Qui Teheran: “Di Trump non ci fidiamo!”
Dal briefing pre-incontro di Trump: “Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni e le armi più avanzate mai costruite!”
È con queste premesse che sabato 11 aprile, sotto l’egida del Pakistan, hanno preso avvio i colloqui tra Stati Uniti e Iran nel tentativo di trovare una via d’uscita dal ginepraio in cui i due Paesi sono impantanati da ormai sei settimane.
Le aspettative, considerate le premesse, sono da parte nostra contenute. Tuttavia, il semplice fatto che le parti abbiano deciso di sedersi allo stesso tavolo, rappresenta già un segnale non trascurabile.
Il perimetro del negoziato sembra essere stato definito dall’Iran — i dieci punti sono riportati a margine del nostro post — ma, alla luce delle richieste avanzate, riteniamo che gli spazi di manovra per raggiungere un accordo saranno estremamente limitati.
Non aggiungiamo altro e restiamo a osservare, pur rimanendo pronti — se del caso — a essere sorpresi qualora una soluzione venisse raggiunta in soli tre giorni di colloqui (... ma si potrebbe anche trattare ad oltranza.)
Ciò che in questo momento più ci interessa, ovviamente, è comprendere come i mercati finanziari si stanno preparando a questo evento:
Malgrado nello Stretto di Hormuz il traffico navale è ancora estremamente contenuto...
... il prezzo del petrolio (WTI e Brent) è sceso sotto la soglia critica dei 100 dollari al barile, quasi a testimoniare una certa fiducia nel tentativo di USA e Iran di uscire dall’impasse.
Anche il ritorno del VIX sotto il 20 rafforza questa nostra sensazione...
…segnali che trovano conferma pure nel Fear & Greed Index della CNN, risalito da 19 della scorsa settimana a 38.
Il miglioramento è stato trainato principalmente dal calo della volatilità (VIX) e dal recupero di altri indicatori chiave che compongono l’indice. In particolare, si osserva un netto miglioramento del put/call ratio — con una riduzione della domanda di coperture al ribasso (put) e un aumento relativo dell’interesse per opzioni call — e soprattutto un rafforzamento dell’ampiezza di mercato (market breadth), segnalato da un numero crescente di titoli in rialzo accompagnati da volumi significativi.
Nel complesso si tratta di segnali coerenti con un ritorno graduale della propensione al rischio che non si osservava dalle prime fasi del conflitto e che, come vedremo fra poco, hanno fatto bene ai mercati azionari.
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Un'occhiata ai dati macro pubblicati questa settimana bisogna però darla. Ma prima vediamo cosa è scaturito mercoledì dalle minute della FED a proposito di quanto discusso nell'ultima riunione del 18 marzo:
Le minute confermano un contesto in miglioramento sul fronte inflattivo ma ancora non tale da giustificare un cambio di rotta nella politica monetaria.
L’inflazione è (era...) in graduale rientro rispetto ai picchi ma resta superiore al target del 2%, con componenti ancora rigide — in particolare servizi e dinamica salariale — che inducono la Fed a mantenere un atteggiamento prudente.
Di conseguenza, il messaggio che emerge è chiaro: i tassi resteranno probabilmente stabili nel breve periodo, in un contesto di “higher for longer”, con eventuali tagli che verranno presi in considerazione solo a fronte di evidenze più convincenti sul percorso disinflazionistico.
In questo quadro si inserisce il recente aumento delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, che ha contribuito a riaccendere i timori inflattivi, in particolare attraverso il canale energetico. Questo elemento ha reso il percorso della Fed ancora più incerto, spostando in avanti le aspettative di un primo taglio dei tassi e rafforzando un approccio più cauto.
Nel complesso, pur emergendo alcuni segnali di rallentamento dell’economia, la priorità della Fed resta il controllo dell’inflazione, evitando un allentamento prematuro che potrebbe rimettere sotto pressione i prezzi. La lettura chiave è che non si tratta di una Fed che cambia direzione ma di una Fed che, in attesa di conferme sul rientro dell’inflazione, si trova ora a confrontarsi con uno shock esterno che rischia di rallentarne il percorso.
Infatti venerdì i timori della FED sono stati confermati (ma non era difficile immaginarlo...):
- Consumer price index (CPI) marzo: +0.9% (atteso: 1%; precedente: 0.3%)
- CPI yoy : 3.3% (atteso: 3.4%; precedente: 2.4%)
- Core CPI yoy : 2.7% (precedente: 2.5%)
Diciamo che non vorremmo essere nei panni del prossimo presidente della Fed: Kevin Warsh che, qualora venisse confermato, si troverebbe ad affrontare un contesto particolarmente complesso dovendo gestire da un lato un’inflazione ancora persistente e dall’altro le pressioni politiche di Trump che ha più volte ribadito la volontà di vedere tassi più bassi. Insomma, si troverà tra l'incudine e il martello... non lo invidiamo.
Portiamo inoltre alla vostra attenzione l’evoluzione attesa dei tassi europei e svizzeri: per l’Eurozona il mercato sconta per i prossimi 12 mesi circa tre aumenti da 25 punti base ciascuno che anche in questo caso non farà del bene al comparto obbligazionario.
Anche per la Svizzera le aspettative si sono recentemente orientate verso un possibile rialzo dei tassi nei prossimi 12 mesi— con un primo intervento già prezzato e la possibilità, non trascurabile, di un secondo — configurando uno scenario che rappresenta, a tutti gli effetti, un elemento di sorpresa.
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Purtroppo tra gli scenari di guerra, gli aumenti dei costi di energia e alimentari ed i probabili mancati tagli ai tassi di interesse la fiducia dei consumatori americani è ai minimi storici:
Un ulteriore elemento di attenzione arriva dalla fiducia dei consumatori americani: pubblicata venerdì dall’Università del Michigan e scesa a 47,6 punti (freccia rossa), un livello che non si era mai visto fino ad oggi.
Si tratta di un segnale rilevante in quanto riflette un deterioramento marcato delle aspettative delle famiglie su reddito, inflazione e condizioni economiche generali. In un’economia come quella statunitense, dove i consumi rappresentano circa il 70% del PIL, un calo così significativo della fiducia tende a tradursi in un atteggiamento più prudente con possibili ripercussioni sulla spesa e quindi sulla crescita.
Pur non rappresentando di per sé una conferma di recessione, livelli così depressi sono storicamente associati a fasi di forte rallentamento economico, soprattutto se dovessero persistere nel tempo.
Nel contesto attuale, questo dato contribuisce a complicare ulteriormente il quadro per la Federal Reserve: da un lato segnala un indebolimento della domanda, dall’altro si inserisce in un contesto in cui le pressioni inflattive restano ancora elevate, limitando i margini per un allentamento della politica monetaria.
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Tutto sommato, malgrado gli scenari di guerra, gli aumenti dei costi energetici e la fiducia dei consumatori americani ai minimi storici, i mercati azionari stanno reagendo piuttosto bene e anche questa settimana hanno cercato, chi più chi meno, di rientrare nei canali ascendenti che li caratterizzavano prima dell'inizio della guerra tra USA e Iran.
Anche il ciclo composito di Ned Davis sta rientrando piuttosto rapidamente verso una certa normalità, quella segnalata dall’algoritmo che ha avuto uno sbandamento ma ovviamente non poteva prevedere l’impatto esogeno di un evento come l'attuale conflitto.
Nelle ultime sedute si osserva tuttavia un progressivo tentativo di stabilizzazione, favorito anche dai possibili sviluppi negoziali tra le parti. I mercati, come spesso accade, tendono ad anticipare gli scenari più favorevoli e stanno già iniziando a prezzare l’ipotesi di una risoluzione, anche solo parziale, del conflitto. Speriamo di averne una conferma nei prossimi giorni.
Ci fa piacere osservare come lo S&P 500 (-0,42% ytd) sia riuscito a riportarsi al di sopra delle tre medie mobili, fermandosi tuttavia a ridosso del supporto del canale ascendente, senza riuscire — almeno per ora — a rientrarvi.
Qualora i colloqui tra Stati Uniti e Iran dovessero evolvere verso una qualche forma di risoluzione, a condizione che questa venga effettivamente rispettata, non si può escludere che già nel corso della prossima settimana l’indice possa rientrare all’interno del canale. Si tratterebbe di un segnale tecnico decisamente costruttivo.
La scorsa settimana avevamo avanzato una cauta ipotesi operativa, avendo individuato una configurazione tecnica riconducibile a un possibile testa e spalle rovesciato, che avrebbe potuto favorire un recupero del Nasdaq (-1.46% ytd) in area 23'300 punti.
Il movimento atteso si è in buona parte materializzato, con l’indice che si è progressivamente avvicinato al target indicato. L’obiettivo non può ancora dirsi pienamente raggiunto ma la distanza residua appare ormai contenuta.
Nel complesso, la dinamica osservata rafforza la validità dell’impostazione tecnica individuata, pur richiedendo una conferma definitiva per considerare il pattern completamente sviluppato.
Questa settimana possiamo registrare con una certa soddisfazione il rientro dell’EuroStoxx 50 (+2.33% ytd) all’interno del canale ascendente avviato circa un anno fa: è un segnale tecnico che contribuisce a rafforzare il quadro di fondo.
L’area dei 5'500 punti ha svolto un ruolo chiave, fungendo prima da solido supporto e successivamente da trampolino per la ripartenza del movimento. Il successivo superamento al rialzo delle tre principali medie mobili rappresenta un ulteriore elemento costruttivo che lascia ipotizzare una possibile riaccelerazione della dinamica positiva nel breve termine.
A supporto di questo scenario si osserva anche un incremento dei volumi, segnale che conferma una partecipazione più ampia degli operatori al movimento in atto e ne rafforza la credibilità.
Il superamento, seppur marginale, della resistenza in area 13'070 punti da parte dello SMI (-0.63%ytd) rappresenta già un segnale tecnico incoraggiante.
Il movimento si è tuttavia arrestato in prossimità della linea di supporto del canale ascendente, senza riuscire — almeno per il momento — a rientrarvi. Ne deriva un’impostazione tecnica ancora interlocutoria, molto simile a quella osservata sullo S&P 500.
In questo contesto, la prossima settimana sarà particolarmente rilevante per verificare la capacità dell’indice di consolidare il recupero e rientrare nel canale, rafforzando così il quadro tecnico di breve termine. Un eventuale miglioramento del contesto geopolitico potrebbe rappresentare il catalizzatore necessario per favorire questo passaggio.
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È ragionevole ritenere che un eventuale accordo proveniente dall’area pakistana, con implicazioni rilevanti sul fronte energetico e quindi sul prezzo del petrolio, possa incidere in modo significativo anche sulla dinamica del dollaro.
In tale scenario una normalizzazione — o riduzione — delle tensioni sui prezzi dell’energia potrebbe contribuire ad attenuare le pressioni inflattive e, di riflesso, ridimensionare il sostegno attualmente offerto al biglietto verde.
Alla luce di queste considerazioni, non si può escludere l’opportunità di un progressivo alleggerimento dell’esposizione al dollaro da valutare tuttavia con attenzione alla luce dell’evoluzione concreta del contesto geopolitico.
Anche nei confronti dell’euro il dollaro sta iniziando a mostrare alcuni segnali di indebolimento. Il recente superamento al rialzo delle tre principali medie mobili da parte del cambio EUR/USD rappresenta infatti un primo elemento tecnico a favore della valuta unica.
Qualora il contesto geopolitico dovesse evolvere verso una risoluzione delle tensioni, non si può escludere un’ulteriore estensione del movimento con il cambio che potrebbe riportarsi in area 1.19.
Si tratterebbe di un livello coerente con un progressivo ridimensionamento della forza del dollaro in un contesto di minori pressioni inflattive e di una possibile normalizzazione delle aspettative sui tassi soprattutto se pensiamo che la moneta unica può beneficiare (forse) di 3 aumenti dei tassi nei prossimi 12 mesi.
Il cambio EUR/CHF si è portato leggermente al di sopra della resistenza in area 0.9216, un primo segnale tecnico di rafforzamento della valuta unica che sembra sostenuta pure dall'idea di tre possibili aumenti dei tassi nel 2026.
Un eventuale superamento deciso anche della media mobile dei 200 giorni (linea blu) rappresenterebbe un passaggio particolarmente significativo, in quanto aprirebbe spazio per un’estensione del movimento verso area 0.93.
Resta tuttavia da monitorare l’eventuale ingresso in territorio di ipercomprato che potrebbe, temporaneamente, limitare la portata del rialzo senza necessariamente comprometterne l’impostazione di fondo.
È evidente come il Bitcoin sia entrato in una fase di consolidamento, caratterizzata da un movimento laterale all’interno di un canale ben definito, con un supporto in area 62–63'000 dollari e una resistenza significativa in prossimità dei 75'000 dollari.
In questo contesto riteniamo opportuno mantenere un approccio attendista: valuteremo un eventuale ingresso solo in presenza di una rottura convincente della resistenza posta a 75'000 dollari, segnale che confermerebbe la ripresa del trend rialzista.
Ad oggi il metallo prezioso ha recuperato circa il 50% della correzione registrata nel mese di marzo. Il completamento di questo movimento — che permetterebbe il recupero della restante metà — potrebbe concretizzarsi qualora il prezzo del petrolio dovesse riportarsi in modo più deciso al di sotto della soglia dei 100 dollari al barile e stabilizzarsi su tali livelli.
Buona domenica!
Ecco le 10 condizioni iraniane che, a quanto ci è dato sapere, fungono da canovaccio durante il bilaterale tra USA e Iran:
- Patto di non aggressione USA
Garanzie vincolanti che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran in futuro; inclusa la cessazione degli attacchi israeliani contro Hezbollah. - Controllo dello Stretto di Hormuz
Monitoraggio del traffico navale da parte delle forze iraniane (eventualmente con l’Oman), invece della piena libertà di navigazione. - Riconoscimento del programma nucleare iraniano
Diritto all’arricchimento dell’uranio per fini civili. - Rimozione delle sanzioni internazionali
Eliminazione immediata di tutte le sanzioni (primarie e secondarie) e sblocco dei fondi iraniani all’estero. - Fine delle misure dell’AIEA
Stop ai controlli e alle restrizioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica sui siti nucleari iraniani. - Compensi di guerra
Risarcimenti per i danni causati dai bombardamenti USA e israeliani, soprattutto su infrastrutture civili. - Pedaggio sullo Stretto di Hormuz
Introduzione di una tassa di transito per le navi (anche fino a ~2 milioni di dollari), da condividere con l’Oman. - Ritiro delle forze USA dal Golfo
Smantellamento della presenza militare americana nella regione. - Protezione degli alleati regionali
Garanzie per Hezbollah, Houthi e milizie sciite: niente sanzioni né attacchi contro di loro. - Ratifica internazionale dell’accordo
Approvazione formale da parte del Consiglio di Sicurezza ONU per dare legittimità globale all’intesa.
Alla luce delle condizioni attualmente sul tavolo, le probabilità di giungere a un accordo pienamente soddisfacente per entrambe le parti nel breve periodo appaiono piuttosto contenute. Le richieste avanzate dall’Iran si configurano infatti come una piattaforma negoziale ampia e per certi aspetti difficilmente conciliabili, almeno nella sua interezza, con le posizioni statunitensi.
È quindi più realistico attendersi un percorso graduale, basato su compromessi parziali e progressivi, piuttosto che un’intesa complessiva immediata. In questo contesto, eventuali sviluppi positivi potrebbero concretizzarsi inizialmente sotto forma di misure limitate — ad esempio un allentamento selettivo delle sanzioni o una de-escalation sul piano militare — in grado di favorire una stabilizzazione del quadro senza risolvere completamente le divergenze di fondo.
Per i mercati, ciò implica che eventuali segnali di apertura verranno probabilmente anticipati e amplificati, pur in presenza di un processo negoziale ancora lungo e incerto, che continuerà a richiedere conferme nel tempo.
Godetevi la giornata!