domenica 29 marzo 2026

La frittata è servita!


Quando si parla di frittata, il pensiero corre inevitabilmente alla più celebre di tutte: quella che il ragioniere Ugo Fantozzi — nato dalla sagace penna di Paolo Villaggio negli anni ’70 — si fa servire dalla moglie Pina mentre in televisione va in onda la partita di qualificazione ai Mondiali tra Italia e Inghilterra.

Trattasi di una frittatona alle cipolle, di cui Fantozzi va pazzo, accompagnata da una birra Peroni ghiacciata formato famiglia e consumata con l’immancabile copertina della nonna distesa sulle ginocchia.

Naturalmente non possono mancare il tifo indiavolato e il rutto libero: quest’ultimo, catartico e autentico, è simbolo di quella totale libertà di cui Fantozzi gode purtroppo soltanto tra le mura domestiche. Per la generazione di noi boomers Villaggio, con i suoi libri e i film,  è stato per molti fonte di grande divertimento e sulle frittate della Pina di tanto in tanto ci facciamo ancora una bella risata.

Oggi però parliamo metaforicamente di un'altra frittata - per nulla esilarante -  che ci viene servita da oramai quattro settimane:  è quella mediorientale che sta diventando stucchevole e decisamente indigesta, complice il prezzo del Brent ostinatamente ancorato sopra i 100 dollari al barile e che non ha alcuna intenzione di scendere! Oramai tuorlo e albume sono intimamente legati e tornare indietro non si può: possiamo solo guardare avanti e quello che vediamo non ci fa assolutamente ridere...

La settimana appena conclusa ha offerto ai mercati un classico esempio di “illusione diplomatica” rapidamente riassorbita dai fatti. L’avvio, lunedì, è stato caratterizzato da un temporaneo allentamento delle tensioni con il rinvio di alcune iniziative militari da parte degli Stati Uniti che ha alimentato aspettative di de-escalation e riportato il Brent sotto la soglia psicologica dei 100 dollari; i mercati in tarda mattinata si sono ringalluzziti ma è durato poco. Martedì gli americani recapitano all'Iran, attraverso l'intermediazione del Pakistan, una lista di 15 richieste che, se accettate, farebbero cessare le ostilità; gli iraniani controbattono con 5 richieste ben precise (per chi è interessato al contenuto delle richieste può trovare un riassunto dopo i saluti). Se ne deduce che le due parti sono agli antipodi e probabilmente la frittata a qualcuno resterà sullo stomaco... 

Infatti, già a partire da metà settimana, il quadro si è progressivamente deteriorato. Le indiscrezioni su un possibile piano negoziale non hanno trovato riscontro concreto, mentre l’Iran ha mantenuto una posizione rigida, accompagnata da segnali operativi tutt’altro che concilianti. Il risultato è stato un rapido ritorno del premio per il rischio geopolitico rispedendo il Brent stabilmente sopra i 100 dollari con punte fino ai 119 $. 

Il passaggio chiave è stato il progressivo ridimensionamento della credibilità di una tregua nel breve termine. Il mercato, che inizialmente aveva provato a prezzare uno scenario di normalizzazione, ha dovuto rapidamente ricalibrarsi su una realtà più complessa: non tanto un’escalation immediata e incontrollata, quanto piuttosto un conflitto destinato a protrarsi.

In questo contesto il vero elemento dirimente non è rappresentato dalle dichiarazioni politiche, bensì dalla funzionalità dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita una quota rilevante dell’offerta globale di greggio. Anche un’interruzione parziale o selettiva è sufficiente a sostenere livelli elevati del prezzo del petrolio rendendolo il principale indicatore sintetico del rischio macro-finanziario globale. 

Il quadro si completa con gli attacchi mirati condotti dall’Iran contro i siti di produzione nell’area del Golfo Persico i cui danni — con il passare dei giorni — si stanno rivelando ben più gravi di quanto potesse apparire a una prima superficiale lettura. Un elemento che inevitabilmente allunga, anche in modo significativo, i tempi necessari per un ritorno — se mai sarà possibile — alle condizioni precedenti al conflitto.

Per gli investitori le conseguenze sono chiare: il mercato sta progressivamente spostando il proprio focus dall’evento alla durata. Un Brent stabilmente sopra i 100 dollari introduce pressioni inflattive non trascurabili e limita i margini di manovra delle banche centrali riaprendo scenari che, per intensità e natura, richiamano dinamiche tipiche degli shock energetici del passato.

In sintesi, la settimana ha segnato il passaggio da una narrativa di possibile soluzione ad una più realistica: il rischio geopolitico non è più un fattore episodico ma una variabile strutturale con cui i mercati dovranno convivere nel prossimo futuro.



La presa di coscienza da parte dei mercati che qualche cosa non sta andando per il verso giusto è ben rappresentato dal VIX che venerdì è tornato sopra il 30...




...e pure il Fear & Greed Index è ulteriormente peggiorato passando dal 15 della scorsa settimana al 10 di venerdì sera.


Di cosa i mercati hanno paura è relativamente semplice spiegarlo:



L’economia globale continua a richiedere poco più di 106 milioni di barili di petrolio al giorno, un livello che, nonostante la crescita delle rinnovabili, rimane strutturalmente elevato. La crescente domanda energetica legata alla digitalizzazione — inclusi intelligenza artificiale e infrastrutture legate al mondo crypto — suggerisce che, almeno nel medio termine, il fabbisogno di energia tradizionale resterà significativo.

In condizioni normali, i Paesi del Golfo Persico producono circa 22–25 milioni di barili al giorno, di cui una quota prossima ai 20 milioni transita attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici globali.

Una parte rilevante di questi flussi è destinata all’Asia, con la Cina che assorbe circa un quarto del greggio in transito. Tuttavia le recenti tensioni e i danni alle infrastrutture stanno introducendo frizioni significative, sia sul lato produttivo sia su quello logistico, riducendo la disponibilità effettiva di petrolio sul mercato globale.

Più che a una scomparsa totale dei volumi, il sistema si trova oggi di fronte a una combinazione di interruzioni, rallentamenti e riallocazioni dei flussi sufficiente però a generare uno squilibrio rilevante tra domanda e offerta.

Nel breve termine le riserve strategiche di molti Paesi possono contribuire a compensare la riduzione dell’offerta ma si tratta di una soluzione necessariamente temporanea e limitata a poche settimane. Successivamente il problema potrebbe assumere dimensioni decisamente più rilevanti: una contrazione nell’ordine del 15% della produzione giornaliera rappresenterebbe infatti uno dei più gravi shock di offerta mai osservati.

A titolo di confronto, le crisi petrolifere degli anni ’70 comportarono una riduzione dell’offerta globale nell’ordine del 4–5%, mentre nel periodo 2020–2022 lo squilibrio fu determinato principalmente da un crollo della domanda — legato alla pandemia — e risultò quindi rapidamente riassorbibile con la normalizzazione dell’attività economica.



Ora la domanda più importante, ammesso e non concesso che questa guerra finirà presto, è capire quanto tempo ci vorrà per ritornare ad una certa normalità. Abbiamo chiesto a ChatGPT di stimare i danni fatti dagli attacchi iraniani ai siti di produzione (petrolio e gas) attorno all'area del Golfo Persico e quanto tempo ci vorrà per un ripristino delle estrazioni. Ecco la risposta :

1. Normalità logistica minima: settimane / pochi mesi
Se il conflitto finisse presto e Hormuz venisse riaperto davvero, Barclays vedeva una possibile normalizzazione del traffico già entro inizio aprile in uno scenario favorevole; Kuwait Petroleum dice che, anche con stop immediato delle ostilità, servirebbero comunque 3-4 mesi per riportare la produzione pienamente a regime. 

2. Normalità industriale sugli impianti: da mesi a qualche anno
Reuters parla di oltre 25 miliardi di dollari di riparazioni/restoration e aggiunge che il ripristino richiederà anni. Per gli asset meno danneggiati puoi ragionare su 3-12 mesi; per hub complessi come LNG, GTL, grandi raffinerie e sistemi integrati export-processing, la forchetta realistica è più vicina a 1-3 anni

3. Normalità di mercato e premio geopolitico: molto più lunga
Qui la vera risposta è la più scomoda: Reuters scrive che i mercati oil & gas porteranno un Middle East risk premium per anni, se non decenni. Quindi anche quando i flussi fisici torneranno, il prezzo “politico” del barile potrebbe non normalizzarsi rapidamente. 

Riassumendo:
per la produzione e export fisico: 3-12 mesi nei casi leggeri, 1-3 anni nei casi pesanti;
vera normalità di prezzo, assicurazioni, noli e risk premium: più probabilmente 3-5 anni, e in alcuni segmenti anche oltre. Questa non è una previsione certa ma un’inferenza coerente con i danni già osservati, i costi di riparazione e il fatto che la regione uscirà da questa crisi con un premio di rischio strutturalmente più alto. 

E qui la frittata prende la forma di un enorme pasticcio che facciamo ancora fatica a comprendere nella sua complessità. Ma una prima reazione la stiamo già testando da diverse settimane:



Il Brent ha già sfiorato i 120 dollari al barile, chiudendo la settimana a 112. In assenza di una rapida soluzione al conflitto e a fronte di uno shock di offerta di questa entità, non è difficile ipotizzare un movimento verso area 140–150 dollari se non oltre.

È possibile (anzi sperabile)  che tale scenario non si materializzi ma la narrativa che attualmente domina i mercati è piuttosto chiara: un rialzo così marcato del prezzo dell’energia per parecchio tempo riaccenderebbe inevitabilmente le pressioni inflattive, obbligando le banche centrali a mantenere i tassi su livelli elevati più a lungo del previsto se non addirittura costringendole ad aumentarli.


I mercati si stanno già posizionando in merito e il decennale americano è prossimo al 4.5% (4.42%) e quello tedesco ha superato il 3%. A reagire con maggior reattività sono comunque i tassi a breve che sono in effetti quelli controllati dalle banche centrali.

Il rischio è quindi quello di un rallentamento significativo dell’attività economica fino a configurare uno scenario tipicamente associato alla stagflazione.

In questo contesto diventa cruciale comprendere se — e con quali strumenti — gli Stati Uniti saranno in grado di gestire una dinamica che più che l’intensità dello shock è la sua durata a rappresentare la vera incognita per i mercati. Intanto gli americani stanno spostando migliaia di uomini verso lo scenario di guerra: serviranno pure a qualcosa! Fino a quando non sapremo cosa gli americani hanno in mente non siano tranquilli...

***


Come l'hanno presa i mercati azionari? Evidentemente non bene:


Le perdite da inizio anno iniziano ad essere consistenti ma allo stato attuale ancora recuperabili soprattutto se si trovasse una soluzione rapida al conflitto. Il Nasdaq è prossimo al -10% ytd e potrebbe segnare l’ingresso del mercato in una fase di correzione: per il momento il movimento è ancora fisiologico ma potrebbe riflettere un cambiamento nella percezione del rischio e può rappresentare l’anticamera di dinamiche più profonde qualora il quadro macro dovesse deteriorarsi ulteriormente.

Anche per questa settimana limiteremo i commenti tecnici allo stretto necessario in attesa di un ritorno a dinamiche di mercato più normali. Si raccomanda pertanto un approccio particolarmente prudente nella loro interpretazione.


Lo S&P 500 (-6,96% ytd) ha purtroppo rotto il supporto in area 6.500 punti e si sta rapidamente dirigendo verso il successivo livello, individuabile non prima dei 6.100; 4-5 punti percentuali possono ancora essere facilmente persi. La media mobile a 50 giorni sta incrociando al ribasso quella a 100 giorni, generando un segnale tecnico poco incoraggiante. Il mercato si trova ormai in territorio di ipervenduto, ma il contesto attuale suggerisce che tale condizione potrebbe protrarsi più a lungo del previsto.



Della dinamica del Nasdaq (-9.87% ytd) abbiamo già fatto cenno: il prossimo supporto si colloca in area 20.670 punti, livello la cui tenuta sarà determinante nel breve termine. Tra luglio e settembre 2025 si è sviluppata una fase di consolidamento (ovale nero) che potrebbe offrire un primo elemento di sostegno all’indice pur in un contesto che resta estremamente incerto.

 


Per quanto riguarda l’Eurostoxx 50 (-4.93% ytd) in condizioni normali il livello dei 5.500 punti rappresenterebbe un supporto convincente sul quale l’indice si è attestato in chiusura di venerdì. Resta tuttavia difficile stabilire se tale livello potrà essere confermato anche nella prossima settimana.



La volatilità della seduta di lunedì (freccia rossa)  è chiaramente visibile nel grafico dello SMI (-5.26% ytd). Nel complesso, il mercato svizzero ha evidenziato una relativa resilienza, chiudendo la settimana al di sopra dei minimi. La media mobile a 200 giorni (linea blu) si sta confermando come primo livello tecnico di supporto la cui tenuta sarà rilevante nel breve termine.


***



Le fasi di tensione geopolitica confermano ancora una volta il ruolo del dollaro come valuta rifugio. Il recente rafforzamento nei confronti del franco svizzero ha riportato il cambio in area di ipercomprato, un livello che non si osservava dalla fine del 2024.

Nel breve termine manteniamo il posizionamento, consapevoli tuttavia che un’eventuale e improvvisa de-escalation del conflitto potrebbe innescare un rapido movimento correttivo rendendo il dollaro uno dei primi candidati a prese di profitto.



Anche nei confronti dell’euro il dollaro mantiene una tendenza al rafforzamento; per il momento, tuttavia, il cambio non riesce a scendere stabilmente sotto quota 1,15. È quindi probabile una fase di movimento laterale, in linea con quanto osservato a partire da giugno 2025.


Un euro/chf ad un soffio dallo 0.92 non si vedeva da metà gennaio e questo farà sicuramente la felicità della BNS e di molti esportatori svizzeri. Rientrare nel canale trasversale delimitato dallo 0.9216 e dallo 0.9422 non sembra più una chimera...


Buona domenica (ricordatevi dell'ora legale!)


👉 la lista completa dei “15 punti USA” non è stata resa pubblica integralmente.
Quello che circola sui media è una ricostruzione per blocchi tematici, mentre le 5 richieste iraniane sono invece abbastanza chiare e confermate.

Faccio una sintesi strutturata e pulita.


🇺🇸 Le richieste degli Stati Uniti (ricostruzione dei 15 punti)

Le fonti concordano sui pilastri principali del piano (più che sui singoli 15 punti uno per uno):

1. Nucleare (cuore della proposta)

  • Smantellamento completo delle capacità nucleari
  • Distruzione/chiusura dei siti principali (Natanz, Fordow, Isfahan) 
  • Stop totale all’arricchimento dell’uranio 
  • Impegno a non sviluppare mai armi nucleari

2. Controllo internazionale

  • Supervisione dell’IAEA (Agenzia internazionale energia atomica)
  • Possibile trasferimento del materiale nucleare all’esterno 

3. Missili e sicurezza

  • Stop allo sviluppo di missili balistici 

4. Influenza regionale

  • Riduzione/cessazione del supporto ai gruppi alleati (Hezbollah, ecc.) 

5. Energia e logistica globale

  • Riapertura completa dello Stretto di Hormuz 

6. Cessate il fuoco

  • Tregua iniziale (circa 1 mese) per negoziare 

7. Contropartite USA

In cambio:

  • Revoca delle sanzioni nucleari
  • Supporto al nucleare civile iraniano
  • Normalizzazione progressiva dei rapporti 

👉 In sintesi:
disarmo strategico completo dell’Iran in cambio di reintegrazione economica.


🇮🇷 Le 5 richieste dell’Iran (più definite)

Queste sono molto più chiare e convergenti tra le fonti:

1. Stop immediato agli attacchi

  • Fine dei bombardamenti e degli “assassinii mirati” 

2. Garanzie di sicurezza

  • Impegni concreti che la guerra non riprenda 

3. Fine dei conflitti su tutti i fronti

  • Stop alle operazioni contro alleati iraniani (Hezbollah, ecc.) 

4. Risarcimenti

  • Pagamento dei danni di guerra 

5. Sovranità su Hormuz

  • Riconoscimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz 

👉 In alcune versioni si aggiungono richieste implicite:

  • fine delle sanzioni totali
  • mantenimento del programma missilistico
  • riduzione della presenza militare USA nel Golfo 

⚖️ Lettura strategica (importante)

Il motivo per cui i mercati sono nervosi — e il Brent resta alto — è evidente:

  • 🇺🇸 chiedono disarmo strutturale
  • 🇮🇷 chiedono sicurezza + compensazioni + sovranità

👉 Tradotto in linguaggio finanziario:

  • gli USA vogliono ridurre il rischio geopolitico a lungo termine
  • l’Iran vuole prezzo immediato + garanzie politiche

📌 Gap negoziale enorme → bassa probabilità di accordo rapido



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