Convinti di aver individuato la causa principale della correzione di lunedì scorso, abbiamo sottovalutato il report di Citrini Research che è iniziato a circolare durante il weekend; divenuto rapidamente virale ha contribuito ad accrescere il nervosismo tra gli operatori dei mercati finanziari.
In sintesi il rapporto di Citrini Research ("The 2028 Global Intelligence Crisis") delinea uno scenario volutamente estremo, quasi fantascientifico, in cui la rapida e pervasiva adozione dell’intelligenza artificiale produrrà effetti macroeconomici destabilizzanti entro il 2028 tra i quali annoveriamo:
- la compressione strutturale del valore del lavoro cognitivo,
- l’erosione dei margini di profitto nei settori ad alta intensità di capitale umano (software, consulenza, servizi professionali),
- l’aumento significativo della disoccupazione dei colletti bianchi,
- una conseguente e micidiale contrazione dei consumi.
Sebbene l'analisi di Citrini Research sia puramente teorica, ha avuto una grossa ed inaspettata risonanza perché evidenzia un rischio sistemico che forse, per un giustificato timore, stiamo coscientemente sottovalutando: se l’AI erodesse effettivamente il vantaggio competitivo derivante dalle nostre umane abilità cognitive, sulle quali si fonda una parte rilevante dell’economia dei servizi avanzati, l’aggiustamento potrebbe essere (molto) rapido e parecchio doloroso con implicazioni non solo finanziarie ma anche sociali e politiche.
Un allarme simile è stato pure lanciato da Andrea Pignataro che recentemente è assurto agli onori della cronaca per essere diventato il più ricco tra gli Italiani. Nel suo intervento intitolato The Wrong Apocalypse, apparso nel sito di ION Analytics di cui Pignataro è il CEO, avverte che il vero rischio legato all’adozione dilagante dell’intelligenza artificiale non è solo la sostituzione di singoli compiti ma riguarda soprattutto il processo mediante il quale i professionisti, utilizzando modelli come quelli suggeriti da OpenAI o da Anthropic, finiscono per «insegnare» all’IA la grammatica dei loro lavori e dei loro sistemi organizzativi alimentando così piattaforme che apprendono come rendere superflua la loro stessa funzione.
Secondo Pignataro questa dinamica — frutto delle scelte razionali delle singole imprese impegnate nel tentare di restare competitive — potrebbe generare un effetto a catena in grado di erodere molti ruoli professionali, vasti settori dell'economia se non addirittura dell’intera architettura economica richiedendo un ripensamento delle norme e del quadro regolamentare europeo al fine di preservare il valore del lavoro umano. Non sarebbe bello... di regole, in Europa, ce ne sono già abbastanza!
Ma torniamo allo scorso weekend e al rapporto di Citrini: quello che avrebbe dovuto rappresentare più un esercizio retorico che un’analisi sostanziale ha finito per turbare il fine settimana di molti investitori americani. I timori maturati tra sabato e domenica si sono tradotti il lunedì successivo in ordini di vendita, dapprima sullo S&P 500 e, in misura ancora più marcata, sul Nasdaq.
Poi, nei giorni a seguire, abbiamo assistito ad un recupero delle quotazioni; tuttavia, una certa fragilità del sentiment è rimasta evidente. Diversamente non si spiegherebbe la reazione del mercato alla pubblicazione degli attesissimi risultati trimestrali di Nvidia:
La trimestrale ha confermato la centralità dell’AI e i ricavi si sono attestati a 68,1 miliardi di dollari (+73% a/a), gli utili per azione sono ben al di sopra delle attese e, per non farsi mancare nulla, bisogna aggiungere una guidance per il trimestre in corso nettamente superiore al consensus.
Il messaggio implicito è chiaro: la domanda di potenza computazionale resta robusta e gli hyperscalers - sono i grandi operatori di infrastrutture cloud in grado di fornire capacità computazionale, storage e networking su scala globale - continuano obbligatoriamente ad investire massicciamente in infrastrutture AI poiché, in questa gara tra colossi, il costo di "restare indietro" è percepito come superiore al rischio di sovrainvestire (ne abbiamo parlato la scora settimana...).
Tuttavia, la sostenibilità del vantaggio competitivo di Nvidia non è scontata: lo sviluppo di chip proprietari da parte di Microsoft, Google, Amazon e Meta in futuro potrebbero sottrarre ad Nvidia una parte non trascurabile della torta...
Parallelamente l’AI sta già incidendo sulle aspettative di utili, sui modelli di business e sull’occupazione alimentando una dinamica che potremmo definire “AI scrolling” ovverosia di un flusso continuo di innovazioni, annunci e applicazioni che genera una sorta di “digital burnout”. In un contesto in cui il progresso tecnologico invalida rapidamente gli standard del periodo precedente, l'obiettivo non è la padronanza di un singolo tool o di un particolare protocollo ma è la capacità organizzativa di adattarsi rapidamente al cambiamento.
Dunque la vera sfida strategica, per imprese e investitori, non è inseguire ogni novità bensì costruire strutture resilienti in grado di restare competitive anche quando il tool dominante cambia. Ha il sapore della mission impossible anche per una società straordinaria come Nvidia. Solo lo scorso anno, simili risultati avrebbero spedito la sua quotazione azionaria in paradiso. Invece, giovedì, ha chiuso con una minusvalenza del 5% alla quale, venerdì, se n'è aggiunta un'altra del 4.17%. In due giorni questo titolo ha perso oltre il 9%: è vero che gli azionisti di Nvidia non hanno molto da lamentarsi, considerate le performance degli ultimi anni, ma fino all'altro giorno una simile reazione, soprattutto dopo aver pubblicato risultati stellari, era impensabile!
Ma la notizia che venerdì pomeriggio ci ha fatto rizzare i capelli è quella apparsa nelle breaking news di Bloomberg: Block Inc, la società di Jack Dorsey (è stato il cofondatore di Twitter oggi X) una delle principali società di fintech globali, è al rialzo del 16%. Bene direte voi, ma quello che spaventa è ciò che ha provocato un tale aumento intraday:
Dorsey ha licenziato il 40% del personale, sostituendolo con un ristretto gruppo di ingegneri specializzati in AI, perché – parole sue – «l’AI ha cambiato il modo di lavorare». Non, sta cambiando: ha cambiato. Un’affermazione al passato prossimo che suggerisce una trasformazione già compiuta, non un processo ancora in divenire. Ma non era lo scenario che, secondo Citrini Research, avremmo dovuto attenderci nel 2028? Siamo due anni in anticipo!
Fatto sta che il 40% di 11'372 è 4'548 corrispondente al numero di collaboratori che sono stati lasciati a casa e sostituiti dall'Intelligenza Artificiale. Ora proviamo a considerare Block Inc come una sorta di paziente zero: secondo voi, con gli appetiti che girano a Wall Street (+16% in un giorno fa gola a molti, sorry, a tutti...) combinati con la totale mancanza di remore e conflitti di coscienza di molti CEO, quanto tempo ci vorrà prima che il comportamento di Dorsey diventerà virale?
Un simpatico analista, venerdì, ha scritto che avrebbe trascorso il weekend rispolverando un vecchio videogioco, rimasto per anni inutilizzato nel suo hard disk, dal titolo quanto mai evocativo: Unemployment Simulator 2018. Per curiosità abbiamo chiesto a ChatGPT se lo conosce. La risposta è stata puntuale: «Si tratta di un videogioco indipendente di simulazione satirica, sviluppato come esperimento sociale per esplorare le difficoltà della disoccupazione moderna. Con un tono ironico e minimalista, invita il giocatore a gestire la vita quotidiana di una persona senza lavoro, affrontando frustrazioni economiche e psicologiche». Non ci resta che augurargli buon divertimento!
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Ci rendiamo conto che questa edizione di Appunti sta assumendo toni insolitamente inquietanti. Forse non è il momento più adatto per questo tipo di riflessioni, ma il nostro ruolo è quello di osservatori: riportiamo ciò che vediamo, non ciò che vorremmo vedere.
Che ci crediate o meno, volevamo esporvi una serie di grafici che, visti in sequenza, portavano alla logica conclusione che gli Americani avrebbero verosimilmente attaccato l'Iran in tempi brevi... Siamo semplicemente stati superati dagli eventi stessi: mentre stiamo scrivendo (sabato mattina) l'America in combinazione con lo Stato d'Israele hanno attaccato. Ma vediamoli questi grafici:
Nonostante alcuni dati macroeconomici americani pubblicati questa settimana – in particolare i prezzi alla produzione risultati in deciso aumento e quindi indicativi di pressioni inflazionistiche ancora presenti – i rendimenti del Treasury decennale sono scesi sotto la soglia del 4%. Un movimento che, con i dati pubblicati, fa a pugni.
La spiegazione più plausibile va probabilmente ricercata nell’aumento del rischio geopolitico: le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono ai massimi da settimane, i negoziati sul nucleare si sono arenati, Washington ha rafforzato la presenza militare nella regione e ha disposto il rientro di parte del personale diplomatico.
In questo contesto, la compressione dei rendimenti appare coerente con una dinamica di flight to quality: il mercato obbligazionario statunitense stava già prezzando uno scenario tipicamente da risk-off. Come non pensare ad un imminente attacco all'Iran? E così è stato!
Anche il petrolio, in fase rialzista da inizio anno, ci stava suggerendo qualche cosa...
... per non parlare dell'oro che, dopo il sell-off di inizio febbraio, si era preso un momento di pausa che è proprio terminato qualche giorno fa con la ripresa del trend ascendente del metallo giallo (freccia rossa).
Ma forse il segnale più convincente, che avrebbe dovuto farci aprire gli occhi, è la forza del franco svizzero che contro euro si è portato ai massimi storici chiudendo la parità di venerdì a 0.9085. Non c'è verso di indebolire la nostra moneta e qualche giorno fa un analista, forse disperato, ha affermato che sarebbe necessario abbassare i tassi svizzeri di riferimento al -1% altrimenti ci dobbiamo rassegnare a vedere la nostra moneta rafforzarsi di circa un 2% all'anno tutti gli anni! Speriamo di non dovercene fare una ragione!
Anche contro dollaro il franco è tornato a rafforzarsi. Vedremo se coninuerà anche lunedì: di norma, quanto i rischi geopolitici in Medio Oriente aumentano, è il dollaro che manifesta una tendenza al rafforzamento pure contro la nostra divisa. Diffidiamo sempre un po' degli automatismi, quindi non ci resta che attendere con pazienza lunedì mattina per vedere cosa accadrà .
Se vi ricordate bene, già la scorsa settimana parlavamo di un intervento militare mirato degli americani in Iran. Da sabato mattina l'intervento è effettivo e, come abbiamo visto, è stato pure anticipato finanziariamente parlando dal movimento dei Treasury americani, dal petrolio, dall'oro e dal rafforzamento del franco svizzero. Dicevamo che la manovra d'attacco americana sarebbe stata mirata e circoscritta.
Stiamo scrivendo questi Appunti nel tardo pomeriggio di sabato e le notizie che giungono dall'Iran sono ancora confuse e in parte contradditorie. Non sappiamo, come da voci riportate da alcuni quotidiani online, se effettivamente Khamenei è stato ucciso; domenica mattina la notizia è stata confermata.
È ormai accertato che dall’Iran siano partiti missili in direzione di alcune basi americane e che sia stata colpita anche l’isola artificiale The Palm a Dubai. A questo punto, parlare di conflitto circoscritto appare riduttivo. La strategia iraniana sembra delinearsi con maggiore chiarezza: la presenza militare americana negli Emirati Arabi Uniti rappresenta certamente una delle motivazioni dell’attacco a Dubai, che inizialmente ci aveva sorpreso, ma l’obiettivo sembra essere soprattutto di natura economica.
Colpire Dubai – hub finanziario e commerciale di primaria importanza nella regione – significa accrescere il premio per il rischio geopolitico, sostenere il prezzo del petrolio e, soprattutto, generare instabilità finanziaria nell’area. Un’instabilità che potrebbe trasformarsi in leva negoziale qualora si aprisse un canale diplomatico.
La sensazione, tuttavia, è che prima di arrivare a un eventuale negoziato l’escalation militare possa intensificarsi. Lunedì capiremo meglio quale sarà la reazione dei mercati, ma un aumento della volatilità appare inevitabile. Resta solo da augurarsi che non si trasformi in un fenomeno persistente.
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In queste condizioni diventa complesso formulare una previsione attendibile sull’apertura dei mercati azionari di lunedì. L’ampiezza degli scenari possibili è tale da rendere poco significativo qualsiasi tentativo di anticipare la price action nel brevissimo termine.
Un elemento, tuttavia, appare determinante: l’evoluzione del premio per il rischio geopolitico. Saranno soprattutto l’estensione geografica del conflitto e la sua durata a influenzare la dinamica degli asset rischiosi. Un’escalation prolungata comporterebbe un incremento della volatilità implicita, un ampliamento degli spread creditizi e una compressione dei multipli azionari; al contrario, un evento percepito come temporaneo e circoscritto potrebbe essere riassorbito rapidamente dal mercato.
Le informazioni disponibili suggeriscono che lo scenario difficilmente possa essere definito “limitato”, e questo implica un probabile aumento dell’avversione al rischio nel breve periodo.
Passiamo comunque rapidamente in rassegna come si sono comportate le borse questa settimana:
Lo S&P 500 (+0,49% ytd) ha proseguito il movimento laterale. Il superamento della soglia dei 7.000 punti, per il momento, non è all’ordine del giorno. Ci riterremmo già soddisfatti se la fase di consolidamento proseguisse su questi livelli, senza deterioramento del quadro tecnico.
Lunedì avremo indicazioni più chiare, ma è opportuno prepararci a qualche seduta di volatilità accentuata.
Il Nasdaq (-2,47% ytd) sta testando nuovamente la trendline di supporto (cerchio rosso). Finché rimane nel canale ascendente il quadro tecnico non è compromesso, ma una violazione in apertura lunedì ne modificherebbe l’impostazione. Valuteremo eventuali interventi anche alla luce del flusso di notizie dal Medio Oriente.
Il trend ascendente dell’Eurostoxx 50 (+5,99% ytd) è stato confermato anche questa settimana. Per compromettere l’attuale canale rialzista sarebbe necessaria una correzione di una certa entità, nell’ordine del 5–6%. Un movimento di questa ampiezza azzererebbe di fatto i guadagni maturati nel 2026, ma non necessariamente invaliderebbe la struttura tecnica di medio periodo: il trend, pur messo alla prova, potrebbe ancora restare intatto.
Lo SMI (+5,63% ytd) si conferma l’indice difensivo per eccellenza. Tuttavia, la condizione di ipercomprato in cui si trova attualmente (cerchio rosso) suggerisce che un’eventuale correzione potrebbe assumere dimensioni non trascurabili.
Resta però invariata la nostra convinzione di fondo: i flussi che sostengono il franco svizzero – spesso in uscita da euro e dollari – prima o poi devono trovare un impiego. In assenza di alternative domestiche convincenti e remunerative, una parte significativa di questi capitali tende inevitabilmente a riversarsi sul mercato azionario svizzero.
Buona domenica.
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