Quelli che state per leggere sono gli ultimi Appunti del 2025; seguirà poi una breve pausa di un paio di settimane per ricaricare le batterie. Quando torneremo, saremo già nel 2026 e cercheremo di affrontare il nuovo anno con la stessa costanza di sempre, nel tentativo – speriamo riuscito – di condividere con voi il nostro modo di leggere i mercati e di trasmettervi la passione per una materia che, non di rado, risulta ostica e poco accattivante.
Se riusciamo a mantenere lo sguardo ben puntato in avanti è soprattutto grazie a voi lettori: le vostre osservazioni e i vostri messaggi ci stimolano, ci incoraggiano e ci motivano – non poco – a continuare su questa strada.
Grazie di cuore!
Ma veniamo ai mercati. È stata una settimana interessante e venerdì si è verificata la scadenza congiunta di opzioni e futures su azioni e indici – le cosiddette quattro streghe – che ha generato un aumento della volatilità (meno del previsto a dir la verità) ed ha gonfiato i volumi. Nel complesso l’impatto sulle quotazioni è stato contenuto.
I cinque giorni di borsa si sono conclusi con i mercati azionari europei in rialzo, mediamente intorno all’1.5%, mentre quelli americani hanno beneficiato di una salutare fase di consolidamento.
Ci sono stati due eventi che hanno attirato la nostra attenzione: 1) diverse Banche Centrali si sono riunite; 2) alcuni dati macroeconomici di fresca pubblicazione sono per lo meno sorprendenti, anche troppo...
Iniziamo dalle 3 Banche Centrali che si sono riunite questa settimana. Giovedì è stato il turno di BCE e BOE:
- La BCE ha lasciato i tassi invariati. Non vede la necessità immediata di abbassarli ulteriormente dal momento che l'inflazione "è sulla buona strada per stabilizzarsi, nel medio periodo, attorno al 2%." Dovesse l'inflazione ripartire (per il momento non crediamo) Lagarde è pronta a reagire rincarando il costo del denaro. Come vedremo dopo, questo scenario non sta favorendo più di tanto il settore obbligazionario. Anzi, proprio non lo stimola.
- La Bank of England invece è stata costretta, comunque con una maggioranza risicata (5-4), a diminuire il costo del denaro di un quarto di punto: l'inflazione è in discesa, l'economia è debole e sta dando segnali di stagnazione; i consumi sono sotto pressione e questo per la crescita del PIL è letale.
- E' stata nuovamente costretta ad aumentare il costo del denaro di un quarto di punto in quanto l'inflazione del Sol Levante è da (troppo) tempo sopra il 2% quale conseguenza di una politica salariale in costante rialzo. Il tasso di riferimento è stato portato dallo 0.50% allo 0.75% perseguendo un approccio di normalizzazione della politica monetaria dopo decenni di tassi praticamente a zero. Per intenderci, l'ultima volta che i Giapponesi hanno visto i tassi allo 0.75% era il 1995: in quel periodo, oltre allo yen, in circolazione c'erano la Lira italiana, il Marco tedesco e il Franco francese; internet era agli albori e nessuno di noi riusciva ancora a visualizzare quanto avrebbe stravolto la nostra vita; le Torri Gemelle erano al loro posto e Lehman Brothers era ancora una banca di grande prestigio... Come avevamo anticipato negli Appunti della scorsa settimana, un aumento dei tassi avrebbe potuto generare la chiusura di qualche carry trade legato alla valuta giapponese. Ma, per fortuna, non è stato il caso e dopo l'aumento del costo del denaro lo yen ha comunque continuato ad indebolirsi contro le principali valute segno che la mossa della BOJ era ampiamente scontata. Malgrado l'irrigidimento della politica monetaria i tassi reali restano negativi e per il momento si continua a vendere speculativamente yen. Terremo durante tutto il 2026 la BOJ sotto stretto controllo: l'estate del 2024 è ancora ben presente nella nostra memoria...
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- Negli Stati Uniti sono stati pubblicati alcuni dati macroeconomici secondo il consueto calendario che è stato recentemente ripristinato. In particolare, ci siamo soffermati su due indicatori che abbiamo analizzato con maggiore attenzione:
- Disoccupazione USA novembre: 4.6% (atteso: 4.5%; precedente: 4.4%) I senza lavoro made in USA sono leggermente più numerosi delle aspettative. Da un po' di tempo a questa parte, senza comunque destare per il momento troppa preoccupazione, i numeri dei disoccupati stanno aumentando. Alla FED non sarà sicuramente sfuggito...
- CPI yoy Novembre: 2.7% (atteso: 3.1% ; precedente: 3%). Core CPI novembre 2.6% (atteso: 3%; precedente: 3%). In sintesi – e questa è senza dubbio una sorpresa – l’inflazione statunitense appare in marcata diminuzione, forse addirittura più di quanto ci si potesse attendere. Proprio per questo non sono pochi gli economisti che invitano alla cautela e sollevano interrogativi sulla qualità dei dati raccolti.
Dopo l’interruzione legata al lunghissimo lockdown, il ripristino del processo di raccolta statistica si sta rivelando più complesso del previsto. Numerosi analisti e statistici hanno infatti evidenziato come l’affidabilità delle rilevazioni attuali non sia ancora allineata agli standard abituali; sarà necessario ulteriore tempo prima di tornare a una piena normalità.
Per questo motivo, prima di “cantare vittoria” sul fronte dell’inflazione, preferiamo attendere ancora qualche mese di dati coerentemente in calo. Solo allora, se il trend verrà confermato, potremo dirci davvero soddisfatti.
In realtà le probabilità di vedere un taglio ai tassi il 28 di gennaio sono per il momento solo del 20% ed il sospetto che il calo dell'inflazione sia dovuto alla scarsa qualità dei dati ha raffreddato giustamente le aspettative per un altro taglio.
L'indice total return delle obbligazioni in euro elaborato da Bloomberg segnala da inizio anno un modesto +0.90%. E' anche uno dei motivi che spiega come mai molti investitori si sono rivolti al mercato azionario che in molti casi, solo di dividendo, paga cifre ben al di sopra del 3%.
Come ripetiamo da tempo, uno dei pilastri del nostro metodo di lavoro consiste nell’individuare e monitorare con continuità i trend, in particolare quelli dei mercati azionari, che – come vedrete – restano tuttora ampiamente positivi. Salvo eventi eccezionali, non riteniamo probabile che nei giorni che precedono le festività natalizie e di fine anno si verifichino movimenti particolarmente destabilizzanti.
Storicamente, anche le prime sedute di borsa del nuovo anno tendono a essere costruttive. Naturalmente, confidiamo di non essere smentiti.
Visto un po' più nel dettaglio in effetti lo S&P500 (+16.20% ytd) sembra proprio voler seguire la freccia nera. Superare il suo record storico (6'935) non sembra in grado di poterlo fare; se rimane sopra i 6'700 punti siamo comunque soddisfatti.
Anche il Nasdaq (20.70% ytd) questa settimana ha praticamente marciato sul posto. Nulla di grave per il momento. Rimane infatti ben all'interno del canale rialzista. L'RSI in posizione neutra ci tranquillizza.
Bene anche l’Eurostoxx 50 (+17,65% YTD) che nel corso della settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale. Per agevolare la lettura abbiamo tracciato il canale ascendente all’interno del quale si sta muovendo l’indice europeo: l’impostazione tecnica è solida e, allo stato attuale, non individuiamo elementi in grado di determinarne un’inversione di tendenza.
Non fraintendeteci: un cambio di direzione può avvenire rapidamente e in qualsiasi momento; ne siamo pienamente consapevoli. Proprio per questo manteniamo un approccio vigile e disciplinato. È evidente che uscire esattamente sui massimi di mercato è un evento raro nell’arco di una vita da investitore; tuttavia, saper intercettare per tempo un’inversione di trend consente comunque di limitare in modo significativo le perdite.
Per lo SMI (+13,54% YTD) è stata una settimana particolarmente brillante: l’indice ha messo a segno ulteriori due punti e mezzo percentuali, entrando però in area di ipercomprato. Siamo inoltre molto vicini ai massimi storici e, di conseguenza, la probabilità di assistere a qualche fisiologico storno nel breve periodo appare piuttosto elevata.
Ciò non toglie che lo scatto finale sia stato per noi decisamente impressionante. Restano peraltro diversi titoli – tra cui Sika, Straumann, Partners Group e altri – che devono ancora recuperare terreno in modo significativo. In ogni caso, godiamoci i movimenti tipici di fine anno.
Malgrado allo stato attuale di ulteriori tagli ai tassi americani non se ne vedono all'orizzonte, la valuta americana rimane debole sia contro franco...
"La debolezza del dollaro, nonostante le basse probabilità di un taglio dei tassi a gennaio 2026, si spiega con una combinazione di fattori macro, finanziari e di posizionamento che vanno oltre il semplice livello dei Fed Funds.
Di seguito i principali elementi in gioco.
1. Il mercato guarda al differenziale futuro, non al livello attuale dei tassi
Il dollaro tende a reagire più alle variazioni attese del differenziale dei tassi reali che al livello assoluto dei tassi nominali. Anche se un taglio a gennaio 2026 è poco probabile, il mercato sta già prezzando:
la fine del ciclo restrittivo della Federal Reserve
una graduale convergenza dei tassi USA verso quelli delle altre economie sviluppate nel corso del 2026
In altre parole, il “peak hawkishness” è alle spalle: questo è tipicamente negativo per il biglietto verde.
2. Rientro del premio per il rischio USA
Negli ultimi anni il dollaro ha beneficiato di un forte “risk premium” legato a:
crescita superiore degli Stati Uniti
leadership tecnologica
ruolo di bene rifugio
Con mercati azionari globali forti e volatilità compressa, questo premio tende a ridursi, favorendo una rotazione verso altre valute cicliche e verso l’euro.
3. Dinamica dei tassi reali
Anche senza tagli nominali imminenti, il rallentamento dell’inflazione core implica una stabilizzazione — o lieve compressione — dei tassi reali prospettici USA. Se i tassi reali smettono di salire, il supporto strutturale al dollaro viene meno.
4. Fattori fiscali e flussi di capitale
Il deterioramento del quadro fiscale statunitense (deficit elevato e forte emissione di Treasury) aumenta l’offerta di dollari sui mercati internazionali. Questo elemento, nel medio periodo, tende a:
ridurre l’attrattività marginale degli asset denominati in USD
esercitare pressione sulla valuta, soprattutto in assenza di shock avversi
5. Posizionamento e dinamiche tecniche
Il dollaro arrivava da un posizionamento storicamente molto lungo. In questi contesti, basta un cambiamento marginale delle aspettative (non necessariamente un taglio imminente) per innescare prese di profitto e movimenti correttivi anche significativi.
In sintesi
La debolezza del dollaro non è una contraddizione rispetto a tassi ancora elevati, ma il riflesso di un mercato che:
guarda già oltre il picco dei Fed Funds
sconta una normalizzazione futura
riduce il premio per il rischio USA in un contesto di “risk-on”
Finché non riemergeranno shock macro, inflazionistici o geopolitici rilevanti, il dollaro può restare strutturalmente sotto pressione anche senza tagli imminenti dei tassi."
Difficile aggiungere ancora qualche cosa...
L'euro contro il franco svizzero quest'anno ha decisamente interrotto il suo trend discendente ed ha iniziato ad evolvere lateralmente tanto che chiuderà l'anno allo stesso livello di come l'ha iniziato probabilmente con grande soddisfazione della nostra Banca Nazionale che per il momento può lasciare i tassi a zero senza dover essere costretta ad introdurre quelli negativi.
Nel corso del 2025 i rendimenti dell’area euro hanno iniziato a salire in modo progressivo e costante: la linea blu indica il livello dei rendimenti tedeschi a inizio anno, mentre la linea nera rappresenta la situazione attuale. Guardando al 2026, riteniamo che questa dinamica possa proseguire e che, di conseguenza, continui anche il movimento laterale del cambio contro il franco svizzero.
Naturalmente non si tratta di uno scenario da dare per scontato. È sufficiente un evento geopolitico o finanziario in grado di innescare una fase di risk off per spingere gli investitori a ridurre l’esposizione al rischio e a rifugiarsi in asset considerati più sicuri. Sotto questo profilo il franco svizzero resta senza dubbio uno dei principali beni rifugio.
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Chiudiamo l’anno con uno sguardo al bitcoin, che da diverse settimane tenta senza successo di superare l’area di resistenza compresa tra 92'000 e 93'000 dollari. Nulla di particolarmente preoccupante: è sufficiente osservare il grafico per notare come, dopo fasi di prese di profitto significative, il bitcoin sia storicamente abituato a consolidare i livelli raggiunti, “marciando sul posto” anche per periodi piuttosto prolungati, prima di riprendere improvvisamente il movimento rialzista.
Due precisazioni sono tuttavia doverose. In primo luogo, non si può escludere che durante questa fase di consolidamento i prezzi possano tornare a testare il supporto in area 75'000 dollari. In secondo luogo, per chi intendesse esporsi, riteniamo preferibile attendere una chiara evidenza di rottura della resistenza, idealmente con un superamento confermato dei 92'000 dollari, ossia in area 93'500–94'000 dollari.
Buone Feste e arrivederci nel 2026!!