domenica 31 maggio 2026

Stagflazione in arrivo? Forse no...

Le ultime 2 settimane sono state dominate da una continua alternanza tra tensioni geopolitiche e ottimismo tecnologico: cerchiamo di riassumere, nella maniera più succinta possibile, quanto ci è parso di capire. 

Il confronto tra Stati Uniti e Iran, accompagnato dal rischio di nuove escalation militari nell'area strategica dello Stretto di Hormuz, ha continuato a rappresentare una delle principali fonti di preoccupazione per gli investitori. Il timore che eventuali interruzioni delle forniture energetiche potessero compromettere gli equilibri del mercato petrolifero ha mantenuto il greggio su livelli particolarmente elevati, alimentando a sua volta pressioni inflazionistiche che si sono propagate all'intero comparto delle materie prime. Le tensioni geopolitiche si sono riflesse anche sui mercati obbligazionari, dove il timore di un'inflazione più persistente del previsto ha contribuito a mantenere elevati i rendimenti e a ridimensionare le aspettative degli investitori circa futuri tagli dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve.

In questo contesto, i mercati azionari statunitensi hanno mostrato una sorprendente capacità di ignorare i rischi provenienti dal quadro geopolitico e macroeconomico. A sostenere Wall Street hanno contribuito soprattutto l'entusiasmo legato all'intelligenza artificiale e una stagione degli utili del primo trimestre 2026 generalmente superiore alle attese. Gli investitori continuano infatti a concentrarsi sul potenziale trasformativo dell'AI, considerata da molti una rivoluzione tecnologica in grado di incrementare significativamente produttività, margini aziendali e crescita degli utili nei prossimi anni. È proprio questa combinazione di risultati societari solidi e aspettative straordinariamente ottimistiche sull'intelligenza artificiale che ha consentito alle borse americane di raggiungere nuovi massimi storici nonostante uno scenario internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, petrolio elevato e persistenti timori stagflazionistici.

Come sottolineato il prezzo del petrolio ha continuato a gravitare con notevole ostinazione attorno alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile, alimentando i timori di nuove pressioni inflazionistiche e spingendo gli investitori a ridimensionare le aspettative di un imminente allentamento monetario da parte della Federal Reserve. A partire dal 20 maggio, tuttavia, il mercato ha iniziato ad intravedere la concreta possibilità di un accordo tra Stati Uniti e Iran. La prospettiva di una firma ormai vicina del trattato, come vedremo tra poco, ha contribuito a raffreddare le quotazioni del greggio, attenuando almeno temporaneamente le preoccupazioni legate all'inflazione energetica.



Nel frattempo, Trump è chiamato a trovare rapidamente una strategia capace di arrestare il progressivo deterioramento del suo consenso. Alcuni recenti sondaggi, tra cui quello particolarmente severo pubblicato da The Economist, evidenziano infatti un calo di popolarità non trascurabile. In questo contesto, una discesa del prezzo del petrolio e il conseguente alleggerimento del costo della benzina alla pompa rappresenterebbero un sostegno concreto per il potere d'acquisto delle famiglie americane e, inevitabilmente, anche per il consenso dell'amministrazione. Trump respinge con decisione l'idea che la ricerca di un accordo con Teheran sia motivata da esigenze di natura elettorale, ma appare altrettanto difficile immaginare che non guardi con favore agli effetti politici che un petrolio più basso potrebbe generare. In fondo, una riduzione dell'inflazione energetica sarebbe un risultato utile tanto per l'economia americana quanto per i suoi indici di gradimento.



In effetti, da alcuni giorni il petrolio sembra voler progressivamente prendere le distanze dalla fatidica linea rossa dei 100 dollari al barile e ha già messo a segno un ritracciamento che lo ha riportato in area 90 dollari. Una discesa che potrebbe anche proseguire nelle prossime settimane, a patto però che cessino le continue schermaglie militari che stanno caratterizzando gli ultimi giorni e che, in aperta violazione del cessate il fuoco, hanno visto entrambe le parti continuare a colpire obiettivi strategici e militari. Il mercato, ancora una volta, oscilla così tra la speranza di una normalizzazione diplomatica e il timore che basti una nuova escalation per riportare immediatamente il greggio verso livelli ben più elevati.

Un primo assaggio di cosa potrebbe significare convivere troppo a lungo con un prezzo del petrolio stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari al barile lo abbiamo avuto giovedì 28 maggio, quando è stato pubblicato il famoso PCE, l’indicatore d’inflazione maggiormente osservato dalla Federal Reserve perché ritenuto più rappresentativo delle reali dinamiche dei consumi americani. Il dato, calcolato al 3.8% (atteso: 3.8%; precedente: 3.5%) pur senza provocare panico sui mercati, ha confermato che le pressioni inflazionistiche stanno tornando lentamente ma percettibilmente a riaffacciarsi sull’economia statunitense.



È infatti piuttosto evidente come un prezzo del petrolio elevato — che direttamente attraverso carburanti ed energia e indirettamente tramite trasporti, logistica e costi di produzione si riflette su una vasta gamma di beni e servizi — finisca inevitabilmente per alimentare nuove tensioni inflazionistiche. Se il greggio dovesse continuare a mantenersi su questi livelli o addirittura accelerare ulteriormente al rialzo, la Federal Reserve potrebbe trovarsi costretta ad abbandonare definitivamente ogni ipotesi di taglio dei tassi nel breve periodo. 

Riportare l’inflazione verso il livello obiettivo della Federal Reserve, quel famoso 2% continuamente evocato dai membri della banca centrale americana, è fondamentale non soltanto per salvaguardare concretamente il potere d’acquisto del consumatore statunitense ma anche per ricostruire un clima di fiducia economica che appare oggi in via di deterioramento. Come spiega molto bene un recente articolo pubblicato da Barron's, ampie fasce della popolazione americana percepiscono infatti l’attuale situazione economica e inflazionistica come essere addirittura peggiore di quella vissuta negli anni 70, un decennio che la storia economica ricorda proprio per la violenta impennata dei prezzi, le crisi energetiche e la progressiva erosione del benessere delle famiglie.

La sensazione diffusa è che, nonostante alcuni indicatori macroeconomici continuino a mostrare una certa resilienza dell’economia statunitense, il costo della vita stia aumentando più rapidamente dei salari reali, comprimendo il reddito disponibile e alimentando un crescente malcontento sociale. Ed è proprio questa percezione, spesso persino più severa dei dati ufficiali di dominio pubblico, che rischia di diventare un fattore politico ed economico estremamente delicato nei prossimi mesi.



La seconda revisione del PIL statunitense del primo trimestre 2026 ha confermato un'economia in rallentamento, ma con un'intensità inferiore rispetto a quanto temuto soltanto poche settimane fa. La crescita annualizzata è stata infatti rivista all'1.6% dallo 0.5% della prima stima, pur restando al di sotto del consenso degli analisti che si attendevano un dato vicino al 2.0%. 

Un elemento particolarmente interessante emerso dai dati sul PIL del primo trimestre riguarda il ruolo centrale del consumatore americano. Nonostante il rallentamento dell'attività economica, la spesa delle famiglie ha continuato a rappresentare il principale motore della crescita statunitense, confermando ancora una volta la resilienza dei consumi. Tuttavia, questa capacità di spesa sembra essere stata sostenuta sempre meno dal reddito corrente e sempre più dall'utilizzo dei risparmi accumulati negli anni precedenti. Non a caso il tasso di risparmio personale è sceso al 2.6%, il livello più basso dal giugno 2022. Si tratta di un segnale da monitorare attentamente: se da un lato la riduzione del risparmio ha consentito ai consumatori di continuare a sostenere la crescita economica, dall'altro evidenzia come una parte della forza mostrata dall'economia americana negli ultimi trimestri sia stata finanziata attingendo a una riserva che non può diminuire indefinitamente. La vera sfida per i prossimi mesi sarà capire se il consumatore statunitense riuscirà a mantenere questo ruolo di sostegno alla crescita senza compromettere ulteriormente il proprio equilibrio finanziario.




Cerchiamo comunque di vedere il bicchiere mezzo pieno:  dopo settimane dominate dal timore che l'impennata dell'energia potesse alimentare una nuova accelerazione dell'inflazione proprio mentre la crescita economica mostra alcuni segnali di rallentamento, il mercato sembra ora scommettere su una normalizzazione dei prezzi energetici. La situazione resta molto fluida e sul cortissimo termine il punto centrale è che Trump non ha ancora dato il via libera definitivo all'accordo con l'Iran nonostante negli ultimi giorni abbia lasciato intendere che le parti siano vicine a un'intesa preliminare. Il rischio geopolitico è quindi ancora presente ma i mercati finanziari hanno già deciso, Donal firmerà, e quindi si sono portati avanti con i lavori.

Non sorprende quindi che, parallelamente alla flessione del Brent (linea blu) e del WTI (linea rossa), siano scesi anche i rendimenti dei Treasury americani (linea nera) segnale che gli investitori si aspettano minori pressioni inflazionistiche  (ovale verde).  Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le obbligazioni potrebbero beneficiare di un ulteriore calo dei rendimenti mentre i mercati azionari troverebbero un non trascurabile sostegno nella prospettiva di una Fed meno restrittiva.


 Anche il comparto obbligazionario sembra aver ritrovato una certa vitalità. In particolare, le obbligazioni denominate in dollari hanno messo a segno una performance di circa l'1.30% dall'inizio dell'anno, mentre quelle in euro, pur mostrando un andamento più moderato, sono comunque riuscite ad accumulare un guadagno prossimo allo 0.5%. Si tratta di risultati ancora lontani dall'essere entusiasmanti ma potrebbero rappresentare l'inizio di una fase più favorevole per il reddito fisso dopo mesi caratterizzati da una performance poco rallegrante. (clicca sul grafico per una miglior visione).

***

I timori di una possibile deriva stagflazionistica dell'economia americana non sono certamente scomparsi. La crescita economica mostra infatti segnali di rallentamento, mentre il recente rialzo dei prezzi energetici rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche proprio nel momento in cui la Federal Reserve sperava di poter dichiarare conclusa la battaglia contro l'inflazione. In un contesto simile, la prudenza degli investitori sarebbe normalmente giustificata, soprattutto considerando che la stagflazione è storicamente uno degli scenari meno favorevoli sia per i mercati azionari sia per quelli obbligazionari.

Eppure, almeno per il momento, questi timori sembrano essere stati ampiamente superati dall'entusiasmo generato dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Gli investitori guardano infatti oltre le difficoltà cicliche di breve termine e immaginano un futuro caratterizzato da una crescita della produttività senza precedenti. L'AI promette di automatizzare processi, ridurre i costi operativi, accelerare la ricerca scientifica, migliorare l'efficienza aziendale e creare nuovi mercati ancora difficili da quantificare. 

Per il comparto azionario questa narrativa è particolarmente potente: maggior produttività significa potenzialmente margini più elevati, crescita degli utili più sostenuta e valutazioni che possono mantenersi superiori alle medie storiche. In altre parole, mentre la stagflazione rappresenta un rischio concreto per i prossimi trimestri, l'intelligenza artificiale viene percepita dagli investitori come una trasformazione strutturale capace di influenzare positivamente la redditività delle imprese per molti anni a venire. È proprio questa visione di lungo periodo che continua a sostenere le quotazioni azionarie americane nonostante un quadro macroeconomico che, osservato isolatamente, suggerirebbe molta più cautela.

I continui record storici registrati dalle borse americane nelle ultime due settimane trovano la loro principale giustificazione nelle straordinarie promesse generate dal potenziale creativo dell'intelligenza artificiale. L'Europa, al contrario, sta beneficiando solo marginalmente di questo fenomeno. Le principali borse del Vecchio Continente presentano infatti una composizione settoriale molto diversa da quella americana: il peso delle grandi società tecnologiche è limitato, mentre prevalgono banche, assicurazioni, utilities, industria tradizionale e beni di consumo. Inoltre, il mercato statunitense ospita gran parte delle aziende che stanno guidando la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e che attirano la maggior parte dei capitali globali destinati all'innovazione. Di conseguenza, mentre gli investitori internazionali sono disposti a pagare multipli sempre più elevati per partecipare alla crescita dell'AI negli Stati Uniti, le borse europee rimangono maggiormente ancorate ai fondamentali economici tradizionali, beneficiando in misura molto più contenuta dell'entusiasmo che sta caratterizzando il mercato americano.


L'attuale narrativa che sostiene lo S&P500 giustifica la divaricazione tra il modello calcolato da Ned Davis (linea blu) e l'indice ytd (linea arancione) osservato durante il mese di maggio dove gli investitori hanno deciso di privilegiare il lungo periodo (AI e produttività) rispetto ai rischi di breve periodo (inflazione, petrolio e rallentamento economico).

Paradossalmente, proprio questa forte divergenza rende ancora più importante osservare il tratto del grafico compreso tra agosto e ottobre. Se nei prossimi mesi gli utili delle società legate all'AI continueranno a sorprendere positivamente, il mercato potrebbe ignorare ancora una volta il ciclo. Se invece dovessero riaffacciarsi inflazione e tassi elevati, la sovraperformance accumulata tra maggio e (speriamo) giugno potrebbe diventare il carburante per una correzione più marcata rispetto a quella prevista dal modello di Ned Davis.

Se la prossima stagione delle trimestrali dovesse deludere le aspettative degli investitori, il mercato potrebbe trovarsi a fare i conti con un rapido processo di rivalutazione dei multipli piuttosto generosi in molti comparti. In un contesto in cui le quotazioni azionarie statunitensi si trovano su livelli record e gran parte dell'ottimismo è già incorporato nei prezzi, il rischio è che eventuali sorprese negative vengano accolte con particolare severità. Ne potrebbe derivare una correzione di una certa consistenza, tanto più difficile da assorbire quanto più dovessero contemporaneamente riaffacciarsi i timori legati alla stagflazione, al petrolio o a una Federal Reserve costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto. In altre parole, dopo mesi in cui la narrativa dell'intelligenza artificiale ha avuto la meglio su quasi ogni altra considerazione, sarà il momento dei numeri: i prossimi dovranno giocoforza essere eccellenti e forse ancora non basta...

Riteniamo quindi sempre più importante monitorare con attenzione l'evoluzione tecnica dei mercati azionari, così da poter individuare il più tempestivamente possibile eventuali segnali di inversione del trend. Come spesso ricordiamo, un trend rimane tale fino a quando non emergono evidenze concrete del suo capovolgimento; per questo motivo continuiamo a seguire quotidianamente l'andamento dei mercati, cercando di distinguere le normali oscillazioni di breve periodo dai cambiamenti di direzione più significativi.

Siamo consapevoli che non tutti i nostri lettori sono appassionati di analisi tecnica o desiderano soffermarsi sui numerosi grafici che abitualmente accompagnano i nostri commenti. Per questa ragione continueremo a pubblicare gli aggiornamenti grafici in una forma essenziale, limitando le spiegazioni ai passaggi realmente rilevanti. Quando però ravviseremo segnali sufficientemente chiari da suggerire un cambiamento dello scenario di mercato, ve lo comunicheremo con la massima tempestività, indicando anche le eventuali implicazioni operative per i portafogli. Il nostro obiettivo non è prevedere ogni movimento dei mercati, bensì riconoscere per tempo i cambiamenti più importanti e intervenire quando è necessario.


Il grafico dello S&P 500 ( +10.73% ytd) continua a mostrare una struttura tecnica estremamente costruttiva. Il trend rialzista è in essere. Attenzione al RSI in costante ipercomprato:non vuole ancora dire che siamo in prossimità di una correzione ma bisogna essere vigili.


Anche il Nasdaq (+16.05% ytd) presenta un quadro tecnico in deciso rialzo (anche troppo...) Per il momento il trend rialzista è in essere e i volumi lo sostengono.



L'Eurostoxx50 (+4.47% ytd) sta confermando il suo trend rialzista. Non è neppure in ipercomprato e quindi non dovrebbe sorprenderci con delle correzioni di ampio respiro.



Vorremmo poter dire che lo SMI (+2.07% ytd) è in un trend rialzista degno di questo nome. NON lo possiamo ancora confermare se non quando avrà la forza di rientrare nel canale ascendente partito nel settembre 2025. Per il momento ci accontentiamo di vederlo scorrere lateralmente.

Buona domenica!

domenica 17 maggio 2026

Trump lascia Pechino senza accordi e Wall Street se ne accorge

Dal viaggio alla corte di Xi Jinping, per quanto ci è dato sapere, Trump sembra essere tornato a casa con una miriade di fotografie di rito più che con dei risultati concreti — molto probabilmente ne hanno tratto maggior beneficio i 17 CEO americani che lo hanno accompagnato — e una volta rientrato negli Stati Uniti si è ritrovato, con un’inflazione risalita al 3,8%, con i prezzi alla produzione ai massimi degli ultimi quattro anni, con il Treasury decennale che oramai rende il 4,60%, il Canale di Hormuz ancora bloccato, il petrolio a 105$ (WTI) e 109$ (Brent) e una benzina ormai prossima ai 5 dollari al gallone. Ci sarebbe dell'altro ma non vogliamo infierire oltre...

Con queste premesse si comprende meglio la postura strategica cinese: infatti Xi è sembrato molto compassato e non pare avere alcuna particolare fretta di aiutare Donald a risolvere il “pasticcio iraniano”, limitandosi piuttosto a restare seduto sulla proverbiale sponda del fiume in attesa che il rivale si logori da solo; in fondo, costringere il nemico a consumarsi economicamente, politicamente e psicologicamente può rivelarsi assai più efficace — e infinitamente meno costoso — di qualsiasi scontro diretto.




Nel frattempo dobbiamo prendere nota dell'avvicendamento alla presidenza della FED, ufficializzato anche dal Senato quando, venerdì, Warsh ha definitivamente preso il posto di Powell. 

Gli auguriamo buon lavoro ma non vorremmo essere in questo momento nei suoi panni:



come già sottolineato, martedì abbiamo saputo che l'inflazione è al 3.8%, più alta del 3.7% atteso (precedente: 3.35%) ...

…mentre i prezzi alla produzione - anticipatori d'inflazione futura certa - stanno accelerando rapidamente, riportandosi sui livelli osservati nel periodo 2021-2022 e che ricordiamo bene essere stati una delle principali fonti di pressione sull’inflazione americana.

Non ci aspettiamo necessariamente un ritorno a dei picchi superiori all’8%, ma finché i costi energetici continueranno a mantenersi elevati sarà difficile immaginare un rientro ordinato delle pressioni inflazionistiche. Energia, trasporti e materie prime continuano infatti ad agire come una tassa occulta sull’intero sistema economico, esercitando un’influenza persistente e decisamente negativa non solo sull’inflazione statunitense ma anche su quella di buona parte delle economie occidentali.



Il petrolio — sia il WTI (nero) sia il Brent (blu) — non sembra mostrare alcuna reale intenzione di scendere stabilmente sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, segnale che il mercato continua a prezzare un rischio geopolitico tutt’altro che rientrato.

Conoscendo l’imprevedibilità di Donald non si può nemmeno escludere che, archiviato con qualche sentore di frustrazione il viaggio in Cina, possa decidere di tornare ad alzare il livello dello scontro con l'Iran riprendendo i bombardamenti che a suo dire saranno "at a much higher level”. 

Del resto, dopo aver dichiarato di aver colpito oltre 80'000 obiettivi  iraniani militari e non — consumando una quantità enorme di munizioni e missili di precisione — l’apparato militare e logistico americano sembra ormai aver ricostituito buona parte dell’arsenale che si era rapidamente assottigliato nelle prime settimane del conflitto. Quando la macchina militare americana torna a riempire i magazzini, storicamente tende anche ad utilizzarli. Vorremmo chiaramente essere smentiti.



Per il momento quindi, la principale preoccupazione di Warsh dovrebbe essere quella di evitare che PPI ( prezzi alla produzione in viola) e CPI (inflazione in nero) sfuggano ancor più al suo controllo anche se l'impresa non sembra proprio una passeggiata di salute. Per fortuna può ancora contare su un mercato del lavoro non del tutto moribondo e su una disoccupazione (in blu) che con un 4.3% sembra essere costante nel tempo.




Ma potrebbe, come suggerisce la copertina dell'Economist di questa settimana, essere solo una questione di tempo. Riassunto all'osso l'articolo sostiene che l’apocalisse occupazionale causata dall’AI non è ancora arrivata, ma che i governi farebbero un grave errore ad aspettare prove definitive prima di prepararsi.

Il rischio non è tanto una scomparsa immediata del lavoro, quanto una società in cui produttività, ricchezza e profitti si concentrano sempre più nelle mani delle grandi aziende tecnologiche mentre salari, qualità del lavoro e stabilità sociale si deteriorano. Per questo, secondo l' Economist, gli Stati dovrebbero iniziare fin da ora a costruire reti di protezione così da evitare che il progresso tecnologico sfoci in tensioni sociali e politiche destabilizzanti. 

Non siamo ancora a questo livello ma in effetti non dovremmo sottostimare il problema. 

Nel frattempo vi ricordiamo che il nostro modello macroeconomico sta prevedendo l'arrivo della stagflazione (aumento dell'inflazione e contemporanea riduzione della crescita economica) con una probabilità vicina al 30%. Nelle prossime settimane faremo un aggiornamento e temiamo che la percentuale sarà ulteriormente aumentata.

Sfortunatamente in uno scenario di stagflazione la Federal Reserve avrebbe margini di manovra molto ridotti: tagliare i tassi rischierebbe di alimentare ulteriormente l’inflazione, mentre mantenerli elevati potrebbe accentuare il rallentamento economico e la disoccupazione. È per questo che i mercati tendono a temere particolarmente le dinamiche stagflazionistiche: sono tra le più difficili da “sterilizzare” senza provocare danni collaterali significativi. 

Cosa stia realmente passando nella testa di Kevin Warsh non è facile saperlo, ma se in un futuro non troppo lontano dovesse prevalere una linea monetaria più aggressiva nella lotta all’inflazione — e quindi inevitabilmente meno gradita a Donald Trump — allora dovremo probabilmente mettere in conto anche un progressivo deterioramento del mercato del lavoro e un aumento della disoccupazione.

Del resto, nella storia economica americana, quasi ogni seria battaglia contro l’inflazione è stata accompagnata da un rallentamento della crescita, condizioni finanziarie più restrittive ed inevitabili tensioni occupazionali. Come vorrà muoversi il nuovo presidente della FED lo sapremo fra qualche settimana (prossima riunione della FED: 17 giugno). 


Nel frattempo i rendimenti americani ed europei continuano a salire:


Il treasury americano a 10 anni in settimana ha sfiorato il 4.60% (due settimane fa era al 4.30%...)




... e quelli a 30 anni si sono attestati al 5%, lo stesso rendimento del 2023 quanto l'iflazione era molto più alta. Poi da quel livello i rendimenti a lungo termine hanno fatto molta fatica a scendere. 

 


Anche i rendimenti del Bund tedesco sono in aumento: quelli a 10 anni oramai hanno da qualche settimana superato il 3% attestandosi venerdì al 3.16%.



Anche la virtuosa Svizzera deve annotare un movimento rialzista simile benché di proporzioni più contenute: in fondo il decennale rende lo 0.53% che paragonato al 3.16% tedesco e al 4.60% americano ci fa ancora respirare. Stabile per il momento il tasso saron a 1 mese che è addirittura leggermente negativo.

A questo punto dovrebbe esservi sorta spontanea una domanda: ma come si sono comportati i mercati obbligazionari?  



La performance misurata dal total return in dollari elaborato da Bloomberg, fino a giovedì scorso era a zero; poi venerdì, con la resa del decennale in discreto aumento, hanno ceduto terreno e segnalano una perdita del -0.80% da inizio anno.


La musica non cambia di molto per l'indice espresso in euro che da inizio anno ha perso lo 0.60%.

Il 2026 è abbastanza probabile che non sarà l’anno del “grande bull market obbligazionario”, ma piuttosto quello della transizione verso un nuovo regime finanziario fatto di tassi strutturalmente più alti, maggiore volatilità e rendimenti obbligazionari che forse possono competere con l’azionario. Fatto sta che, per il momento, guadagnare con le obbligazioni, tanto in dollari quanto in euro, non sarà facilissimo.


***

Stiamo arrivando agli sgoccioli della stagione delle trimestrali relative al primo trimestre per le società inserite nello S&P 500: all’appello mancano ormai poco più di una quarantina di aziende ma soprattutto manca ancora il protagonista più atteso, NVIDIA, oggi la società a maggiore capitalizzazione al mondo.

Il colosso americano dei semiconduttori pubblicherà i propri risultati mercoledì 20 maggio dopo la chiusura di Wall Street in quello che molti operatori considerano uno degli appuntamenti più importanti dell’intera stagione degli utili, non solo per il settore tecnologico ma per l’intero equilibrio dei mercati finanziari globali.



Le aspettative, come ormai accade regolarmente quando si parla di NVIDIA, sono semplicemente stellari e il mercato sembra continuare a prezzare uno scenario di crescita quasi perfetta. Prima o poi arriverà inevitabilmente anche una trimestrale capace di deludere investitori e analisti — è nella natura stessa dei cicli di mercato — ma, osservando come continua ad evolvere l’intero ecosistema legato all’Intelligenza Artificiale, riteniamo che anche questa volta la società abbia buone probabilità di soddisfare le aspettative degli azionisti.

Del resto, la corsa globale agli investimenti in AI non sembra minimamente rallentare e i grandi hyperscaler americani continuano a spendere decine di miliardi di dollari in infrastrutture, data center e capacità computazionale, alimentando una domanda che per ora appare ancora estremamente robusta.

E chissà che Jensen Huang non sia tornato dal recente viaggio in Cina con qualche sorpresa inattesa da mettere sul tavolo proprio in occasione della trimestrale.

Dopodiché verrà progressivamente meno anche quel “carburante” che nelle ultime settimane ha sostenuto i mercati attraverso la pubblicazione dei dati macroeconomici, delle trimestrali e delle indicazioni prospettiche fornite dalle aziende. Gli investitori dovranno quindi attraversare una fase potenzialmente più fragile e meno ricca di catalizzatori, cercando di mantenere equilibrio e lucidità fino al prossimo vero appuntamento di rilievo, la pubblicazione dei dati del secondo trimestre, che entrerà nel vivo dopo i primi dieci giorni di luglio.

Nel frattempo l’attenzione tornerà inevitabilmente a concentrarsi sui dati macroeconomici — inflazione, occupazione, consumi, prezzi energetici e andamento dei rendimenti obbligazionari — ma soprattutto sull’evoluzione dello scenario geopolitico internazionale che continua a rappresentare una delle principali insidie per i mercati finanziari.

Con  petrolio ancora elevato, tensioni persistenti in Medio Oriente e banche centrali tutt’altro che serene sul fronte inflazionistico riteniamo che mantenere un approccio prudente, selettivo e disciplinato resti, almeno per il momento, la scelta più ragionevole.

***

Questa settimana — anche perché rispetto a quella precedente ben poco è realmente cambiato nello scenario tecnico dei mercati azionari e valutari — eviteremo volutamente di riproporre la consueta, e per molti probabilmente ormai un po’ noiosa, carrellata di analisi tecnica su indici e valute.

Preferiamo invece concentrare l’attenzione su un tema che continua a catalizzare sempre più interesse, capitali e attenzione politica: il Bitcoin e più in generale l’intero universo delle criptovalute che, nelle ultime settimane, sta vivendo una fase particolarmente interessante sia dal punto di vista finanziario sia soprattutto sotto il profilo normativo e geopolitico.

Ci perdoneranno coloro ai quali questo variegato e spesso controverso universo interessa poco o nulla ma questa settimana si è verificato un evento che, almeno per i sostenitori delle criptovalute, ha assunto contorni quasi rivoluzionari.

I “fans” delle crypto —  in particolare del Bitcoin — hanno infatti più di un motivo per festeggiare perché ciò che è accaduto negli ultimi giorni potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso la progressiva legittimazione politica, finanziaria e istituzionale dell’intero settore.

Ma iniziamo da una breve analisi tecnica (proprio non ce la facciamo a stare senza...)  del bitcoin:


E' dal mese di aprile, quasi a dare per scontato quanto fra poco vi illustreremo, che il bitcoin ha cambiato trend salendo fino a 81'500 $ per poi incontrare una resistenza che non sarà facilissimo, nel breve termine, superare. Troppi sono stati gli accumuli di questa crytpo avvenuti tra febbraio e aprile del 2025 (ovale rosso) seguiti a ruota da quelli tra ottobre e dicembre dello stesso anno per non costituire un ostacolo duro da oltrepassare. Ma molto probabilmente sarà solo una questione di tempo e le nuove regole del gioco sono tutte (o quasi) a favore di questa cryto currency.

Ma cosa è successo? Probabilmente avrete sentito parlare del Clarity Act che proprio questa settimana è stato avallato dal senato americano  -  più precisamente dalla United States Senate Banking Committee -  il 14 maggio del 2024 con un voto bipartisan di 15 a favore e 9 contrari.

Abbiamo chiesto a ChatGPT di riassumere i punti salienti di questo Atto e posto alcune domande nel tentativo di chiarire  a) chi ha voluto il Clarity Act e perché;  b) stessa domanda per chi NON l'ha voluto;  c) chi ne è uscito vincitore al Senato e d) quale influsso avrà sul bitcoin in particolare e sul mondo crypto in generale.

Qui di seguito la risposta:

Il CLARITY Act (“Digital Asset Market Clarity Act”) è probabilmente il più importante tentativo legislativo mai fatto negli Stati Uniti per dare una struttura regolamentare chiara al mondo crypto.
L’obiettivo principale è molto semplice: smettere con anni di “regulation by enforcement” — cioè SEC e tribunali che decidevano caso per caso — e stabilire finalmente chi controlla cosa nel settore delle criptovalute.  

In estrema sintesi, il CLARITY Act:

  • divide il potere tra SEC e CFTC;
  • considera Bitcoin e molte crypto mature come digital commodities (quindi più simili all’oro o alle materie prime);
  • crea regole precise per exchange, stablecoin, token e DeFi;
  • definisce quando un token smette di essere assimilabile a un titolo finanziario (“security”) e diventa una commodity decentralizzata.  

Il vero vincitore politico e filosofico della battaglia è il mondo crypto “americano”, guidato da:

  • Coinbase,
  • Circle,
  • Ripple,
  • venture capital della Silicon Valley,
  • lobby crypto,
  • parte del Partito Repubblicano,
  • e una fetta crescente di Democratici pragmatici.  

Chi l’ha voluto?
Per tre motivi fondamentali:

  1. Evitare la fuga dell’industria dagli USA
    Negli ultimi anni molte società crypto hanno spostato attività in Europa, Dubai o Singapore per la mancanza di chiarezza normativa americana.
  2. Aprire le porte al capitale istituzionale
    Fondi pensione, assicurazioni e grandi banche avevano enormi limiti regolamentari nell’investire in crypto. Con regole certe, il settore diventa “investibile”.  
  3. Trasformare le crypto da Far West a asset class ufficiale
    Il passaggio cruciale è questo: Washington sta implicitamente riconoscendo che Bitcoin e parte dell’universo crypto non spariranno più.

Chi non l’ha voluto?
Principalmente:

  • grandi banche tradizionali,
  • parte del sindacato democratico,
  • ala anti-crypto della SEC,
  • Elizabeth Warren e i democratici più ostili alle crypto.  

Perché?
Perché temono:

  • fuga di depositi bancari verso stablecoin;
  • perdita di controllo del sistema finanziario tradizionale;
  • rischi sistemici;
  • utilizzi illeciti;
  • e soprattutto la “disintermediazione” delle banche.  

La vera guerra si è combattuta sulle stablecoin con rendimento (“yield-bearing stablecoins”).
Le banche volevano impedirle perché avrebbero creato una specie di “conto corrente parallelo” fuori dal sistema bancario. Alla fine è stato trovato un compromesso: niente interessi diretti espliciti, ma alcuni meccanismi di remunerazione  restano consentiti.  

Chi ha vinto davvero?
Nel breve termine:

  • ha vinto il settore crypto americano;
  • ha vinto Coinbase;
  • ha vinto la CFTC (che ottiene molto più potere);
  • e ha vinto Bitcoin come concetto politico-finanziario.  

Ha perso invece:

  • la linea dura della SEC dell’era Gensler;
  • l’idea che quasi tutte le crypto fossero securities;
  • e in parte il sistema bancario tradizionale, che vede nascere un concorrente regolamentato.  

Effetto su Bitcoin
Per Bitcoin il CLARITY Act è enormemente positivo.

Perché? 

  • Bitcoin viene implicitamente consacrato come “digital commodity”;
  • aumenta la probabilità di ingresso massiccio di capitali istituzionali;
  • riduce il rischio regolamentare USA;
  • rende più semplice creare prodotti finanziari collegati a BTC.  

In pratica:
il mercato potrebbe iniziare a trattare Bitcoin sempre più come:

  • oro digitale,
  • collateral globale,
  • asset macro-finanziario istituzionale.

Ed è probabilmente questo il punto più importante.

Effetto sulle crypto in generale:


Qui il discorso è più complesso.

Le crypto “serie” e decentralizzate:

  • Ethereum,
  • Solana,
  • alcune infrastrutture DeFi,
    potrebbero beneficiare enormemente della chiarezza normativa.

Molti token minori invece rischiano l’effetto opposto:

  • maggiore controllo,
  • obblighi di disclosure,
  • classificazione come securities,
  • esclusione dagli exchange regolamentati.  

Quindi il CLARITY Act potrebbe:

  • rafforzare Bitcoin e le grandi crypto,
  • ma “ripulire” brutalmente il sottobosco speculativo.

La vera implicazione storica è forse questa:
gli Stati Uniti stanno passando da una fase di ostilità verso le crypto a una fase di integrazione controllata nel sistema finanziario ufficiale.

Ci è sorta un'ultima domanda:

Come mai il Bitcoin e le altre crypto questa settimana non hanno brillato soprattuto dopo l'introdizione del Clarity Act?

Il mercato delle criptovalute ha accolto freddamente il CLARITY Act non tanto perché la normativa sia negativa — anzi, rappresenta una svolta storica favorevole all’istituzionalizzazione del settore — quanto perché gran parte della notizia era già stata scontata dai prezzi e perché il Bitcoin viene ormai trattato sempre più come un asset macro-finanziario tradizionale piuttosto che come una scommessa antisistema.

Speriamo di aver contribuito a fare un po' di ordine nelle vostre idee come noi ce lo siamo fatto nelle nostre... Quello delle crypto è un mondo (troppo) complesso ma non possiamo più restarne ai margini.

Buona domenica!

PS: il prossimo week end Appunti Finanziari non sarà pubblicato e ci risentiremo domenica 31 maggio