Se non avete le idee in chiaro, sappiate che siete in abbondante compagnia. D’altronde il Commander in Chief dell’esercito americano — impegnato un giorno a levare le tende dal ginepraio mediorientale esortando gli europei, se vogliono il petrolio, "ad andare a prenderselo da soli" mentre il giorno dopo, compiendo un ribaltone, ritorna a minacciare l’Iran "di riportarlo all’età della pietra" radendo al suolo tutto ciò che c’è da abbattere — non aiuta di certo noi investitori a dissipare l’unica cosa di cui siamo sicuri e che abbonda nei report di pressoché tutta la comunità finanziaria internazionale.
Stiamo ovviamente parlando di quell’incertezza che, se fosse stata programmata a tavolino, sarebbe nella sua diavoleria quasi da ammirare. In realtà temiamo che sia dettata più dal caso, così come dal caso sembra essere guidato il conflitto mediorientale — e non solo quello — in un contesto globale in cui le variabili geopolitiche si moltiplicano, le reazioni dei mercati diventano sempre più erratiche e la visibilità sugli scenari futuri si riduce a un orizzonte sempre più corto costringendo noi investitori a navigare a vista.
Questo tipo di navigazione in ambito finanziario significa adottare un approccio decisionale privo di traiettorie di lungo periodo chiaramente definibili, con il rischio di sostituire la previsione — fondamentale per non procedere a tentoni — con un adattamento continuo del nostro operato alle condizioni contingenti dove l’obiettivo primario diventa quello minimo e banale della preservazione del capitale ma che al lato pratico per essere raggiunto richiede disciplina, lucidità e una capacità di lettura del contesto tutt’altro che scontata.
In queste situazioni l'esperienza ci suggerisce di evitare le vendite sull’onda del panico: analizziamo invece con attenzione ciò che di valido abbiamo nel portafoglio e interveniamo in modo selettivo, alleggerendo solo quegli asset che riteniamo meno resilienti e con minori probabilità di recupero una volta normalizzato il quadro, per poi riallocare il capitale verso opportunità più solide e con migliori prospettive. A dirla tutta, le vendite che abbiamo ritenuto opportuno effettuare in queste ultime settimane sono state piuttosto contenute.
Un'altro problema che segue le vendite forzate a piene mani - questo vi sembrerà strano - è costituito dal rientro nel mercato una volta che se n'è usciti: la scelta del timing è difficile da definire e spesso quando si rientra si è già in marcato ritardo. In caso di dubbi adottiamo comunque qualche tecnica che, sfruttando la volatilità elevata, ci permette di essere nel mercato senza sborsare cifre importanti e ci da la possibilità di limitare i danni se le tempistiche per il rientro non sono quelle giuste. Se siete interessati sentiamoci...
***
Vogliamo ora portare alla vostra attenzione questa vignetta di Kal pubblicata dall'Economist. Guardatela bene:
Il geniale vignettista dell’Economist riesce a sintetizzare con straordinaria efficacia ciò che sta accadendo in Iran; peccato però che questa vignetta risalga al 2012 (!), in piena fase di tensione sul nucleare iraniano e sulle sanzioni occidentali che ne seguirono. È una rappresentazione brillante di un concetto chiave che dovremmo sempre tenere ben presente: alcune crisi geopolitiche non sono facilmente estirpabili perché si configurano come sistemi autoreferenziali che si autoalimentano nel tempo.
Queste dinamiche non tendono a risolversi in modo definitivo ma piuttosto a riassestarsi attraverso fasi di attenuazione, compromesso o shock esterni; tra questi annoveriamo anche un attacco militare che, per essere realmente risolutivo, non deve limitarsi a prevalere sul piano tattico ma deve incidere in modo significativo sull’equilibrio complessivo del sistema. A prima vista — pur con tutta la cautela del caso — quanto sta accadendo oggi in Iran potrebbe configurarsi come un successo tattico americano senza però intravedere alcun cambiamento sostanziale dell’assetto di fondo che resta purtroppo saldamente nelle mani degli ayatollah.
In questo contesto, un eventuale disimpegno americano rischierebbe di riportarci esattamente al punto di partenza con l'aggravante che lo Stretto di Hormuz non è ancora aperto, il petrolio naviga sopra la linea dei 100$, il sistema estrattivo mediorientale è stato danneggiato e ci vorranno anni per riportarlo alla piena efficienza per non parlare dell'insicurezza che si è instaurata nei Paesi che si affacciano sul Golfo Persico. In queste condizioni fra 14 anni il vignettista dell'Economist potrebbe limitarsi a riproporre la stessa immagine con minime modifiche per descrivere un sistema che finirebbe per assomigliare in modo sempre più inquietante a un vero e proprio moto perpetuo. Qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo a Trump...
***
Ok, basta filosofeggiare e passiamo alle cose più concrete.
Come sapete da quanto è scoppiata la guerra iraniana, che poi direttamente o indirettamente ha coinvolto tutta la regione Mediorientale, l'unica cosa che veramente ci interessa seguire, per capire come reagiranno i mercati azionari, sono i prezzi del petrolio. Grande attenzione la riserviamo al Brent, che fa da riferimento su scala mondiale, e non manchiamo di osservare anche il WTI che intercetta il prezzo del petrolio domestico americano. Le quotazioni di questi due tipi di petrolio sono di norma indirettamente correlate con l'indice S&P500 e oggi abbiamo voluto testare la solidità di questo rapporto: nel grafico Brent (Co1) e WTI (Cl1), che si comportano in modo molto simile, mostrano in effetti di avere, almeno dal 2021 ad oggi, una notevole correlazione inversa con lo S&P500 (linea rossa): infatti quando i primi salgono lo S&P scende e viceversa.
Ecco perché, se il prezzo del petrolio rimarrà troppo a lungo sopra i 100$, potremmo assistere ad una discreta correzione del mercato azionario americano (che influenzerà pure le altre borse mondiali), correzione che se osservate bene (ovale viola) potrebbe già essere iniziata.
Mercoledì 1° aprile il prezzo di entrambi i benchmark petroliferi aveva temporaneamente ritracciato, sulla scia delle dichiarazioni di Trump che lasciavano intravedere la possibilità — forse non troppo remota — di una de-escalation del conflitto (ovale rosso). Abbiamo voluto crederci ma in realtà siamo ben consapevoli che una risoluzione non è imminente. È infatti bastato che il giorno dopo Trump evocasse l’ipotesi di “riportare l’Iran all’età della pietra” per spingere nuovamente il prezzo del barile oltre i 100 dollari. Inoltre, alla luce delle recenti tensioni sul campo (due aerei da combattimento americani sono stati abbattuti), il timore è che i tempi di una soluzione si allunghino sensibilmente ben oltre quanto inizialmente auspicato. Trump ha comunque dato tempo all'Iran fino a lunedì 6 aprile per riaprire lo Stretto di Hormuz e se resterà chiuso, "sarà l'inferno" .
Di certo la cosa non piacerà neppure agli americani. Il Brent normalmente quota più del West Texas Intermediate perché è più liquido e globale; quando però il WTI lo supera (vedi cerchio rosso), significa che le condizioni locali negli Stati Uniti — tra scorte, domanda e vincoli logistici — risultano temporaneamente più tese rispetto al mercato internazionale a cui si sommano dinamiche di posizionamento sui futures che amplificano il movimento relativo.
Ora mettiamoci nei panni del consumatore americano al quale da anni viene ripetuto che gli Stati Uniti hanno raggiunto l’indipendenza energetica: scoprire di non essere affatto immuni alle tensioni del mercato petrolifero internazionale non è esattamente ciò che si aspettava ed è tutt’altro che rassicurante. Il rafforzamento del WTI si trasmette rapidamente ai prezzi alla pompa, comprimendo il potere d’acquisto e inducendo comportamenti più prudenti nei consumi. Non è una situazione facile da digerire e temiamo che gli entusiasmi del Presidente (“stiamo facendo un sacco di soldi con il petrolio a questi livelli”) contino ben poco per il consumatore medio. All'aumento del costo della benzina si aggiunge quello dei fertilizzanti, delle materie prime e degli alimentari con un effetto poco simpatico sull'inflazione che spingerà verosimilmente il costo del denaro americano verso l'alto. Poi, in un attimo, si arriverà alle elezioni di midterm e sarà allora che si misurerà concretamente il sentiment degli americani nei confronti della sua leadership e se queste sono le premesse...
***
Per oggi ci fermiamo qui. È Pasqua e non vogliamo rovinarvi la giornata di festa. Vale comunque la pena segnalare che negli ultimi giorni sono stati pubblicati diversi dati macro che indicano come l’economia americana, nel complesso, continui a mostrare una buona tenuta. Ci ritorneremo con maggiore attenzione ma per il momento il focus resta sul petrolio. Qualcuno si sarà anche accorto che Trump sta di nuovo introducendo dazi (15%) sui farmaci che arrivano dall'estero: vedremo presto se vi saranno delle conseguenze. Affaire a suivre.
Passeremo in rapida sequenza i soliti grafici utili ad evidenziare come i mercati azionari, nonostante il contesto, non siano poi così fragili come la situazione potrebbe far pensare:
Le due borse americane insieme a quella tedesca sono quelle che mostrano la peggior performance ma se pensiamo che quelle americane, per 3 anni consecutivi, sono salite di oltre il 20% all'anno una correzione di 4-5 punti percentuali è ben poca cosa. Bene invece una buona parte delle borse europee che sono ritornate addirittura in positivo.
Non scordiamoci che il Fear & Greed Index, malgrado sia quasi raddoppiato dalla scorsa settimana , marca ancora molto male! E' vero che fa riferimento soprattutto alla realtà americana ma insomma, meglio esser ancora prudenti.
Questa settimana lo S&P 500 (-3,84% YTD) è riuscito a lasciarsi alle spalle la condizione di ipervenduto riportandosi al di sopra della soglia di supporto dei 6.500 punti. I volumi restano tuttavia poco convincenti, segnale di una prudenza ancora diffusa tra gli investitori, che sono in attesa di vedere se domani, 6 aprile, l'inferno si aprirà sotto i piedi degli iraniani...
Anche il Nasdaq (-5,86% YTD) si è allontanato dalla scomoda condizione di ipervenduto e sta tentando di riportarsi sopra la soglia dei 22.000 punti. Qualora riuscisse a consolidare il superamento di questo livello, azzardiamo — davvero con tutte le cautele del caso — una possibile lettura tecnica: sembra infatti delinearsi un accenno di testa e spalle rovesciato. In tale scenario, un obiettivo potenziale potrebbe collocarsi in area 23.500 punti, non distante dai massimi storici… sempre che il contesto geopolitico non torni a rimettere tutto in discussione.
Bene anche l’EuroStoxx 50 (-1,70% YTD), che ha testato e confermato il supporto in area 5.500 punti, rimbalzando con volumi in lieve aumento. Il prossimo passaggio chiave sarà il tentativo di rientrare nel canale ascendente formatosi circa un anno fa: un segnale costruttivo in tal senso potrebbe arrivare dal superamento al rialzo della media mobile a 100 giorni (linea verde).
Anche per lo SMI ( -2.15% YTD) la settimana è stata tutto sommato positiva: l’indice si sta riportando a ridosso della resistenza in area 13.070 punti. Un segnale più costruttivo potrebbe arrivare già dalla prossima settimana, qualora riuscisse a superare al rialzo la media mobile a 100 giorni (freccia rossa), rientrando così nel canale ascendente. Resta tuttavia da valutare l’impatto delle eventuali misure statunitensi sui farmaci importati che potrebbero rappresentare un elemento di rischio per il settore farmaceutico svizzero.
Non ci resta che sperare che domani non si arrivi davvero a un’escalation incontrollata della guerra. Nelle ultime ore è inoltre circolata la notizia di un possibile ricovero del Presidente, ipotesi che qualcuno ritiene plausibile alla luce dell’età e dello stress a cui è sottoposto; al momento, tuttavia, la Casa Bianca ha già smentito ufficialmente e, in assenza di conferme, è opportuno trattare queste informazioni con la dovuta cautela.
Buona Pasqua!