domenica 21 dicembre 2025

Rally di fine anno: più sì che no

Quelli che state per leggere sono gli ultimi Appunti del 2025; seguirà poi una breve pausa di un paio di settimane per ricaricare le batterie. Quando torneremo, saremo già nel 2026 e cercheremo di affrontare il nuovo anno con la stessa costanza di sempre, nel tentativo – speriamo riuscito – di condividere con voi il nostro modo di leggere i mercati e di trasmettervi la passione per una materia che, non di rado, risulta ostica e poco accattivante.

Se riusciamo a mantenere lo sguardo ben puntato in avanti è  soprattutto grazie a voi lettori: le vostre osservazioni e i vostri messaggi ci stimolano, ci incoraggiano e ci motivano –  non poco – a continuare su questa strada.

Grazie di cuore!

Ma veniamo ai mercati. È stata una settimana interessante e venerdì si è verificata la scadenza congiunta di opzioni e futures su azioni e indici – le cosiddette quattro streghe – che ha generato un aumento della volatilità (meno del previsto a dir la verità)  ed ha gonfiato i volumi. Nel complesso l’impatto sulle quotazioni è stato contenuto.

I cinque giorni di borsa si sono conclusi con i mercati azionari europei in rialzo, mediamente intorno all’1.5%, mentre quelli americani hanno beneficiato di una salutare fase di consolidamento.

Ci sono stati due eventi che hanno attirato la nostra attenzione: 1) diverse Banche Centrali si sono riunite; 2) alcuni dati macroeconomici di fresca pubblicazione sono per lo meno sorprendenti, anche troppo...


Iniziamo dalle 3 Banche Centrali che si sono riunite questa settimana. Giovedì è stato il turno di BCE e BOE:

  • La BCE ha lasciato i tassi invariati. Non vede la necessità immediata di abbassarli ulteriormente dal momento che l'inflazione "è sulla buona strada per stabilizzarsi, nel medio periodo, attorno al 2%."  Dovesse l'inflazione ripartire (per il momento non crediamo) Lagarde è pronta a reagire rincarando il costo del denaro. Come vedremo dopo, questo scenario non sta favorendo più di tanto il settore obbligazionario. Anzi, proprio non lo stimola.
  • La Bank of England invece è stata costretta, comunque con una maggioranza risicata (5-4),  a diminuire il costo del denaro di un quarto di punto: l'inflazione è in discesa, l'economia è debole e sta dando segnali di stagnazione; i consumi sono sotto pressione e questo per la crescita del PIL è letale. 
Venerdì invece è stato il turno, attesissimo, della Banca del Giappone (BOJ)

  • E' stata nuovamente costretta ad aumentare il costo del denaro di un quarto di punto in quanto l'inflazione del Sol Levante è da (troppo) tempo sopra il 2% quale conseguenza di una politica salariale in costante rialzo. Il tasso di riferimento è stato portato dallo 0.50% allo 0.75% perseguendo un approccio di normalizzazione della politica monetaria dopo decenni di tassi praticamente a zero. Per intenderci, l'ultima volta che i Giapponesi hanno visto i tassi allo 0.75% era il 1995: in quel periodo, oltre allo yen, in circolazione c'erano la Lira italiana, il Marco tedesco  e il Franco francese; internet era agli albori e nessuno di noi riusciva ancora a visualizzare quanto avrebbe stravolto la nostra vita; le Torri Gemelle erano al loro posto e Lehman Brothers era ancora una banca di grande prestigio...    Come avevamo anticipato negli Appunti della scorsa settimana, un aumento dei tassi avrebbe potuto generare la chiusura di qualche carry trade legato alla valuta giapponese. Ma, per fortuna, non è stato il caso e dopo l'aumento del costo del denaro lo yen ha comunque continuato ad indebolirsi contro le principali valute segno che la mossa della BOJ era ampiamente scontata. Malgrado l'irrigidimento della politica monetaria i tassi reali restano negativi e per il momento si continua a vendere speculativamente yen. Terremo durante tutto il 2026 la BOJ sotto stretto controllo: l'estate del 2024 è ancora ben presente nella nostra memoria...

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    Negli Stati Uniti sono stati pubblicati alcuni dati macroeconomici secondo il consueto calendario che è stato recentemente ripristinato.  In particolare, ci siamo soffermati su due indicatori che abbiamo analizzato con maggiore attenzione:

  • Disoccupazione USA novembre: 4.6% (atteso: 4.5%; precedente: 4.4%)  I senza lavoro made in USA sono leggermente più numerosi delle aspettative. Da un po' di tempo a questa parte, senza comunque destare per il momento troppa preoccupazione, i numeri  dei disoccupati stanno aumentando. Alla FED non sarà sicuramente sfuggito...
  • CPI yoy Novembre: 2.7% (atteso: 3.1% ; precedente:  3%). Core CPI novembre 2.6% (atteso: 3%; precedente: 3%). In sintesi – e questa è senza dubbio una sorpresa – l’inflazione statunitense appare in marcata diminuzione, forse addirittura più di quanto ci si potesse attendere. Proprio per questo non sono pochi gli economisti che invitano alla cautela e sollevano interrogativi sulla qualità dei dati raccolti.

    Dopo l’interruzione legata al lunghissimo lockdown, il ripristino del processo di raccolta statistica si sta rivelando più complesso del previsto. Numerosi analisti e statistici hanno infatti evidenziato come l’affidabilità delle rilevazioni attuali non sia ancora allineata agli standard abituali; sarà necessario ulteriore tempo prima di tornare a una piena normalità.

    Per questo motivo, prima di “cantare vittoria” sul fronte dell’inflazione, preferiamo attendere ancora qualche mese di dati coerentemente in calo. Solo allora, se il trend verrà confermato, potremo dirci davvero soddisfatti.

Con un dato inflattivo in deciso calo, avrebbe dovuto riverberarsi positivamente sulle aspettative di un taglio ai tassi alla fine di gennaio:


In realtà le probabilità di vedere un taglio ai tassi il 28 di gennaio sono per il momento solo del 20% ed il sospetto che il calo dell'inflazione sia dovuto alla scarsa qualità dei dati ha raffreddato giustamente le aspettative per un altro taglio.
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È evidente che, se la Banca Centrale Europea non ha intenzione di procedere con ulteriori tagli dei tassi seguita probabilmente a ruota dalla Federal Reserve, questo prolungato attendismo finisce per riflettersi direttamente sul mercato obbligazionario. Non sorprende quindi che, soprattutto nell’area euro, il 2025 non sia stato un anno particolarmente brillante per questa asset class.


L'indice total return delle obbligazioni in euro elaborato da Bloomberg segnala da inizio anno un modesto +0.90%. E' anche uno dei motivi che spiega come mai molti investitori si sono rivolti al mercato azionario che in molti casi, solo di dividendo, paga cifre ben al di sopra del 3%.




E' andata meglio alle obbligazioni in dollari grazie anche alla politica accomodante della FED: l'indice total return di Bloomberg segna un +7.66% ytd che di per sé non sarebbe male, ma per coloro che pensano in chf bisogna sottrarre  il 12.34% dovuto al calo del dollaro e ci ritroviamo  in negativo (- 4.68%);  per coloro che pensano in euro al 7.66% devono sottrarre il 13.08% del calo della valuta americana e in mano ci resta un - 5.42%. Non bello.

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Come ripetiamo da tempo, uno dei pilastri del nostro metodo di lavoro consiste nell’individuare e monitorare con continuità i trend, in particolare quelli dei mercati azionari, che – come vedrete – restano tuttora ampiamente positivi. Salvo eventi eccezionali, non riteniamo probabile che nei giorni che precedono le festività natalizie e di fine anno si verifichino movimenti particolarmente destabilizzanti.

Storicamente, anche le prime sedute di borsa del nuovo anno tendono a essere costruttive. Naturalmente, confidiamo di non essere smentiti.



Il nostro osservato speciale, lo S&P500, ha tutta l'aria di voler terminare il 2025 con uno spostamento laterale che a noi andrebbe benissimo.


Visto un po' più nel dettaglio in effetti lo S&P500 (+16.20% ytd) sembra proprio voler seguire la freccia nera. Superare il suo record storico (6'935) non sembra in grado di poterlo fare; se rimane sopra i 6'700 punti siamo comunque soddisfatti.


 Anche il Nasdaq (20.70% ytd) questa settimana ha praticamente marciato sul posto. Nulla di grave per il momento. Rimane infatti ben all'interno del canale rialzista. L'RSI in posizione neutra ci tranquillizza.
 Se guardate i volumi, la striscia verde di venerdì è il risultato della scadenza opzioni e futures che genera sempre grossi movimenti. L'osservazione vale anche per gli altri mercati.



Bene anche l’Eurostoxx 50 (+17,65% YTD) che nel corso della settimana ha guadagnato quasi un punto percentuale. Per agevolare la lettura abbiamo tracciato il canale ascendente all’interno del quale si sta muovendo l’indice europeo: l’impostazione tecnica è solida e, allo stato attuale, non individuiamo elementi in grado di determinarne un’inversione di tendenza.

Non fraintendeteci: un cambio di direzione può avvenire rapidamente e in qualsiasi momento;  ne siamo pienamente consapevoli. Proprio per questo manteniamo un approccio vigile e disciplinato. È evidente che uscire esattamente sui massimi di mercato è un evento raro nell’arco di una vita da investitore; tuttavia, saper intercettare per tempo un’inversione di trend consente comunque di limitare in modo significativo le perdite.



Per lo SMI (+13,54% YTD) è stata una settimana particolarmente brillante: l’indice ha messo a segno ulteriori due punti e mezzo percentuali, entrando però in area di ipercomprato. Siamo inoltre molto vicini ai massimi storici e, di conseguenza, la probabilità di assistere a qualche fisiologico storno nel breve periodo appare piuttosto elevata.

Ciò non toglie che lo scatto finale sia stato per noi decisamente impressionante. Restano peraltro diversi titoli – tra cui Sika, Straumann, Partners Group e altri – che devono ancora recuperare terreno in modo significativo. In ogni caso, godiamoci i movimenti tipici di fine anno.

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Malgrado allo stato attuale di ulteriori tagli ai tassi americani non se ne vedono all'orizzonte, la valuta americana rimane debole sia contro franco...



...sia contro euro. Non vi nascondiamo che abbimao provato a chiedere a chatGPT di riassumere brevemente quali sono gli elementi che contribuiscono alla debolezza del dollaro e la risposta è stata talmente chiara a ben strutturata che non possiamo esimerci dal proporvela. E' un piccolo saggio di politica monetaria alla portata di tutti: 

"La debolezza del dollaro, nonostante le basse probabilità di un taglio dei tassi a gennaio 2026, si spiega con una combinazione di fattori macro, finanziari e di posizionamento che vanno oltre il semplice livello dei Fed Funds.

Di seguito i principali elementi in gioco.

1. Il mercato guarda al differenziale futuro, non al livello attuale dei tassi
Il dollaro tende a reagire più alle variazioni attese del differenziale dei tassi reali che al livello assoluto dei tassi nominali. Anche se un taglio a gennaio 2026 è poco probabile, il mercato sta già prezzando:

  • la fine del ciclo restrittivo della Federal Reserve

  • una graduale convergenza dei tassi USA verso quelli delle altre economie sviluppate nel corso del 2026

In altre parole, il “peak hawkishness” è alle spalle: questo è tipicamente negativo per il biglietto verde.

2. Rientro del premio per il rischio USA
Negli ultimi anni il dollaro ha beneficiato di un forte “risk premium” legato a:

  • crescita superiore degli Stati Uniti

  • leadership tecnologica

  • ruolo di bene rifugio

Con mercati azionari globali forti e volatilità compressa, questo premio tende a ridursi, favorendo una rotazione verso altre valute cicliche e verso l’euro.

3. Dinamica dei tassi reali
Anche senza tagli nominali imminenti, il rallentamento dell’inflazione core implica una stabilizzazione — o lieve compressione — dei tassi reali prospettici USA. Se i tassi reali smettono di salire, il supporto strutturale al dollaro viene meno.

4. Fattori fiscali e flussi di capitale
Il deterioramento del quadro fiscale statunitense (deficit elevato e forte emissione di Treasury) aumenta l’offerta di dollari sui mercati internazionali. Questo elemento, nel medio periodo, tende a:

  • ridurre l’attrattività marginale degli asset denominati in USD

  • esercitare pressione sulla valuta, soprattutto in assenza di shock avversi

5. Posizionamento e dinamiche tecniche
Il dollaro arrivava da un posizionamento storicamente molto lungo. In questi contesti, basta un cambiamento marginale delle aspettative (non necessariamente un taglio imminente) per innescare prese di profitto e movimenti correttivi anche significativi.


In sintesi
La debolezza del dollaro non è una contraddizione rispetto a tassi ancora elevati, ma il riflesso di un mercato che:

  • guarda già oltre il picco dei Fed Funds

  • sconta una normalizzazione futura

  • riduce il premio per il rischio USA in un contesto di “risk-on”

Finché non riemergeranno shock macro, inflazionistici o geopolitici rilevanti, il dollaro può restare strutturalmente sotto pressione anche senza tagli imminenti dei tassi."

Difficile aggiungere ancora qualche cosa...



L'euro contro il franco svizzero quest'anno ha decisamente interrotto il suo trend discendente ed ha iniziato ad evolvere lateralmente tanto che chiuderà l'anno allo stesso livello di come l'ha iniziato probabilmente con grande soddisfazione della nostra Banca Nazionale che per il momento può lasciare i tassi a zero senza dover essere costretta ad introdurre quelli negativi.

Nel corso del 2025 i rendimenti dell’area euro hanno iniziato a salire in modo progressivo e costante: la linea blu indica il livello dei rendimenti tedeschi a inizio anno, mentre la linea nera rappresenta la situazione attuale. Guardando al 2026, riteniamo che questa dinamica possa proseguire e che, di conseguenza, continui anche il movimento laterale del cambio contro il franco svizzero.

Naturalmente non si tratta di uno scenario da dare per scontato. È sufficiente un evento geopolitico o finanziario in grado di innescare una fase di risk off per spingere gli investitori a ridurre l’esposizione al rischio e a rifugiarsi in asset considerati più sicuri. Sotto questo profilo il franco svizzero resta senza dubbio uno dei principali beni rifugio.


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Chiudiamo l’anno con uno sguardo al bitcoin, che da diverse settimane tenta senza successo di superare l’area di resistenza compresa tra 92'000 e 93'000 dollari. Nulla di particolarmente preoccupante: è sufficiente osservare il grafico per notare come, dopo fasi di prese di profitto significative, il bitcoin sia storicamente abituato a consolidare i livelli raggiunti, “marciando sul posto” anche per periodi piuttosto prolungati, prima di riprendere improvvisamente il movimento rialzista.

Due precisazioni sono tuttavia doverose. In primo luogo, non si può escludere che durante questa fase di consolidamento i prezzi possano tornare a testare il supporto in area 75'000 dollari. In secondo luogo, per chi intendesse esporsi, riteniamo preferibile attendere una chiara evidenza di rottura della resistenza, idealmente con un superamento confermato dei 92'000 dollari, ossia in area 93'500–94'000 dollari.


Buone Feste e arrivederci nel 2026!!  

domenica 14 dicembre 2025

2026: prime proiezioni

Volevamo aprire questa edizione di Appunti Finanziari commentando le decisioni assunte dalla FED nell’ultima riunione dell’anno tenutasi mercoledì scorso. Tuttavia, la pubblicazione della nuova previsione sul ciclo composito dello S&P 500 per il 2026 elaborata da Ned Davis, ci ha indotto a partire proprio da quest’ultima.
Ribadiamo l’importanza di monitorare con attenzione lo S&P 500 un indice che, in modo diretto o indiretto, continua a fungere da traino per la maggior parte dei mercati globali; se facciamo una buona analisi di quest'ultimo siamo già a metà dell'opera.
Comunque, prima di approfondire ciò che il 2026 potrebbe riservarci, vediamo come ci stiamo avvicinando alla chiusura del 2025: 


Secondo Ned Davis, doveva essere un anno da +10,5% (senza dimenticare che il 2023 e il 2024 hanno registrato due rialzi consecutivi superiori al 20%) ma con ogni probabilità si chiuderà intorno a un +15% –16% e, se così sarà, non potremo certo lamentarci.
Riteniamo però importante ribadire – teniamolo sempre ben presente – che l’obiettivo di Davis (che è pure il nostro) non è prevedere con precisione di quanto un indice possa salire o scendere in un singolo anno, bensì d'individuare e seguire il trend del mercato e quindi non ci lagniamo più di tanto se talvolta il suo modello non riesce a cogliere l’esatta ampiezza di alcune correzioni (come ad aprile) o quella d'improvvisi strappi rialzisti.
Seguiamo la sua ricerca da diversi anni e avrete notato quanto il suo approccio sia affidabile – attenzione: affidabile non significa infallibile – e per questo motivo continueremo a monitorare con disciplina le sue indicazioni anche per il 2026.


La prima cosa che salta all'occhio è che il trend presumibile del 2026 è molto meno lineare di quello che era stato previsto per quest'anno: con ogni probabilità si salirà di qualche punto percentuale fino alla fine di marzo (circa 4%); segue un ritracciamento del 50% del movimento fatto da inizio anno. Poi ci sarà uno spostamento laterale fino all'estate e durante il mese di agosto - movimento che si protrarrà fino agli inizi di ottobre - non è da escludere una seconda ondata di prese di profitto. A novembre ci saranno le elezioni di mid term dopodiché dovremmo assistere ad un rally durante il quale si farà quasi tutta la performance del 2026. 

Se la previsione è corretta (lo scopriremo solo strada facendo...) potremo tenere le posizioni azionarie in deposito senza troppi problemi fino a marzo, poi bisognerebbe alleggerire. Per gli sportivi si rientra a metà giugno per uscire nuovamente a metà agosto;  si preme sull'acceleratore con una certa decisione solo a partire da ottobre o giù di lì.

Una seconda osservazione riguarda l'ampiezza del movimento rialzista: se negli anni passati si anticipavano movimenti a doppia cifra, per quest'anno il modello di Davis evidenzia una modesta plusvalenza del 5.38% il che significa vedere lo S&P500 per fine 2026 attorno ai 7'200 punti. 

Per la cronaca abbiamo tenuto conto delle principali previsioni fatte da banche ed analisti indipendenti e tutti posizionano questo indice tra 7'100 (+4%) e 8'100 (+18%) punti con un consensus attorno ai 7'500 (+9.8%) - 7'800 (+14%) punti. 

Ci stiamo preparando ad affrontare il nuovo anno e, soprattutto nei primi mesi, sarà fondamentale tenere sotto controllo alcuni elementi chiave che riteniamo opportuno sottolineare:

1) Occhio ai tassi e a cosa succede all'interno della FED

Mercoledì, il taglio dei tassi di un quarto di punto era ampiamente atteso dal mercato. Meno scontato, invece, è stato il dot plot pubblicato a seguito della riunione.
Ricordiamo che il dot plot rappresenta graficamente le aspettative sui tassi di interesse dei 19 membri votanti della Federal Reserve.
Ciò che emerge dalle proiezioni per il 2026 è particolarmente significativo:



Negli ultimi anni siamo stati abituati a osservare una certa omogeneità di vedute all’interno della Federal Reserve, anche in ossequio al principio secondo cui un’eccessiva dispersione di opinioni rischierebbe di trasmettere l’immagine di un’istituzione incerta sulla direzione da intraprendere. Che questa omogeneità fosse poi pienamente reale è tutto da dimostrare; resta però il fatto che comunicare una convergenza di giudizio è sempre stato considerato un elemento fondamentale per rafforzare la credibilità della banca centrale.

Analizziamo la visione per il 2026:

  • 3 membri vedono i tassi più alti;

  • 4 membri non si aspettano alcun taglio;

  • 4 membri prevedono un solo taglio netto (~25 bp).

  • 4 membri prevedono due tagli (~50 bp)

    . 2 membri prevedono tre tagli

    . 1 membro quattro tagli 

    . 1 membro addirittura sei tagli.

    È facile intuire come, a partire dal 2026 – e probabilmente anche prima dell’uscita di scena di Jerome Powell prevista per il 15 maggio – all’interno della FED vi sarà ampio spazio per il dibattito e trovare un punto di convergenza non sarà una passeggiata.

    Il punto cruciale, tuttavia, sarà un altro: gli investitori non dovranno avere la percezione che la Federal Reserve sia caduta sotto l’influenza della politica, compromettendo così una parte rilevante della propria indipendenza.
    Qualora questa percezione dovesse affermarsi, le previsioni di Ned Davis perderebbero rapidamente significato e si aprirebbe una fase di sfiducia sul dollaro con il rischio di flussi importanti verso altre valute.
    Molto dipenderà, naturalmente, da chi guiderà la FED dopo Powell. Tra i nomi che circolano la scelta di Trump potrebbe ricadere su Kevin Hassett, figura a lui molto vicina – uno scenario che potrebbe generare non poche tensioni – oppure su Chris Waller, tecnocrate, in Fed dal 2009 e riconosciuto esperto di politica monetaria.

    Per il momento, possiamo aspettarci dalla FED per il 2026 da 1 a 2 tagli e non di più. Non lo diamo comunque per scontato.


    2) Cosa deciderà la Corte Suprema?

    Quello che potrebbe essere definito un vero e proprio “Tariff Day” si sta avvicinando e, secondo alcune fonti, potremmo conoscere già prima della fine dell’anno la decisione della Corte Suprema in merito alla legittimità dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump. Tali misure sono state giustificate facendo ricorso – secondo diversi osservatori in modo improprio – all’Emergency Economic Powers Act.
    Qualora la Corte dovesse pronunciarsi contro le argomentazioni dell’amministrazione, si aprirebbero numerose criticità, a partire dalla questione dei rimborsi per le imprese colpite (tema su cui realtà come Costco Wholesale si sono già cautelate), fino alle possibili ripercussioni sul deficit di bilancio federale che allo stato attuale dovrebbe beneficiare in modo non trascurabile degli introiti tariffari.
    In uno scenario di questo tipo riteniamo plausibile l’emergere di un picco di volatilità sui mercati difficilmente gestibile nel breve periodo.


    3) Evoluzione dell'economia e utili aziendali.

    Non finiremo mai di sottolineare come agli attuali livelli i mercati azionari non sono proprio più a sconto e soprattutto quelli americani si portano appresso dei P/E che sono sostenibili solo se gli utili continueranno a crescere con costanza.

    Abbiamo gettato un'occhiata al documento, rilasciato dalla FED mercoledì scorso, che descrive bene cosa la Banca Centrale americana si aspetta dalla sua economia. Per chi è interessato, cliccando qui , trova il documento originale

    Riassunto succintamente la Federal Reserve prevede una crescita economica moderata negli Stati Uniti, con il PIL in aumento di circa l’1,7% nel 2025 ed un leggero miglioramento nel 2026 che porterebbe la crescita al 2.3%. Il mercato del lavoro resta solido, con disoccupazione attorno al 4–4,5%. L’inflazione è la grande incognita e non la dobbiamo attendere al 2% prima del 2028 (o forse mai!). I tassi di interesse dovrebbero scendere lentamente dai livelli attuali, senza però un ritorno rapido ai minimi storici. Lo scenario rimane soggetto a incertezze ma il quadro centrale è di normalizzazione ordinata dell’economia.

    Ciò che apprezziamo del messaggio trasmesso dalla FED è l’assenza di toni allarmistici e, soprattutto, il fatto che non emerga alcun riferimento a una recessione imminente. Questo è un elemento positivo, poiché rappresenta la conditio sine qua non affinché le aziende possano continuare a operare e a generare utili in modo sostenibile.

    Per quanto riguarda gli utili societari, che saranno uno dei principali osservati speciali nel 2026, gli analisti si attendono una crescita degli utili per azione compresa tra il 7% e il 10% annuo, in linea con quanto già osservato nel 2025. I margini dovrebbero rimanere stabili o mostrare una lieve espansione, soprattutto qualora le aziende riuscissero a sfruttare in modo efficiente le opportunità offerte dall’Intelligenza Artificiale.
    Proprio su questo fronte, tuttavia, le aspettative sui “miracoli” che la tecnologia potrebbe generare stanno crescendo in modo esponenziale, forse eccessivo. Uno dei principali rischi è infatti che gli ingenti investimenti effettuati non siano accompagnati da ritorni adeguati. È probabile che questo tema emerga con maggiore forza a partire dal 2027, ma riteniamo che già nel 2026 il mercato inizierà a valutare con maggiore attenzione la distanza tra promesse e risultati concreti dell’AI.

    Così come già avvenuto nel 2025, anche nel prossimo anno più dei numeri contabili conteranno le aspettative sui trimestri successivi. Non di rado, infatti, sono proprio gli outlook a rovinare la festa a molte aziende che, pur presentando risultati eccellenti, finiscono per deludere il mercato sulle prospettive future.

    ***

    Prima di gettare la consueta occhiata agli indici e ai cambi, a sostengo di quanto abbiamo appena menzionato a proposito degli outlook, vi sarete accorti che venerdì la giornata borsistica non si è chiusa in gloria, anzi... Siamo certi che, come noi, vi sarete chiesti cosa diavolo è successo.

    Purtroppo a muovere i mercati sono stati i numeri di Broadcom che in occasione della pubblicazione degli utili (stratosferici) ha annunciato problemi in vista per i prossimi trimestri legati soprattutto ad una diminuzione delle marginalità dei chip che verranno venduti. Per farla breve: venderanno sempre un sacco ma guadagneranno di meno... ergo il titolo perde quasi un 11%, contagia il settore e trascina al riabbasso il suo indice di riferimento che è il Nasdaq.  Lo S&P500 non sta a guardare e pure lui si adegua al trend di giornata influenzando i mercati europei che chiudono tutti in rosso.

    Come se non bastasse andate a gettare un'occhiata al rendimento del decennale americano... anzi ve lo facciamo vedere:



    Un rendimento del 4,18% sul Treasury decennale, nonostante una politica monetaria più accomodante, non passa certo inosservato. È vero che la Fed controlla il prezzo del denaro principalmente sul breve termine, ma proprio per questo diventa legittimo interrogarsi sul fatto che oggi il decennale sia dominato da fattori fiscali, inflattivi e di rischio strutturale. Tra questi spicca un deficit pubblico che non accenna a ridursi e che si avvia verso i 38 trilioni di dollari.
    Finché queste criticità resteranno sul tavolo, appare difficile immaginare un rendimento stabilmente sotto il 4%, anche in presenza di una politica monetaria più dovish. In questo contesto, persino sei tagli dei tassi rischierebbero di avere un impatto limitato sulla parte lunga della curva.
    Va infine ricordato che rendimenti intorno al 4,18% non rappresentano certo il miglior alleato dei  mercati azionari...

    ***


    Certo che se non ci fossero stati gli outlook negativi di Broadcom lo S&P500 ( +16.08% ytd), una volta testato il massimo storico,  avrebbe avuto la forza di andare oltre e dirigersi verso i 7'000 punti. Non è purtroppo stato il caso ed ora intravvediamo un doppio massimo che potrebbe anche rovinarci parzialmente il Natale. Contiamo, in caso di ulteriore correzione, che la media mobile dei 50 giorni (linea viola) funga da supporto tenendoci lontani dai 6'700 punti. Non siamo tranquillissimi... anche se per il momento il trend a medio-lungo non è messo in discussione.


    A maggior ragione, il Nasdaq (+20,12% YTD) non poteva ignorare il messaggio arrivato da Broadcom. L’indice ha già effettuato una discesa verso il supporto della media mobile a 50 giorni, livello che, fortunatamente, ha per ora retto.
    Il trend di fondo resta dunque intatto, ma è innegabile che il segnale abbia attirato la nostra attenzione. Abbiamo quindi “drizzato le antenne” e sarà la prossima settimana a dirci se possa essere opportuno alleggerire selettivamente alcune posizioni, anche solo per cristallizzare parte dei profitti accumulati.


  • Anche l’Europa non è rimasta indenne da quanto accaduto negli Stati Uniti e, nel finale di seduta, i listini hanno registrato uno storno significativo. Un vero peccato, perché l’EuroStoxx 50 (+16,85% YTD, meglio dello S&P 500) sembrava ben avviato verso area 5.870 punti, livello che speravamo potesse finalmente essere superato.
    Detto questo, se dobbiamo essere sinceri, sui mercati europei siamo meno preoccupati: oltre a valutazioni che non appaiono eccessive in termini di P/E, è opinione diffusa che nel 2026 possano addirittura fare meglio dei “cugini” americani.
    Un eventuale sblocco del conflitto Russia–Ucraina potrebbe inoltre rappresentare un ulteriore elemento di supporto. Gli Stati Uniti stanno già muovendosi con decisione per posizionarsi sul fronte della ricostruzione, e forse questa potrebbe essere l’occasione giusta affinché l’Unione Europea si (ri)compatti, evitando di restare tagliata fuori da un processo strategicamente rilevante.



    È forse passato un po’ sottotraccia, ma anche la Banca Nazionale Svizzera si è riunita questa settimana e, come da attese, ha lasciato i tassi a zero, facendo chiaramente intendere che questo livello di rendimento dovrà essere gestito ancora per un periodo prolungato. Se per il reddito fisso ciò rappresenta una criticità evidente, per lo SMI  è invece un fattore di supporto, considerata la scarsità di alternative all’investimento azionario per chi detiene franchi svizzeri.

    Anche il nostro mercato, nella seduta di venerdì, stava beneficiando di una notizia positiva legata a UBS. Il temuto aumento di capitale da 24 miliardi di dollari, che si vorrebbe imporre all’istituto, potrebbe infatti essere realizzato tramite l’emissione di obbligazioni AT1 (Additional Tier 1), strumenti ibridi a metà strada tra capitale proprio e debito. Alla luce dell’esperienza maturata con strumenti analoghi emessi da Credit Suisse, resta da capire quanto questa strategia sarà facilmente percorribile; tuttavia, il mercato ha accolto favorevolmente l’ipotesi. Il titolo UBS ha infatti guadagnato oltre il 4% in corso di seduta, per poi restituirne circa la metà in chiusura, trascinato dal ribasso dei mercati americani.

    Peccato per il finale, ma il messaggio resta chiaro: la Borsa svizzera è tutt’altro che spenta. Lo SMI, da inizio anno, segna comunque un progresso dell’11,09%.

    ***


    Per quanto il taglio dei tassi fosse ampiamente atteso, il dollaro non ha resistito alla tentazione di indebolirsi ulteriormente e, contro franco svizzero, si è spinto pericolosamente vicino ai minimi storici. Una reazione che sorprende solo fino a un certo punto.
    Come accennato in precedenza, i problemi che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare sono numerosi e, sebbene un rendimento del 4,18% sul Treasury decennale non sia da scartare a priori, sempre più investitori iniziano a ritenere che non compensi adeguatamente il rischio insito nel detenere titoli di Stato americani.
    L’esito finale di questa dinamica appare, in fondo, piuttosto chiaro: o i rendimenti continueranno a salire per attrarre capitali, oppure la Federal Reserve dovrà, volente o nolente, intervenire facendosi carico della situazione.


     
    Anche l'euro ha perso qualcosina contro franco nella giornata di venerdì ma per fortuna siamo ancora lontani dai minimi storici. Per un po' lo spostamento sarà laterale.


    Vi sarete probabilmente accorti che il Bitcoin, da alcune settimane, non riesce – pur avendoci provato ripetutamente – a superare la resistenza chiave in area 92.000–93.000 dollari. Le ragioni che stanno verosimilmente comprimendo questa criptovaluta sono diverse.

    • Dal punto di vista tecnico, l’area 92–93 mila dollari rappresenta una resistenza “robusta”, confermata sia dai livelli di Fibonacci sia da altri strumenti di analisi grafica. Ogni tentativo di rottura è avvenuto con volumi in progressiva diminuzione, segnale di una domanda poco aggressiva.

    • Il mercato appare oggi chiaramente venditore sulle salite, comportamento tipico di un asset entrato in una fase di consolidamento.

    • flussi verso gli ETF su Bitcoin hanno rallentato, contribuendo a un indebolimento della domanda marginale.

    • È inoltre probabile che una parte degli investitori sia stata “punita” per un eccesso di leva finanziaria. Dopo simili episodi, riprendere l’attività come se nulla fosse accaduto non è immediato. Non a caso, il sentiment sembra essersi spostato da un atteggiamento FOMO (“comprare a qualsiasi prezzo”) a un più pragmatico “wait and see”.

    A questo punto la domanda è: che cosa sta aspettando il mercato? La risposta resta la stessa già indicata la scorsa settimana: una rottura convincente della resistenza, che riteniamo possibile solo in caso di un superamento deciso di 94.700 dollari. Fino ad allora, è lecito attendersi una fase laterale.





    Dal punto di vista tecnico, l’oro – sostenuto dal taglio dei tassi americani e da un contesto geopolitico particolarmente vivace – ha raggiunto il target tecnico in area 4.320 dollari, per poi correggere nella seduta di venerdì pomeriggio. È verosimile che nelle prossime settimane il metallo prezioso entri in una fase di consolidamento su questi livelli.
    Un’estensione oltre il massimo storico segnato lo scorso ottobre non appare scontata e, per quanto ci riguarda, torneremmo acquirenti solo in caso di una rottura convincente di tale soglia. Chi detiene già oro in portafoglio può invece mantenere le posizioni.


    Buona domenica!!

    domenica 7 dicembre 2025

    Aspettando la FED

    È stata una settimana interlocutoria in attesa della prossima, decisamente più significativa, in cui con ogni probabilità (si stima un 86%) la FED procederà al taglio dei tassi. Come già osservato, la vera sorpresa sarebbe un mantenimento degli attuali livelli: alla luce dei dati pubblicati in questi giorni, non vi è motivo per cui la banca centrale americana dovrebbe guastare il Natale agli investitori. I mercati azionari sembrano averlo intuito e, negli ultimi due giorni, hanno infatti aggiunto quasi ovunque un ulteriore mattoncino dell’1% alla performance annuale. Niente male.

    Come accennato, osservando i dati pubblicati negli Stati Uniti, non vediamo motivi per cui la Federal Reserve dovrebbe discostarsi da quella che appare la scelta più probabile: un taglio dei tassi di un quarto di punto. Entriamo dunque nel dettaglio dei principali indicatori:

    • ADP novembre: - 32k (atteso: 40k ; precedente: 47k). Il settore privato ha cancellato per il mese di novembre 32'000 posti di lavoro. Per quanto non sia uno degli indicatori favoriti dalla FED è comunque ben al di sotto delle aspettative e giustificherebbe un taglio.
    • Nuove richieste di disoccupazione 29 al novembre: 191k (atteso: 218k; precedente: 216k). Le richieste sono inferiori alle aspettative segno che il mercato del lavoro è ancora vivo; da questo punto di vista forse un taglio non si giustifica fino in fondo ma insomma...
    • PCE yoy: 2.8% (atteso: 2.9%; precedente: 2.7%9; Core PCE yoy: 2.8% (atteso: 2.8%; precedente: 2.9%). Il PCE è il dato riguardante l'inflazione americana preferito dalla FED e quello pubblicato venerdì 5 dicembre misura l'inflazione di fine settembre. Mancano ottobre e novembre, che non sappiamo ancora come sono andati, ma per il momento l'inflazione sembra apparentemente non essere un problema anche se il rincaro non è dove la FED lo vorrebbe (al 2%). Quando parleremo dell'oro, vedremo che negli USA (ma non solo...) in fatto di rincaro non è tutto rosa e fiori.
    Alla luce dei dati, è ragionevole ritenere che un taglio dei tassi sia un’ipotesi più che plausibile. Con il pensiero però siamo già proiettati al 2026, anno in cui – tra i vari eventi attesi – assisteremo anche al pensionamento di Powell. Con ogni probabilità, all’inizio dell’anno Trump annuncerà ufficialmente il suo successore e le indiscrezioni convergono sul nome di Kevin Hassett figura a lui molto vicina e considerata un candidato decisamente ‘dovish’. È verosimile che Hassett imprimerebbe sin da subito un orientamento favorevole a tagli rapidi e consistenti dei tassi d’interesse; parallelamente guarderebbe con favore a una riduzione delle riserve nel bilancio della FED, dinamica che potrebbe rafforzare il dollaro e contribuire a contenere parzialmente le pressioni inflazionistiche. La scelta di Hassett potrebbe mettere a dura prova l'indipendenza della Banca Centrale ma francamente, prima di fare un processo alle intenzioni, preferiamo vedere il nuovo governatore all'opera. Poi ci esprimeremo.

    Nel frattempo siamo comunque in grado di dire cosa si aspetta il mercato a proposito di tagli ai tassi per  il 2026:




    Per quanto concerne l'America, i tagli di un quarto di punto attesi sono almeno 3. Sarà interessantissimo il 10 dicembre ascoltare Powell a tal proposito...

    Nessun taglio atteso nell'anno nuovo per Europa (prossima riunione: 18.12) e per la Svizzera (prossima riunione: 11.12).

    Non abbiamo mai parlato, ma forse è arrivato il momento di farlo, della Banca Nazionale Giapponese che per decenni ha tenuto i tassi vicino allo zero ma l'arrivo del nuovo primo ministro sta agitando le acque...


     ...ed anche per il Giappone sono previsti almeno un paio di rialzi, il primo molto probabilmente già il 19.12 di un quarto di punto, mentre il secondo è atteso durante il 2026. Ne parliamo in quanto questa inedita situazione tocca da vicino tutti coloro che sono abituati a fare del carry trade con la valuta giapponese che ora sta diventando un po' meno appetitoso e obbliga non pochi investitori a chiudere controvoglia molte delle posizioni aperte. Sicuramente ricordate ancora l'agosto del 2024: non ci attendiamo una reazione tanto drammatica ma, comunque sia, un po' di volatilità supplementare la vedremo. Il 19 prestiamo attenzione più del solito alla BoJ.

    ***


    Per il momento – e va più che bene così – confermiamo la nostra visione secondo cui lo S&P 500 dovrebbe muoversi lateralmente fino a fine anno. Un eventuale taglio dei tassi potrebbe offrirgli un modesto impulso al rialzo, nell’ordine di qualche punto percentuale, ma molto dipenderà dalle indicazioni che fornirà Powell. Siamo sinceramente curiosi di ascoltare le sue parole anche perché, con l’inizio del nuovo anno, dovrà già confrontarsi con il suo successore designato. Trump sembra infatti  intenzionato ad annunciarne il nome già nelle prime settimane del 2026: sebbene a Powell restino comunque cinque mesi di mandato, la fase di transizione potrebbe avviarsi rapidamente e l’impronta del futuro Governatore potrebbe iniziare a farsi sentire ben prima del suo effettivo insediamento.

    ***


    Forse stiamo esagerando ma ci sembra di aver intravisto per lo S&P500 (+16.81% ytd) uno spalla - testa - spalla rovesciato (3 parentesi  rosse) che notoriamente è una figura rialzista: basterebbe, si fa per dire, che l'indice abbia la forza di issarsi sopra il suo record storico (6'939 punti) per innescare il potenziale di rialzo insito in questa figura: significherebbe che il nuovo target tecnico sarebbe ben oltre i 7'000 punti. Restiamo però con i piedi ben saldi per terra: Babbo Natale lo lasciamo ai bambini, anche se concedersi ogni tanto qualche sogno ad occhi aperti non è certo proibito. Lo vedremo meglio nei prossimi post dedicati alle prospettive per il 2026: non pochi analisti ritengono infatti che l’indice possa superare senza troppe difficoltà la soglia dei 7.000 punti.


    Non è così facile invece stabilire un target per il Nasdaq (+22.10% ytd) ma a noi interessa semplicemente che il suo percorso si sviluppi all'interno del canale ascendente rappresentato dalle due parallele verdi. Per il momento il trend è più che confermato. Godiamocelo.


    Non ricordiamo più qual'è stata l'ultima volta che l'Eurostoxx50 (+16.91% ytd) ha fatto gara a pari con lo S&P500! Trump nei confronti dell'Europa non è (mai) stato tenero ed affermare che "se l'Europa non cambia, sparirà!" forse ha ragione ma per il momento, almeno borsisticamente parlando, è bella presente e tutto sommato non sembra sull'orlo di un precipizio. Purtroppo non possiamo beneficiare, non essendo previsti, di alcun taglio ai tassi ma i 5'870 punti sono ancora il nostro target per fine anno.



    Lo SMI (+11.51% ytd) ci ha fatto penare per tutto il 2025 ma nelle ultime settimane si è messo di buzzo buono ed ora i 13'000 punti sembrano a portata di mano. Non osiamo pensare dove sarebbe potuto andare senza il franco troppo forte, i dazi al 39% (entro fine anno saranno al 15%) e senza le disavventure di qualche colosso come Nestlé, Roche e via dicendo. Le medie mobile a 100 (verde) e 200 (blu) giorni si stanno incrociando sostenendo in tal modo il trend nel medio termine: il 2026 potrebbe anche non essere un brutto anno per il nostro mercato. 

    ***



    Considerato che il target dell'oro è stato da molti rivisto ben oltre i 5'000 dollari l'oncia, ci hanno chiesto se è il momento di (ri)comprarlo: vorremmo rispondere a questa domanda in modo un pochino più tecnico di un semplice si o no. 

    È noto che l’oro rappresenta tradizionalmente una delle coperture più efficaci contro l’inflazione. Se nella nostra economia l’inflazione sembra essersi temporaneamente attenuata, basta allargare lo sguardo oltre i confini nazionali – ed in particolare oltreoceano – per trovare un quadro decisamente diverso, con dinamiche dei prezzi più sostenute e persistenti:


    Nello schema emerge chiaramente come il costo della vita per un americano sia aumentato in modo significativo dal marzo 2020 (piena pandemia) all’agosto di quest’anno. Due osservazioni: a) il PCE ha catturato solo parzialmente il rincaro di molte delle voci considerate e b) l’aumento dei salari orari ha compensato solo in parte l’impatto dei maggiori costi. 
    Come tutti gli indici, anche il PCE restituisce una fotografia parziale della realtà, spesso lontana dall’esperienza quotidiana dei consumatori. Attualmente quelli americani non sono contentissimi a meno che non abbiano comprato dell'oro: da marzo 2020 ad oggi il metallo giallo si è rivalutato del 174%. Bisognerebbe fare un calcolo molto più preciso ma di norma, per chi teme gli effetti dell'inflazione nel lungo termine, l'acquisto di oro non è sbagliato, anzi!

    Altra osservazioni un pochino più tecnica: non è l’inflazione in sé che fa salire l’oro, ma a farlo muovere sono i tassi reali.

    Tasso reale  =  tassi nominali - aspettative d'inflazione.

    Senza entrare nel merito dei tassi nominali e delle aspettative di inflazione (se qualcuno è interessato trova ampie spiegazioni in internet) vale la regola seguente:

     più i tassi reali scendono più l'oro sale e viceversa.

    L’oro è notoriamente quotato in dollari e, di conseguenza, è il tasso reale statunitense a rappresentarne il principale driver. Oggi il tasso reale si colloca attorno all’1,5% ma se la FED dovesse effettivamente avviare un ciclo di tagli nel corso del prossimo anno – a inflazione invariata – la sua traiettoria sarebbe tendenzialmente discendente con effetti favorevoli sulla quotazione dell’oro. 
    Qualora l’inflazione scendesse in misura equivalente alla riduzione dei tassi nominali, l’impatto sull’oro sarebbe sostanzialmente nullo. 
    Tuttavia appare plausibile che l'amministrazione Trump possa spingere la FED verso tagli più decisi, mentre l’inflazione – verosimilmente – potrebbe mostrare una dinamica più sostenuta: in un tale scenario la contrazione dei tassi reali sarebbe pressoché inevitabile e il metallo giallo ne beneficerebbe in modo significativo.

    Vi sono poi diversi altri fattori che incidono sul prezzo dell’oro: dall’intensa attività di accumulo da parte di molte Banche Centrali – in particolare Cina, India e Russia – alla crescita degli ETF che detengono oro fisico. A ciò si aggiunge l’avversione al rischio di una parte crescente degli investitori, che tende a includere una quota di metallo giallo nella propria asset allocation. Infine, tensioni geopolitiche, conflitti e shock sanitari contribuiscono ulteriormente a sostenere la domanda.

    Se l’obiettivo è acquistare oro in un’ottica puramente speculativa, il timing d’ingresso diventa determinante. Dal punto di vista tecnico, un livello di entrata più interessante potrebbe collocarsi attorno ai 4.000 dollari l’oncia; rispetto alle quotazioni attuali ciò implicherebbe attendere una fase correttiva. Acquistarlo ora significherebbe pagarlo 4.197 dollari l’oncia e, secondo il nostro modello, il target di uscita si situerebbe intorno ai 4.320 dollari: un margine di profitto tutt’altro che entusiasmante. Certo che se si mira ai 5'000$ allora si può entrare subito ma bisogna poi armarsi di pazienza.

    ***



    Anche questa settimana non possiamo esimerci dal parlare di bitcoin. E' sulla bocca di molti se non di tutti e questa volta la grande correzione ha l'aria di essere più tenace e consistente delle altre. Le motivazioni di una tale correzione sono molte e tra le più gettonate troviamo l'halving (il dimezzamento della ricompensa per coloro che minano bitcoin), il ruolo degli istituzionali che sono sempre più presenti (fanno massa e quando si muovono si sentono) e di certo hanno giocato un ruolo importante anche i margin call che hanno colpito duro coloro che si sono indebitati fortemente per comprare crypto ( ne conosciamo tanti che si sono fatti male...). Insomma, una volta di più invitiamo tutti coloro che sono attratti dalle cryptocurrencies a non farsi prendere troppo la mano e soprattutto attenzione a non esagerare con le leve.

    Tecnicamente abbiamo assistito già la scorsa settimana ad un pullback che è stato reiterato anche durante la settimana che sta per finire ma pare che la resistenza posta tra 92 e 93'000 $ non sia così facile da superare. Fino a quando non avremo l'evidenza di essere andati ben oltre questo livello stiamo molto attenti a non comprare a piene mani. I manuali di analisi tecnica ci suggeriscono che una resistenza (ragionamento valido anche per i supporti) è superata con convinzione quando siamo sopra di essa di almeno un 3%: nel nostro caso significa che se la resistenza è posta a 92'000 la possiamo considerare definitivamente superata se il bitcoin evolverà sopra i 94'760$. 

    Buona domenica!