domenica 17 maggio 2026

Trump lascia Pechino senza accordi e Wall Street se ne accorge

Dal viaggio alla corte di Xi Jinping, per quanto ci è dato sapere, Trump sembra essere tornato a casa con una miriade di fotografie di rito più che con dei risultati concreti — molto probabilmente ne hanno tratto maggior beneficio i 17 CEO americani che lo hanno accompagnato — e una volta rientrato negli Stati Uniti si è ritrovato, con un’inflazione risalita al 3,8%, con i prezzi alla produzione ai massimi degli ultimi quattro anni, con il Treasury decennale che oramai rende il 4,60%, il Canale di Hormuz ancora bloccato, il petrolio a 105$ (WTI) e 109$ (Brent) e una benzina ormai prossima ai 5 dollari al gallone. Ci sarebbe dell'altro ma non vogliamo infierire oltre...

Con queste premesse si comprende meglio la postura strategica cinese: infatti Xi è sembrato molto compassato e non pare avere alcuna particolare fretta di aiutare Donald a risolvere il “pasticcio iraniano”, limitandosi piuttosto a restare seduto sulla proverbiale sponda del fiume in attesa che il rivale si logori da solo; in fondo, costringere il nemico a consumarsi economicamente, politicamente e psicologicamente può rivelarsi assai più efficace — e infinitamente meno costoso — di qualsiasi scontro diretto.




Nel frattempo dobbiamo prendere nota dell'avvicendamento alla presidenza della FED, ufficializzato anche dal Senato quando, venerdì, Warsh ha definitivamente preso il posto di Powell. 

Gli auguriamo buon lavoro ma non vorremmo essere in questo momento nei suoi panni:



come già sottolineato, martedì abbiamo saputo che l'inflazione è al 3.8%, più alta del 3.7% atteso (precedente: 3.35%) ...

…mentre i prezzi alla produzione - anticipatori d'inflazione futura certa - stanno accelerando rapidamente, riportandosi sui livelli osservati nel periodo 2021-2022 e che ricordiamo bene essere stati una delle principali fonti di pressione sull’inflazione americana.

Non ci aspettiamo necessariamente un ritorno a dei picchi superiori all’8%, ma finché i costi energetici continueranno a mantenersi elevati sarà difficile immaginare un rientro ordinato delle pressioni inflazionistiche. Energia, trasporti e materie prime continuano infatti ad agire come una tassa occulta sull’intero sistema economico, esercitando un’influenza persistente e decisamente negativa non solo sull’inflazione statunitense ma anche su quella di buona parte delle economie occidentali.



Il petrolio — sia il WTI (nero) sia il Brent (blu) — non sembra mostrare alcuna reale intenzione di scendere stabilmente sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, segnale che il mercato continua a prezzare un rischio geopolitico tutt’altro che rientrato.

Conoscendo l’imprevedibilità di Donald non si può nemmeno escludere che, archiviato con qualche sentore di frustrazione il viaggio in Cina, possa decidere di tornare ad alzare il livello dello scontro con l'Iran riprendendo i bombardamenti che a suo dire saranno "at a much higher level”. 

Del resto, dopo aver dichiarato di aver colpito oltre 80'000 obiettivi  iraniani militari e non — consumando una quantità enorme di munizioni e missili di precisione — l’apparato militare e logistico americano sembra ormai aver ricostituito buona parte dell’arsenale che si era rapidamente assottigliato nelle prime settimane del conflitto. Quando la macchina militare americana torna a riempire i magazzini, storicamente tende anche ad utilizzarli. Vorremmo chiaramente essere smentiti.



Per il momento quindi, la principale preoccupazione di Warsh dovrebbe essere quella di evitare che PPI ( prezzi alla produzione in viola) e CPI (inflazione in nero) sfuggano ancor più al suo controllo anche se l'impresa non sembra proprio una passeggiata di salute. Per fortuna può ancora contare su un mercato del lavoro non del tutto moribondo e su una disoccupazione (in blu) che con un 4.3% sembra essere costante nel tempo.




Ma potrebbe, come suggerisce la copertina dell'Economist di questa settimana, essere solo una questione di tempo. Riassunto all'osso l'articolo sostiene che l’apocalisse occupazionale causata dall’AI non è ancora arrivata, ma che i governi farebbero un grave errore ad aspettare prove definitive prima di prepararsi.

Il rischio non è tanto una scomparsa immediata del lavoro, quanto una società in cui produttività, ricchezza e profitti si concentrano sempre più nelle mani delle grandi aziende tecnologiche mentre salari, qualità del lavoro e stabilità sociale si deteriorano. Per questo, secondo l' Economist, gli Stati dovrebbero iniziare fin da ora a costruire reti di protezione così da evitare che il progresso tecnologico sfoci in tensioni sociali e politiche destabilizzanti. 

Non siamo ancora a questo livello ma in effetti non dovremmo sottostimare il problema. 

Nel frattempo vi ricordiamo che il nostro modello macroeconomico sta prevedendo l'arrivo della stagflazione (aumento dell'inflazione e contemporanea riduzione della crescita economica) con una probabilità vicina al 30%. Nelle prossime settimane faremo un aggiornamento e temiamo che la percentuale sarà ulteriormente aumentata.

Sfortunatamente in uno scenario di stagflazione la Federal Reserve avrebbe margini di manovra molto ridotti: tagliare i tassi rischierebbe di alimentare ulteriormente l’inflazione, mentre mantenerli elevati potrebbe accentuare il rallentamento economico e la disoccupazione. È per questo che i mercati tendono a temere particolarmente le dinamiche stagflazionistiche: sono tra le più difficili da “sterilizzare” senza provocare danni collaterali significativi. 

Cosa stia realmente passando nella testa di Kevin Warsh non è facile saperlo, ma se in un futuro non troppo lontano dovesse prevalere una linea monetaria più aggressiva nella lotta all’inflazione — e quindi inevitabilmente meno gradita a Donald Trump — allora dovremo probabilmente mettere in conto anche un progressivo deterioramento del mercato del lavoro e un aumento della disoccupazione.

Del resto, nella storia economica americana, quasi ogni seria battaglia contro l’inflazione è stata accompagnata da un rallentamento della crescita, condizioni finanziarie più restrittive ed inevitabili tensioni occupazionali. Come vorrà muoversi il nuovo presidente della FED lo sapremo fra qualche settimana (prossima riunione della FED: 17 giugno). 


Nel frattempo i rendimenti americani ed europei continuano a salire:


Il treasury americano a 10 anni in settimana ha sfiorato il 4.60% (due settimane fa era al 4.30%...)




... e quelli a 30 anni si sono attestati al 5%, lo stesso rendimento del 2023 quanto l'iflazione era molto più alta. Poi da quel livello i rendimenti a lungo termine hanno fatto molta fatica a scendere. 

 


Anche i rendimenti del Bund tedesco sono in aumento: quelli a 10 anni oramai hanno da qualche settimana superato il 3% attestandosi venerdì al 3.16%.



Anche la virtuosa Svizzera deve annotare un movimento rialzista simile benché di proporzioni più contenute: in fondo il decennale rende lo 0.53% che paragonato al 3.16% tedesco e al 4.60% americano ci fa ancora respirare. Stabile per il momento il tasso saron a 1 mese che è addirittura leggermente negativo.

A questo punto dovrebbe esservi sorta spontanea una domanda: ma come si sono comportati i mercati obbligazionari?  



La performance misurata dal total return in dollari elaborato da Bloomberg, fino a giovedì scorso era a zero; poi venerdì, con la resa del decennale in discreto aumento, hanno ceduto terreno e segnalano una perdita del -0.80% da inizio anno.


La musica non cambia di molto per l'indice espresso in euro che da inizio anno ha perso lo 0.60%.

Il 2026 è abbastanza probabile che non sarà l’anno del “grande bull market obbligazionario”, ma piuttosto quello della transizione verso un nuovo regime finanziario fatto di tassi strutturalmente più alti, maggiore volatilità e rendimenti obbligazionari che forse possono competere con l’azionario. Fatto sta che, per il momento, guadagnare con le obbligazioni, tanto in dollari quanto in euro, non sarà facilissimo.


***

Stiamo arrivando agli sgoccioli della stagione delle trimestrali relative al primo trimestre per le società inserite nello S&P 500: all’appello mancano ormai poco più di una quarantina di aziende ma soprattutto manca ancora il protagonista più atteso, NVIDIA, oggi la società a maggiore capitalizzazione al mondo.

Il colosso americano dei semiconduttori pubblicherà i propri risultati mercoledì 20 maggio dopo la chiusura di Wall Street in quello che molti operatori considerano uno degli appuntamenti più importanti dell’intera stagione degli utili, non solo per il settore tecnologico ma per l’intero equilibrio dei mercati finanziari globali.



Le aspettative, come ormai accade regolarmente quando si parla di NVIDIA, sono semplicemente stellari e il mercato sembra continuare a prezzare uno scenario di crescita quasi perfetta. Prima o poi arriverà inevitabilmente anche una trimestrale capace di deludere investitori e analisti — è nella natura stessa dei cicli di mercato — ma, osservando come continua ad evolvere l’intero ecosistema legato all’Intelligenza Artificiale, riteniamo che anche questa volta la società abbia buone probabilità di soddisfare le aspettative degli azionisti.

Del resto, la corsa globale agli investimenti in AI non sembra minimamente rallentare e i grandi hyperscaler americani continuano a spendere decine di miliardi di dollari in infrastrutture, data center e capacità computazionale, alimentando una domanda che per ora appare ancora estremamente robusta.

E chissà che Jensen Huang non sia tornato dal recente viaggio in Cina con qualche sorpresa inattesa da mettere sul tavolo proprio in occasione della trimestrale.

Dopodiché verrà progressivamente meno anche quel “carburante” che nelle ultime settimane ha sostenuto i mercati attraverso la pubblicazione dei dati macroeconomici, delle trimestrali e delle indicazioni prospettiche fornite dalle aziende. Gli investitori dovranno quindi attraversare una fase potenzialmente più fragile e meno ricca di catalizzatori, cercando di mantenere equilibrio e lucidità fino al prossimo vero appuntamento di rilievo, la pubblicazione dei dati del secondo trimestre, che entrerà nel vivo dopo i primi dieci giorni di luglio.

Nel frattempo l’attenzione tornerà inevitabilmente a concentrarsi sui dati macroeconomici — inflazione, occupazione, consumi, prezzi energetici e andamento dei rendimenti obbligazionari — ma soprattutto sull’evoluzione dello scenario geopolitico internazionale che continua a rappresentare una delle principali insidie per i mercati finanziari.

Con  petrolio ancora elevato, tensioni persistenti in Medio Oriente e banche centrali tutt’altro che serene sul fronte inflazionistico riteniamo che mantenere un approccio prudente, selettivo e disciplinato resti, almeno per il momento, la scelta più ragionevole.

***

Questa settimana — anche perché rispetto a quella precedente ben poco è realmente cambiato nello scenario tecnico dei mercati azionari e valutari — eviteremo volutamente di riproporre la consueta, e per molti probabilmente ormai un po’ noiosa, carrellata di analisi tecnica su indici e valute.

Preferiamo invece concentrare l’attenzione su un tema che continua a catalizzare sempre più interesse, capitali e attenzione politica: il Bitcoin e più in generale l’intero universo delle criptovalute che, nelle ultime settimane, sta vivendo una fase particolarmente interessante sia dal punto di vista finanziario sia soprattutto sotto il profilo normativo e geopolitico.

Ci perdoneranno coloro ai quali questo variegato e spesso controverso universo interessa poco o nulla ma questa settimana si è verificato un evento che, almeno per i sostenitori delle criptovalute, ha assunto contorni quasi rivoluzionari.

I “fans” delle crypto —  in particolare del Bitcoin — hanno infatti più di un motivo per festeggiare perché ciò che è accaduto negli ultimi giorni potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso la progressiva legittimazione politica, finanziaria e istituzionale dell’intero settore.

Ma iniziamo da una breve analisi tecnica (proprio non ce la facciamo a stare senza...)  del bitcoin:


E' dal mese di aprile, quasi a dare per scontato quanto fra poco vi illustreremo, che il bitcoin ha cambiato trend salendo fino a 81'500 $ per poi incontrare una resistenza che non sarà facilissimo, nel breve termine, superare. Troppi sono stati gli accumuli di questa crytpo avvenuti tra febbraio e aprile del 2025 (ovale rosso) seguiti a ruota da quelli tra ottobre e dicembre dello stesso anno per non costituire un ostacolo duro da oltrepassare. Ma molto probabilmente sarà solo una questione di tempo e le nuove regole del gioco sono tutte (o quasi) a favore di questa cryto currency.

Ma cosa è successo? Probabilmente avrete sentito parlare del Clarity Act che proprio questa settimana è stato avallato dal senato americano  -  più precisamente dalla United States Senate Banking Committee -  il 14 maggio del 2024 con un voto bipartisan di 15 a favore e 9 contrari.

Abbiamo chiesto a ChatGPT di riassumere i punti salienti di questo Atto e posto alcune domande nel tentativo di chiarire  a) chi ha voluto il Clarity Act e perché;  b) stessa domanda per chi NON l'ha voluto;  c) chi ne è uscito vincitore al Senato e d) quale influsso avrà sul bitcoin in particolare e sul mondo crypto in generale.

Qui di seguito la risposta:

Il CLARITY Act (“Digital Asset Market Clarity Act”) è probabilmente il più importante tentativo legislativo mai fatto negli Stati Uniti per dare una struttura regolamentare chiara al mondo crypto.
L’obiettivo principale è molto semplice: smettere con anni di “regulation by enforcement” — cioè SEC e tribunali che decidevano caso per caso — e stabilire finalmente chi controlla cosa nel settore delle criptovalute.  

In estrema sintesi, il CLARITY Act:

  • divide il potere tra SEC e CFTC;
  • considera Bitcoin e molte crypto mature come digital commodities (quindi più simili all’oro o alle materie prime);
  • crea regole precise per exchange, stablecoin, token e DeFi;
  • definisce quando un token smette di essere assimilabile a un titolo finanziario (“security”) e diventa una commodity decentralizzata.  

Il vero vincitore politico e filosofico della battaglia è il mondo crypto “americano”, guidato da:

  • Coinbase,
  • Circle,
  • Ripple,
  • venture capital della Silicon Valley,
  • lobby crypto,
  • parte del Partito Repubblicano,
  • e una fetta crescente di Democratici pragmatici.  

Chi l’ha voluto?
Per tre motivi fondamentali:

  1. Evitare la fuga dell’industria dagli USA
    Negli ultimi anni molte società crypto hanno spostato attività in Europa, Dubai o Singapore per la mancanza di chiarezza normativa americana.
  2. Aprire le porte al capitale istituzionale
    Fondi pensione, assicurazioni e grandi banche avevano enormi limiti regolamentari nell’investire in crypto. Con regole certe, il settore diventa “investibile”.  
  3. Trasformare le crypto da Far West a asset class ufficiale
    Il passaggio cruciale è questo: Washington sta implicitamente riconoscendo che Bitcoin e parte dell’universo crypto non spariranno più.

Chi non l’ha voluto?
Principalmente:

  • grandi banche tradizionali,
  • parte del sindacato democratico,
  • ala anti-crypto della SEC,
  • Elizabeth Warren e i democratici più ostili alle crypto.  

Perché?
Perché temono:

  • fuga di depositi bancari verso stablecoin;
  • perdita di controllo del sistema finanziario tradizionale;
  • rischi sistemici;
  • utilizzi illeciti;
  • e soprattutto la “disintermediazione” delle banche.  

La vera guerra si è combattuta sulle stablecoin con rendimento (“yield-bearing stablecoins”).
Le banche volevano impedirle perché avrebbero creato una specie di “conto corrente parallelo” fuori dal sistema bancario. Alla fine è stato trovato un compromesso: niente interessi diretti espliciti, ma alcuni meccanismi di remunerazione  restano consentiti.  

Chi ha vinto davvero?
Nel breve termine:

  • ha vinto il settore crypto americano;
  • ha vinto Coinbase;
  • ha vinto la CFTC (che ottiene molto più potere);
  • e ha vinto Bitcoin come concetto politico-finanziario.  

Ha perso invece:

  • la linea dura della SEC dell’era Gensler;
  • l’idea che quasi tutte le crypto fossero securities;
  • e in parte il sistema bancario tradizionale, che vede nascere un concorrente regolamentato.  

Effetto su Bitcoin
Per Bitcoin il CLARITY Act è enormemente positivo.

Perché? 

  • Bitcoin viene implicitamente consacrato come “digital commodity”;
  • aumenta la probabilità di ingresso massiccio di capitali istituzionali;
  • riduce il rischio regolamentare USA;
  • rende più semplice creare prodotti finanziari collegati a BTC.  

In pratica:
il mercato potrebbe iniziare a trattare Bitcoin sempre più come:

  • oro digitale,
  • collateral globale,
  • asset macro-finanziario istituzionale.

Ed è probabilmente questo il punto più importante.

Effetto sulle crypto in generale:


Qui il discorso è più complesso.

Le crypto “serie” e decentralizzate:

  • Ethereum,
  • Solana,
  • alcune infrastrutture DeFi,
    potrebbero beneficiare enormemente della chiarezza normativa.

Molti token minori invece rischiano l’effetto opposto:

  • maggiore controllo,
  • obblighi di disclosure,
  • classificazione come securities,
  • esclusione dagli exchange regolamentati.  

Quindi il CLARITY Act potrebbe:

  • rafforzare Bitcoin e le grandi crypto,
  • ma “ripulire” brutalmente il sottobosco speculativo.

La vera implicazione storica è forse questa:
gli Stati Uniti stanno passando da una fase di ostilità verso le crypto a una fase di integrazione controllata nel sistema finanziario ufficiale.

Ci è sorta un'ultima domanda:

Come mai il Bitcoin e le altre crypto questa settimana non hanno brillato soprattuto dopo l'introdizione del Clarity Act?

Il mercato delle criptovalute ha accolto freddamente il CLARITY Act non tanto perché la normativa sia negativa — anzi, rappresenta una svolta storica favorevole all’istituzionalizzazione del settore — quanto perché gran parte della notizia era già stata scontata dai prezzi e perché il Bitcoin viene ormai trattato sempre più come un asset macro-finanziario tradizionale piuttosto che come una scommessa antisistema.

Speriamo di aver contribuito a fare un po' di ordine nelle vostre idee come noi ce lo siamo fatto nelle nostre... Quello delle crypto è un mondo (troppo) complesso ma non possiamo più restarne ai margini.

Buona domenica!

PS: il prossimo week end Appunti Finanziari non sarà pubblicato e ci risentiremo domenica 31 maggio

domenica 10 maggio 2026

Borse trainate dagli utili

Dopo due settimane di silenzio, torniamo ad osservare il quadro geopolitico e finanziario che,  pur restando complesso, appare oggi meno dominato dalla tensione immediata rispetto a quanto temuto nelle fasi più acute dello scontro tra Stati Uniti e Iran. L’ultima volta che scrivevamo, Washington e Teheran si trovavano in una fragile fase di cessate il fuoco caratterizzata da continui momenti di tensione alternati a segnali di contenimento. Una tregua imperfetta ma che — tra alti e bassi — ha finora retto.




Infatti gli Stati Uniti hanno oggi un interesse strategico prioritario nel chiudere questa vicenda nel modo più rapido ed elegante possibile. I mercati sembrano convinti - ma ovviamente non ve n’è certezza -  che una soluzione in tempi relativamente brevi può essere trovata e il ridimensionamento delle quotazioni del petrolio, che questa settimana sono andate anche sotto i 100 $ al barile, potrebbe essere il segnale che gli operatori stanno progressivamente prezzando una normalizzazione dello scenario mediorientale.


Del resto, sul piano politico interno americano, un conflitto protratto sine die ed il perdurare di una gestione della contesa da parte di Trump e del suo staff, che persino la base MAGA percepisce come inefficace e caotica,  rappresenterebbero un rischio reputazionale ed economico non trascurabile. Infatti, come ha sottolineato il Corriere della Sera di venerdì 8 maggio, "la guerra all'Iran non ha dato la spallata al regime. Senza contare che considerando Hormuz, il Golfo Persico spezzato,  le crepe transatlantiche e le filiere da ricostruire il prezzo del conflitto è già altissimo". 


In vista delle prossime Midterm Elections, uscire da questa crisi con un’immagine di debolezza o con costi economici eccessivamente elevati non sarebbe certamente lo scenario auspicato dalla Casa Bianca. Per questo motivo la sensazione crescente è che Washington stia cercando una via d’uscita che consenta di preservare credibilità internazionale, stabilità energetica e consenso domestico evitando al contempo un’escalation che i mercati, almeno per ora, sembrano considerare come poco probabile. 







Purtroppo, mentre stiamo scrivendo (venerdì in serata), ci giungono notizie di attacchi americani a due petroliere vuote che hanno mandano su tutte le furie i vertici iraniani che considerano l’assalto “una mossa militare sconsiderata”. La situazione rimane quindi molto fluida e consigliamo di consultare con una certa frequenza i siti d'informazione online per restare aggiornati in real time. Noi ci fermiamo qui.


***




Se osserviamo da vicino le performance dei principali mercati azionari mondiali, una cosa salta subito all'occhio: la notevole divergenza percentuale da inizio anno tra mercati americani ed europei che riflette la diversa dinamica degli utili societari che è il principale responsabile di questo importante spread tra USA ed Europa. Infatti gli Stati Uniti beneficiano di una maggiore esposizione ai settori tecnologici e all’intelligenza artificiale, di una crescita economica più robusta e di margini aziendali superiori. L’Europa, più esposta a settori ciclici e industriali, continua invece a soffrire di una crescita economica debole e di una minore capacità di generare degli utili. Sono settimane che insistiamo sul fatto che, nel medio periodo, la dinamica degli utili resta il principale driver delle performance azionarie.


Infatti:



Quasi tutte le società dello S&P 500 (443 su 499) hanno ormai pubblicato i risultati trimestrali e ciò che colpisce immediatamente è la forte divergenza tra l’andamento delle vendite e quello degli utili.

Sul fronte dei ricavi le sorprese positive non sono mancate, ma nel complesso restano in linea con quanto osservato negli ultimi trimestri. Ben diversa, invece, è la situazione degli utili: in molti casi gli scostamenti rispetto alle attese sono stati a dir poco straordinari. Mediamente gli EPS hanno superato le stime del 17.8%, un dato talmente elevato da rendere difficile ricordare un precedente recente di pari entità.

Era lecito attendersi risultati particolarmente solidi dal settore tecnologico, che infatti ha confermato e superato le elevate aspettative (+10.54%) , ma ciò che sorprende maggiormente è la forza emersa anche in altri comparti. In particolare, le società legate ai materiali, all’energia — comprensibilmente sostenute dall’attuale contesto geopolitico —  ai consumi discrezionali (segnale di un consumatore americano ancora estremamente dinamico) e alle comunicazioni dove l’intelligenza artificiale sta iniziando a tradursi in un impatto concreto e significativo sulla crescita degli utili.

Tuttavia riteniamo opportuno, soprattutto sulla scorta di risultati societari tanto brillanti,  mantenere un approccio prudente nei confronti delle borse americane: le valutazioni hanno ormai raggiunto livelli molto elevati (avete visto i P/E ) e incorporano aspettative di crescita degli utili estremamente ambiziose.


 In un contesto simile basta un modesto rallentamento della crescita economica, una frenata degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, una compressione dei margini oppure un ritorno di tensioni inflazionistiche con conseguente aumento dei tassi d’interesse per innescare revisioni al ribasso degli utili attesi. Il vero rischio per Wall Street non è tanto l’attuale livello degli utili, quanto l’eventualità che il mercato inizi a dubitare della sostenibilità della loro crescita futura.





Da non dimenticare che il modello della CNN "Fear & Greed Index" ci sta da diverse settimane mettendo sull'attenti: il mercato americano è stabilmente posizionato sul preoccupante livello di "Avidità" (greed) e la qualcosa ci dovrebbe suggerire prudenza... 


Anche dal ciclo economico made in USA stanno arrivando segnali che non dobbiamo sottovalutare. 


A tal proposito abbiamo sviluppato, grazie ad un utilizzo mirato e strutturato dell’Intelligenza Artificiale e allo splendido lavoro dei nostri giovani colleghi, un modello proprietario pensato per interpretare e contestualizzare l’enorme quantità di dati macroeconomici pubblicati ogni settimana negli Stati Uniti. L’economia americana produce un flusso continuo di indicatori — spesso complessi e talvolta persino contraddittori — che rendono sempre più difficile distinguere i semplici rumori di mercato dai veri segnali anticipatori del ciclo economico.


Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di trasformare questa “montagna” di informazioni in una lettura coerente e comprensibile dello stato reale dell’economia, così da individuare con maggiore precisione la fase del ciclo in cui ci troviamo e, soprattutto, gli elementi ai quali gli investitori dovrebbero prestare particolare attenzione nei prossimi mesi.

Portiamo quindi alla vostra attenzione un primo indicatore, dove siamo a livello di ciclo economico, che riteniamo particolarmente utile per comprendere la direzione dell’economia americana e valutare i potenziali rischi — ma anche le opportunità — che potrebbero riflettersi sui mercati finanziari. In uno dei prossimi Appunti approfondiremo cosa stiamo facendo in ambito AI.


Ma veniamo a noi: il nostro modello continua a descrivere un’economia americana entrata in una fase di “overheat” (surriscaldamento) , ossia ancora caratterizzata da una crescita superiore al potenziale ma con un elemento qualitativo particolarmente delicato: la natura sempre più “appiccicosa” dell’inflazione.

La pressione sui prezzi, infatti, non sembra più alimentata esclusivamente dalla forza della domanda interna, bensì da fattori più strutturali e difficilmente controllabili dalle banche centrali, come le tensioni geopolitiche successive alla crisi iraniana, le distorsioni sulle catene di approvvigionamento e il ritorno di dinamiche protezionistiche e tariffarie. Si tratta di componenti inflazionistiche che tendono storicamente ad essere più persistenti e meno sensibili alla semplice leva dei tassi d’interesse.

Parallelamente, l’economia americana continua a mostrare una sorprendente resilienza, sostenuta soprattutto dalla straordinaria tenuta degli utili societari. La crescita stimata dal modello GDPNow rimane robusta, gli investimenti aziendali continuano ad espandersi a ritmi sostenuti e la stagione delle trimestrali ha nuovamente evidenziato una capacità diffusa delle aziende americane di superare le aspettative del mercato.

È proprio questo “earnings momentum” a rappresentare oggi il principale pilastro dell’economia statunitense. In sua assenza, diversi indicatori macroeconomici — tra cui il calo della Capacity Utilization e il deterioramento della fiducia dei consumatori — sarebbero già coerenti con uno scenario di rallentamento più marcato.

Per questo motivo riteniamo che il rischio principale nei prossimi trimestri non sia tanto una classica recessione, quanto piuttosto una progressiva deriva verso uno scenario di stagflazione: una fase cioè caratterizzata da crescita economica debole accompagnata da un’inflazione persistentemente elevata.

In un contesto di valutazioni azionarie molto tese, basterebbe infatti un singolo trimestre di delusioni diffuse sugli utili, oppure un rallentamento degli investimenti aziendali, per indebolire rapidamente il motore della crescita americana lasciando però ancora attive le pressioni inflazionistiche.

Non a caso il nostro modello segnala un aumento significativo della probabilità di transizione verso uno scenario stagflattivo nei prossimi tre mesi, salita dal 16.3% al 26.2%: un movimento che merita attenzione e che potrebbe rappresentare uno dei temi macro-finanziari più rilevanti della seconda parte dell’anno.

Riassumiamo per  immagini (clicca sull'immagine per una miglior visione):




***




Il ciclo composito di Ned Davis ci suggerisce che, pur in presenza di un contesto ancora sostenuto dalla resilienza degli utili societari, i prossimi mesi potrebbero essere caratterizzati da una crescente fragilità macro-finanziaria, con un aumento della volatilità coerente con i rischi di rallentamento e di una possibile progressiva deriva stagflattiva dell’economia americana.

Dobbiamo quindi continuare a monitorare con attenzione:
  • la tenuta degli utili (per il momento eccellente ma devono essere riconfermati anche il prossimo trimestre);
  • le guidance aziendali (nel detto e nel non detto dei CEO e CFO si annidano i pericoli...);
  • il mercato del lavoro ( per il momento sembra tenere:

  • inflazione core USA  (prossima pubblicazione: 12 maggio, attesa dal 2.6% al 2.7% mentre quella standard dal 3.3% è attesa al 3.8%);
  • investimenti corporate (un grosso punto di domanda: non staranno esagerando? Solo per l'AI siamo vicini al trilione di dollari all'anno...).

Restiamo quindi vigili: se l’“earnings momentum” dovesse interrrompersi mentre l’inflazione resta alta, il tratto estivo/autunnale del composite potrebbe diventare molto più violento del previsto.



Nel frattempo ci godiamo i nuovi massimi storici dello S&P 500 (+8.08% ytd), che hanno spinto l’indice fino all’area dei 7’400 punti, superando già oggi quello che, fino a poche settimane fa, rappresentava il target di fine anno indicato da Ned Davis Research.

Anche JP Morgan, tradizionalmente più prudente nelle proprie proiezioni, ha recentemente rivisto al rialzo il proprio obiettivo portandolo a 7’600 punti, mentre sul breve periodo continuiamo a intravedere un target puramente tecnico in area 7’500.

Il trend di medio periodo resta saldamente impostato al rialzo, sostenuto dalla resilienza degli utili societari e da una liquidità che continua a favorire gli asset rischiosi. È tuttavia inutile nascondere che il mercato si trova ormai da oltre un mese in una condizione di marcato ipercomprato: una fase correttiva o quantomeno di consolidamento non sarebbe quindi affatto sorprendente, anche all’interno di un quadro strutturalmente ancora costruttivo.



Il Nasdaq (+12.93% ytd) continua a muoversi all’interno di un solido canale rialzista di medio periodo e il recente breakout sopra i 24’000 punti conferma la forza del trend. Le scorse settimane avevamo indicato un target tecnico attorno ai 26'000 punti che in effetti è stato rapidamente raggiunto. Ora, nel breve termine, l’elevato livello di ipercomprato e l’accelerazione quasi parabolica del movimento aumentano il rischio di una fase di consolidamento o di correzione tecnica, pur senza compromettere l’impostazione rialzista di fondo. Inizieremo a preoccuparci seriamente se la correzione dovesse portarte il Nasdaq ad evolvere sotto i 24'000 punti. Aspettiamo con ansia che Nvidia pubblichi i suoi dati (20 maggio).



L’EuroStoxx50 (+2.07% ytd)  continua a muoversi all’interno di un trend rialzista di medio periodo ma, a differenza dei listini americani, mostra segnali di crescente affaticamento. L’area dei 6’100 punti sta assumendo le caratteristiche di una potenziale resistenza strategica e la formazione di un possibile doppio massimo (semilune rosse)  merita attenzione: una violazione confermata dei 5’800 punti potrebbe infatti aprire spazio a una fase correttiva più ampia verso l’area 5’500.


Lo SMI (-1.26% ytd) continua a muoversi all’interno di una fase di consolidamento laterale compresa tra 12’900 e 13’250 punti. Il trend di fondo resta costruttivo ma il mercato appare in una fase di equilibrio temporaneo dopo il forte recupero degli ultimi trimestri. La compressione della volatilità suggerisce che il listino svizzero potrebbe prepararsi a un movimento direzionale più ampio nei prossimi mesi: sopra 13’250 tornerebbe a rafforzarsi il quadro rialzista, mentre una rottura dei 12’900 aumenterebbe il rischio di una correzione verso l’area 12’400.

In ottica intermarket, lo SMI continua inoltre a trasmettere un messaggio molto diverso rispetto ai listini americani ed europei: non mostra né l’euforia speculativa che caratterizza il Nasdaq né i segnali di fragilità tecnica che iniziano ad emergere su alcune piazze europee. La forte componente difensiva del mercato svizzero — farmaceutici, beni di consumo di qualità e flussi rifugio legati al franco svizzero — sembra mantenere gli investitori in una posizione di prudente attesa. È quasi un mercato che osserva e aspetta: aspetta di capire se l’attuale resilienza dell’economia globale sarà sostenibile, quale direzione prenderanno i tassi d’interesse e se il contesto geopolitico resterà sotto controllo. Finché questi interrogativi rimarranno aperti, è probabile che lo SMI continui a oscillare in un ampio movimento laterale, confermando il suo tradizionale ruolo di listino relativamente difensivo e meno impulsivo rispetto agli altri grandi mercati internazionali. Ciò non toglie che, come potete immaginare, siamo piuttosto delusi dall'andamento del nostro indice a domistrazione del fatto che lavorare con il nostro mercato, sia azionario che obbligazionario, è complicato...



Il Bitcoin sembra aver costruito una base tecnica importante attorno ai 75’000 dollari, livello dal quale sono riemersi acquisti significativi dopo la forte fase correttiva dei mesi scorsi. Il recupero in corso sta ora riportando le quotazioni verso la delicata area degli 81’500 dollari, vero spartiacque tecnico di breve periodo: un superamento convincente potrebbe riaprire spazio verso gli 92’800 dollari e successivamente verso i massimi storici, confermando il ritorno di momentum sul comparto crypto.


Buona domenica (auguri a tutte le mamme!)


Se avete ancora un po’ di voglia di leggere, vi proponiamo quanto catturato dal nostro agente (fa parte del progetto che stiamo sviluppando...) che abbiamo “sguinzagliato” alla ricerca di dati, segnali e informazioni potenzialmente rilevanti per comprendere meglio l’evoluzione dello scenario economico e tecnologico globale.

Particolarmente interessante ci è sembrato quanto emerso dai dati pubblicati da Cloudflare: non soltanto per la qualità dei numeri — che già di per sé meritano attenzione — ma soprattutto per le considerazioni formulate dal suo CEO che offrono uno spaccato estremamente concreto di ciò che sta accadendo dietro le quinte dell’economia digitale.

La sensazione è che siamo ancora soltanto nelle primissime fasi di una trasformazione molto più profonda di quanto il mercato stesso riesca oggi a prezzare. L’intelligenza artificiale non rappresenta più soltanto un tema narrativo o speculativo: sta rapidamente diventando un’infrastruttura operativa destinata a modificare processi decisionali, modelli organizzativi, produttività e dinamiche competitive all’interno di praticamente tutte le grandi aziende mondiali.

E probabilmente ciò che oggi vediamo nei dati trimestrali è soltanto una prima, ancora parziale, manifestazione di un cambiamento che nei prossimi anni potrebbe ridefinire interi settori economici.

STATI UNITI — TECH & INFRASTRUTTURA AI

Cloudflare ha pubblicato i dati:


Snapshot. Chiusura $137 ca., -18% / -24% sui due giorni post-annuncio, volumi quasi 5x la media trentina. Catalizzatore: ristrutturazione "AI-first" e prima ondata di licenziamenti di massa nei 16 anni di vita del gruppo.

Notizia. Cloudflare ha annunciato il taglio di 1.100 dipendenti, pari a circa il 20% della forza lavoro globale (5.165 persone), nell'ambito di una riorganizzazione descritta dal CEO Matthew Prince come transizione a un "agentic AI-first operating model". Il management ha sottolineato che i tagli "non sono basati sulla performance individuale né su pressioni finanziarie di breve", ma sull'evidenza che l'uso interno di AI è cresciuto del 600% negli ultimi tre mesi e ha reso ridondanti intere funzioni. Pacchetto severance generoso: salario base fino a fine 2026, copertura sanitaria USA fino a dicembre, vesting equity prorogato al 15 agosto e waiver del cliff di un anno per i nuovi assunti. La notizia arriva in concomitanza con la trimestrale Q1: ricavi +25% YoY a livello record, beat sulle stime di consensus.

Impatto sul business. È la prima ammissione esplicita da parte di un hyperscaler/edge-CDN che l'AI sta rendendo obsoleti ruoli interni in tempo reale, non in prospettiva. Sul medio termine il driver di margine è doppio: minor cost base (impatto stimato ~$200M annui sulle compensation expense) e accelerazione delle linee di prodotto AI (Workers AI, AI Gateway, agent runtime). Il rischio è di esecuzione: comunicare un "AI-first" mentre la concorrenza (Akamai, Fastly, ma anche AWS CloudFront e Cloudflare's own customers che internalizzano) preme sul pricing.

Reazione del mercato. NET ha perso il -18% nella seduta di venerdì dopo aver già scaricato circa il -7% in after-hours del giovedì, per un cumulato a due giorni vicino al -24%. La reazione è stata nettamente più severa dei peer: Akamai -1.2%, Fastly +0.8%, mentre il Nasdaq Composite chiudeva +1.71%. Il mercato ha letto il taglio non come efficienza, ma come ammissione di ritardo strategico sull'AI rispetto agli hyperscaler.

Contesto. Cloudflare era arrivata al venerdì a +35% YTD, in scia al rally del software AI. Il drawdown brusco riporta il titolo sui livelli di inizio aprile e ricalibra la narrativa: da "AI beneficiary" a "company catching up". È la seconda volta in dodici mesi che un'azienda mid-cap tech subisce un de-rating di doppia cifra sul tema "non abbastanza AI".