Prima di entrare nel vivo dei nostri consueti Appunti Finanziari, vorremmo soffermarci su un paio di osservazioni che alcuni affezionati lettori ci hanno recentemente rivolto.
La prima riguarda il nostro approccio alla finanza che talvolta sembra lasciar trasparire un certo pessimismo di fondo, quasi a voler celare una costante diffidenza nei confronti delle prospettive dei mercati.
La seconda concerne la crescente attenzione che dedichiamo all'analisi fondamentale e al monitoraggio degli utili societari (EPS), dei multipli di valutazione (P/E) e di tutti quegli indicatori che potrebbero aiutarci a riconoscere per tempo un eventuale cambiamento di tendenza. L'argomento è ostico e di non facile comprensione.
Due osservazioni pertinenti, che accogliamo volentieri perché ci offrono l'occasione per tornare a riflettere sul significato e sulle finalità di questi nostri appuntamenti settimanali.
1) Il nostro approccio ai mercati: ottimisti per metodo, prudenti per disciplina
Recentemente alcuni lettori ci hanno fatto notare come, rispetto ai tradizionali rapporti pubblicati dalle banche, le nostre analisi sembrino spesso caratterizzate da una visione più prudente sull'evoluzione dei mercati finanziari. È un'osservazione interessante che ci offre l'occasione per chiarire due aspetti fondamentali: la nostra filosofia d'investimento e, soprattutto, il vero scopo di questi Appunti domenicali. Un significato che per noi è talmente naturale da darlo forse troppo spesso per scontato ma che ogni tanto vale la pena ricordare e condividere con chi ci legge.
Noi non siamo d principio affatto pessimisti sui mercati, anzi: di norma siamo favorevoli a rimanere investiti fino a quando le condizioni che sostengono un rialzo rimangono valide. Il nostro approccio non si fonda su previsioni soggettive, sensazioni o convinzioni personali, ma su un modello di analisi che attribuisce particolare importanza alla direzione del trend, alla forza del momentum, all'ampiezza della partecipazione al rialzo (market breadth) e, naturalmente, alla solidità dei fondamentali economici e societari.
Fino a quando questi indicatori continuano a fornire segnali complessivamente favorevoli, non vediamo alcuna ragione per modificare in senso difensivo la nostra asset allocation, indipendentemente da quanto elevati possano apparire gli indici o da quanto a lungo si sia protratta una fase rialzista. Sappiamo bene che i mercati possono rimanere sopravvalutati più a lungo di quanto molti immaginano e che cercare di individuare con precisione il massimo di un ciclo è un esercizio tanto affascinante quanto, nella maggior parte dei casi, poco produttivo. Il nostro obiettivo non è anticipare a ogni costo la fine di un mercato rialzista ma accompagnarlo finché le evidenze ne giustificano la prosecuzione, evitando che opinioni personali o timori prematuri ci inducano a rinunciare a una parte significativa dei guadagni.
Perché, questo è vero, dedichiamo tanto spazio ai rischi, alle possibili criticità e agli elementi che potrebbero compromettere l'equilibrio dei mercati? La risposta è semplice: essere favorevoli al mercato non significa ignorare ciò che potrebbe farlo deragliare. Al contrario, riteniamo che proprio quando le quotazioni salgono e l'ottimismo diventa prevalente sia indispensabile monitorare con maggiore attenzione quei fattori che potrebbero determinare un cambiamento di scenario: l'andamento dei rendimenti obbligazionari, le valutazioni rispetto agli utili attesi, le revisioni delle stime sugli EPS, la liquidità, gli spread creditizi, l'eventuale deterioramento della breadth e, più in generale, tutte quelle divergenze che spesso precedono un'inversione di tendenza.
Insomma, vogliamo essere preparati a riconoscerne tempestivamente i segnali di una correzione, qualora dovessero manifestarsi. In questo senso, la nostra indipendenza rappresenta un elemento essenziale: diversamente da molti operatori finanziari, non abbiamo prodotti da collocare o strategie commerciali da sostenere. Non dobbiamo necessariamente essere ottimisti per rassicurare qualcuno, né pessimisti per distinguerci. Il nostro unico impegno è mantenere coerenza con il modello di analisi, seguire le evidenze e modificare le nostre conclusioni quando sono i dati a richiederlo.
Preferiamo quindi correre il rischio di apparire eccessivamente prudenti nelle nostre analisi, piuttosto che farci trovare impreparati di fronte a un cambiamento significativo delle condizioni di mercato. Un approccio che si distingue da quello spesso adottato dalle banche e dai grandi gestori istituzionali dove, anche in presenza di segnali di deterioramento del quadro finanziario, gli aggiustamenti di portafoglio tendono a limitarsi a modeste variazioni delle esposizioni azionarie e obbligazionarie. Scelte che, pur rispondendo a comprensibili esigenze di controllo del rischio relativo, finiscono frequentemente per mantenere i portafogli molto vicini ai rispettivi benchmark, quasi che il timore di fare peggio dell'indice di riferimento prevalga sulla volontà di proteggere concretamente il patrimonio dei clienti.
2) Analisi tecnica e analisi fondamentale vanno a braccetto
Come sempre, le vostre osservazioni, i suggerimenti e anche le critiche sono più che benvenute. Rappresentano per noi un prezioso stimolo a migliorare questi nostri appuntamenti settimanali con l'obiettivo di renderli sempre più chiari, interessanti e, soprattutto, utili per interpretare ciò che accade nel mondo della finanza.
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Non possiamo esimerci questa settimana dall'iniziare i nostri Appunti parlando ancora una volta di inflazione: dagli USA ci sono arrivati i dati seguenti:
- Inflazione yoy settembre: 3.7% (atteso: 3.6%; precedente: 3.4%)
- Inflazione core yoy settembre: 2.6% (atteso: 2.5%; precedente:2.4%)
- Prezzi alla produzione yoy settembre: 6.3% (atteso: 5.5%; precedente: 5.4%)
I dati sull'inflazione americana di settembre evidenziano un quadro tutt'altro che rassicurante. Non soltanto l'inflazione complessiva e quella core hanno superato, seppur di poco, le aspettative degli analisti ma entrambe hanno registrato un'accelerazione rispetto al mese precedente. Ancora più significativo appare il dato sui prezzi alla produzione, saliti del 6.3% su base annua, contro il 5.5% atteso e il 5.4% precedente.
Quest'ultimo dato merita particolare attenzione: segnala un aumento delle pressioni sui costi delle imprese che, qualora non venissero assorbite attraverso una volontaria riduzione dei margini di guadagno, potrebbero progressivamente trasferirsi sui prezzi al consumo. Il rischio è quindi duplice: un'inflazione più persistente del previsto e una possibile compressione dei margini aziendali; le conseguenze le si potrebbero poi vedere tanto sulle prospettive della politica monetaria della Federal Reserve quanto sulle stime degli utili societari (EPS).
A questo punto non possiamo passare sottotraccia quanto successo in settimana al prezzo del petrolio:
Il forte rialzo del petrolio registrato venerdì 16 ottobre 2026 è riconducibile principalmente a una nuova escalation militare in Medio Oriente che ha riacceso i timori di interruzioni delle forniture petrolifere e difficoltà crescenti nel raffinare il petrolio estratto.
Secondo Reuters gli operatori hanno reagito soprattutto a tre sviluppi:
Attacchi contro infrastrutture saudite: la coalizione guidata dall'Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato un missile diretto verso Yanbu, porto fondamentale per esportare petrolio aggirando lo Stretto di Hormuz.
Rischio di un'ulteriore escalation con l'Iran: si parla con una certa insistenza, speriamo solo a scopo intimidatorio, che da parte americana si è pronti ad utilizzare la bomba Moab ovverosia la "madre di tutte le bombe" che con le sue 9.7 tonnellate di cui 8.4 tonnellate di esplosivo H6, fa paura a tutti.
Minacce ai trasporti e alle raffinerie: gli attacchi alle navi nella regione e i nuovi bombardamenti ucraini contro raffinerie russe aumentano l'incertezza sulle forniture. Un punto particolarmente delicato è Yanbu oggi considerato una sorta di valvola di sicurezza del sistema petrolifero saudita dove transitano 7 milioni di barili di petrolio al giorno: se anche le infrastrutture utilizzate per aggirare Hormuz diventassero vulnerabili, verrebbe compromessa una delle principali alternative logistiche alle rotte tradizionali.
Il rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), pubblicato il 14 ottobre, contiene numeri che consideriamo particolarmente significativi:
- Scorte petrolifere rispetto a fine febbraio: -509 mio di barili
- Produzione mondiale di gasolio nel Q3 2026: -1.7 mio barili al giorno a/a
- Esportazioni mondiali di gasolio a settembre : -700'000 barili al giorno a/a
- Esportazioni di gasolio da Russia e Medio Oriente: oltre -60% a/a
Questi numeri confermano un aspetto che avevamo già evidenziato: non è sufficiente disporre di petrolio greggio; occorre anche poterlo trasportare, raffinare e distribuire cosa attualmente non facile e costosa.
Per finire abbiamo intercettato una stima di Goldman Sachs: circa 25 dollari per barile del prezzo del Brent sono attribuibili al premio per il rischio geopolitico. È una stima, non un valore direttamente osservabile, ma aiuta a comprendere quanto pesi l'incertezza.
Adesso arriva il bello: confrontati a simili numeri e con l'inflazione in rialzo, ci saremmo aspettati delle reazioni diverse da quelle che in effetti abbiamo riscontrato questa settimana:
Partiamo da quella dei rendimenti dei Treasury a 2 (linea rossa) e 10 anni (linea nera):
Uno degli aspetti più interessanti della settimana è rappresentato dal comportamento del mercato obbligazionario americano. Nonostante le persistenti pressioni inflazionistiche e il nuovo rialzo delle quotazioni petrolifere, gli investitori sono tornati ad acquistare Treasury provocando una sensibile discesa dei rendimenti. Il decennale americano ha infatti chiuso la settimana intorno al 5.08%, con una flessione di circa 16 punti base dalla chiusura di venerdì scorso e di circa una trentina di punti base dai recenti picchi massimi.
Il sospetto è che a guidare gli acquisti non sia stata soltanto l'attrattiva di rendimenti che, soprattutto sulle scadenze più lunghe rimangono storicamente interessanti, quanto piuttosto una crescente ricerca di sicurezza. Un'interpretazione che trova indirettamente riscontro anche nell'andamento dei mercati creditizi e, in particolare, nel significativo aumento dei premi richiesti per assicurarsi contro il rischio di insolvenza delle imprese attraverso i cosiddetti Credit Default Swap (CDS).
I segnali più preoccupanti provengono proprio da alcune società impegnate nel finanziamento delle infrastrutture per l'intelligenza artificiale. Il caso di CoreWeave è emblematico: il costo della protezione contro un suo eventuale default a cinque anni ha raggiunto il 16 ottobre un massimo intragiornaliero di 1’195 punti base, equivalente a un premio indicativo annuo di quasi il 12% del capitale assicurato. Anche i CDS di Oracle hanno raggiunto livelli record, segnalando come i timori degli investitori non riguardino soltanto le società più indebitate ma inizino a coinvolgere anche alcuni grandi protagonisti della filiera tecnologica.
Il messaggio che arriva dai mercati obbligazionari merita quindi attenzione: mentre i rendimenti dei titoli governativi scendono, il costo della protezione dal rischio di credito societario aumenta. È una divergenza che suggerisce un progressivo spostamento delle preferenze degli investitori dalla ricerca di rendimento alla protezione del capitale.
Non significa necessariamente che siamo alla vigilia di una crisi creditizia generalizzata, né tantomeno che un'ondata di fallimenti sia imminente. Significa però che il mercato sta cominciando ad interrogarsi con maggiore insistenza sulla sostenibilità dell'indebitamento accumulato per finanziare gli enormi investimenti nell'intelligenza artificiale e sulla capacità di questi ultimi di generare, in tempi ragionevoli, flussi di cassa sufficienti a remunerare il capitale impiegato.
Per curiosità riportiamo il resoconto del Financial Times che ha evidenziato alcuni numeri sui CDS del 15–16 ottobre:
Indicatore | Rilevazione 15–16 ottobre |
|---|---|
CoreWeave · CDS 5 anni: | 1’194.5 pb |
Oracle · CDS 5 anni: | ≈300 pb |
Oracle · aumento settimanale al 15/10: | +31 pb |
CDX Investment Grade USA: | 62.3 pb |
CDX IG · variazione intragiornaliera massima 16/10: | +1.75 pb |
High Yield USA · spread OAS: | 323 pb |
Per dare un'idea concreta delle dimensioni del fenomeno, assicurare teoricamente 10 milioni di dollari di esposizione per cinque anni, ai livelli di CDS osservati, comporterebbe un costo annuo indicativo di circa 1.2 milioni per CoreWeave e 300’000 dollari per Oracle. Non poco!
Una precisazione importante: il deterioramento più violento appare concentrato nei debitori maggiormente esposti al finanziamento dell'AI. Non abbiamo ancora evidenze sufficienti per parlare di una crisi creditizia generalizzata. Noi questi segnali li terremo sotto controllo nelle prossime settimane.
Infatti la storia dei mercati finanziari ci insegna che molte, ma non tutte, le crisi più importanti sono state precedute o accompagnate da un significativo deterioramento delle condizioni creditizie, spesso evidenziato dall'aumento dei Credit Default Swap (CDS). Non si tratta di un indicatore infallibile ma è comunque un segnale che merita particolare attenzione. Quando gli investitori cominciano a richiedere premi sempre più elevati per assicurarsi contro il rischio di insolvenza delle imprese, significa che qualcosa sta cambiando nella loro percezione del rischio.
Le persistenti pressioni inflazionistiche potrebbero giustificare un ulteriore inasprimento della politica monetaria. Tuttavia è probabile che, nella riunione del prossimo 28 ottobre, la Federal Reserve scelga di mantenere invariati i tassi d'interesse (85%), almeno stando alle attuali aspettative del mercato. Non siamo Warsh, ma anche noi se fossimo al suo posto saremmo propensi ad aspettare prima di proseguire con i rialzi.
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Stiamo entrando nel pieno della terza stagione degli utili del 2026. Ciò che maggiormente ci interessa arriverà verso la fine di questo mese con i numeri delle società coinvolte nello sviluppo dell'AI. Ciò non toglie che qualche numero interessante è già stato pubblicato come ad esempio quello delle banche americane: le sei maggiori banche americane hanno pubblicato i risultati del terzo trimestre 2026 tra il 13 e il 14 ottobre. Il quadro è complessivamente positivo in termini di redditività, ma con differenze importanti tra gli istituti e qualche segnale da non sottovalutare sulla qualità degli utili e sul costo del rischio:
Le sei maggiori banche hanno complessivamente generato circa 175 miliardi di dollari di ricavi e 44 miliardi di utili netti. Numeri che confermano la solidità reddituale dei principali istituti finanziari, sostenuti in particolare dalle attività di trading e di gestione patrimoniale.
Non mancano tuttavia alcuni elementi che meritano attenzione. L'aumento degli accantonamenti per perdite su crediti registrato da alcuni istituti, pur non rappresentando al momento un segnale di crisi sistemica, si inserisce in un contesto nel quale anche i mercati dei CDS iniziano a manifestare una maggiore sensibilità al rischio di insolvenza.
Sarà quindi importante verificare se queste tensioni rimarranno circoscritte a specifiche società e comparti oppure se finiranno per estendersi progressivamente al mercato del credito nel suo complesso. Per il momento, i risultati delle grandi banche americane continuano a descrivere un sistema finanziario redditizio, ma non necessariamente immune da un eventuale deterioramento delle condizioni economiche.
Le banche erano importanti ma vediamo anche il resto:
La divergenza tra l'84% delle società che supera il consenso ma con una sorpresa aggregata di appena il 2.6% è, a nostro avviso, il primo vero elemento da approfondire. Significa che i risultati stanno superando le attese con una certa frequenza ma lo stanno facendo con margini relativamente modesti. E' vero che le aspettative erano e sono parecchio elevate ma, almeno in questa fase iniziale, le società non stanno producendo sorprese particolarmente ampie. Non è necessariamente un segnale negativo ma riduce il margine di sicurezza rispetto alle aspettative del mercato.
Il numero relativamente limitato di società che hanno già pubblicato i risultati non consente di trarre conclusioni statisticamente significative. Tuttavia, se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, qualche segnale lascia intravedere la possibilità di sorprese non particolarmente gradite. Vedremo se si tratta soltanto di qualche episodio isolato oppure sono i primi indizi di un quadro meno brillante rispetto alle aspettative.
Una volta completata la stagione delle trimestrali, sarà particolarmente interessante tirare le somme, valutando non soltanto la qualità dei risultati pubblicati, ma soprattutto in quale misura abbiano modificato le aspettative sugli utili futuri (EPS) e, di conseguenza, le valutazioni dello S&P 500 espresse attraverso il rapporto P/E. Sarà un esercizio utile per comprendere se i fondamentali continuano a giustificare gli attuali livelli di mercato oppure se stanno emergendo elementi di maggiore vulnerabilità.
Per il momento preferiamo quindi sospendere ogni valutazione complessiva in attesa di disporre di un quadro sufficientemente completo e rappresentativo.
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Il modello ciclico di Ned Davis continua a suggerire una prospettiva favorevole per l'ultima parte dell'anno. Dopo una fase stagionalmente debole, che il mercato ha peraltro attraversato mostrando una resistenza superiore alle indicazioni del modello, il Cycle Composite prospetta una ripresa piuttosto decisa tra novembre e dicembre.
È un'indicazione incoraggiante che tuttavia va interpretata con la necessaria prudenza. La stagionalità rappresenta una componente importante dell'analisi dei mercati, ma non può prescindere dall'evoluzione dei fondamentali e dalle condizioni finanziarie. In particolare, la debole partecipazione al rialzo da parte di numerose società dello S&P 500, le valutazioni ancora impegnative e i primi segnali di tensione sul mercato del credito suggeriscono di non attribuire al modello ciclico un valore predittivo che non possiede.
Il quadro rimane quindi potenzialmente favorevole, ma sarà il comportamento effettivo del mercato, stimolato soprattutto dall'andamento degli utili e dalle prospettive future, a dirci se il tradizionale recupero di fine anno avrà basi sufficientemente solide.
Non vi nascondiamo che le recenti turbolenze nel settore tecnologico, in particolare nel comparto dell'intelligenza artificiale, rappresentano un motivo di crescente inquietudine che non intendiamo sottovalutare. Non tanto perché mettano necessariamente in discussione le prospettive di crescita di un settore dalle enormi potenzialità, quanto piuttosto perché le valutazioni raggiunte, l'entità degli investimenti e i crescenti interrogativi sulla loro sostenibilità finanziaria potrebbero rendere i mercati particolarmente vulnerabili a eventuali delusioni. Segnali che, pur senza indurci a conclusioni affrettate, riteniamo meritano tutta la nostra attenzione.
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Lo S&P500 (+11.89% ytd) non ha ancora abbandonato il suo trend rialzista principale ma ha perso parte della forza che lo aveva sostenuto nei mesi precedenti ma comunque sia la debolezza del momentum non coincide necessariamente con un'inversione di tendenza.
Si trova ora a ridosso di un supporto significativo, attorno a 7’600 punti, mentre il grande canale rialzista e la media mobile a 200 giorni continuano a sostenere la struttura di fondo. Il prossimo movimento potrebbe quindi assumere un'importanza superiore a quella delle oscillazioni osservate nelle settimane precedenti.
La nostra lettura rimane quella di un trend primario rialzista, un trend intermedio in consolidamento e un trend di breve deteriorato. È una configurazione che richiede maggiore attenzione ma non giustifica ancora, da sola, un cambiamento radicale dell'asset allocation.
Soprattutto, vorremmo sottolineare un aspetto: una correzione fino alla parte inferiore del canale rialzista di lungo termine (quello verde) potrebbe essere perfettamente compatibile con il mantenimento del rialzo di lungo periodo. Sarebbe quindi sbagliato confondere la perdita del supporto di 7’600 con la fine automatica del mercato rialzista.
Il punto veramente decisivo sarà capire se il deterioramento di breve si propagherà al trend primario. È questa, più che la previsione del prossimo ribasso, la domanda alla quale la nostra analisi tecnica dovrà rispondere.
Il trend rialzista di lungo periodo del Nasdaq (+12.47% ytd) non è ancora compromesso, ma il mercato sta mostrando un indebolimento più evidente rispetto allo S&P 500, soprattutto sul breve periodo. L’RSI sotto 40, la discesa verso la parte bassa del range e la perdita di slancio suggeriscono prudenza, non ancora resa.
Perciò non parleremmo di una inversione conclamata ma di una fase in cui la struttura tecnica si è fatta più fragile. Finché reggono il canale rialzista e la fascia di supporto 24’900–24’000, la lettura di fondo può restare costruttiva. Ma il messaggio del grafico è chiaro: la tecnologia allargata sta perdendo momentum e questo è un campanello d’allarme da non sottovalutare.
Il grafico dell'EuroStoxx50 (+7.13% ytd) conferma una situazione che stiamo osservando anche sui mercati americani: il trend rialzista di lungo periodo rimane in essere, ma quello di breve presenta segnali di crescente debolezza. L'indice europeo, dopo aver raggiunto i massimi estivi in area 6’500–6’600 punti, è tornato verso il limite inferiore del canale ascendente che accompagna il rialzo dalla primavera del 2025. Il livello di 6’200 punti rappresenta quindi un primo riferimento importante, mentre la media mobile a 200 giorni, attualmente attorno a 6’100 punti, costituisce un sostegno più significativo per la tenuta del trend principale.
Non riteniamo che questi segnali siano sufficienti per anticipare un'inversione ribassista, ma sarebbe altrettanto imprudente sottovalutarli. Una rottura confermata del canale rialzista, soprattutto se accompagnata dalla perdita della media mobile a 200 giorni, richiederebbe una revisione della nostra valutazione tecnica. Per il momento restiamo quindi fedeli al nostro approccio: mantenere una visione costruttiva finché il trend principale rimane valido, ma osservare con particolare attenzione quei segnali che potrebbero modificarne la struttura. Nel caso europeo, sarà inoltre importante verificare che l'eventuale debolezza azionaria non trovi conferma in un allargamento degli spread sovrani e in nuove pressioni sull'euro nei confronti del franco svizzero.
In un contesto nel quale i principali indici americani e l'EuroStoxx50 stanno mostrando segnali di affaticamento, lo SMI (+8.47% ytd) presenta una configurazione tecnica decisamente più incoraggiante. Dopo la correzione che lo aveva riportato verso 13’600–13’700 punti, l'indice ha recuperato l'area di resistenza di 14’050 punti, riportandosi sopra le principali medie mobili. Particolarmente significativo è il comportamento dell'RSI, salito a 66.68, un livello che contrasta con la debolezza del momentum osservata sui mercati americani, soprattutto sul Nasdaq Composite. Non escludiamo che questa forza relativa rifletta una maggiore attenzione degli investitori verso i settori difensivi, tradizionalmente ben rappresentati sul mercato svizzero, anche se per confermare questa interpretazione occorrerebbe esaminare l'andamento dei singoli comparti.
Il miglioramento di breve periodo non deve tuttavia farci dimenticare che il precedente canale rialzista intermedio era stato violato e che la sua piena riconquista richiede ulteriori conferme. Il recupero dell'area 14’500–14’700 costituirebbe un segnale particolarmente incoraggiante, mentre un ritorno sotto 14’050 suggerirebbe maggiore prudenza. Per il momento il trend primario rimane rialzista e quello di breve appare nuovamente costruttivo. È una configurazione che giustifica il mantenimento di un atteggiamento positivo, senza tuttavia trascurare i rischi provenienti dal contesto internazionale.
Mentre gli altri tre indici stanno perdendo momentum, lo SMI sta manifestando una forza relativa decisamente superiore. Non significa automaticamente che la Borsa svizzera continuerà a sovraperformare ma il dato attuale è significativo: il momentum svizzero sta migliorando proprio mentre quello americano, soprattutto tecnologico, si deteriora. Si potrebbe quindi ipotizzare una maggiore preferenza degli investitori per le caratteristiche difensive del mercato svizzero coerente con una fase di crescente prudenza.
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Il Bitcoin sembra attraversare una fase di ripensamento dopo il recupero che, dai minimi primaverili vicini a 60’000 $, lo aveva riportato verso 87’000 $. Dal punto di vista tecnico, il miglioramento rispetto ai mesi precedenti è evidente: il mercato ha interrotto la precedente sequenza ribassista e ha recuperato le principali medie mobili. Tuttavia, la successiva discesa verso 81’500 $ e il ritorno dell'RSI sotto quota 50 suggeriscono che il movimento rialzista abbia perso parte del suo slancio. Il supporto di 81’500 $ assume quindi un'importanza particolare: una sua violazione confermata potrebbe aprire la strada a un ulteriore ritracciamento verso 74’000–75’000 $, mentre il recupero di 87’000 $ e, soprattutto, il superamento di 92’800 $ rafforzerebbero l'ipotesi di una ripresa più duratura.
Ci sembra inoltre opportuno ricordare che, nonostante l'espressione oro digitale venga frequentemente utilizzata per descrivere il Bitcoin, il suo comportamento continua a differire sensibilmente da quello dei beni rifugio tradizionali. In una fase nella quale gli investitori sembrano prestare maggiore attenzione alla protezione del capitale, la volatilità del Bitcoin e la sua sensibilità alle condizioni di liquidità rappresentano caratteristiche da non sottovalutare. Non escludiamo ulteriori recuperi, ma riteniamo prematuro considerare definitivamente conclusa la fase di debolezza che ha seguito i massimi del 2025.
Il movimento ribassista dell'euro nei confronti del dollaro ha assunto caratteristiche tecniche piuttosto precise. Dopo aver raggiunto livelli superiori a 1.20 all'inizio dell'anno, il cambio ha sviluppato una sequenza di massimi e minimi decrescenti, scendendo sotto le principali medie mobili e violando il supporto di 1.1488. La discesa si è arrestata, almeno temporaneamente, attorno a 1.12, da dove è iniziato un timido tentativo di recupero. L'RSI, risalito verso 40 dopo essere entrato in territorio di ipervenduto, lascia intravedere la possibilità di un rimbalzo tecnico, ma non fornisce ancora elementi sufficienti per parlare di inversione del trend. Finché il cambio non riuscirà a recuperare stabilmente l'area 1.1488–1.1584, il quadro tecnico di medio periodo rimarrà favorevole al dollaro.
L'aspetto che merita maggiore attenzione è tuttavia la natura di questo movimento. Ci troviamo di fronte a un rafforzamento generalizzato del dollaro, favorito dai rendimenti americani elevati e dalla politica monetaria della Fed, oppure a una debolezza specifica della moneta unica, alimentata dalle incertezze economiche e finanziarie europee? La risposta va cercata anche nell'andamento dell'euro contro il franco svizzero e degli spread sovrani, in particolare quello fra i titoli francesi e tedeschi. Un eventuale deterioramento contemporaneo di questi indicatori renderebbe più convincente l'ipotesi che il mercato stia attribuendo un premio per il rischio crescente alle attività finanziarie europee. Per il momento osserviamo segnali che meritano prudenza, senza considerarli una prova definitiva di stress sistemico.
La recente debolezza dell'euro nei confronti del franco svizzero costituisce un ulteriore elemento da osservare con attenzione. Dopo il recupero estivo, che aveva riportato il cambio verso 0.95, la moneta unica ha nuovamente perso terreno, scendendo a 0.92597, ormai a breve distanza dal supporto di 0.9216. Il quadro tecnico rimane ribassista e l'RSI, sceso a 33.29, evidenzia una pressione particolarmente intensa sull'euro. Una rottura confermata di questo supporto potrebbe aprire la strada a un nuovo test dell'area 0.90, mentre la sua tenuta lascerebbe spazio a un possibile rimbalzo tecnico.
Il movimento merita attenzione anche per le sue possibili implicazioni finanziarie. Il franco svizzero rappresenta tradizionalmente una delle valute privilegiate dagli investitori nelle fasi di crescente incertezza e il suo rafforzamento potrebbe quindi riflettere una maggiore ricerca di protezione. Non ci sembra tuttavia corretto attribuire automaticamente a questo fenomeno un significato sistemico. Sarà importante verificare se la debolezza dell'euro troverà conferma nell'allargamento degli spread sovrani europei, nell'andamento del mercato azionario e nei premi per il rischio del credito. Per il momento registriamo un segnale di prudenza che merita di essere seguito, senza anticipare scenari di crisi che i dati non consentono ancora di confermare.
Buona domenica!
Ps: per motivi familiari per una o forse due settimane siamo costretti ad interrompere i nostri Appunti. Ci risentiremo di certo agli inizi di novembre.































