domenica 22 marzo 2026

Terza settimana di guerra e non si vede (ancora) la fine



                                                                     The Economist, March  21st - 27th 2026

Dopo i primi tre giorni si pensava che il conflitto fosse ormai vicino alla conclusione — ricordate? “non abbiamo più nulla da bombardare…” — ma la realtà si è rivelata ben diversa. A distanza di tre settimane, non solo la fine non è in vista, ma permane un’elevata incertezza su quando potremo tornare a distogliere l’attenzione da questo scenario.

Ciascuno di voi si sarà inevitabilmente formato un'opinione su quanto sta accadendo; per questo evitiamo di disperdere tempo in analisi geopolitiche che ci porterebbero lontano dal nostro obiettivo. Ma prima di voltare pagina vi proponiamo la chiusura di un articolo pubblicato sull'ultimo numero dell'Economist che, a mo di ricapitolazione,  potrebbe essere utile per capire dove stiamo andando:

"Gli obiettivi di Trump sono ancora poco chiari: vuole rovesciare il regime, stringere un accordo con esso o semplicemente ostacolarlo? I funzionari del Golfo faticano a interpretare le sue dichiarazioni in continuo mutamento. Tuttavia, trasformando questa guerra in una guerra per l’energia, l’Iran potrebbe aver reso tali domande irrilevanti. Sta spingendo tutti i suoi nemici verso la stessa conclusione: che la guerra non può finire finché il regime non sarà paralizzato." Insomma: L’escalation dell’Iran verso una guerra energetica rende irrilevante l’ambiguità iniziale di Trump, spingendo tutti gli attori verso una conclusione inevitabile: il conflitto non può chiudersi senza neutralizzare il regime iraniano. Se così fosse, prepariamoci a tempi biblici...

Comunque sia, quello che ci proponiamo oggi, dopo 3 settimane di osservazione, è il solito esercizio — necessariamente parziale — di “conta dei danni”  ed il loro influsso sul sistema economico e finanziario.

Come già evidenziato nei nostri appunti di un paio di settimane fa, il vero fattore critico non è tanto l’intensità del conflitto quanto la sua durata: oggi, da questo punto di vista,  possiamo iniziare a misurare concretamente quanto rapidamente il quadro si sia deteriorato e quali siano le prime, tangibili conseguenze.

Ci scusiamo fin da subito per la ripetitività degli indicatori che stiamo monitorando, ma riteniamo fondamentale cogliere il momento in cui iniziano a stabilizzarsi, segnalando in tal modo un possibile punto di ingresso per impiegare la liquidità che abbiamo prudentemente accantonato proprio in previsione di scenari come quello attuale.

Ormai lo avrete notato anche voi: almeno una volta all’anno i mercati attraversano fasi di volatilità accentuata che, per quanto possano risultare fastidiose, offrono — se lette correttamente — opportunità  per acquistare società di qualità a valutazioni più interessanti. È evidente che tali opportunità sono difficilmente sfruttabili quando si è costantemente pienamente investiti ma in tal caso è comunque possibile costituire posizioni sintetiche tramite l'impiego degli strumenti derivati. 

Partiamo!



Partiamo dal petrolio il cui prezzo ha continuato a salire anche questa settimana: in particolare il Brent (grafico blu) ha toccato intraday i 119 dollari al barile, per poi chiudere a 112 dollari. Finché il costo dell’energia resterà su livelli elevati, è difficile attendersi un miglioramento significativo del quadro macro. In questo contesto diventa cruciale che i Paesi coinvolti nei conflitti evitino di colpire infrastrutture strategiche come impianti di estrazione, raffinazione e trasporto. Potete immaginare che la  tentazione, da entrambi i fronti, è evidente ma le conseguenze potrebbero essere estremamente rilevanti: l’attacco iraniano alla società statale QatarEnergy, in particolare al grande hub del gas di Ras Laffan, ha già generato notevoli tensioni sui mercati.

Danni principali

  • Colpito il principale complesso LNG del Paese (il più grande al mondo)
  • Distrutti/danneggiati 2 impianti di liquefazione (LNG trains) e un impianto gas-to-liquids
  • Circa il 17% della capacità di esportazione di LNG compromessa
  • Impatto stimato: ~20 miliardi di dollari l’anno di perdite
  • Tempi di riparazione: 3–5 anni
  • Danni estesi anche al Pearl GTL (Shell) e incendi su più infrastrutture 

In sostanza l'Iran ha colpito il cuore del sistema gas del Qatar e mettendo fuori uso circa il 17% della capacità LNG globale per anni sta generando uno shock energetico di portata sistemica. 





Tornando al petrolio, secondo Oxford Economics, una società indipendente specializzata in analisi e previsioni macroeconomiche, un prolungamento per alcuni mesi delle quotazioni di Brent e WTI nell’area 120–140 dollari al barile potrebbe tradursi in un’inflazione prossima al 4%.
Se a questo si aggiunge il rincaro del petrolio, insieme a quello del gas e dei relativi derivati, emerge chiaramente come uno scenario di inflazione al 4% non sia più soltanto teorico, ma sempre più concreto.
Anche il grafico elaborato da Bloomberg sui costi energetici rafforza questa lettura: dall’inizio del conflitto la dinamica è stata costantemente al rialzo, senza segnali evidenti di stabilizzazione o di ritracciamento.







Anche il costo delle materie prime è in costante aumento e tra queste troviamo l'elio, assolutamente indispensabile per la produzione dei semiconduttori che sappiamo essere di vitale importanza. Desta poi particolare preoccupazione anche l’andamento delle quotazioni dei fertilizzanti. Una quota rilevante della produzione mondiale — prossima ad un terzo — transita attraverso lo Stretto di Hormuz che al momento resta un punto di forte vulnerabilità.

Gli agricoltori americani stanno già manifestando una crescente tensione e, per l’amministrazione Trump — così come per i consumatori statunitensi (ma non solo) — questa dinamica, fortemente inflazionistica,  rappresenta tutt’altro che una buona notizia.


Infatti, malgrado i dati fanno riferimento al mese di febbraio, i prezzi alla produzione (PPI) americani pubblicati lo scorso 18 marzo salgono con costanza: 

  • PPI feb : +0.7% (atteso: 0.3%; precedente: 0.5%)
  • PPI yoy: 3.5% (precedente: 2.9%)

Alla luce del rincaro dell’energia e delle materie prime, a cui si affianca il continuo aumento dei prezzi alla produzione, è ragionevole attendersi per il mese di marzo un livello di inflazione ancora più elevato, potenzialmente anche superiore alle attese. Le implicazioni di questo scenario sono facilmente intuibili.


***



La settimana che sta per finire è stata anche la settimana delle Banche Centrali.


La FED ovviamente se l'è guardata bene dall'abbassare i tassi e la decisione è stata presa quasi all'unanimità: a votare diversamente è stato Christopher J. Waller uno dei governatori della Federal Reserve nominato da Trump nel 2020 alla fine del suo primo mandato presidenziale. Comunque sia Powell, oramai a fine corsa, si è concesso il lusso di togliersi un sassolino dalla scarpa e ha fatto sapere a Trump - ma in realtà anche a tutti noi - che a "tirare giù i tassi" proprio non ci pensa e che "è già bello che non li aumentiamo!"


Le conseguenze di una tale ammissione non sono tardate a manifestarsi:



in vista della prossima riunione della Federal Reserve del 29 aprile, la probabilità di un rialzo dei tassi di 25 punti base — fino a pochi giorni fa pari a zero — è attualmente stimata al 6,2%. Si tratta di un valore ancora marginale ma che meriterà di essere rivalutato alla luce dei dati sull’inflazione di marzo.



Nel frattempo i rendimenti dei Trausury non smettono di salire: il decennale è al 4.47% (!) e pure il 2 anni è ad un passo dal ritornare sopra il 4%... non aggiungiamo altro. 


Anzi, se avete voglia andate a vedere come evolve il debito pubblico americano cliccando qui

Siamo a 39 trilioni di dollari ed è praticamene inarrestabile... la guerra deve finire presto anche per questo motivo altrimenti a costare sempre di più non sarà solo il petrolio...


Anche la BCE si è riunita giovedì e ha lasciato i tassi invariati ma probabilmente ad aprile aprirà la discussione sull'idea che un loro rialzo potrebbe essere necessario. Se così fosse, ma non strappiamoci ancora i capelli dalla testa,  dobbiamo tenere d'occhio la sessione dell'11 di giugno dove verosimilmente sarà resa operativa (durante il mese di maggio nessuna banca centrale ha in programma di riunirsi).


Ovviamente basta sentir odore di aumento dei tassi, in dollari o euro che sia,  per mandare in tilt il mercato obbligazionario:






Quello in dollari sta perdendo l'1.10% da inizio anno: significa che sommando il corso delle obbligazioni al rendimento pro-rata da inizio anno, abbiamo una perdita netta appunto dell'1.10%. Direte poco ma vi rammentiamo che questo settore deve ancora recuperare un terzo di quanto perso da inizio 2022... di questo passo ci vorranno ancora anni.




...ed il medesimo settore in euro è anche messo peggio:  sotto dello 0.80% da inizio anno, per arrivare ai massimi di inizio 2022 deve ancora recuperare quasi il 50%. Non bello.

***


Anche il modello di Ned Davis Research appare, comprensibilmente, in difficoltà in questa fase a dimostrazione di come gli algoritmi fatichino ad anticipare eventi esogeni di natura straordinaria. Un conflitto come quello attuale rappresenta infatti uno shock di ampia portata con impatti significativi, in primis sui mercati azionari, quasi impossibili da modellizzare ex-ante. 
Resta tuttavia il riconoscimento per il valore di questa società di analisi: in contesti geopolitici più stabili, le sue indicazioni — in particolare il ciclo composito dello S&P 500 — si sono dimostrate negli anni uno strumento estremamente utile per orientarsi nel complesso mondo dei mercati azionari e continueremo ad utilizzarlo.

Come già evidenziato, in questa fase complessa dei mercati il nostro obiettivo, oltre a mantenere la necessaria disciplina, è individuare con un ragionevole grado di probabilità un livello oltre il quale il mercato tende a trovare supporto. Storicamente tali minimi si formano quando il pessimismo diventa estremo e diffuso tra gli investitori.

Esistono diversi indicatori che cercano di misurare il livello di stress emotivo degli investitori, aggregando una serie di comportamenti e dinamiche di mercato in un unico indice sintetico. Uno di quelli che in questi casi seguiamo volentieri è quello messo a punto dalla CNN Business (per chi è interessato, vi rimandiamo dopo i saluti finali per sapere come funziona questo indice):



Dal Fear & Greed Index possiamo dedurre quanto segue:
  • In questo momento il mercato è dominato dalla paura (l'irrazionale ha la preminenza).
  • Una parte del rischio è già stata assorbita dal mercato, ma, come vedremo, i volumi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo solo nelle ultime due sedute.
  • Le vendite forzate dalle banche (margin call) potrebbero non ancora essere decisivi.
  • Le valutazioni non sono ancora completamente compresse (condizione che si verifica quando i prezzi scendono a livelli inferiori rispetto ai fondamentali e alle medie storiche).
  • Non vediamo ancora la creazione di supporti significativi
Riassumendo:  i primi due punti li vediamo chiaramente, le vendite forzate non sono ancora scattate, stiamo verificando se ci sono valutazioni compresse (in questo l'IA è imbattibile) ma non riusciamo ancora a vedere la formazione di supporti convincenti.

Per il momento manteniamo la liquidità restando in posizione di osservazione. Stiamo monitorando diverse opportunità su titoli di qualità e abbiamo iniziato a testare, per chi interessato, alcune strategie di risk reversal (vendita di put e acquisto contestuale di call), con l’obiettivo di sfruttare i livelli elevati di volatilità che facilitano la costruzione di queste strutture e consentono un ingresso sul mercato con un profilo di rischio più controllato.

Passando ai mercati, siamo consapevoli che in questa fase l’analisi tecnica può avere un’efficacia limitata, soprattutto quando a guidare i movimenti è la componente emotiva degli investitori. Vi invitiamo quindi a considerare quanto segue con la dovuta cautela.



Lo S&P 500 (-4,95% YTD) è uscito dal canale ascendente e nella seduta di venerdì si è portato in prossimità del supporto in area 6.500 punti. Le condizioni di ipervenduto sono evidenti, il che potrebbe favorire un rimbalzo tecnico nel breve termine.
Tuttavia, un elemento che ci lascia perplessi è rappresentato dalla dinamica dei volumi: la correzione si è sviluppata, nel complesso, con livelli di attività piuttosto ordinari, fatta eccezione per la seduta di venerdì — coincidente con le scadenze tecniche delle opzioni — che ha naturalmente registrato un incremento significativo degli scambi (osservazione valida anche per gli altri mercati analizzati).
Questo porta a due possibili interpretazioni: o il mercato statunitense sta mostrando una sorprendente resilienza rispetto al contesto geopolitico, oppure sta già scontando uno scenario di progressiva attenuazione del conflitto. In entrambi i casi, la lettura non è del tutto rassicurante e ci induce a mantenere un atteggiamento di particolare prudenza.




Osservazioni analoghe valgono per il Nasdaq (-6,86% YTD), che tuttavia non presenta ancora condizioni di ipervenduto, elemento che impone ulteriore cautela. I volumi, anzi, appaiono in diminuzione, facendo venir meno una delle condizioni tipiche di un vero e proprio sell-off.
Non fraintendeteci: siamo contenti che non abbiamo (ancora) assistito a vendite a piene mani,  ma questo comportamento è quantomeno atipico e meritevole di attenzione.



Il comportamento dell’Eurostoxx 50 (-5,01% YTD) appare, a nostro avviso, più coerente con il contesto attuale: la fase di vendita si è sviluppata negli ultimi giorni con un progressivo aumento dei volumi che, anche al netto della scadenza tecnica di venerdì, si sarebbero comunque attestati su livelli elevati.
Questo indica che gli investitori hanno ridotto l’esposizione in modo graduale ma crescente, contribuendo a portare il mercato in condizioni di ipervenduto.
L’indice si è ora posizionato in prossimità del supporto in area 5.500 punti, livello che potrebbe favorire un rimbalzo tecnico nel breve termine. Anche un recupero contenuto rappresenterebbe già un primo segnale costruttivo.
È evidente come gli investitori europei percepiscano il rischio geopolitico in misura maggiore rispetto a quelli statunitensi, probabilmente anche per la diversa prossimità al conflitto. Se da un lato il mercato americano sembra scontare uno scenario di rapida normalizzazione, dall’altro in Europa prevale un atteggiamento più prudente, alla luce di un contesto che appare ancora in evoluzione.



Se nella seduta di venerdì osservando lo SMI (-7,13% YTD) avete avvertito una certa apprensione, sappiate di non essere stati i soli. Il mercato svizzero, per sua natura relativamente concentrato, ha risentito in modo marcato delle vendite, con poche società tra le componenti dell’indice in grado di sottrarsi alla pressione ribassista.
Le condizioni di marcato ipervenduto ne sono una chiara evidenza. Il supporto in area 12.400 punti sembra essere stato violato, aprendo spazio verso il successivo livello in area 11.800. Auspichiamo tuttavia che il mercato possa dimostrare maggiore resilienza nelle prossime sedute.

***



L’aumento dei rendimenti negli Stati Uniti, insieme al contesto geopolitico, sta sostenendo il dollaro nel suo percorso di rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero. Il cambio si trova ormai in prossimità di 0,79, livello che nel corso della settimana è stato anche temporaneamente superato, senza tuttavia riuscire a consolidarsi.
Si intensificano intanto le domande su un possibile intervento della Banca Nazionale Svizzera volto a contenere un eccessivo rafforzamento del franco. Nella giornata di giovedì, il presidente dell’istituto si è espresso sul tema in modo piuttosto cauto e non del tutto esplicito, lasciando intendere — tra le righe — una possibile attività di sostegno. Eventuali conferme potranno arrivare solo con la pubblicazione dei prossimi dati di bilancio,


Riteniamo probabile che  l'euro/dollaro possa tornare a muoversi all’interno del canale laterale compreso tra 1.1488 e 1.19. L’eventuale orientamento più restrittivo della Banca Centrale Europea, con possibili rialzi dei tassi, potrebbe contribuire a sostenere questo scenario.



È probabilmente sul cambio euro/franco che si coglie con maggiore evidenza il possibile intervento della Banca Nazionale Svizzera: dopo diverse settimane è tornato sopra area 0.91 allontanandosi così dai minimi storici.
Resta da capire quanto questa dinamica possa essere sostenibile nel tempo ma nel breve termine il quadro appare relativamente più rassicurante.



L’oro ha risentito dell’aumento dei rendimenti e del conseguente rafforzamento del dollaro. Dopo essere stato recentemente al centro dell’interesse speculativo, il metallo prezioso è ora oggetto di prese di profitto. Il prossimo livello di supporto si colloca in area 4.370 dollari.

Buona domenica!



Cos'è l'indice Fear & Greed di CNN Business?

L'indice Fear & Greed è uno strumento che permette di valutare l'andamento del mercato azionario e verificare se i titoli sono valutati in modo equo. La teoria si basa sulla logica secondo cui un eccesso di paura tende a far scendere i prezzi delle azioni, mentre un eccesso di avidità tende ad avere l'effetto opposto.

Come viene calcolato l'indice Fear & Greed?

L'indice Fear & Greed è una raccolta di sette diversi indicatori che misurano alcuni aspetti del comportamento del mercato azionario. Si tratta di: momentum di mercato, forza dei prezzi azionari, ampiezza dei prezzi azionari, opzioni put e call, domanda di junk bond, volatilità di mercato e domanda di beni rifugio. L'indice tiene traccia di quanto questi singoli indicatori si discostino dalle loro medie rispetto a quanto normalmente divergono. L'indice assegna a ciascun indicatore un peso uguale nel calcolo di un punteggio da 0 a 100, dove 100 rappresenta la massima avidità e 0 segnala la massima paura.

Con quale frequenza viene calcolato l'indice Fear & Greed?

Ogni componente e l'indice vengono calcolati non appena sono disponibili nuovi dati.

Come si utilizza l'indice Fear & Greed?

L'indice Fear & Greed viene utilizzato per valutare l'umore del mercato. Molti investitori sono emotivi e reattivi, e gli indicatori di sentiment relativi alla paura e all'avidità possono mettere in guardia gli investitori dalle proprie emozioni e dai propri pregiudizi che possono influenzare le loro decisioni. Se combinato con i fondamentali e altri strumenti analitici, l'indice può essere un modo utile per valutare il sentiment del mercato.

domenica 15 marzo 2026

Liberare lo Stretto di Hormuz è problematico




Oggi saremo insolitamente brevi ma, in fondo, dobbiamo parlare di un solo — si fa per dire — argomento: quella guerra che dopo appena una manciata di giorni sembrava già conclusa poiché «non ci sono più obiettivi da bombardare, abbiamo raso al suolo tutto ciò che c’era da radere al suolo», aveva dichiarato Trump, forse un po’ troppo frettolosamente, in una delle sue tante interviste. Salvo poi accorgersi che i tempi supplementari di questa partita, arbitrata dall’israeliano Netanyahu, stanno durando più della partita stessa e, purtroppo, non è ancora chiaro quando si potrà rientrare negli spogliatoi. 

Ovviamente il fatto di non riuscire a stimare neppure lontanamente quando questa guerra potrà finire non piace affatto ai mercati che, come vedremo, stanno diventando sempre più irrequieti. Nel frattempo il Commander-in-Chief americano, anche lui sempre più preoccupato, sta cercando una via d’uscita e, malgrado continui a sostenere che «la guerra è vinta», chiede l’aiuto della Cina e di altre potenze internazionali soprattutto per liberare lo Stretto di Hormuz.

Un’altra sua preoccupazione — che naturalmente non ammetterà mai apertamente — riguarda i costi del conflitto. Agli americani questa guerra sta costando circa un miliardo di dollari al giorno, forse anche di più. Basti pensare che per abbattere i droni iraniani, che costeranno sì e no 20-30 mila dollari, vengono utilizzati missili Patriot che non sono esattamente a buon mercato: sfiorano infatti i 4 milioni di dollari per ogni intercettazione. Immaginate quindi i costi di tutto il resto.  A quanto pare Trump ha chiesto al Pentagno risorse per stare in guerra per un centinaio di giorni ancora... I tempi brevi da lui prospettati si allungano. Ma di questo non avevamo dubbi.

Comunque sia da qualche giorno tutta l'attenzione si è concentrata attorno allo Stretto di Hormuz dove, allo stato attuale, le sole petroliere che riescono a passare sono quelle battenti bandiera cinese. Le altre devono restare all’ancora e, se decidono di forzare il blocco, dovranno comunque fare i conti con mine, barchini telecomandati carichi di esplosivo, missili costieri e altre diavolerie. La cosa ha mandato Trump su tutte le furie: in un primo momento ha pensato bene di far scortare i tanker dalla marina americana, salvo poi rinunciare quasi subito quando gli hanno fatto notare che non era proprio il caso di correre certi rischi. A quel punto ha cercato di risolvere la questione a modo suo, consigliando ai capitani delle petroliere di tirare fuori gli attributi — in realtà ha usato un sinonimo ben più colorito — e tentare comunque il passaggio, in una strategia che assomiglia molto alla classica «o la va o la spacca». Non sappiamo a voi, ma a noi l’idea pare quantomeno bizzarra.

Le ultime notizie che arrivano dalla regione — stiamo scrivendo nel pomeriggio di sabato — riguardano l’isola di Kharg, praticamente il cuore nevralgico del sistema petrolifero iraniano. Durante la notte l’isola è stata interessata da un raid aereo americano che, per il momento, ha preso di mira soltanto obiettivi militari. Ma il messaggio è piuttosto chiaro: se Teheran dovesse perseverare nei tentativi di bloccare lo Stretto di Hormuz, i prossimi raid potrebbero coinvolgere anche le infrastrutture petrolifere. Sarebbe decisamente meglio che ciò non accadesse, anche perché a quel punto il prezzo del petrolio potrebbe tranquillamente ritrovarsi nell’intervallo tra i 150 e i 200 dollari al barile.

Rispetto alla scorsa settimana non abbiamo molto altro da segnalare: le osservazioni che avevamo fatto restano tutte valide e rischieremmo soltanto di ripeterci; tenete presente che nel frattempo i dati che già conoscete non hanno fatto altro che peggiorare.

Infatti il prezzo del petrolio va per la sua strada, ovverosia verso l'alto:


il WTI si è issato attorno ai 98$ al barile mentre il BRENT è andato oltre i 103$. 



In generale i costi energetici sono progrediti: rispetto alla scorsa settimana sono saliti di un altro 10% e da inizio anno segnano un +52%. 

Se non si trova una soluzione al conflitto, alla lunga risveglieremo di certo l'inflazione. I dati pubblicati questa settimana vanno presi con grande beneficio d'inventario in quanto fanno riferimento al rincaro per il mese di febbraio:

  • Consumer Price Index (CPI) yoy: 2.4% (atteso: 2.4%; precedente: 2.4%)
  • Core Consumer Price Index yoy : 2.5% (atteso: 2.5%; 2.5%)
  • Personal Consumption Expeditures (PCE) yoy: 2.85% (atteso: 2.9%; precedente: 2.9%)
  • Core Personal Consumption Expeditures yoy   : 3.1% (atteso: 3.1%; precedente: 3%)
Bisognerà attendere i dati di marzo per sapere quale sarà l'impatto del rincaro energetico sull'inflazione americana e temiamo che pure quella europea non sarà risparmiata.


Possiamo quindi definitivamente dire addio ad un taglio ai tassi il prossimo mercoledì 18 marzo in occasione della riunione della Fed: le probabilità sono vicine allo zero. Attenzione: il 19 marzo abbiamo le riunioni della BCE, BNS e  Banca del Giappone... Come già sottolineato quest'anno la BoJ è una sorvegliata speciale e temiamo che dal suo direttorio possono scaturire decisione di politica monetaria che si faranno sentire non solo negli USA ma anche dalle nostre parti. Per  BCE e BNS non ci  aspettiamo nessuna sorpresa di rilievo e si limiteranno a confermare l'attuale livello dei tassi anche se dobbiamo ammettere che pure in Europa e Svizzera i rendimenti piano piano iniziano a salire...



... come stanno facendo in modo molto più marcato i rendimenti dei Treasury: il decennale è al 4.27%.



Le conseguenze sui consumi, non solo americani, sono abbastanza facilmente immaginabili ed il GDPNow elaborato dalla FED di Atlanta sembra già anticipare il trend... (freccia rossa)

Se questa guerra non dovesse concludersi in tempi ragionevoli — tempi che peraltro restano difficili da stimare — parlare di stagflazione potrebbe smettere di essere un sacrilegio. Se così fosse, allora Trump a novembre potrebbe trovarsi a fare i conti non solo con l’elettorato democratico…


***

Come potete immaginare i mercati, soprattutto quelli azionari, non stanno comprensibilmente passando un momento dei più esaltanti e se avete proceduto a qualche alleggerimento non è stata una brutta idea. Infatti dobbiamo segnalare che per tutti i mercati che seguiamo più da vicino, siamo usciti dal trend ascendente ed ora vedremo dove andremo a parare. 


Lo S&P 500 (-3.12% ytd), dopo il pullback della scorsa settimana, ha invertito la rotta e ora sta puntando verso il supporto dei 6.500 punti. Va però notata una cosa valida anche per gli altri indici: da diversi giorni i volumi giornalieri sono in calo, segno che il movimento ribassista non è alimentato da veri e propri sell-off. Oseremmo piuttosto dire che ci troviamo di fronte a prese di beneficio relativamente ordinate. In questi frangenti, fatto salvo fattori eccezionali - ma cosa c'è di più eccezionale di una guerra che fa schizzare i prezzi del petrolio alle stelle - non dovremmo assistere a dei veri e propri crolli. 

Per tutti i mercati siamo inoltre in prossimità dell’ipervenduto, il che farebbe pensare che non siamo molto lontani da un possibile potenziale rimbalzo. Resta il fatto che con una guerra come quella che stiamo vivendo, fare previsioni resta inevitabilmente complicato e soprattutto le usuali "regole del gioco" per il momento sono temporaneamente sospese.


Anche per il Nasdaq (-4.89% ytd) fare previsioni in queste condizioni non è affatto facile. Per quel che può valere, segnaliamo un obiettivo tecnico a 21.615 punti: i volumi sono in calo ma l’ipervenduto non è ancora a portata di mano. Un po’ di prudenza con il tecnologico, quindi, non guasta.



Lo SMI (-3.23% ytd) si trova in piena fase di correzione e, se non dovesse fermarsi sul debole supporto dei 12.750 punti, potrebbe puntare verso 12.400. Per fortuna i volumi sono nettamente in calo e l’indice si trova già in ipervenduto… per quel che può valere.


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Chi sta approfittando della situazione è il dollaro americano. Anche contro il fortissimo franco svizzero si è rafforzato e non di poco: nel giro di un paio di settimane è passato da un preoccupante 0,7650 a 0,7911. La guerra e probabilmente anche lo zampino della BNS sembrano essere le cause principali di questo movimento.



Anche contro euro la valuta americana ha fatto un bel salto: si è adagiata su di un debole supporto (linea tratteggiata rossa) e siamo in netto ipervenduto: un rimbalzo dell'euro sarebbe in queste condizioni giustificato ma diciamo che con questa guerrra sospendiamo il nostro giudizio.



Sebbene non ne abbiamo una prova formale, siamo quasi certi che la nostra Banca Nazionale sia intervenuta più volte per evitare che l’euro si indebolisse eccessivamente fino a sfondare il supporto di 0,90. Vedremo per quanto tempo riuscirà a reggere…



Il bitcoin sta provando a ritagliarsi un ruolo da bene rifugio: apprezziamo l’impegno, ma per il momento è ancora presto per attribuirgli ufficialmente questa qualifica. Ciò non toglie che stia tentando di superare i 75.000 dollari e, se il clima geopolitico dovesse restare quello attuale, pensiamo che possa anche riuscirci. Attenzione però: una volta superata quella soglia, prima di puntare ai 92.800 dollari dovrà fare i conti con una debole ma non trascurabile resistenza attorno agli 81.500.



L’aumento non trascurabile dei rendimenti americani e il deciso rafforzamento del dollaro hanno finito per indebolire l’oro che, malgrado gli scenari di guerra tutt’altro che trascurabili, negli ultimi giorni della settimana è stato venduto in quantità significative. Non è quindi impossibile rivederlo sotto i 5.000 dollari l’oncia..

Buona domenica!


domenica 8 marzo 2026

La furia epica affossa anche le borse


                                          The Economist, 7-13 marzo 2026


È molto probabile che Federico Rampini colga nel segno quando, dalle pagine del Corriere della Sera del 6 marzo, osserva che colpendo Venezuela ed Iran Donald Trump si è in realtà inserito, indirettamente e in modo mirato, nella partita energetica cinese. Per anni il petrolio estratto in Venezuela — greggio pesante e di qualità non eccelsa — è stato inviato in Iran per essere raffinato e successivamente destinato alla Cina, uno dei Paesi più energivori del pianeta e sempre più dipendente da filiere energetiche alternative a quelle controllate dall’Occidente. Interrompere o rendere più complessa questa triangolazione significa quindi incidere su un segmento sensibile della sicurezza energetica cinese.

In questa prospettiva la mossa americana assume un significato geopolitico più ampio: non si tratta soltanto di sanzioni contro due regimi ostili, ma di un tentativo di limitare la capacità di Pechino di costruire reti energetiche parallele e relativamente immuni alla pressione occidentale. In un contesto in cui la Cina detiene una posizione dominante nella filiera delle terre rare — snodo strategico per tecnologie avanzate, difesa e transizione energetica — la leva energetica rappresenta, a nostro giudizio, una delle poche contromisure a disposizione di Washington. Non è quindi da escludere che tale pressione possa diventare, nel medio periodo, anche una moneta di scambio in eventuali negoziati più ampi tra Stati Uniti e Cina sul controllo delle catene di approvvigionamento strategiche. 

Oggi dobbiamo però occuparci di un altro problema: le possibili ripercussioni dell’attacco all’Iran e il modo in cui questo evento potrebbe incidere in maniera significativa sull’andamento dei mercati finanziari e, di conseguenza, sui risultati delle nostre gestioni. 

Come spesso accade nelle crisi geopolitiche, il primo ad essere messo sotto pressione è il mercato dell’energia. Le tensioni nel Golfo Persico e la chiusura del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz — snodo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — hanno già provocato un brusco rialzo delle quotazioni del greggio e del gas liquido. 

Storicamente, shock di questa natura generano una dinamica abbastanza prevedibile: aumento del prezzo del petrolio, riaccensione delle pressioni inflazionistiche, rialzo dei rendimenti obbligazionari e conseguente indebolimento dei mercati azionari più sensibili al ciclo economico. 

Resta tuttavia una variabile decisiva: la durata e l’ampiezza del conflitto. Se l’escalation dovesse rientrare in tempi relativamente brevi, i mercati potrebbero riassorbire rapidamente lo shock, come spesso avvenuto in passato in occasione di crisi geopolitiche circoscritte. Se invece il confronto dovesse prolungarsi o coinvolgere direttamente le infrastrutture energetiche della regione, il rischio sarebbe quello di un nuovo shock petrolifero con conseguenze più profonde su inflazione, crescita economica e stabilità dei mercati finanziari globali. 

Purtroppo, sulla durata  del conflitto iniziano a emergere dubbi sempre più consistenti circa la possibilità che la crisi si plachi in tempi brevi. La storia recente della regione mediorientale  invita alla prudenza: negli interventi militari degli ultimi decenni si è spesso rivelato relativamente semplice indebolire o persino abbattere un regime, mentre si è dimostrato molto più complesso costruire un nuovo equilibrio politico stabile nel periodo successivo.

Abbiamo l’impressione che anche questa volta si stia riproponendo una dinamica simile. Una volta colpito e indebolito il regime iraniano, Stati Uniti e Israele sembrano non avere ancora delineato con chiarezza quale assetto politico potrebbe sostituirlo garantendo in tal modo una fase di transizione ordinata. L’assenza di un’alternativa credibile rischia di aprire una fase di instabilità prolungata, con possibili vuoti di potere, tensioni interne e un aumento dell’influenza di attori regionali e milizie locali.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento spesso decisivo nei cambiamenti di regime: il ruolo della popolazione. Le trasformazioni politiche più profonde e durature difficilmente possono affermarsi senza una spinta interna significativa. Al momento, tuttavia, non sembra emergere un movimento popolare capace di sostenere un processo di cambiamento che sorge dall’interno. E non si può certo biasimare la popolazione per questa prudenza, soprattutto se si considerano le numerose vittime registrate nelle manifestazioni delle scorse settimane ed è quindi comprensibile che prevalgano timori e incertezze.

In scenari di questo tipo i conflitti raramente si risolvono rapidamente: tendono piuttosto a trasformarsi in crisi più lunghe e complesse, con effetti persistenti sulla sicurezza della regione e, soprattutto, sui mercati energetici globali. Per i mercati finanziari questo significa convivere più a lungo con un livello elevato di incertezza geopolitica e con il rischio che le tensioni nell’area del Golfo continuino a esercitare pressione sui prezzi dell’energia e sulle aspettative di inflazione. 






Per quanto riguarda invece l’ampiezza del conflitto, dobbiamo ammettere che la risposta dell’Iran appare, dal punto di vista tattico, piuttosto sorprendente. Consapevole di non poter sostenere uno scontro diretto e simmetrico contro la superiorità militare di Stati Uniti e Israele, Teheran sembra aver scelto una strategia indiretta: colpire basi militari occidentali presenti nei Paesi della regione con l’obiettivo di diffondere apprensione e senso di vulnerabilità in tutto il Medio Oriente.

Si tratta di una strategia che punta meno al risultato militare immediato e più all’effetto psicologico ed economico. In altre parole, l’obiettivo non è tanto vincere sul campo quanto dimostrare che nessun luogo della regione può considerarsi completamente al sicuro.

Un esempio emblematico è quello di Dubai. Sono stati necessari anni, se non decenni, per trasformare l’emirato in uno dei principali hub economici e finanziari del Medio Oriente: una città percepita come prospera, stabile, con una qualità della vita molto elevata e, soprattutto, come un luogo sicuro e accogliente per investitori, imprese e capitali internazionali. Eppure è bastata una manciata di razzi e qualche drone per incrinare, almeno in parte, questa immagine di stabilità. Anche se i danni materiali possono risultare limitati, l’impatto sulla percezione del rischio potrebbe rivelarsi molto più duraturo.

Le conseguenze economiche di un simile cambiamento di percezione sono facilmente intuibili: minore attrattività per chi vuol investire e avviare un'attività  economica, possibili rallentamenti nel settore immobiliare e turistico e, più in generale, un aumento del premio per il rischio richiesto dagli investitori per operare nell’intera regione.

Siamo certi che state seguendo con attenzione quanto sta accadendo in questi giorni in Iran e che quindi siete già ampiamente informati sugli sviluppi geopolitici della crisi. Per questo motivo non desideriamo soffermarci ulteriormente sulla cronaca degli eventi.

Ci sembra invece più utile condividere con voi alcune riflessioni sulle principali conseguenze che questi avvenimenti stanno già producendo sui mercati finanziari e sull’economia globale. 


Iniziamo a misurare la temperatura dei mercati. Come al solito ci aiuta il VIX:



A spingere la temperatura verso quota trenta è stata, come vedremo, una combinazione di fattori geopolitici e macroeconomici. Ciò che tuttavia riteniamo più interessante osservare è la reazione iniziale dei mercati che, nei primi due o tre giorni successivi all’uccisione di Kamenei, non hanno mostrato una particolare preoccupazione (freccia rossa); la cosa ci ha un po' sorpreso e dobbiamo ammettere che inizialmente abbiamo sottovalutato le conseguenze degli attacchi americani. Solo nella giornata di venerdì si è assistito ad un brusco aumento della tensione, con la “temperatura” dei mercati balzata rapidamente verso quota 30. Come vedremo dopo, alcuni fattori macroecononici e non solo la guerra hanno contribuito a questo aumento.

Non siamo ancora ai livelli raggiunti nell’agosto 2024, in occasione della riduzione del carry trade sullo yen, né a quelli registrati nell’aprile 2025 durante il cosiddetto “Liberation Day” annunciato da Trump. Tuttavia, se la crisi dovesse protrarsi oltre il previsto, è plausibile attendersi un ulteriore aumento della volatilità: in altre parole, la febbre dei mercati potrebbe facilmente salire verso livelli ben più elevati, avvicinandosi — per restare nella metafora — a temperature prossime ai quaranta gradi e oltre.




Il prezzo del gas inizia a mostrare segnali di un certo nervosismo come indica il future aprile 26 del gas trattato sul mercato olandese. 

A rendere il quadro ancora più delicato si aggiunge quanto accaduto negli ultimi giorni in Qatar. Il Paese, che rappresenta uno dei principali esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, ha temporaneamente ridotto la produzione e le spedizioni di GNL per ragioni di sicurezza legate all’escalation militare nella regione. Si tratta di un elemento tutt’altro che secondario: il gas qatariota copre una quota significativa della domanda energetica globale, in particolare in Asia e in Europa. Anche un’interruzione parziale delle forniture può quindi provocare tensioni immediate sui prezzi dell’energia, alimentando ulteriormente l’incertezza sui mercati finanziari e riaccendendo timori inflazionistici che negli ultimi mesi sembravano progressivamente attenuarsi.


Anche il petrolio, soprattutto nelle giornate di giovedì e venerdì, ha subito un violento movimento rialzista che l'ha portato a superare i 90 $ al barile. Per Goldman Sachs vedremo presto i 120 $ e i più pessimisti parlano addiritttura di 150 $...



Bloomberg ha fatto notare che mai, sotto la presidenza Trump, il gallone di benzina è costato 3.32 $. Sicuramente non una bella notizia per l'inflazione americana e se il prezzo non dovesse scendere rapidamente neppure una bella notizia per il Presidente in ottica Midterm elections. Il prezzo della benzina è uno degli indicatori economici più sensibili per l’elettorato americano. Negli Stati Uniti milioni di persone dipendono dall’auto e quindi il prezzo del gallone è percepito quasi come una “tassa indiretta” sulla vita quotidiana. Anche variazioni relativamente contenute possono avere un impatto immediato sul potere d’acquisto delle famiglie.

Se i costi dell'energia sono parecchio al rialzo, purtroppo anche quelli delle materie prime in generale seguono la stessa via:


L'indice Bloomberg delle materie prime è al rialzo di quasi il 20% da inizio anno e sta raggiungendo i livelli del 2022: è evidente che presto o tardi questi rincari innalzeranno i costi alla produzione che come sempre, priamo o poi, verranno scaricati sulle spalle dei consumatori. Le conseguenze sul tasso di inflazione le avete già intuite...

A complicare il quadro della situazione, venerdì pomeriggio, ci hanno pensato i dati sul lavoro americano:



  • Creazione nuovi posti di lavoro febbraio: -92k  (atteso: 50k ; precedente: 126 k
  • Disoccupazione febbraio                          : 4.4% (atteso: 4.3%; precedente: 4.4%)

Numeri di questo tipo avranno certamente creato non poche preoccupazioni tra i governatori della Federal Reserve. Da un lato, il forte rialzo dei prezzi dell’energia e delle materie prime, alimenta nuove pressioni inflazionistiche prospettiche rendendo sempre più difficile immaginare nel breve termine un allentamento della politica monetaria. In altre parole, ogni velleità di taglio dei tassi rischia di dover essere accantonata almeno finché l’impulso inflazionistico, proveniente dal comparto energetico, non si attenuerà.

Dall’altro lato, tuttavia, il mercato del lavoro americano sta iniziando a inviare segnali meno rassicuranti: alcuni indicatori suggeriscono che la dinamica occupazionale sta progressivamente perdendo slancio. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la banca centrale potrebbe trovarsi prima o poi nella necessità di intervenire per sostenere l’economia reale, riducendo il costo del denaro.

La Federal Reserve si trova quindi di fronte al classico dilemma delle fasi di transizione: deve continuare a combattere l’inflazione oppure deve iniziare a prevenire un rallentamento più marcato dell’attività economica? Quale direzione il mercato ritenga oggi più probabile lo si può intuire osservando il comportamento dei Treasury americani: 


Fino alla scorsa settimana i rendimenti dei Treasury stavano già scontando almeno un paio di tagli ai tassi nel corso del 2026. Da qualche giorno, tuttavia, lo scenario sembra essersi sensibilmente modificato. L’inasprimento delle tensioni geopolitiche e il conseguente rialzo dei prezzi dell’energia hanno riportato in primo piano il rischio inflazionistico, inducendo il mercato a rivedere le proprie aspettative sulla politica monetaria.

Oggi sembra infatti prevalere l’idea che la Federal Reserve possa dare priorità alla lotta contro l’inflazione, anche a costo di accettare un temporaneo deterioramento del mercato del lavoro. In altre parole, la banca centrale potrebbe scegliere di mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto, pur consapevole che ciò potrebbe tradursi in un aumento della disoccupazione nel breve periodo.

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Come hanno reagito i mercati azionari a tutto questo trambusto?



Purtroppo non molto bene. I mercati si sono infatti rimangiati gran parte delle buone performance accumulate nei primi due mesi dell’anno e molti degli indici che seguiamo più da vicino si trovano ora  in territorio negativo a testimonianza di quanto, in questa fase, il contesto geopolitico stia prevalendo sui fondamentali economici.

In situazioni come questa il sentiment degli investitori può tuttavia cambiare molto rapidamente: bastano pochi eventi, in un senso o nell’altro, per modificare in modo significativo la direzione dei mercati. Abbiamo ancora molto tempo davanti a noi per raddrizzare il percorso del 2026 e, come sempre quando ci troviamo in fasi di maggiore turbolenza, non ci perdiamo d'animo.



Lo S&P 500 (-1,54% ytd) si trova attualmente in una posizione piuttosto delicata, appoggiato pericolosamente sulla linea di supporto del canale ascendente che ne ha accompagnato il movimento negli ultimi mesi. È lecito sperare che proprio su questi livelli possa svilupparsi un rimbalzo tecnico, anche se preferiamo non farci troppe illusioni.

Continuiamo tuttavia a ritenere possibile uno scenario di andamento laterale, che permetterebbe ai mercati di assorbire le tensioni delle ultime settimane senza costringerci a intervenire con alleggerimenti più significativi dei portafogli limitandoci eventualmente a qualche vendita mirata.

Molto dipenderà da ciò che accadrà già nelle prossime sedute. Ci aggrappiamo anche a un elemento stagionale che storicamente ha spesso favorito i mercati azionari: tra marzo e aprile le borse tendono infatti a registrare performance positive. Va però sottolineato che questa statistica vale soprattutto in contesti macroeconomici e geopolitici relativamente stabili. Oggi, purtroppo, non ci troviamo in condizioni normali — ed è un aspetto che dobbiamo tenere ben presente nelle nostre valutazioni.


Del potenziale effetto distruttivo sull’occupazione derivante dall’impiego sempre più massiccio dell’Intelligenza Artificiale, questa settimana si è parlato comprensibilmente poco. Eppure si tratta di un tema destinato, prima o poi, a tornare con forza al centro del dibattito economico.

Nel frattempo il Nasdaq (-3,68% ytd) sembra essere uscito, seppur di poco e quindi in attesa di ulteriori conferme nelle prossime sedute, dal canale ascendente che ne aveva caratterizzato l’andamento negli ultimi mesi. La rottura non è ancora tale da trarre conclusioni definitive ma rappresenta comunque un segnale che merita attenzione.

Per fortuna, non molto lontano dai livelli attuali, troviamo alcuni supporti tecnici di rilievo: in primo luogo l’area dei 22'200 punti e, subito sotto, il sostegno rappresentato dalla media mobile a 200 giorni. Sarà interessante osservare se questi livelli riusciranno a favorire un rimbalzo tecnico.

Un eventuale recupero potrebbe peraltro offrire l’occasione per alleggerire parzialmente l’esposizione al comparto tecnologico che tende a essere tra i più sensibili se confrontato con uno scenario di tassi d’interesse più elevati qualora le pressioni inflazionistiche dovessero tornare a intensificarsi.



Solo una settimana fa ci stavamo compiacendo della relativa solidità mostrata dallo SMI (-1,30% ytd) e, appena cinque giorni dopo, lo ritroviamo invece pericolosamente a ridosso della linea di supporto del canale ascendente. Fortunatamente l’indice si è appoggiato anche ad un importante supporto statico in area 13.070 punti, livello che potrebbe favorire almeno un rimbalzo tecnico, soprattutto considerando che gli indicatori di breve periodo segnalano una condizione ormai prossima all’ipervenduto.

Anche in questo caso, tuttavia, preferiamo non farci troppe illusioni. Molto dipenderà dall’evoluzione della situazione geopolitica in Medio Oriente e dalle reazioni dei mercati nelle prossime sedute.

Cercheremo, per quanto non sia semplice in fasi di forte incertezza come quella attuale, di rimanere coerenti con la nostra linea di condotta: qualora dovessimo avere conferma di un’inversione del trend, procederemo con alcuni alleggerimenti selettivi delle posizioni.

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Se c’è un asset che merita davvero l’appellativo di “bene rifugio”, questo è senza dubbio il franco svizzero. Anche nelle prime fasi del conflitto in Medio Oriente la valuta elvetica si è infatti rafforzata contro la maggior parte delle principali monete, euro compreso. Fanno eccezione il dollaro canadese e la corona norvegese, che beneficiano della presenza in quei Paesi d'importanti aziende energetiche e minerarie, attualmente favorite dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia.

Alla luce di questo rafforzamento ci si può legittimamente domandare se la Banca Nazionale Svizzera non ritenga opportuno intervenire per attenuare almeno parzialmente la forza del franco. Un apprezzamento eccessivo della valuta infatti, rischia di penalizzare il settore esportatore e di comprimere ulteriormente le già modeste pressioni inflazionistiche interne.

Resta naturalmente da vedere se un eventuale intervento sui mercati valutari verrebbe tollerato sul piano internazionale. Le possibili reazioni dell’amministrazione americana — ed in particolare la nota sensibilità di Trump sul tema delle valute — rappresentano sempre un elemento di cui tenere conto. Tuttavia, considerato il contesto globale particolarmente turbolento di queste settimane, non è escluso che, per una volta, anche su questo fronte possa prevalere una certa indulgenza ma ovviamente non ci facciamo troppe illusioni... 


La scorsa settimana avevamo osservato come, in presenza di tensioni geopolitiche che incidono sui prezzi dell’energia, il dollaro americano tenda storicamente a rafforzarsi. E' esattamente ciò che è avvenuto per gran parte della settimana. L’unica eccezione si è registrata nella giornata di venerdì, quando la pubblicazione dei dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti ha temporaneamente modificato la percezione degli investitori.

Il mercato ha infatti interpretato i numeri pubblicati come un possibile segnale di raffreddamento dell’economia e, di conseguenza, come un elemento che potrebbe spingere la Federal Reserve a considerare un futuro taglio dei tassi. È verosimilmente questa lettura che ha provocato un indebolimento del dollaro proprio nella seduta di venerdì.

Al momento non troviamo altre spiegazioni particolarmente convincenti per giustificare il movimento della valuta americana nel confronto con il franco svizzero.


Per scrupolo siamo andati a vedere quali sono le percentuali per un eventuale taglio ai tassi durante la prossima riunione della FED prevista per il 17-18 marzo:  con un 96.3% di probabilità NON ci sarà nessun taglio. Questo dovrebbe in teoria sostenere il dollaro...



... dollaro che in effetti contro euro si è rafforzato tutta la settimana. A nostro giudizio dovrebbe comunque restare confinato dentro un range tra 1.19 e 1.1488 e continuare a scorrere lateralmente.


Comprendere i movimenti del Bitcoin non è mai particolarmente semplice e anche questa settimana, soprattutto nella giornata di venerdì, abbiamo assistito a un ribasso piuttosto marcato che non era facilmente prevedibile.

È abbastanza probabile che il movimento sia stato favorito innanzitutto da prese di beneficio. Il passaggio dai 65.000 ai 72–74.000 dollari è avvenuto infatti in tempi relativamente brevi e, come spesso accade in queste situazioni, una parte degli investitori ha ritenuto opportuno cristallizzare i guadagni accumulati. A ciò si è aggiunto con ogni probabilità anche un processo di riduzione delle posizioni in leva, che tende sempre ad amplificare i movimenti di breve periodo.

Un ulteriore elemento che potrebbe aver contribuito alla debolezza del Bitcoin è stata una certa delusione legata al progetto della cosiddetta “Strategic Bitcoin Reserve”. L’annuncio iniziale da parte del governo americano aveva infatti alimentato l’aspettativa che potessero essere previsti acquisti diretti di Bitcoin da parte dello Stato. A quanto pare questa ipotesi non rientra nei piani attuali. La revisione di tali aspettative ha probabilmente contribuito ad accelerare le prese di beneficio osservate nelle ultime sedute.


Buona domenica!