Oggi saremo insolitamente brevi ma, in fondo, dobbiamo parlare di un solo — si fa per dire — argomento: quella guerra che dopo appena una manciata di giorni sembrava già conclusa poiché «non ci sono più obiettivi da bombardare, abbiamo raso al suolo tutto ciò che c’era da radere al suolo», aveva dichiarato Trump, forse un po’ troppo frettolosamente, in una delle sue tante interviste. Salvo poi accorgersi che i tempi supplementari di questa partita, arbitrata dall’israeliano Netanyahu, stanno durando più della partita stessa e, purtroppo, non è ancora chiaro quando si potrà rientrare negli spogliatoi.
Ovviamente il fatto di non riuscire a stimare neppure lontanamente quando questa guerra potrà finire non piace affatto ai mercati che, come vedremo, stanno diventando sempre più irrequieti. Nel frattempo il Commander-in-Chief americano, anche lui sempre più preoccupato, sta cercando una via d’uscita e, malgrado continui a sostenere che «la guerra è vinta», chiede l’aiuto della Cina e di altre potenze internazionali soprattutto per liberare lo Stretto di Hormuz.
Un’altra sua preoccupazione — che naturalmente non ammetterà mai apertamente — riguarda i costi del conflitto. Agli americani questa guerra sta costando circa un miliardo di dollari al giorno, forse anche di più. Basti pensare che per abbattere i droni iraniani, che costeranno sì e no 20-30 mila dollari, vengono utilizzati missili Patriot che non sono esattamente a buon mercato: sfiorano infatti i 4 milioni di dollari per ogni intercettazione. Immaginate quindi i costi di tutto il resto. A quanto pare Trump ha chiesto al Pentagno risorse per stare in guerra per un centinaio di giorni ancora... I tempi brevi da lui prospettati si allungano. Ma di questo non avevamo dubbi.
Comunque sia da qualche giorno tutta l'attenzione si è concentrata attorno allo Stretto di Hormuz dove, allo stato attuale, le sole petroliere che riescono a passare sono quelle battenti bandiera cinese. Le altre devono restare all’ancora e, se decidono di forzare il blocco, dovranno comunque fare i conti con mine, barchini telecomandati carichi di esplosivo, missili costieri e altre diavolerie. La cosa ha mandato Trump su tutte le furie: in un primo momento ha pensato bene di far scortare i tanker dalla marina americana, salvo poi rinunciare quasi subito quando gli hanno fatto notare che non era proprio il caso di correre certi rischi. A quel punto ha cercato di risolvere la questione a modo suo, consigliando ai capitani delle petroliere di tirare fuori gli attributi — in realtà ha usato un sinonimo ben più colorito — e tentare comunque il passaggio, in una strategia che assomiglia molto alla classica «o la va o la spacca». Non sappiamo a voi, ma a noi l’idea pare quantomeno bizzarra.
Le ultime notizie che arrivano dalla regione — stiamo scrivendo nel pomeriggio di sabato — riguardano l’isola di Kharg, praticamente il cuore nevralgico del sistema petrolifero iraniano. Durante la notte l’isola è stata interessata da un raid aereo americano che, per il momento, ha preso di mira soltanto obiettivi militari. Ma il messaggio è piuttosto chiaro: se Teheran dovesse perseverare nei tentativi di bloccare lo Stretto di Hormuz, i prossimi raid potrebbero coinvolgere anche le infrastrutture petrolifere. Sarebbe decisamente meglio che ciò non accadesse, anche perché a quel punto il prezzo del petrolio potrebbe tranquillamente ritrovarsi nell’intervallo tra i 150 e i 200 dollari al barile.
Rispetto alla scorsa settimana non abbiamo molto altro da segnalare: le osservazioni che avevamo fatto restano tutte valide e rischieremmo soltanto di ripeterci; tenete presente che nel frattempo i dati che già conoscete non hanno fatto altro che peggiorare.
Infatti il prezzo del petrolio va per la sua strada, ovverosia verso l'alto:
In generale i costi energetici sono progrediti: rispetto alla scorsa settimana sono saliti di un altro 10% e da inizio anno segnano un +52%.
Se non si trova una soluzione al conflitto, alla lunga risveglieremo di certo l'inflazione. I dati pubblicati questa settimana vanno presi con grande beneficio d'inventario in quanto fanno riferimento al rincaro per il mese di febbraio:
- Consumer Price Index (CPI) yoy: 2.4% (atteso: 2.4%; precedente: 2.4%)
- Core Consumer Price Index yoy : 2.5% (atteso: 2.5%; 2.5%)
- Personal Consumption Expeditures (PCE) yoy: 2.85% (atteso: 2.9%; precedente: 2.9%)
- Core Personal Consumption Expeditures yoy : 3.1% (atteso: 3.1%; precedente: 3%)
Possiamo quindi definitivamente dire addio ad un taglio ai tassi il prossimo mercoledì 18 marzo in occasione della riunione della Fed: le probabilità sono vicine allo zero. Attenzione: il 19 marzo abbiamo le riunioni della BCE, BNS e Banca del Giappone... Come già sottolineato quest'anno la BoJ è una sorvegliata speciale e temiamo che dal suo direttorio possono scaturire decisione di politica monetaria che si faranno sentire non solo negli USA ma anche dalle nostre parti. Per BCE e BNS non ci aspettiamo nessuna sorpresa di rilievo e si limiteranno a confermare l'attuale livello dei tassi anche se dobbiamo ammettere che pure in Europa e Svizzera i rendimenti piano piano iniziano a salire...
... come stanno facendo in modo molto più marcato i rendimenti dei Treasury: il decennale è al 4.27%.
Le conseguenze sui consumi, non solo americani, sono abbastanza facilmente immaginabili ed il GDPNow elaborato dalla FED di Atlanta sembra già anticipare il trend... (freccia rossa)
Se questa guerra non dovesse concludersi in tempi ragionevoli — tempi che peraltro restano difficili da stimare — parlare di stagflazione potrebbe smettere di essere un sacrilegio. Se così fosse, allora Trump a novembre potrebbe trovarsi a fare i conti non solo con l’elettorato democratico…
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Come potete immaginare i mercati, soprattutto quelli azionari, non stanno comprensibilmente passando un momento dei più esaltanti e se avete proceduto a qualche alleggerimento non è stata una brutta idea. Infatti dobbiamo segnalare che per tutti i mercati che seguiamo più da vicino, siamo usciti dal trend ascendente ed ora vedremo dove andremo a parare.
Lo S&P 500 (-3.12% ytd), dopo il pullback della scorsa settimana, ha invertito la rotta e ora sta puntando verso il supporto dei 6.500 punti. Va però notata una cosa valida anche per gli altri indici: da diversi giorni i volumi giornalieri sono in calo, segno che il movimento ribassista non è alimentato da veri e propri sell-off. Oseremmo piuttosto dire che ci troviamo di fronte a prese di beneficio relativamente ordinate. In questi frangenti, fatto salvo fattori eccezionali - ma cosa c'è di più eccezionale di una guerra che fa schizzare i prezzi del petrolio alle stelle - non dovremmo assistere a dei veri e propri crolli.
Per tutti i mercati siamo inoltre in prossimità dell’ipervenduto, il che farebbe pensare che non siamo molto lontani da un possibile potenziale rimbalzo. Resta il fatto che con una guerra come quella che stiamo vivendo, fare previsioni resta inevitabilmente complicato e soprattutto le usuali "regole del gioco" per il momento sono temporaneamente sospese.
Anche per il Nasdaq (-4.89% ytd) fare previsioni in queste condizioni non è affatto facile. Per quel che può valere, segnaliamo un obiettivo tecnico a 21.615 punti: i volumi sono in calo ma l’ipervenduto non è ancora a portata di mano. Un po’ di prudenza con il tecnologico, quindi, non guasta.
Lo SMI (-3.23% ytd) si trova in piena fase di correzione e, se non dovesse fermarsi sul debole supporto dei 12.750 punti, potrebbe puntare verso 12.400. Per fortuna i volumi sono nettamente in calo e l’indice si trova già in ipervenduto… per quel che può valere.
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Chi sta approfittando della situazione è il dollaro americano. Anche contro il fortissimo franco svizzero si è rafforzato e non di poco: nel giro di un paio di settimane è passato da un preoccupante 0,7650 a 0,7911. La guerra e probabilmente anche lo zampino della BNS sembrano essere le cause principali di questo movimento.
Anche contro euro la valuta americana ha fatto un bel salto: si è adagiata su di un debole supporto (linea tratteggiata rossa) e siamo in netto ipervenduto: un rimbalzo dell'euro sarebbe in queste condizioni giustificato ma diciamo che con questa guerrra sospendiamo il nostro giudizio.
Sebbene non ne abbiamo una prova formale, siamo quasi certi che la nostra Banca Nazionale sia intervenuta più volte per evitare che l’euro si indebolisse eccessivamente fino a sfondare il supporto di 0,90. Vedremo per quanto tempo riuscirà a reggere…
Il bitcoin sta provando a ritagliarsi un ruolo da bene rifugio: apprezziamo l’impegno, ma per il momento è ancora presto per attribuirgli ufficialmente questa qualifica. Ciò non toglie che stia tentando di superare i 75.000 dollari e, se il clima geopolitico dovesse restare quello attuale, pensiamo che possa anche riuscirci. Attenzione però: una volta superata quella soglia, prima di puntare ai 92.800 dollari dovrà fare i conti con una debole ma non trascurabile resistenza attorno agli 81.500.
L’aumento non trascurabile dei rendimenti americani e il deciso rafforzamento del dollaro hanno finito per indebolire l’oro che, malgrado gli scenari di guerra tutt’altro che trascurabili, negli ultimi giorni della settimana è stato venduto in quantità significative. Non è quindi impossibile rivederlo sotto i 5.000 dollari l’oncia..
Buona domenica!
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