile rialzo dei tassi: il discorso ha aumentato la probabilità attribuita dal mercato a un rialzo già nella riunione del 15-16 settembre, portandola intorno al 50-60%. La decisione dipenderà comunque dai prossimi dati su inflazione (11.9.26) e occupazione (4.9.26).
  • Una Fed più silenziosa: Warsh vuole ridurre la forward guidance e non intende comunicare anticipatamente un percorso dei tassi. La Fed deciderà riunione per riunione, osservando le tendenze economiche anziché singoli dati. Questo potrebbe rendere i mercati più volatili tra una pubblicazione macroeconomica e l’altra.
  • AI e produttività: Warsh riconosce che oltre metà della crescita degli investimenti aziendali del 2026 è legata all’AI e che questa tecnologia potrebbe aumentare la produttività. Rimangono però dubbi su chi incasserà i maggiori benefici economici e su quali saranno gli effetti finali sull’occupazione. 

Ci siamo quindi chiesti quali potrebbero essere le conseguenze di un tale discorso per i mercati finanziari:




  • Treasury a breve scadenza: sono i più esposti a nuovi rialzi della Fed. Il rendimento del biennale (linea rossa)  è infatti salito di circa 12 punti base al 4,35%, registrando il maggiore aumento giornaliero da marzo (freccia rossa). Se i prossimi dati sull’inflazione resteranno elevati, i rendimenti a 2-5 anni potrebbero salire ancora e i prezzi delle obbligazioni scendere.
  • Treasury a lunga scadenza: la reazione potrebbe essere più moderata. Una Fed credibile e aggressiva contro l’inflazione può contenere le aspettative inflazionistiche di lungo periodo, limitando l’aumento dei rendimenti decennali (linea nera)  e trentennali. Deficit pubblici, nuove emissioni e prezzi delle materie prime rimangono però fattori di pressione al rialzo.
  • Curva dei rendimenti: nell’immediato è probabile un movimento di appiattimento, con il rendimento biennale che sale più del decennale. Se la stretta monetaria facesse successivamente temere una recessione, la curva potrebbe invertirsi maggiormente; se invece prevalessero deficit e inflazione persistente, potrebbero salire anche le scadenze lunghe.
  • Obbligazioni societarie: tassi più elevati aumentano il costo del rifinanziamento. Le società solide possono resistere, mentre emittenti molto indebitati, high yield, neocloud e aziende AI dipendenti da finanziamenti continui diventano più vulnerabili. Forse la vera novità a tenere strettamente sotto osservazione è proprio il grado e il costo dell'indebitamento delle aziende coinvolte nello sviluppo dell'AI che fino a poco tempo fa pagavano gli investimenti per lo sviluppo della società attingendo alla cassa della stessa. Oggi sono costretti a rivolgersi a noi investitori chiedendo soldi in prestito.
  • Borse azionarie: il messaggio è moderatamente negativo perché aumenta il tasso utilizzato per attualizzare gli utili futuri. Nella seduta successiva al discorso, l’S&P 500 ha perso lo 0,25% e il Nasdaq lo 0,52%.
  • Energia e materie prime: potrebbero mantenere una forza relativa se petrolio e commodity continuassero a sostenere l’inflazione; sarebbero invece penalizzate da un marcato rallentamento economico.


Warsh ha quindi segnalato che l’economia americana è abbastanza robusta da sopportare una politica monetaria più severa e che, in assenza di un rapido ritorno dell’inflazione verso il 2%, la Fed potrebbe rialzare i tassi. Nell’immediato questo scenario favorisce rendimenti dei Treasury più alti, soprattutto sulla parte breve della curva, e rappresenta un ostacolo per obbligazioni a lunga durata e azioni growth. 

Le aspettative del mercato per un aumento dei tassi al 16 di settembre si sono subito adeguate alle parole di Warsh e da un giorno con l'altro la probabilità di un rialzo è passata dal 35.4% al 57.2%... (clicca sull'immagine per una miglior visione). 

E pensare che il 9 agosto avevamo scritto che un aumento dei tassi a settembre non fosse affatto scontato. Ci siamo poi interrogati nei giorni a seguire sulla persistente forza del Brent e del WTI le cui quotazioni, mantenendosi su questi livelli, rischiano inevitabilmente di alimentare nuove pressioni inflazionistiche. 

Infine sono arrivate le parole di Warsh: se terrà fede a quanto dichiarato i tassi saliranno e potrebbe diventare un altro presidente della Fed scelto e sostenuto da Trump destinato, pur di salvaguardare l'indipendenza della FED,  a voltargli le spalle.





Prima di parlare velocemente dei numeri di Nvidia, vogliamo portare alla vostra attenzione quello che è un evento che per il momento sta creando solo del brusio di sottofondo ma potrebbe anche rivelarsi qualche cosa di ben più dannoso per i mercati. Facciamo riferimento al comportamento di Putin e ad alcune esternazioni del suo portavoce.

Infatti la tensione tra Russia e NATO è tornata a salire: per il momento Putin non ha annunciato un attacco imminente contro l’Alleanza; nelle condizioni in cui si trova il suo esercito saremmo non sorpresi, di più! Mosca ha però minacciato di colpire installazioni militari britanniche, anche al di fuori dell’Ucraina, qualora Kiev continui a utilizzare missili Storm Shadow contro il territorio russo, mentre informazioni d’intelligence occidentali indicano che la Russia potrebbe valutare operazioni militari, sabotaggi o azioni sotto falsa bandiera contro Paesi del fianco orientale della NATO. 

Proprio per questo il direttore della CIA avrebbe recentemente messo in guardia Mosca anche se Trump ha minimizzato il pericolo sostenendo che Putin non attaccherà un Paese alleato. Il rischio principale non sembra dunque essere, almeno per ora, un’invasione convenzionale su vasta scala, bensì un’escalation graduale fatta di cyberattacchi, sabotaggi, droni, incidenti pilotati o attacchi contro obiettivi militari occidentali con la possibilità di oltrepassare accidentalmente la soglia dell'articolo 5 della Nato secondo cui un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. 

Quando si parla di «armi tattiche» in questo contesto ci si riferisce soprattutto alle armi nucleari tattiche, progettate per colpire obiettivi militari circoscritti sul campo di battaglia e trasportabili mediante missili a corto raggio, aerei o artiglieria; si distinguono dalle armi nucleari strategiche, destinate invece a distruggere città, infrastrutture vitali e capacità nucleari avversarie a grande distanza. 

Insomma, non sappiamo se ve lo ricordate, ma l'attacco russo all'Ucraina era stato vivamente sconsigliato dalla CIA che qualche settimana prima era volata in Russia per assicurarsi che Putin non facesse il matto. Tornata a casa con mille rassicurazioni, sappiamo come è andata a finire: da  4 anni e mezzo Russi e Ucraini sono in guerra e non se ne vede la fine... 
Ovviamente un attacco ad uno qualsiasi dei paesi Nato,  temiamo che non sarà digerito tanto bene dai mercati finanziari! Se fossimo in America eleviamo il nostro stato d'allerta da Defcon 5 a 4 (sorveglianza e misure di sicurezza rafforzate) sperando di non arrivare mai a Defcon 1 che è sinonimo di "Attacco nucleare imminente o già in corso" !

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Due parole sui risultati di Nvidia in quanto erano attesi con parecchia ansia dal mercato:

la società ha pubblicato risultati nettamente superiori alle attese, confermando che la domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale continua ad accelerare. Nel secondo trimestre fiscale 2027 i ricavi hanno raggiunto 96,2 miliardi di dollari, in crescita del 106% su base annua e del 18% rispetto al trimestre precedente, contro attese di circa 91,9 miliardi. 

Il Data Center, ormai pari a oltre il 92% del fatturato, ha generato 89 miliardi, con un aumento annuo del 117%, mentre l’utile rettificato per azione si è attestato a 2,22 dollari, superando le previsioni di circa 2,09 dollari. Il margine lordo è rimasto sull’eccezionale livello del 75%. 

Ancora più importante è la guidance: Nvidia prevede per il trimestre in corso ricavi per 108 miliardi, senza includere vendite di chip Data Center alla Cina. Per il prossimo esercizio prevista una crescita vicina al 70%, frenata più dai limiti dell’offerta che dalla mancanza di domanda.


Questi numeri indicano che il ciclo dell’AI non sta ancora rallentando e che la domanda si sta allargando dagli hyperscaler alle società neocloud, ai governi e alle imprese industriali, mentre l’intelligenza artificiale passa progressivamente dall’addestramento dei modelli all’utilizzo commerciale attraverso inferenza e agenti autonomi. 


 Rimane tuttavia necessaria una certa qual prudenza: valutazioni elevate, enormi fabbisogni di capitale e possibili finanziamenti “circolari” nell’ecosistema AI rendono vulnerabili le società più indebitate o prive di ricavi concreti. La trimestrale rafforza quindi strutturalmente il tema AI, ma alza ulteriormente le aspettative e rende indispensabile distinguere tra aziende con vantaggi competitivi e utili reali e titoli sostenuti prevalentemente dall’entusiasmo del mercato.


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Rapidissimamente gettiamo uno sguardo ai soliti indici azionari: tutti evolvono ancora  all'interno del canale rialzista di medio periodo e non si vedono, per il momento, veri e propri cedimenti. Insomma, per  tutti  il trend rialzista è ancora in essere.




Lo S&P500 (+12.65% ytd) sembra comunque prendersi una pausa di riflessione e da inizio agosto si sta sviluppando lateralmente ed è ancora sopra tutte e tre le medi mobili. Come sappiamo il modello di Ned Davis prevede una correzione per il mese di settembre magari, perché no, favorita da un aumento dei tassi al termine della sessione della FED del 16 di settembre?



Discorso analogo per il Nasdaq (+12.60% ytd) che in fase laterare è entrato già dal mese di giugno. La media mobile dei 50 giorni fa da supporto ma ora che anche Nvida ha pubblicato e con la minaccia di un aumento dei tassi potrebbe anche facilmente cedere rappresentando in tal modo un primo segnale di debolezza tecnica.




Bene anche l'Eurostoxx50 (+11.99% ytd) che per il momento si muove ben al di sopra delle medie mobili. A livello di RSI siamo in zona neutra: indica
come le pressioni degli acquirenti e dei venditori sono sostanzialmente equilibrate; preso a sé stante non offre un segnale operativo preciso.




L’indice  SMI (+8.53% ytd) continua a salire lungo una traiettoria decisamente più ripida rispetto all'ordinato sviluppo a 45 gradi dei due mercati americani e di quello europeo. Sebbene questa accelerazione confermi la forza del movimento rialzista, ne riduce progressivamente la sostenibilità e aumenta il rischio di un consolidamento o di una correzione improvvisa. 
L’indice si sta progressivamente avvicinando alla media mobile a 50 giorni che rischia di essere violata al ribasso. Un’eventuale chiusura sotto questo importante supporto dinamico rappresenterebbe un primo segnale concreto di deterioramento del quadro tecnico. Non si tratta necessariamente di un segnale di vendita immediato, ma invita a evitare di inseguire i prezzi e a proteggere con maggiore attenzione i guadagni accumulati. 


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La prospettiva di un aumento dei rendimenti ha rimesso in movimento la valuta americana che si sta riavvicinando agli 81 centesimi contro franco svizzero...



È importante sottolineare come i rendimenti obbligazionari siano generalmente in aumento un po’ ovunque, spinti dalle crescenti preoccupazioni per l’espansione dei debiti pubblici che, come abbiamo più volte ricordato nelle scorse settimane, non rappresenta affatto una prerogativa esclusivamente americana. In questo contesto, anche l’euro torna a rafforzarsi nei confronti del franco svizzero, riavvicinandosi progressivamente ai massimi raggiunti nel corso dell’anno.



La prospettiva di un rialzo dei tassi americani ha penalizzato nettamente l’oro, tornato al di sotto della media mobile a 50 giorni. La perdita di questo importante supporto dinamico rappresenta un primo, chiaro segnale di deterioramento del quadro tecnico.




Il Bitcoin si è ben comportato durante la settimana e, come avevamo prospettato nei nostri ultimi Appunti, è arrivato a testare la resistenza posta a 81’500 dollari. L’RSI segnala tuttavia una netta condizione di ipercomprato: una pausa di consolidamento sarebbe quindi salutare e permetterebbe alla criptovaluta di riassorbire gli eccessi prima di tentare un nuovo allungo verso la successiva resistenza di 92’800 dollari. 
Tra gli appuntamenti da segnare in calendario figura il 15 settembre, quando il Senato americano terrà il primo voto procedurale sul CLARITY Act: un passaggio importante, anche se non ancora equivalente all’approvazione definitiva della legge.


Buona domenica!

PS:  Quelli che avete appena finito di leggere sono gli Appunti Finanziari numero 400: un traguardo importante, che desideriamo condividere con tutti voi. Cogliamo quindi l’occasione per ringraziare sinceramente i nostri lettori, sia coloro che ci seguono fin dall’inizio sia quelli che si sono aggiunti lungo il cammino, per il tempo, l’attenzione e la pazienza che continuano a dedicarci. I vostri commenti, le domande, gli spunti e, talvolta, anche le osservazioni critiche ci hanno aiutato a riflettere, a migliorare e a far evolvere nel tempo questi Appunti. Dopo quattrocento numeri, resta immutato il nostro obiettivo: provare a interpretare mercati finanziari sempre più complessi con indipendenza, buon senso e un linguaggio il più possibile chiaro. Grazie per averci accompagnato fin qui e, soprattutto, per continuare a percorrere questa strada insieme a noi.





domenica 23 agosto 2026

USA: troppi debiti !


Per vedere tutti numeri dell'US Debt Clock:    clicca qui
 

Prima o poi doveva succedere che il debito nazionale a Stelle e Strisce superasse i 40 trilioni di dollari. Lo ha fatto prima del previsto ed ora qualcuno - colui che sta a capo del Tesoro americano -  inizia, meglio tardi che mai, a preoccuparsi! Abbiamo finalmente capito qual'è la soglia di dolore dell'amministrazione Trump che probabilmente non gradisce per nulla vedere i rendimenti del Treasury decennale avvicinarsi al 5%... potete quindi facilmente immaginare dove stanno andando le rese dei Treasury con scadenze superiori. Insomma, è un problema che non può più essere ignorato.



Infatti il costo annuale di questo enorme debito si situa al terzo posto di una classifica che vede gli esborsi per la salute e quelli per la previdenza occupare il primo e il secondo posto dell'articolato budget americano.  Sul terzo gradino del podio troviamo il costo dei debiti:  1.1 trilioni di dollari di soli interessi passivi non sono noccioline e la tendenza è in chiaro aumento.  Il recente e forte rialzo dei rendimenti dei Treasury a lungo termine sta mettendo sotto pressione il governo americano ed è il frutto di una combinazione particolarmente perniciosa costituita da inflazione persistente, crescente offerta di debito e minore fiducia nella sostenibilità delle finanze pubbliche a lungo termine. 

Inoltre le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz e il rincaro dell’energia e delle materie prime in generale alimentano il timore che l’inflazione possa in effetti restare elevata più a lungo del previsto (ne parliamo brevemente tra poco) mentre le ingenti emissioni obbligazionarie delle grandi società tecnologiche, necessarie a finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale, aumentano la concorrenza per il capitale e costringono il Tesoro americano ad offrire rendimenti più generosi se vuole piazzare presso gli investitori tutte le emissioni.


 Il problema comunque non è solo americano: infatti l’espansione dei debiti e dei disavanzi pubblici è comune a molti altri Paesi quali Francia, Italia, Inghilterra e Giappone dove gli investitori dubitano della volontà politica di ridurre la spesa o aumentare le entrate. Anche alle nostre latitudini è un bel dilemma che diventa sempre più difficile da ignorare: prima o poi i nodi arrivano al pettine. 

A rendere il quadro ancora più fragile contribuisce il progressivo passaggio dei titoli pubblici dalle mani di istituzioni relativamente poco sensibili alla fluttuazione del prezzo delle obbligazioni (come le casse pensioni o le assicurazioni)  a quelle di investitori privati, che richiedono un premio più elevato per finanziare il debito di aziende e stati a lunga scadenza e sono  sensibili anche alle variazioni di prezzo degli strumenti a reddito fisso.

Il messaggio dei mercati obbligazionari è quindi piuttosto palese: i redimenti a lungo termine, senza un miglioramento credibile della disciplina fiscale e delle prospettive d’inflazione, difficilmente scenderanno in maniera duratura, con conseguenze potenzialmente negative per i conti pubblici, il credito, gli investimenti, le ipoteche e i tassi debitori delle carte di credito. Attenzione:  anche le valutazioni azionarie potrebbero risentirne. Anzi, è quasi certo!

Quindi la decisione del segretario al Tesoro Scott Bessent del 18 di agosto d'intervenire direttamente sul mercato obbligazionario statunitense, acquistando Treasury a lunga scadenza finanziando tali operazioni con maggiori emissioni di titoli a breve termine, segna una svolta interventista e rischia di entrare in aperto conflitto con la politica della Federal Reserve guidata da Kevin Warsh. L’obiettivo è ridurre artificialmente i rendimenti a lungo termine dopo che il trentennale ha raggiunto il livello più elevato degli ultimi diciannove anni. 

La strategia contraddice l’impostazione del capo della FED Warsh, che aveva considerato l’aumento dei rendimenti utile per contenere l’inflazione e che sostiene pure una riduzione del bilancio della Fed accompagnata dalla vendita di titoli a lunga scadenza. Come dire che la mano destra non sa cosa fa quella sinistra! Secondo diversi economisti questa sovrapposizione fra politica fiscale e monetaria, aggravata dalle continue pressioni di Trump per ottenere un taglio dei tassi, alimenta il rischio di “dominio fiscale”: una situazione nella quale la banca centrale sarebbe, di fatto, condizionata dall’esigenza del Tesoro di contenere il costo del debito pubblico. 

Per il momento Bessent si è  limitato ad indicare che il Tesoro potrebbe acquistare il doppio dei Treasury rispetto a quello che già sta facendo (si passerebbe nel periodo tra agosto e novembre da 18 a 32 miliardi): l'operazione potrebbe indebolire il dollaro e creare ulteriori pressioni inflazionistiche, costringendo la Fed ad aumentare i tassi a breve proprio mentre il Tesoro cerca di ridurre quelli a lungo termine. 




Il risultato è una comunicazione istituzionale sempre più confusa, nella quale i mercati non riescono più a distinguere quale sia il vero orientamento delle autorità, riaprendo il tema dell’effettiva indipendenza della politica monetaria statunitense dalle necessità di finanziamento del governo. Comunque sia il mercato ha subito reagito il primo giorno come Bessent si sarebbe aspettato (riduzione dei rendimenti)  ma tre giorni dopo ci ha ripensato rispedendo al mittente l'idea e riportando i rendimenti di venerdì sera allo stesso livello di dove erano il 18 agosto... Il messaggio del mercato per il momento sembra chiaro.


Ci perdonerete ma prima di gettare uno sguardo ai noiosi grafici azionari, dobbiamo spendere ancora qualche parola per chiarificare la nostra posizione nei riguardi dell'inflazione. Il 12 di agosto c'è stata la pubblicazione dello stato di salute di quella americana:

  • CPI yoy luglio         : 3.4% (atteso: 3.4%; precedente: 3.5%)
  • Core CPI yoy luglio: 2.5% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%) 
Il leggero calo dell'inflazione rispetto al mese precedente ha messo tutti di buon umore ma temiamo che la lettura di quella di agosto,  verrà pubblicata il 16 di settembre, sarà un pochino diversa. Infatti:


il CPI americano di luglio ha beneficiato ancora di un contributo favorevole dell’energia, con questa componente in calo dell’1,5% sul mese e soprattutto la benzina in flessione del 2,9%, contribuendo così a contenere l’inflazione generale. Da agosto, però, il quadro potrebbe cambiare sensibilmente, perché il forte rialzo del petrolio registrato tra luglio e agosto sta iniziando a trasferirsi sui prezzi dei carburanti: la benzina pesa per circa il 4% nel paniere CPI e, indicativamente, un suo aumento mensile del 5% potrebbe aggiungere quasi 0,2 punti percentuali al CPI complessivo. 

Il primo effetto dello shock petrolifero sarà quindi visibile soprattutto sull’inflazione attraverso la benzina, il diesel  e gli altri prodotti energetici, mentre il Core CPI, che esclude direttamente energia e alimentari, dovrebbe inizialmente risentirne molto meno. Il rischio più importante emerge però qualora il petrolio rimanesse stabilmente su livelli elevati: in questo caso, nei mesi successivi potrebbero manifestarsi effetti di secondo ordine attraverso maggiori costi di trasporto, logistica, produzione e servizi, rendendo l’inflazione più persistente. 

Il vero pericolo, pertanto, non è necessariamente un’immediata esplosione del CPI, quanto il fatto che il rincaro energetico interrompa il processo disinflazionistico americano e mantenga l’inflazione ostinatamente sopra il 3%. Una situazione particolarmente delicata per la FED, che potrebbe trovarsi di fronte alla scomoda combinazione di mercato del lavoro in rallentamento e inflazione nuovamente sotto pressione, riducendo sensibilmente lo spazio disponibile per eventuali tagli dei tassi. Per questo motivo, il CPI di agosto e quelli immediatamente successivi saranno decisivi per capire quanto dello shock petrolifero si sarà effettivamente trasferito sui prezzi al consumo americani.



Da non trascurare, in ottica infalzionistica, anche il rincaro delle materie prime che è vicino ai massimi dell'anno: è vero che i riflessi negativi di questo tipo di 
rincaro li avremo verosimilmente in autunno ma tutto contribuisce a far si che non sarà facile rispedire il livello di inflazione sotto il 3%, anzi, dovremmo iniziare a temere addirittura un ulteriore aumento dei prezzi (e dire addio ad eventuali tagli ai tassi...).


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Nelle ultime settimane il ciclo composito dello S&P 500 elaborato da Ned Davis ha mostrato una buona capacità di descrivere soprattutto la direzione del mercato, pur con alcune differenze nell’ampiezza e nella tempistica dei movimenti. Dopo una fase piuttosto irregolare tra giugno e luglio, nella seconda metà di luglio l’indice reale — linea arancione tratteggiata — ha inizialmente sottoperformato il percorso storico, ma tra la fine di luglio e la prima metà di agosto ha recuperato rapidamente, ricongiungendosi quasi perfettamente alla linea del ciclo. Entrambi hanno infatti raggiunto un massimo verso metà agosto e, negli ultimi giorni riportati nel grafico, hanno cominciato a ripiegare insieme. Questa recente convergenza rafforza temporaneamente l’utilità del modello come indicatore tattico: non perché abbia previsto esattamente i livelli dello S&P 500, ma perché ha individuato abbastanza bene la successione dei movimenti.

La parte più interessante è però quella prospettica. Il ciclo composito suggerisce che il massimo di agosto potrebbe lasciare spazio a una fase stagionalmente difficile: una prima discesa tra la fine di agosto e settembre, seguita da volatilità e da un possibile minimo più importante tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Dopo una breve ripresa nella seconda metà di ottobre, il modello segnala poi una marcata accelerazione rialzista da novembre fino alla fine dell’anno, con soltanto alcune correzioni intermedie. In altre parole, il ciclo descrive un autunno inizialmente fragile ma un ultimo bimestre decisamente favorevole.

Va comunque ricordato che le due linee utilizzano scale differenti e che Ned Davis specifica esplicitamente: “Trend is more important than level”. Non bisogna quindi confrontare i valori numerici delle due curve né interpretare l’ampiezza prevista della discesa come una percentuale attesa. Il ciclo è una media, con uguale ponderazione, di tre regolarità storiche — ciclo stagionale annuale, ciclo presidenziale quadriennale e ciclo decennale — e rappresenta una traccia probabilistica, non una previsione. Il messaggio operativo è pertanto di aumentare la prudenza tra la fine di agosto e l’inizio di ottobre, verificando però la previsione con trend, ampiezza di mercato, volatilità e condizioni macroeconomiche; un’eventuale tenuta del mercato durante questa finestra negativa costituirebbe invece un segnale di forza relativa particolarmente significativo. Comunque se sentite il bisogno di proteggervi, noi non abbiamo nulla in contrario.


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Lo S&P500 (+12.11% ytd) dopo aver testato la resistenza dinamica durante la settimana senza riuscire a superarla ha iniziato uno spostamento ribassista che, come indica Ned Davis, potrebbe durare qualche settimana. Per il momento rimane saldamente all'interno del canale rialzista e vedremo cosa succederà la prossima settimana dopo aver preso conoscenza dei dati di Nvidia.


L'evento clou della prossima settimana per l'indice Nasdaq (+12.64% ytd) è senz'altro la pubblicazione dei numeri del Q2 di Nvidia mercoledì 26 agosto dopo la chiusura della borsa.
Il consenso degli analisti prevede ricavi intorno a 91,9–92,1 miliardi di dollari e un utile rettificato di circa 2,08–2,09 dollari per azione, valori quasi doppi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’attenzione del mercato sarà però rivolta soprattutto alle previsioni per il trimestre successivo — ricavi attesi intorno a 103 miliardi —, alla domanda per i sistemi Blackwell e Vera Rubin, alla tenuta dei margini di fronte al rincaro delle memorie e alla continuità degli investimenti dei grandi operatori nei data center. Poiché le aspettative sono già molto elevate, per sostenere ulteriormente il titolo potrebbe non bastare superare il consenso: serviranno indicazioni convincenti sulla crescita futura e sui margini.

Per il momento l'indice si trova ancora all'interno del canale rialzista ma il movimento dal mese di giugno sembra essere più che altro laterale.



Il trend dell'Eurostoxx50 (+11.58% ytd)  è ancora chiaramente al rialzo anche se durante la settimana che sta per finire un paio di sedute deboli lo hanno allontanato dall'ipercomprato. 



L'indice che sembra rischiare maggiormente da un punto di vista tecnico è lo SMI (+8.97% ytd): il rimbalzo sul supporto dinamico di venerdì in chiusura lo ha tolto da una posizione scomoda ma resta il nostro controllato speciale.

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Il rally del bitcoin di questa settimana  è nato dall’incrocio di quattro elementi: timore di svalutazione del dollaro e dominio fiscale (vedi provvedimento Bessent) , forti afflussi negli ETF (circa 600 mio), liquidazione delle posizioni short (short squeeze)  e la maggiore apertura normativa americana (Clarity Act). Il Senato americano si esprimerà sul Clarity Act  il 15 settembre 2026 alle 14.15 di Washington, cioè alle 20.15 in Svizzera. Tuttavia, non sarà ancora necessariamente il voto definitivo sulla legge: si tratterà innanzitutto di un voto procedurale necessario per chiudere l’ostruzionismo e avviare formalmente l’esame del provvedimento.

La velocità dell’ascesa di questa settimana è stata però accentuata dalla leva finanziaria; perciò, dopo un guadagno superiore al 20% in pochi giorni, è ragionevole attendersi consolidamenti o prese di profitto. La prova decisiva sarà verificare se gli afflussi negli ETF continueranno anche dopo l’esaurimento dello short squeeze: se resteranno sostenuti, la rottura avrà fondamenta più solide; se si fermeranno, una parte del rialzo potrebbe essere rapidamente riassorbita. Prossima resistenza: 81'500 $. 



Anche il rimbalzo dell’oro delle ultime settimane nasce da fattori che vanno ben oltre il semplice recupero tecnico. Il movimento è cominciato già in luglio, quando l’area dei 4.000 dollari l’oncia ha attirato nuovi compratori dopo la correzione superiore al 25% registrata dai massimi di inizio anno. La discesa aveva ridimensionato il posizionamento speculativo e reso le valutazioni nuovamente interessanti per investitori istituzionali e compratori asiatici. In luglio gli ETF globali garantiti da oro fisico hanno raccolto circa 3 miliardi di dollari, interrompendo due mesi consecutivi di deflussi e aumentando le proprie riserve di circa 23 tonnellate.

L’annuncio di Bessent ha poi rappresentato l’acceleratore decisivo. Il tentativo del Tesoro di comprimere i rendimenti a lungo termine attraverso maggiori riacquisti è stato interpretato come un possibile segnale di repressione finanziaria e dominio fiscale. Gli investitori temono che l’esigenza di rendere sostenibile un debito federale superiore a 40 trilioni possa prevalere sulla lotta all’inflazione e portare nel tempo a tassi reali più bassi e ad una progressiva perdita di valore del dollaro. Questa è una combinazione particolarmente favorevole all’oro: il metallo non distribuisce interessi e diventa relativamente più attraente quando diminuiscono i rendimenti reali delle obbligazioni o cresce il rischio che l’inflazione li eroda.


Buona domenica!

domenica 9 agosto 2026

FED: tassi al rialzo per settembre? Non è certo!

Sono trascorse due settimane dal nostro ultimo aggiornamento e siamo certi, considerata la quantità e la qualità delle fonti oggi disponibili,  che non sono solo i nostri Appunti che vi tengono aggiornati sui mercati finanziari! Rischiamo quindi di essere ripetitivi e ridondanti ma riteniamo tuttavia importante lasciare una traccia di quanto emerso dall’ultima riunione della Federal Reserve del 29 luglio perché il cambio di rotta impresso da Kevin Warsh alla politica monetaria americana non appare soltanto formale ma presenta elementi di sostanziale discontinuità rispetto al recente passato.

Dalla riunione è scaturito un messaggio decisamente più prudente di quanto possa suggerire il semplice mantenimento dei tassi al 3.50-3.75%: la decisione non è stata approvata all'unanimità e 3 membri, sui 9 che decidono, erano addirittura favorevoli ad un rialzo di 25 punti base segno che l'inflazione, giustamente, fa ancora paura.  Warsh nel suo intervento, a dir la verità piuttosto scomposto e (volutamente?) caotico, ha riconosciuto la solidità dell’economia e del mercato del lavoro ma ha comunque ribadito che l’inflazione rimane troppo elevata e che il 2% è un obiettivo vincolante e non  negoziabile. E' pure consapevole che il dato parecchio favorevole del CPI del mese di giugno, non è sufficiente per decretare la vittoria sui prezzi; è come dire che una rondine non fa primavera! e quindi la guardia non la si deve abbassare.


La Fed ha inoltre osservato che il forte aumento dei rendimenti nominali e reali lungo la curva dei Treasury ha già prodotto un significativo inasprimento delle condizioni finanziarie, anche in assenza di un reale rialzo dei Fed Funds, consentendole per ora di restare ferma. 

Particolare enfasi è stata dedicata al boom degli investimenti tecnologici e nell’AI, che aumenta sì la produttività delle aziende ma alimenta parimenti le pressioni inflazionistiche. Bisognerà monitorare con attenzione.


Ciò che bisogna tenere bene a mente è che la Fed ha abbandonato quasi completamente la forward guidance (le indicazioni prospettiche per intenderci) e quindi ogni riunione torna a essere realmente aperta. Le decisioni di politica monetaria dipenderanno dal reale andamento dell’inflazione, dalla crescita, dal mercato del lavoro, dalle condizioni finanziarie e da molto altro ancora.

 Il rischio monetario si è quindi spostato: non bisogna più chiedersi soltanto quando arriveranno i tagli  ma - e qui Trump dovrà farsene una ragione - dovremo considerare seriamente la possibilità che i tassi possono rimanere elevati più a lungo o che addirittura la prossima mossa possa persino essere quella di un loro rialzo.


Forse però ha ragione Fugnoli (Il Rosso e Il Nero, Kairos) che, in conclusione del suo ultimo intervento  (lettura consigliata, clicca qui) evidenzia come "Warsh ci ha ricordato che i mercati devono imparare ad arrangiarsi da soli. Devono guardare la palla, l’economia, e non quello che fa l’arbitro, la Fed. Se guardano la palla, quello che possono vedere, come ricorda oggi David Zervos, è un’economia che va bene e un mercato del lavoro in perfetto equilibrio tra domanda e offerta. È quanto basta, senza spaccarsi la testa sul Fomc di ieri o sul prossimo in settembre." Come detto, Fugnoli potrebbe aver ragione ma comunque sia noi, un pochino, la testa ce la vogliamo ammaccare e quindi un’occhiata alle aspettative degli investitori su cosa farà la FED a settembre la vogliamo dare:



Se fino ad una settimana fa, considerate le pressioni inflazioniste, la probabilità attesa dal mercato per un rialzo dei tassi americani durante la prossima riunione della FED prevista per il 16 settembre era del 67%, venerdì sera la medesima probabilità è scesa al 44%. Come suggerisce Warsh per capire una tale variazione dobbiamo.... guardare i dati!
Infatti durante la settimana ne sono usciti parecchi ma quelli più importanti riguardavano il mercato del lavoro. Vediamoli:

  • Posti di lavoro privati (ADP) luglio: 44k (atteso: 75k; precedente: 95k) dato in ribasso
  • Disoccupazione 1° agosto: 199k (atteso: 204; precedente: 198K) dato stabile
  • Nuovi posti di lavoro luglio: -23K (atteso: 83K; precedente: 20k) dato in forte ribasso
  • Paghe orarie yoy : +3.2% (atteso: 3.5%; precedente: 3.45) guadagnano un po' meno

Il mercato del lavoro appare ancora complessivamente in discreta salute, ma il progressivo rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro rappresenta un primo campanello d’allarme. Se questa tendenza dovesse proseguire, Warsh potrebbe essere indotto a rinunciare al rialzo del costo del denaro che le persistenti pressioni inflazionistiche sembrerebbero suggerire. È probabilmente solo un’anticipazione di ciò che ci attende: d’ora in avanti la lettura dei dati economici sarà più complessa e soggetta a interpretazioni contrastanti, alimentando una maggiore volatilità sia sui mercati azionari sia su quelli obbligazionari (quest'ultimi sul dato di venerdì si sono già mossi facendo del bene alle performance dei depositi).


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Come vedremo quanto passeremo in rapida rassegna i grafici della settimana, i mercati azionari di mezzo mondo sembrano scoppiare di salute. Stanno probabilmente festeggiando la stagione degli utili americani (ma non solo...)  del secondo trimestre che si sono mostrati particolarmente generosi:




Il quadro che emerge dalla stagione degli utili del secondo trimestre 2026 dello S&P 500 è nel complesso decisamente positivo e mostra una forte accelerazione rispetto ai trimestri precedenti. Con 442 società su 498 già passate alla prova dei conti, il campione è sufficientemente ampio per trarre indicazioni significative: i ricavi hanno superato le attese mediamente del 3,5%, mentre la sorpresa sugli utili raggiunge un eccezionale +29,5%, nettamente superiore ai trimestri precedenti. Se ricordate bene le aspettative per questa seconda tornata di utili parlava di una sorpresa generale che non doveva superare il 16%!


La qualità della stagione appare inoltre abbastanza diffusa: quasi tutti i settori presentano sorprese positive sia sul fatturato sia sugli utili, con la sola eccezione delle Utilities, dove i ricavi risultano inferiori alle attese del 1,5%. Spiccano Technology, con utili superiori alle stime dell’11,8%, Health Care (+18,7%) e soprattutto Consumer Discretionary (+106,9%) e Communications (+96,9%), valori straordinariamente elevati che contribuiscono però a gonfiare il dato aggregato e suggeriscono la presenza di alcuni risultati particolarmente fuori scala. 


Tuttavia il messaggio più interessante arriva dal confronto con la reazione delle quotazioni azionarie (riquadro in basso a destra): il grafico Bloomberg evidenzia una relazione sorprendentemente debole tra entità della sorpresa sugli utili e performance del titolo nella seduta successiva:  è successo sovente che sorprese molto elevate sono state accompagnate da ribassi in alcuni casi anche sorprendenti.  Il mercato sembra quindi avere già incorporato nei prezzi una stagione degli utili molto forte e sta premiando meno il semplice superamento delle stime, concentrandosi piuttosto sulla guidance, sulla qualità e sostenibilità della crescita e, soprattutto per le società tecnologiche, sulle prospettive di monetizzazione degli enormi investimenti nell’AI. 


È forse questa la conclusione più importante: i fondamentali societari restano solidi e forniscono un supporto importante alle valutazioni dello S&P 500, ma l’asticella delle aspettative si è alzata considerevolmente; battere le stime non basta più, mentre qualsiasi delusione sulle prospettive future può essere punita con particolare severità.


La stagione degli utili volge ormai al termine: all’appello manca soltanto Nvidia, che pubblicherà i risultati il 26 agosto. Viene quindi progressivamente meno uno dei principali potenziali catalizzatori capaci di fornire agli indici ulteriore slancio. L’attenzione dovrà ora concentrarsi soprattutto sui dati macroeconomici e sull’evoluzione di un quadro geopolitico che appare sempre più complesso e indecifrabile. Proprio la geopolitica rimane il principale fattore di rischio e potrebbe fungere da innesco per una correzione, in particolare se le tensioni dovessero tradursi in un nuovo e deciso rialzo del prezzo del petrolio. Alla luce di queste premesse e dei guadagni già accumulati dai mercati, non ci sorprenderebbe se, improvvisamente, qualche investitore decidesse che è arrivato il momento di passare all’incasso e prendere profitto.





Anche il ciclo composito di Ned Davis mette in conto una correzione che potrebbe iniziare a breve. Non la diamo per scontata ma sappiamo che spesso il suo algoritmo ha avuto ragione...


Anche se non vi piace più di tanto, è arrivato il momento di gettare rapidamente un'occhiata ai grafici delle borse e vedere se i trend dei vari mercati sono confermati:




Lo S&P500 (+13.32% ytd), dopo esser fuoriuscito dal triangolo di consolidamento, si trova a contatto con la resistenza dinamica segnando l'ennesimo record storico dell'anno. Se riesce a superare la resistenza abbiamo individuato un target tecnico a 8'000 punti. Trend positivo in essere.




Il Nasdaq (+14.84% ytd) dopo tre mesi di spostamento laterale è uscito dal canale e sta puntando verso i 27'500 punti. Il trend positivo è sempre in essere.




L'Eurostoxx50 (+12.65% ytd) non finisce più di stupire e continua imperterrito a confermare la positività del suo trend. Volumi in leggero calo ma il periodo estivo li giustifica.




Anche lo SMI (+9.63% ytd), malgrado una certa debolezza del comparto assicurativo "vittima" di un leggero profit taking, ha chiuso venerdì in prossimità del suo record storico. Per il momento il trend è confermato.



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Dobbiamo spendere qualche parola in più per quanto riguarda il franco svizzero:  la recente debolezza del franco nei confronti sia del dollaro sia dell’euro sembra derivare soprattutto dal nuovo ruolo che il CHF sta assumendo come valuta di finanziamento per operazioni di carry trade. Con i tassi della BNS prossimi allo zero e sensibilmente inferiori a quelli statunitensi ed europei, per gli investitori è diventato conveniente finanziarsi in franchi per acquistare valute e attività con rendimenti più elevati. 


Il fenomeno è in parte collegato allo yen, tradizionale funding currency mondiale: la progressiva normalizzazione della politica monetaria della Bank of Japan e la maggiore volatilità della valuta giapponese hanno reso il carry trade in yen meno scontato e più rischioso, favorendo lo spostamento di una parte delle operazioni verso il franco. 


Il meccanismo comporta la vendita di CHF per acquistare USD, EUR o altri asset ad alto rendimento e genera quindi una pressione strutturalmente ribassista sulla valuta svizzera. A ciò si aggiunge una BNS che, con un' inflazione molto contenuta, non ha particolare interesse a contrastare un moderato indebolimento del franco che stimola la competitività delle esportazioni.


Questo non significa tuttavia che il franco abbia perso il proprio status di bene rifugio

In presenza di uno shock geopolitico, finanziario o di un improvviso aumento della volatilità, le posizioni di carry trade finanziate in franchi potrebbero infatti essere rapidamente chiuse: gli operatori dovrebbero ricomprare CHF per rimborsare i finanziamenti, provocando potenzialmente un rafforzamento molto rapido del franco. La debolezza attuale va quindi interpretata più come conseguenza del differenziale dei tassi e della crescente funzione del CHF come alternativa allo yen nel carry trade, piuttosto che come un deterioramento strutturale della valuta svizzera. E' abbastanza probabile che il franco svizzero possa, per un certo periodo, mostrare una insolita volatilità. 




Il cambio USD/CHF è tornato a testare l’importante area di supporto attorno a 0.8077. Dopo il recente tentativo di spingersi verso quota 0.82, il dollaro non ha più trovato la forza necessaria per replicare il movimento. Il dato di venerdì sulla perdita di posti di lavoro nel mese di luglio ha probabilmente ridimensionato, se non del tutto compromesso, l’ipotesi di un rialzo dei tassi americani a settembre, privando così la valuta statunitense di un potenziale sostegno. In questo contesto, potremmo già ritenerci soddisfatti se il cambio riuscisse a consolidare lateralmente, evitando una rottura al ribasso del supporto.



Anche il cambio EUR/CHF sembra orientato verso la resistenza situata in area 0.94. Per il momento, il movimento della valuta europea rimane prevalentemente laterale; tuttavia, il superamento al rialzo di tutte e tre le medie mobili rappresenta un incoraggiante segnale di forza relativa, che accogliamo con favore.



Per il momento, Bitcoin rimane imbrigliato in un canale laterale ben definito, delimitato dal supporto in area 60'000 $ e dalla resistenza a 65'500 $.  Da oltre un mese la criptovaluta sta attraversando una fase di consolidamento durante la quale sembra accumulare l’energia necessaria per il prossimo movimento direzionale. Soltanto una rottura convincente della resistenza fornirebbe tuttavia un segnale tecnico sufficientemente solido per valutare nuovi acquisti; fino ad allora, riteniamo più prudente restare in attesa.




Il rialzo dell’oro di questa settimana trova la sua principale spiegazione nel cambiamento delle aspettative sulla politica monetaria americana: come abbiamo già sottolineato i segnali di raffreddamento provenienti dal mercato del lavoro hanno ridimensionato la convinzione che la FED debba necessariamente procedere con un ulteriore rialzo dei tassi per contrastare l’inflazione, provocando una discesa dei rendimenti dei Treasury e un contemporaneo indebolimento del dollaro. Una combinazione particolarmente favorevole per il metallo giallo che non offre cedole e beneficia quindi della riduzione del costo opportunità legato alla sua detenzione.

A questo punto la sostenibilità del movimento dipenderà soprattutto dalla sequenza mercato del lavoro → aspettative FED → rendimenti obbligazionari → dollaro: se i prossimi dati confermassero un progressivo raffreddamento dell’economia senza una nuova accelerazione dell’inflazione, verrebbe meno uno dei principali ostacoli che negli ultimi mesi hanno frenato l’oro; al contrario, dati sui prezzi nuovamente troppo forti potrebbero riportare rapidamente in primo piano lo scenario di tassi più elevati e interrompere, almeno temporaneamente, la ripresa del metallo giallo.

Buona domenica!


PS: per Ferragosto Appunti Finanziari si prende una piccola pausa. Ritorneremo domenica 23 agosto.