domenica 22 marzo 2026

Terza settimana di guerra e non si vede (ancora) la fine



                                                                     The Economist, March  21st - 27th 2026

Dopo i primi tre giorni si pensava che il conflitto fosse ormai vicino alla conclusione — ricordate? “non abbiamo più nulla da bombardare…” — ma la realtà si è rivelata ben diversa. A distanza di tre settimane, non solo la fine non è in vista, ma permane un’elevata incertezza su quando potremo tornare a distogliere l’attenzione da questo scenario.

Ciascuno di voi si sarà inevitabilmente formato un'opinione su quanto sta accadendo; per questo evitiamo di disperdere tempo in analisi geopolitiche che ci porterebbero lontano dal nostro obiettivo. Ma prima di voltare pagina vi proponiamo la chiusura di un articolo pubblicato sull'ultimo numero dell'Economist che, a mo di ricapitolazione,  potrebbe essere utile per capire dove stiamo andando:

"Gli obiettivi di Trump sono ancora poco chiari: vuole rovesciare il regime, stringere un accordo con esso o semplicemente ostacolarlo? I funzionari del Golfo faticano a interpretare le sue dichiarazioni in continuo mutamento. Tuttavia, trasformando questa guerra in una guerra per l’energia, l’Iran potrebbe aver reso tali domande irrilevanti. Sta spingendo tutti i suoi nemici verso la stessa conclusione: che la guerra non può finire finché il regime non sarà paralizzato." Insomma: L’escalation dell’Iran verso una guerra energetica rende irrilevante l’ambiguità iniziale di Trump, spingendo tutti gli attori verso una conclusione inevitabile: il conflitto non può chiudersi senza neutralizzare il regime iraniano. Se così fosse, prepariamoci a tempi biblici...

Comunque sia, quello che ci proponiamo oggi, dopo 3 settimane di osservazione, è il solito esercizio — necessariamente parziale — di “conta dei danni”  ed il loro influsso sul sistema economico e finanziario.

Come già evidenziato nei nostri appunti di un paio di settimane fa, il vero fattore critico non è tanto l’intensità del conflitto quanto la sua durata: oggi, da questo punto di vista,  possiamo iniziare a misurare concretamente quanto rapidamente il quadro si sia deteriorato e quali siano le prime, tangibili conseguenze.

Ci scusiamo fin da subito per la ripetitività degli indicatori che stiamo monitorando, ma riteniamo fondamentale cogliere il momento in cui iniziano a stabilizzarsi, segnalando in tal modo un possibile punto di ingresso per impiegare la liquidità che abbiamo prudentemente accantonato proprio in previsione di scenari come quello attuale.

Ormai lo avrete notato anche voi: almeno una volta all’anno i mercati attraversano fasi di volatilità accentuata che, per quanto possano risultare fastidiose, offrono — se lette correttamente — opportunità  per acquistare società di qualità a valutazioni più interessanti. È evidente che tali opportunità sono difficilmente sfruttabili quando si è costantemente pienamente investiti ma in tal caso è comunque possibile costituire posizioni sintetiche tramite l'impiego degli strumenti derivati. 

Partiamo!



Partiamo dal petrolio il cui prezzo ha continuato a salire anche questa settimana: in particolare il Brent (grafico blu) ha toccato intraday i 119 dollari al barile, per poi chiudere a 112 dollari. Finché il costo dell’energia resterà su livelli elevati, è difficile attendersi un miglioramento significativo del quadro macro. In questo contesto diventa cruciale che i Paesi coinvolti nei conflitti evitino di colpire infrastrutture strategiche come impianti di estrazione, raffinazione e trasporto. Potete immaginare che la  tentazione, da entrambi i fronti, è evidente ma le conseguenze potrebbero essere estremamente rilevanti: l’attacco iraniano alla società statale QatarEnergy, in particolare al grande hub del gas di Ras Laffan, ha già generato notevoli tensioni sui mercati.

Danni principali

  • Colpito il principale complesso LNG del Paese (il più grande al mondo)
  • Distrutti/danneggiati 2 impianti di liquefazione (LNG trains) e un impianto gas-to-liquids
  • Circa il 17% della capacità di esportazione di LNG compromessa
  • Impatto stimato: ~20 miliardi di dollari l’anno di perdite
  • Tempi di riparazione: 3–5 anni
  • Danni estesi anche al Pearl GTL (Shell) e incendi su più infrastrutture 

In sostanza l'Iran ha colpito il cuore del sistema gas del Qatar e mettendo fuori uso circa il 17% della capacità LNG globale per anni sta generando uno shock energetico di portata sistemica. 





Tornando al petrolio, secondo Oxford Economics, una società indipendente specializzata in analisi e previsioni macroeconomiche, un prolungamento per alcuni mesi delle quotazioni di Brent e WTI nell’area 120–140 dollari al barile potrebbe tradursi in un’inflazione prossima al 4%.
Se a questo si aggiunge il rincaro del petrolio, insieme a quello del gas e dei relativi derivati, emerge chiaramente come uno scenario di inflazione al 4% non sia più soltanto teorico, ma sempre più concreto.
Anche il grafico elaborato da Bloomberg sui costi energetici rafforza questa lettura: dall’inizio del conflitto la dinamica è stata costantemente al rialzo, senza segnali evidenti di stabilizzazione o di ritracciamento.







Anche il costo delle materie prime è in costante aumento e tra queste troviamo l'elio, assolutamente indispensabile per la produzione dei semiconduttori che sappiamo essere di vitale importanza. Desta poi particolare preoccupazione anche l’andamento delle quotazioni dei fertilizzanti. Una quota rilevante della produzione mondiale — prossima ad un terzo — transita attraverso lo Stretto di Hormuz che al momento resta un punto di forte vulnerabilità.

Gli agricoltori americani stanno già manifestando una crescente tensione e, per l’amministrazione Trump — così come per i consumatori statunitensi (ma non solo) — questa dinamica, fortemente inflazionistica,  rappresenta tutt’altro che una buona notizia.


Infatti, malgrado i dati fanno riferimento al mese di febbraio, i prezzi alla produzione (PPI) americani pubblicati lo scorso 18 marzo salgono con costanza: 

  • PPI feb : +0.7% (atteso: 0.3%; precedente: 0.5%)
  • PPI yoy: 3.5% (precedente: 2.9%)

Alla luce del rincaro dell’energia e delle materie prime, a cui si affianca il continuo aumento dei prezzi alla produzione, è ragionevole attendersi per il mese di marzo un livello di inflazione ancora più elevato, potenzialmente anche superiore alle attese. Le implicazioni di questo scenario sono facilmente intuibili.


***



La settimana che sta per finire è stata anche la settimana delle Banche Centrali.


La FED ovviamente se l'è guardata bene dall'abbassare i tassi e la decisione è stata presa quasi all'unanimità: a votare diversamente è stato Christopher J. Waller uno dei governatori della Federal Reserve nominato da Trump nel 2020 alla fine del suo primo mandato presidenziale. Comunque sia Powell, oramai a fine corsa, si è concesso il lusso di togliersi un sassolino dalla scarpa e ha fatto sapere a Trump - ma in realtà anche a tutti noi - che a "tirare giù i tassi" proprio non ci pensa e che "è già bello che non li aumentiamo!"


Le conseguenze di una tale ammissione non sono tardate a manifestarsi:



in vista della prossima riunione della Federal Reserve del 29 aprile, la probabilità di un rialzo dei tassi di 25 punti base — fino a pochi giorni fa pari a zero — è attualmente stimata al 6,2%. Si tratta di un valore ancora marginale ma che meriterà di essere rivalutato alla luce dei dati sull’inflazione di marzo.



Nel frattempo i rendimenti dei Trausury non smettono di salire: il decennale è al 4.47% (!) e pure il 2 anni è ad un passo dal ritornare sopra il 4%... non aggiungiamo altro. 


Anzi, se avete voglia andate a vedere come evolve il debito pubblico americano cliccando qui

Siamo a 39 trilioni di dollari ed è praticamene inarrestabile... la guerra deve finire presto anche per questo motivo altrimenti a costare sempre di più non sarà solo il petrolio...


Anche la BCE si è riunita giovedì e ha lasciato i tassi invariati ma probabilmente ad aprile aprirà la discussione sull'idea che un loro rialzo potrebbe essere necessario. Se così fosse, ma non strappiamoci ancora i capelli dalla testa,  dobbiamo tenere d'occhio la sessione dell'11 di giugno dove verosimilmente sarà resa operativa (durante il mese di maggio nessuna banca centrale ha in programma di riunirsi).


Ovviamente basta sentir odore di aumento dei tassi, in dollari o euro che sia,  per mandare in tilt il mercato obbligazionario:






Quello in dollari sta perdendo l'1.10% da inizio anno: significa che sommando il corso delle obbligazioni al rendimento pro-rata da inizio anno, abbiamo una perdita netta appunto dell'1.10%. Direte poco ma vi rammentiamo che questo settore deve ancora recuperare un terzo di quanto perso da inizio 2022... di questo passo ci vorranno ancora anni.




...ed il medesimo settore in euro è anche messo peggio:  sotto dello 0.80% da inizio anno, per arrivare ai massimi di inizio 2022 deve ancora recuperare quasi il 50%. Non bello.

***


Anche il modello di Ned Davis Research appare, comprensibilmente, in difficoltà in questa fase a dimostrazione di come gli algoritmi fatichino ad anticipare eventi esogeni di natura straordinaria. Un conflitto come quello attuale rappresenta infatti uno shock di ampia portata con impatti significativi, in primis sui mercati azionari, quasi impossibili da modellizzare ex-ante. 
Resta tuttavia il riconoscimento per il valore di questa società di analisi: in contesti geopolitici più stabili, le sue indicazioni — in particolare il ciclo composito dello S&P 500 — si sono dimostrate negli anni uno strumento estremamente utile per orientarsi nel complesso mondo dei mercati azionari e continueremo ad utilizzarlo.

Come già evidenziato, in questa fase complessa dei mercati il nostro obiettivo, oltre a mantenere la necessaria disciplina, è individuare con un ragionevole grado di probabilità un livello oltre il quale il mercato tende a trovare supporto. Storicamente tali minimi si formano quando il pessimismo diventa estremo e diffuso tra gli investitori.

Esistono diversi indicatori che cercano di misurare il livello di stress emotivo degli investitori, aggregando una serie di comportamenti e dinamiche di mercato in un unico indice sintetico. Uno di quelli che in questi casi seguiamo volentieri è quello messo a punto dalla CNN Business (per chi è interessato, vi rimandiamo dopo i saluti finali per sapere come funziona questo indice):



Dal Fear & Greed Index possiamo dedurre quanto segue:
  • In questo momento il mercato è dominato dalla paura (l'irrazionale ha la preminenza).
  • Una parte del rischio è già stata assorbita dal mercato, ma, come vedremo, i volumi hanno iniziato ad aumentare in modo significativo solo nelle ultime due sedute.
  • Le vendite forzate dalle banche (margin call) potrebbero non ancora essere decisivi.
  • Le valutazioni non sono ancora completamente compresse (condizione che si verifica quando i prezzi scendono a livelli inferiori rispetto ai fondamentali e alle medie storiche).
  • Non vediamo ancora la creazione di supporti significativi
Riassumendo:  i primi due punti li vediamo chiaramente, le vendite forzate non sono ancora scattate, stiamo verificando se ci sono valutazioni compresse (in questo l'IA è imbattibile) ma non riusciamo ancora a vedere la formazione di supporti convincenti.

Per il momento manteniamo la liquidità restando in posizione di osservazione. Stiamo monitorando diverse opportunità su titoli di qualità e abbiamo iniziato a testare, per chi interessato, alcune strategie di risk reversal (vendita di put e acquisto contestuale di call), con l’obiettivo di sfruttare i livelli elevati di volatilità che facilitano la costruzione di queste strutture e consentono un ingresso sul mercato con un profilo di rischio più controllato.

Passando ai mercati, siamo consapevoli che in questa fase l’analisi tecnica può avere un’efficacia limitata, soprattutto quando a guidare i movimenti è la componente emotiva degli investitori. Vi invitiamo quindi a considerare quanto segue con la dovuta cautela.



Lo S&P 500 (-4,95% YTD) è uscito dal canale ascendente e nella seduta di venerdì si è portato in prossimità del supporto in area 6.500 punti. Le condizioni di ipervenduto sono evidenti, il che potrebbe favorire un rimbalzo tecnico nel breve termine.
Tuttavia, un elemento che ci lascia perplessi è rappresentato dalla dinamica dei volumi: la correzione si è sviluppata, nel complesso, con livelli di attività piuttosto ordinari, fatta eccezione per la seduta di venerdì — coincidente con le scadenze tecniche delle opzioni — che ha naturalmente registrato un incremento significativo degli scambi (osservazione valida anche per gli altri mercati analizzati).
Questo porta a due possibili interpretazioni: o il mercato statunitense sta mostrando una sorprendente resilienza rispetto al contesto geopolitico, oppure sta già scontando uno scenario di progressiva attenuazione del conflitto. In entrambi i casi, la lettura non è del tutto rassicurante e ci induce a mantenere un atteggiamento di particolare prudenza.




Osservazioni analoghe valgono per il Nasdaq (-6,86% YTD), che tuttavia non presenta ancora condizioni di ipervenduto, elemento che impone ulteriore cautela. I volumi, anzi, appaiono in diminuzione, facendo venir meno una delle condizioni tipiche di un vero e proprio sell-off.
Non fraintendeteci: siamo contenti che non abbiamo (ancora) assistito a vendite a piene mani,  ma questo comportamento è quantomeno atipico e meritevole di attenzione.



Il comportamento dell’Eurostoxx 50 (-5,01% YTD) appare, a nostro avviso, più coerente con il contesto attuale: la fase di vendita si è sviluppata negli ultimi giorni con un progressivo aumento dei volumi che, anche al netto della scadenza tecnica di venerdì, si sarebbero comunque attestati su livelli elevati.
Questo indica che gli investitori hanno ridotto l’esposizione in modo graduale ma crescente, contribuendo a portare il mercato in condizioni di ipervenduto.
L’indice si è ora posizionato in prossimità del supporto in area 5.500 punti, livello che potrebbe favorire un rimbalzo tecnico nel breve termine. Anche un recupero contenuto rappresenterebbe già un primo segnale costruttivo.
È evidente come gli investitori europei percepiscano il rischio geopolitico in misura maggiore rispetto a quelli statunitensi, probabilmente anche per la diversa prossimità al conflitto. Se da un lato il mercato americano sembra scontare uno scenario di rapida normalizzazione, dall’altro in Europa prevale un atteggiamento più prudente, alla luce di un contesto che appare ancora in evoluzione.



Se nella seduta di venerdì osservando lo SMI (-7,13% YTD) avete avvertito una certa apprensione, sappiate di non essere stati i soli. Il mercato svizzero, per sua natura relativamente concentrato, ha risentito in modo marcato delle vendite, con poche società tra le componenti dell’indice in grado di sottrarsi alla pressione ribassista.
Le condizioni di marcato ipervenduto ne sono una chiara evidenza. Il supporto in area 12.400 punti sembra essere stato violato, aprendo spazio verso il successivo livello in area 11.800. Auspichiamo tuttavia che il mercato possa dimostrare maggiore resilienza nelle prossime sedute.

***



L’aumento dei rendimenti negli Stati Uniti, insieme al contesto geopolitico, sta sostenendo il dollaro nel suo percorso di rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero. Il cambio si trova ormai in prossimità di 0,79, livello che nel corso della settimana è stato anche temporaneamente superato, senza tuttavia riuscire a consolidarsi.
Si intensificano intanto le domande su un possibile intervento della Banca Nazionale Svizzera volto a contenere un eccessivo rafforzamento del franco. Nella giornata di giovedì, il presidente dell’istituto si è espresso sul tema in modo piuttosto cauto e non del tutto esplicito, lasciando intendere — tra le righe — una possibile attività di sostegno. Eventuali conferme potranno arrivare solo con la pubblicazione dei prossimi dati di bilancio,


Riteniamo probabile che  l'euro/dollaro possa tornare a muoversi all’interno del canale laterale compreso tra 1.1488 e 1.19. L’eventuale orientamento più restrittivo della Banca Centrale Europea, con possibili rialzi dei tassi, potrebbe contribuire a sostenere questo scenario.



È probabilmente sul cambio euro/franco che si coglie con maggiore evidenza il possibile intervento della Banca Nazionale Svizzera: dopo diverse settimane è tornato sopra area 0.91 allontanandosi così dai minimi storici.
Resta da capire quanto questa dinamica possa essere sostenibile nel tempo ma nel breve termine il quadro appare relativamente più rassicurante.



L’oro ha risentito dell’aumento dei rendimenti e del conseguente rafforzamento del dollaro. Dopo essere stato recentemente al centro dell’interesse speculativo, il metallo prezioso è ora oggetto di prese di profitto. Il prossimo livello di supporto si colloca in area 4.370 dollari.

Buona domenica!



Cos'è l'indice Fear & Greed di CNN Business?

L'indice Fear & Greed è uno strumento che permette di valutare l'andamento del mercato azionario e verificare se i titoli sono valutati in modo equo. La teoria si basa sulla logica secondo cui un eccesso di paura tende a far scendere i prezzi delle azioni, mentre un eccesso di avidità tende ad avere l'effetto opposto.

Come viene calcolato l'indice Fear & Greed?

L'indice Fear & Greed è una raccolta di sette diversi indicatori che misurano alcuni aspetti del comportamento del mercato azionario. Si tratta di: momentum di mercato, forza dei prezzi azionari, ampiezza dei prezzi azionari, opzioni put e call, domanda di junk bond, volatilità di mercato e domanda di beni rifugio. L'indice tiene traccia di quanto questi singoli indicatori si discostino dalle loro medie rispetto a quanto normalmente divergono. L'indice assegna a ciascun indicatore un peso uguale nel calcolo di un punteggio da 0 a 100, dove 100 rappresenta la massima avidità e 0 segnala la massima paura.

Con quale frequenza viene calcolato l'indice Fear & Greed?

Ogni componente e l'indice vengono calcolati non appena sono disponibili nuovi dati.

Come si utilizza l'indice Fear & Greed?

L'indice Fear & Greed viene utilizzato per valutare l'umore del mercato. Molti investitori sono emotivi e reattivi, e gli indicatori di sentiment relativi alla paura e all'avidità possono mettere in guardia gli investitori dalle proprie emozioni e dai propri pregiudizi che possono influenzare le loro decisioni. Se combinato con i fondamentali e altri strumenti analitici, l'indice può essere un modo utile per valutare il sentiment del mercato.

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