Vi confessiamo che non sappiamo bene da dove iniziare: la settimana, come da nostre aspettative, è stata particolarmente intensa e oggi siamo costretti a fare una selezione delle notizie per concentrarci su ciò che riteniamo sia davvero essenziale per la gestione dei portafogli.
L’evento più rilevante è stato senza dubbio la decisione della Federal Reserve di mantenere invariato il costo del denaro. Le motivazioni che hanno spinto Powell e i suoi colleghi a rinviare qualsiasi intervento restano sostanzialmente immutate: l’inflazione non è ancora rientrata nei parametri desiderati, il mercato del lavoro non mostra segnali di deterioramento marcato e la crescita economica rimane solida.
L’impressione è che la Fed — nonostante le ripetute pressioni politiche — non si muoverà almeno fino alla fine di giugno ma allo stesso tempo, nella mente degli analisti e degli investitori, resta intatta l’ipotesi di almeno tre tagli dei tassi nella seconda metà dell’anno.
Uno scenario di questo tipo ha inevitabilmente pesato sul biglietto verde innescando un vero e proprio sell-off che ha spinto il dollaro sui minimi storici contro il franco svizzero: ancora una volta si è così evidenziato — se mai ce ne fosse stato bisogno — il ruolo difensivo che la valuta elvetica continua a svolgere nelle fasi d'incertezza macroeconomica e geopolitica.
La scorsa settimana avevamo indicato un target tecnico per il dollaro a 0.7720. Purtroppo la realtà dei fatti è stata ancor più penalizzante per la valuta americana che ad un certo punto sembrava non avesse più nessun tipo di supporto: per fortuna si è fermata a 0.7610 prima di rimbalzare. Sulla natura del rimbalzo ci arriveremo tra poco.
Anche contro euro la valuta americana non ha avuto scampo e ha fornito all'euro una notevole spinta che gli ha permesso di rompere senza troppi indugi la soglia dell'1.19; la corsa si è fermata solo dopo aver superato un'altra resistenza importante a 1.20, che non vedeva dal lontano giugno 2021, per poi ritracciare e rientrare nel canale di scorrimento laterale che da molto tempo siamo abituati a vedere.
Sulla natura dei rimbalzi e dei ritracciamenti valutari questa volta dobbiamo ringraziare Trump: si è infatti deciso a svelare chi prenderà il posto di Powell quale Presidente della FED. Dopo settimane di speculazioni varie e di nomi più o meno improbabili la decisione è caduta, Senato permettendo, sulla figura di Kevin Warsh, un economista e finanziere che ha un'esperienza pregressa all'interno della FED (2006-2011) ed ha legami profondi con i mercati finanziari che conosce a menadito.
E' percepito dai mercati come favorevole a tagli dei tassi moderati e data-dependent. Ha idee più accomodanti rispetto all’attuale Presidente ma sembra comunque lontano da un allentamento aggressivo imposto dalle pressioni politiche. Sostiene che la Fed debba guidare il costo del denaro sul breve termine. Per contro i rendimenti a lungo termine dovrebbero essere lasciati al mercato: infatti non è un fautore d'interventi sistematici sul mercato dei Treasury tramite acquisti di titoli.
Vedremo. Ora inizia la vera prova dei fatti. Se Warsh si dimostrerà coerente con le posizioni che ha sempre sostenuto — ossia che i rendimenti a lungo termine debbano essere lasciati alla libera determinazione del mercato — è facile immaginare quale pressione potrebbe esercitarsi sulla parte lunga della curva dei tassi statunitensi - dai dieci anni in su - in presenza di un debito pubblico che ha ormai superato con slancio i 38 trilioni di dollari, di cui quasi 30 detenuti da investitori privati americani ed esteri. Proprio questi ultimi, per continuare a finanziare un emittente così fortemente indebitato, pretenderanno verosimilmente una remunerazione più elevata. Nei prossimi post parleremo più diffusamente del Giappone, di cosa sta succedendo in quel Paese, e quali potrebbero essere le conseguenze per il debito pubblico americano.
Comunque sia, questa idea di rese più elevate sulla parte lunga della curva dei rendimenti, è piaciuta al dollaro ma è andata di traverso al mercato dei metalli preziosi: uno scenario di Treasury verosimilmente più redditizi sul lungo termine evidentemente non l'aveva pienamente scontato. La reazione di venerdì è stata eloquente:
Il calo dell'oro - impressionante l'escursione giornaliera tra minimo e massimo (16%) - riflette soprattutto la rapida risalita delle aspettative sui rendimenti reali USA e il rafforzamento del dollaro dopo l’ipotesi Warsh alla Fed, che ha spinto gli investitori a smontare posizioni costruite su scenari di tassi più bassi e politiche monetarie ultra-accomodanti. Il peso, sicuramente non indifferente, dei movimenti speculativi delle ultime settimane ha fatto il resto.
Ancora più impressionante è stato il sell-off sull’argento: nelle sedute di giovedi e venerdì, tra massimo e minimo, si è registrata un’escursione di ampiezza eccezionale (39%). Episodi di questo tipo sono utili per ribadire un punto spesso sottovalutato. Il fatto che l’oro — e più recentemente anche l’argento e gli altri metalli preziosi — venga considerato un bene rifugio * non significa affatto che l’investitore sia automaticamente protetto dai movimenti violenti dei prezzi generati da squilibri improvvisi tra domanda e offerta.
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Già che abbiamo menzionato il bitcoin - che NON è come vorrebbero farci credere un bene rifugio - vediamo qual'è la situazione:
La scorsa settimana avevamo evidenziato il fallimento del pullback dopo la rottura della resistenza a 92'800$. Rientrato sotto questo livello, per tutta la settimana questa crypto è rimasta debole e sabato 31 gennaio si è adagiata sul supporto degli 81'500 dollari per poi procedere ad un mini rimbalzo. Attenzione: questo livello, considerata la fase di accumulo tra febbraio e aprile 2025 dovrebbe essere confermato ma se non tiene andiamo dritti dritti verso i 75'000 $. Prudenza.
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Altro grande appuntamento di questa settimana sono stati gli utili aziendali: riportiamo nella tabella quelli pubblicati dai Magnifici 7:
In linea di massima gli utili hanno superato le attese (bene), ma la reazione della quotazione borsistica è stata mista: da notare il -7% di Microsoft dovuto alle preoccupazioni per investimenti (forse) eccessivi nell'AI. Investire troppo in AI o essere in ritardo nel mettersi a giorno con i parametri imposti dall'AI (sono gli estremi dello stesso problema) comporta un sanzionamento da parte dei mercati.
Lo sa bene anche SAP — uno dei nostri titoli europei preferiti — che ha vissuto giornate migliori: il titolo è crollato nonostante utili e margini superiori alle attese. Al mercato non è piaciuta la guidance per il 2026, che prevede un leggero rallentamento della crescita del cloud (dal +26% del 2025 al +23%-25% atteso per il 2026) sul quale l’azienda ha puntato molto per le sue entrate future.
Il titolo è arrivato a perdere quasi il 16% prima di recuperare parzialmente. Forse la reazione è stata eccessiva (teniamolo sotto osservazione…), ma è il trattamento riservato in questa fase a chi non riesce a restare allineato alle attese o presenta prospettive meno brillanti. È, in definitiva, il comportamento tipico di un mercato che — concedeteci il gioco di parole — non è affatto a buon mercato.
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Ritorniamo un attimo in America: c'è un dato macro che deve farci riflettere e che alla lunga potrebbe creare qualche problema. Martedì hanno pubblicato l'indice di fiducia dei consumatori americani:
- Consumer confidence USA gennaio: 84.5 (atteso: 90; precedente: 94.2)
Ha ricominciato a scendere e questa volta i motivi non sono legati al Liberation Day del 2 di aprile 2025 ma le cause sono più profonde: in sintesi la fiducia dei consumatori USA di gennaio è scesa vistosamente raggiungendo il livello più basso in oltre 12 anni (84,5 punti) principalmente per paura di un'inflazione persistente, della percezione di un mercato del lavoro più debole (se perdo il lavoro forse faccio fatica a trovarne un'altro), dell'incertezza sulle tariffe commerciali e la politica economica ed un peggioramento sia delle condizioni correnti sia delle aspettative future.
Tutto questo si riflette in un crescente pessimismo delle famiglie che a sua volta si traduce in un raffreddamento della spesa delle famiglie (soprattutto delle classi medie e basse). Ripercussioni sul PIL per il momento sembrano non essercene ma alla lunga qualche cosa potrebbe succedere...
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Un'ultima considerazione prima di dare un'occhiata alle borse: questa settimana avete ancora sentito parlare di Venezuela e di Groenlandia? Noi poco o nulla: come se il problema non esistesse.
Abbiamo invece sentito parlare molto di Iran. La situazione in Medio Oriente resta estremamente tesa: l’amministrazione Trump ha rafforzato la presenza navale statunitense nella regione con lo schieramento del gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln e diverse navi da guerra, mantenendo l’opzione militare aperta contro l'Iran senza però una decisione operativa definitiva. Questo dispiegamento, pur pensato come deterrenza, aumenta il rischio geopolitico e potrebbe avere ripercussioni sui mercati energetici globali (in particolare attraverso possibili pressioni sullo Stretto di Hormuz).
Nel contempo l’Iran ha avviato esercitazioni navali nella zona dello Stretto di Hormuz coinvolgendo pure Russia e Cina nelle acque del Golfo di Oman come risposta alla crescente pressione. Una escalation regionale significativa potrebbe rapidamente complicare il quadro strategico coinvolgendo attori di primo piano da entrambi i lati. Insomma, l'Iran e i suoi alleati non sono il povero Venezuela e tanto meno i 57'000 abitanti della Groenlandia. Prima di innescare un conflitto bisogna esser sicuri di quello che si sta facendo.
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Per questa domenica vi abbiamo tediato già abbastanza: alleghiamo Ned Davis e i 4 grafici dei soliti mercati senza commenti (siamo certi che oramai li sapete leggere da soli...). Per tutti è valida una sola, ma importantissima, osservazione: il trend ascendente delle 4 borse è sempre in essere e per il momento non intravvediamo pericoli immediati di un loro cambiamento.
Ned Davis:
S&P500 (+1.37% ytd):
Nasdaq (+0.95% ytd):
Eurostoxx50 (+2.70% ytd):
SMI (-0.60% ytd):
Buona domenica!!