domenica 10 maggio 2026

Borse trainate dagli utili

Dopo due settimane di silenzio, torniamo ad osservare il quadro geopolitico e finanziario che,  pur restando complesso, appare oggi meno dominato dalla tensione immediata rispetto a quanto temuto nelle fasi più acute dello scontro tra Stati Uniti e Iran. L’ultima volta che scrivevamo, Washington e Teheran si trovavano in una fragile fase di cessate il fuoco caratterizzata da continui momenti di tensione alternati a segnali di contenimento. Una tregua imperfetta ma che — tra alti e bassi — ha finora retto.




Infatti gli Stati Uniti hanno oggi un interesse strategico prioritario nel chiudere questa vicenda nel modo più rapido ed elegante possibile. I mercati sembrano convinti - ma ovviamente non ve n’è certezza -  che una soluzione in tempi relativamente brevi può essere trovata e il ridimensionamento delle quotazioni del petrolio, che questa settimana sono andate anche sotto i 100 $ al barile, potrebbe essere il segnale che gli operatori stanno progressivamente prezzando una normalizzazione dello scenario mediorientale.


Del resto, sul piano politico interno americano, un conflitto protratto sine die ed il perdurare di una gestione della contesa da parte di Trump e del suo staff, che persino la base MAGA percepisce come inefficace e caotica,  rappresenterebbero un rischio reputazionale ed economico non trascurabile. Infatti, come ha sottolineato il Corriere della Sera di venerdì 8 maggio, "la guerra all'Iran non ha dato la spallata al regime. Senza contare che considerando Hormuz, il Golfo Persico spezzato,  le crepe transatlantiche e le filiere da ricostruire il prezzo del conflitto è già altissimo". 


In vista delle prossime Midterm Elections, uscire da questa crisi con un’immagine di debolezza o con costi economici eccessivamente elevati non sarebbe certamente lo scenario auspicato dalla Casa Bianca. Per questo motivo la sensazione crescente è che Washington stia cercando una via d’uscita che consenta di preservare credibilità internazionale, stabilità energetica e consenso domestico evitando al contempo un’escalation che i mercati, almeno per ora, sembrano considerare come poco probabile. 







Purtroppo, mentre stiamo scrivendo (venerdì in serata), ci giungono notizie di attacchi americani a due petroliere vuote che hanno mandano su tutte le furie i vertici iraniani che considerano l’assalto “una mossa militare sconsiderata”. La situazione rimane quindi molto fluida e consigliamo di consultare con una certa frequenza i siti d'informazione online per restare aggiornati in real time. Noi ci fermiamo qui.


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Se osserviamo da vicino le performance dei principali mercati azionari mondiali, una cosa salta subito all'occhio: la notevole divergenza percentuale da inizio anno tra mercati americani ed europei che riflette la diversa dinamica degli utili societari che è il principale responsabile di questo importante spread tra USA ed Europa. Infatti gli Stati Uniti beneficiano di una maggiore esposizione ai settori tecnologici e all’intelligenza artificiale, di una crescita economica più robusta e di margini aziendali superiori. L’Europa, più esposta a settori ciclici e industriali, continua invece a soffrire di una crescita economica debole e di una minore capacità di generare degli utili. Sono settimane che insistiamo sul fatto che, nel medio periodo, la dinamica degli utili resta il principale driver delle performance azionarie.


Infatti:



Quasi tutte le società dello S&P 500 (443 su 499) hanno ormai pubblicato i risultati trimestrali e ciò che colpisce immediatamente è la forte divergenza tra l’andamento delle vendite e quello degli utili.

Sul fronte dei ricavi le sorprese positive non sono mancate, ma nel complesso restano in linea con quanto osservato negli ultimi trimestri. Ben diversa, invece, è la situazione degli utili: in molti casi gli scostamenti rispetto alle attese sono stati a dir poco straordinari. Mediamente gli EPS hanno superato le stime del 17.8%, un dato talmente elevato da rendere difficile ricordare un precedente recente di pari entità.

Era lecito attendersi risultati particolarmente solidi dal settore tecnologico, che infatti ha confermato e superato le elevate aspettative (+10.54%) , ma ciò che sorprende maggiormente è la forza emersa anche in altri comparti. In particolare, le società legate ai materiali, all’energia — comprensibilmente sostenute dall’attuale contesto geopolitico —  ai consumi discrezionali (segnale di un consumatore americano ancora estremamente dinamico) e alle comunicazioni dove l’intelligenza artificiale sta iniziando a tradursi in un impatto concreto e significativo sulla crescita degli utili.

Tuttavia riteniamo opportuno, soprattutto sulla scorta di risultati societari tanto brillanti,  mantenere un approccio prudente nei confronti delle borse americane: le valutazioni hanno ormai raggiunto livelli molto elevati (avete visto i P/E ) e incorporano aspettative di crescita degli utili estremamente ambiziose.


 In un contesto simile basta un modesto rallentamento della crescita economica, una frenata degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, una compressione dei margini oppure un ritorno di tensioni inflazionistiche con conseguente aumento dei tassi d’interesse per innescare revisioni al ribasso degli utili attesi. Il vero rischio per Wall Street non è tanto l’attuale livello degli utili, quanto l’eventualità che il mercato inizi a dubitare della sostenibilità della loro crescita futura.





Da non dimenticare che il modello della CNN "Fear & Greed Index" ci sta da diverse settimane mettendo sull'attenti: il mercato americano è stabilmente posizionato sul preoccupante livello di "Avidità" (greed) e la qualcosa ci dovrebbe suggerire prudenza... 


Anche dal ciclo economico made in USA stanno arrivando segnali che non dobbiamo sottovalutare. 


A tal proposito abbiamo sviluppato, grazie ad un utilizzo mirato e strutturato dell’Intelligenza Artificiale e allo splendido lavoro dei nostri giovani colleghi, un modello proprietario pensato per interpretare e contestualizzare l’enorme quantità di dati macroeconomici pubblicati ogni settimana negli Stati Uniti. L’economia americana produce un flusso continuo di indicatori — spesso complessi e talvolta persino contraddittori — che rendono sempre più difficile distinguere i semplici rumori di mercato dai veri segnali anticipatori del ciclo economico.


Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di trasformare questa “montagna” di informazioni in una lettura coerente e comprensibile dello stato reale dell’economia, così da individuare con maggiore precisione la fase del ciclo in cui ci troviamo e, soprattutto, gli elementi ai quali gli investitori dovrebbero prestare particolare attenzione nei prossimi mesi.

Portiamo quindi alla vostra attenzione un primo indicatore, dove siamo a livello di ciclo economico, che riteniamo particolarmente utile per comprendere la direzione dell’economia americana e valutare i potenziali rischi — ma anche le opportunità — che potrebbero riflettersi sui mercati finanziari. In uno dei prossimi Appunti approfondiremo cosa stiamo facendo in ambito AI.


Ma veniamo a noi: il nostro modello continua a descrivere un’economia americana entrata in una fase di “overheat” (surriscaldamento) , ossia ancora caratterizzata da una crescita superiore al potenziale ma con un elemento qualitativo particolarmente delicato: la natura sempre più “appiccicosa” dell’inflazione.

La pressione sui prezzi, infatti, non sembra più alimentata esclusivamente dalla forza della domanda interna, bensì da fattori più strutturali e difficilmente controllabili dalle banche centrali, come le tensioni geopolitiche successive alla crisi iraniana, le distorsioni sulle catene di approvvigionamento e il ritorno di dinamiche protezionistiche e tariffarie. Si tratta di componenti inflazionistiche che tendono storicamente ad essere più persistenti e meno sensibili alla semplice leva dei tassi d’interesse.

Parallelamente, l’economia americana continua a mostrare una sorprendente resilienza, sostenuta soprattutto dalla straordinaria tenuta degli utili societari. La crescita stimata dal modello GDPNow rimane robusta, gli investimenti aziendali continuano ad espandersi a ritmi sostenuti e la stagione delle trimestrali ha nuovamente evidenziato una capacità diffusa delle aziende americane di superare le aspettative del mercato.

È proprio questo “earnings momentum” a rappresentare oggi il principale pilastro dell’economia statunitense. In sua assenza, diversi indicatori macroeconomici — tra cui il calo della Capacity Utilization e il deterioramento della fiducia dei consumatori — sarebbero già coerenti con uno scenario di rallentamento più marcato.

Per questo motivo riteniamo che il rischio principale nei prossimi trimestri non sia tanto una classica recessione, quanto piuttosto una progressiva deriva verso uno scenario di stagflazione: una fase cioè caratterizzata da crescita economica debole accompagnata da un’inflazione persistentemente elevata.

In un contesto di valutazioni azionarie molto tese, basterebbe infatti un singolo trimestre di delusioni diffuse sugli utili, oppure un rallentamento degli investimenti aziendali, per indebolire rapidamente il motore della crescita americana lasciando però ancora attive le pressioni inflazionistiche.

Non a caso il nostro modello segnala un aumento significativo della probabilità di transizione verso uno scenario stagflattivo nei prossimi tre mesi, salita dal 16.3% al 26.2%: un movimento che merita attenzione e che potrebbe rappresentare uno dei temi macro-finanziari più rilevanti della seconda parte dell’anno.

Riassumiamo per  immagini (clicca sull'immagine per una miglior visione):




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Il ciclo composito di Ned Davis ci suggerisce che, pur in presenza di un contesto ancora sostenuto dalla resilienza degli utili societari, i prossimi mesi potrebbero essere caratterizzati da una crescente fragilità macro-finanziaria, con un aumento della volatilità coerente con i rischi di rallentamento e di una possibile progressiva deriva stagflattiva dell’economia americana.

Dobbiamo quindi continuare a monitorare con attenzione:
  • la tenuta degli utili (per il momento eccellente ma devono essere riconfermati anche il prossimo trimestre);
  • le guidance aziendali (nel detto e nel non detto dei CEO e CFO si annidano i pericoli...);
  • il mercato del lavoro ( per il momento sembra tenere:

  • inflazione core USA  (prossima pubblicazione: 12 maggio, attesa dal 2.6% al 2.7% mentre quella standard dal 3.3% è attesa al 3.8%);
  • investimenti corporate (un grosso punto di domanda: non staranno esagerando? Solo per l'AI siamo vicini al trilione di dollari all'anno...).

Restiamo quindi vigili: se l’“earnings momentum” dovesse interrrompersi mentre l’inflazione resta alta, il tratto estivo/autunnale del composite potrebbe diventare molto più violento del previsto.



Nel frattempo ci godiamo i nuovi massimi storici dello S&P 500 (+8.08% ytd), che hanno spinto l’indice fino all’area dei 7’400 punti, superando già oggi quello che, fino a poche settimane fa, rappresentava il target di fine anno indicato da Ned Davis Research.

Anche JP Morgan, tradizionalmente più prudente nelle proprie proiezioni, ha recentemente rivisto al rialzo il proprio obiettivo portandolo a 7’600 punti, mentre sul breve periodo continuiamo a intravedere un target puramente tecnico in area 7’500.

Il trend di medio periodo resta saldamente impostato al rialzo, sostenuto dalla resilienza degli utili societari e da una liquidità che continua a favorire gli asset rischiosi. È tuttavia inutile nascondere che il mercato si trova ormai da oltre un mese in una condizione di marcato ipercomprato: una fase correttiva o quantomeno di consolidamento non sarebbe quindi affatto sorprendente, anche all’interno di un quadro strutturalmente ancora costruttivo.



Il Nasdaq (+12.93% ytd) continua a muoversi all’interno di un solido canale rialzista di medio periodo e il recente breakout sopra i 24’000 punti conferma la forza del trend. Le scorse settimane avevamo indicato un target tecnico attorno ai 26'000 punti che in effetti è stato rapidamente raggiunto. Ora, nel breve termine, l’elevato livello di ipercomprato e l’accelerazione quasi parabolica del movimento aumentano il rischio di una fase di consolidamento o di correzione tecnica, pur senza compromettere l’impostazione rialzista di fondo. Inizieremo a preoccuparci seriamente se la correzione dovesse portarte il Nasdaq ad evolvere sotto i 24'000 punti. Aspettiamo con ansia che Nvidia pubblichi i suoi dati (20 maggio).



L’EuroStoxx50 (+2.07% ytd)  continua a muoversi all’interno di un trend rialzista di medio periodo ma, a differenza dei listini americani, mostra segnali di crescente affaticamento. L’area dei 6’100 punti sta assumendo le caratteristiche di una potenziale resistenza strategica e la formazione di un possibile doppio massimo (semilune rosse)  merita attenzione: una violazione confermata dei 5’800 punti potrebbe infatti aprire spazio a una fase correttiva più ampia verso l’area 5’500.


Lo SMI (-1.26% ytd) continua a muoversi all’interno di una fase di consolidamento laterale compresa tra 12’900 e 13’250 punti. Il trend di fondo resta costruttivo ma il mercato appare in una fase di equilibrio temporaneo dopo il forte recupero degli ultimi trimestri. La compressione della volatilità suggerisce che il listino svizzero potrebbe prepararsi a un movimento direzionale più ampio nei prossimi mesi: sopra 13’250 tornerebbe a rafforzarsi il quadro rialzista, mentre una rottura dei 12’900 aumenterebbe il rischio di una correzione verso l’area 12’400.

In ottica intermarket, lo SMI continua inoltre a trasmettere un messaggio molto diverso rispetto ai listini americani ed europei: non mostra né l’euforia speculativa che caratterizza il Nasdaq né i segnali di fragilità tecnica che iniziano ad emergere su alcune piazze europee. La forte componente difensiva del mercato svizzero — farmaceutici, beni di consumo di qualità e flussi rifugio legati al franco svizzero — sembra mantenere gli investitori in una posizione di prudente attesa. È quasi un mercato che osserva e aspetta: aspetta di capire se l’attuale resilienza dell’economia globale sarà sostenibile, quale direzione prenderanno i tassi d’interesse e se il contesto geopolitico resterà sotto controllo. Finché questi interrogativi rimarranno aperti, è probabile che lo SMI continui a oscillare in un ampio movimento laterale, confermando il suo tradizionale ruolo di listino relativamente difensivo e meno impulsivo rispetto agli altri grandi mercati internazionali. Ciò non toglie che, come potete immaginare, siamo piuttosto delusi dall'andamento del nostro indice a domistrazione del fatto che lavorare con il nostro mercato, sia azionario che obbligazionario, è complicato...



Il Bitcoin sembra aver costruito una base tecnica importante attorno ai 75’000 dollari, livello dal quale sono riemersi acquisti significativi dopo la forte fase correttiva dei mesi scorsi. Il recupero in corso sta ora riportando le quotazioni verso la delicata area degli 81’500 dollari, vero spartiacque tecnico di breve periodo: un superamento convincente potrebbe riaprire spazio verso gli 92’800 dollari e successivamente verso i massimi storici, confermando il ritorno di momentum sul comparto crypto.


Buona domenica (auguri a tutte le mamme!)


Se avete ancora un po’ di voglia di leggere, vi proponiamo quanto catturato dal nostro agente (fa parte del progetto che stiamo sviluppando...) che abbiamo “sguinzagliato” alla ricerca di dati, segnali e informazioni potenzialmente rilevanti per comprendere meglio l’evoluzione dello scenario economico e tecnologico globale.

Particolarmente interessante ci è sembrato quanto emerso dai dati pubblicati da Cloudflare: non soltanto per la qualità dei numeri — che già di per sé meritano attenzione — ma soprattutto per le considerazioni formulate dal suo CEO che offrono uno spaccato estremamente concreto di ciò che sta accadendo dietro le quinte dell’economia digitale.

La sensazione è che siamo ancora soltanto nelle primissime fasi di una trasformazione molto più profonda di quanto il mercato stesso riesca oggi a prezzare. L’intelligenza artificiale non rappresenta più soltanto un tema narrativo o speculativo: sta rapidamente diventando un’infrastruttura operativa destinata a modificare processi decisionali, modelli organizzativi, produttività e dinamiche competitive all’interno di praticamente tutte le grandi aziende mondiali.

E probabilmente ciò che oggi vediamo nei dati trimestrali è soltanto una prima, ancora parziale, manifestazione di un cambiamento che nei prossimi anni potrebbe ridefinire interi settori economici.

STATI UNITI — TECH & INFRASTRUTTURA AI

Cloudflare ha pubblicato i dati:


Snapshot. Chiusura $137 ca., -18% / -24% sui due giorni post-annuncio, volumi quasi 5x la media trentina. Catalizzatore: ristrutturazione "AI-first" e prima ondata di licenziamenti di massa nei 16 anni di vita del gruppo.

Notizia. Cloudflare ha annunciato il taglio di 1.100 dipendenti, pari a circa il 20% della forza lavoro globale (5.165 persone), nell'ambito di una riorganizzazione descritta dal CEO Matthew Prince come transizione a un "agentic AI-first operating model". Il management ha sottolineato che i tagli "non sono basati sulla performance individuale né su pressioni finanziarie di breve", ma sull'evidenza che l'uso interno di AI è cresciuto del 600% negli ultimi tre mesi e ha reso ridondanti intere funzioni. Pacchetto severance generoso: salario base fino a fine 2026, copertura sanitaria USA fino a dicembre, vesting equity prorogato al 15 agosto e waiver del cliff di un anno per i nuovi assunti. La notizia arriva in concomitanza con la trimestrale Q1: ricavi +25% YoY a livello record, beat sulle stime di consensus.

Impatto sul business. È la prima ammissione esplicita da parte di un hyperscaler/edge-CDN che l'AI sta rendendo obsoleti ruoli interni in tempo reale, non in prospettiva. Sul medio termine il driver di margine è doppio: minor cost base (impatto stimato ~$200M annui sulle compensation expense) e accelerazione delle linee di prodotto AI (Workers AI, AI Gateway, agent runtime). Il rischio è di esecuzione: comunicare un "AI-first" mentre la concorrenza (Akamai, Fastly, ma anche AWS CloudFront e Cloudflare's own customers che internalizzano) preme sul pricing.

Reazione del mercato. NET ha perso il -18% nella seduta di venerdì dopo aver già scaricato circa il -7% in after-hours del giovedì, per un cumulato a due giorni vicino al -24%. La reazione è stata nettamente più severa dei peer: Akamai -1.2%, Fastly +0.8%, mentre il Nasdaq Composite chiudeva +1.71%. Il mercato ha letto il taglio non come efficienza, ma come ammissione di ritardo strategico sull'AI rispetto agli hyperscaler.

Contesto. Cloudflare era arrivata al venerdì a +35% YTD, in scia al rally del software AI. Il drawdown brusco riporta il titolo sui livelli di inizio aprile e ricalibra la narrativa: da "AI beneficiary" a "company catching up". È la seconda volta in dodici mesi che un'azienda mid-cap tech subisce un de-rating di doppia cifra sul tema "non abbastanza AI".