domenica 14 dicembre 2025

2026: prime proiezioni

Volevamo aprire questa edizione di Appunti Finanziari commentando le decisioni assunte dalla FED nell’ultima riunione dell’anno tenutasi mercoledì scorso. Tuttavia, la pubblicazione della nuova previsione sul ciclo composito dello S&P 500 per il 2026 elaborata da Ned Davis, ci ha indotto a partire proprio da quest’ultima.
Ribadiamo l’importanza di monitorare con attenzione lo S&P 500 un indice che, in modo diretto o indiretto, continua a fungere da traino per la maggior parte dei mercati globali; se facciamo una buona analisi di quest'ultimo siamo già a metà dell'opera.
Comunque, prima di approfondire ciò che il 2026 potrebbe riservarci, vediamo come ci stiamo avvicinando alla chiusura del 2025: 


Secondo Ned Davis, doveva essere un anno da +10,5% (senza dimenticare che il 2023 e il 2024 hanno registrato due rialzi consecutivi superiori al 20%) ma con ogni probabilità si chiuderà intorno a un +15% –16% e, se così sarà, non potremo certo lamentarci.
Riteniamo però importante ribadire – teniamolo sempre ben presente – che l’obiettivo di Davis (che è pure il nostro) non è prevedere con precisione di quanto un indice possa salire o scendere in un singolo anno, bensì d'individuare e seguire il trend del mercato e quindi non ci lagniamo più di tanto se talvolta il suo modello non riesce a cogliere l’esatta ampiezza di alcune correzioni (come ad aprile) o quella d'improvvisi strappi rialzisti.
Seguiamo la sua ricerca da diversi anni e avrete notato quanto il suo approccio sia affidabile – attenzione: affidabile non significa infallibile – e per questo motivo continueremo a monitorare con disciplina le sue indicazioni anche per il 2026.


La prima cosa che salta all'occhio è che il trend presumibile del 2026 è molto meno lineare di quello che era stato previsto per quest'anno: con ogni probabilità si salirà di qualche punto percentuale fino alla fine di marzo (circa 4%); segue un ritracciamento del 50% del movimento fatto da inizio anno. Poi ci sarà uno spostamento laterale fino all'estate e durante il mese di agosto - movimento che si protrarrà fino agli inizi di ottobre - non è da escludere una seconda ondata di prese di profitto. A novembre ci saranno le elezioni di mid term dopodiché dovremmo assistere ad un rally durante il quale si farà quasi tutta la performance del 2026. 

Se la previsione è corretta (lo scopriremo solo strada facendo...) potremo tenere le posizioni azionarie in deposito senza troppi problemi fino a marzo, poi bisognerebbe alleggerire. Per gli sportivi si rientra a metà giugno per uscire nuovamente a metà agosto;  si preme sull'acceleratore con una certa decisione solo a partire da ottobre o giù di lì.

Una seconda osservazione riguarda l'ampiezza del movimento rialzista: se negli anni passati si anticipavano movimenti a doppia cifra, per quest'anno il modello di Davis evidenzia una modesta plusvalenza del 5.38% il che significa vedere lo S&P500 per fine 2026 attorno ai 7'200 punti. 

Per la cronaca abbiamo tenuto conto delle principali previsioni fatte da banche ed analisti indipendenti e tutti posizionano questo indice tra 7'100 (+4%) e 8'100 (+18%) punti con un consensus attorno ai 7'500 (+9.8%) - 7'800 (+14%) punti. 

Ci stiamo preparando ad affrontare il nuovo anno e, soprattutto nei primi mesi, sarà fondamentale tenere sotto controllo alcuni elementi chiave che riteniamo opportuno sottolineare:

1) Occhio ai tassi e a cosa succede all'interno della FED

Mercoledì, il taglio dei tassi di un quarto di punto era ampiamente atteso dal mercato. Meno scontato, invece, è stato il dot plot pubblicato a seguito della riunione.
Ricordiamo che il dot plot rappresenta graficamente le aspettative sui tassi di interesse dei 19 membri votanti della Federal Reserve.
Ciò che emerge dalle proiezioni per il 2026 è particolarmente significativo:



Negli ultimi anni siamo stati abituati a osservare una certa omogeneità di vedute all’interno della Federal Reserve, anche in ossequio al principio secondo cui un’eccessiva dispersione di opinioni rischierebbe di trasmettere l’immagine di un’istituzione incerta sulla direzione da intraprendere. Che questa omogeneità fosse poi pienamente reale è tutto da dimostrare; resta però il fatto che comunicare una convergenza di giudizio è sempre stato considerato un elemento fondamentale per rafforzare la credibilità della banca centrale.

Analizziamo la visione per il 2026:

  • 3 membri vedono i tassi più alti;

  • 4 membri non si aspettano alcun taglio;

  • 4 membri prevedono un solo taglio netto (~25 bp).

  • 4 membri prevedono due tagli (~50 bp)

    . 2 membri prevedono tre tagli

    . 1 membro quattro tagli 

    . 1 membro addirittura sei tagli.

    È facile intuire come, a partire dal 2026 – e probabilmente anche prima dell’uscita di scena di Jerome Powell prevista per il 15 maggio – all’interno della FED vi sarà ampio spazio per il dibattito e trovare un punto di convergenza non sarà una passeggiata.

    Il punto cruciale, tuttavia, sarà un altro: gli investitori non dovranno avere la percezione che la Federal Reserve sia caduta sotto l’influenza della politica, compromettendo così una parte rilevante della propria indipendenza.
    Qualora questa percezione dovesse affermarsi, le previsioni di Ned Davis perderebbero rapidamente significato e si aprirebbe una fase di sfiducia sul dollaro con il rischio di flussi importanti verso altre valute.
    Molto dipenderà, naturalmente, da chi guiderà la FED dopo Powell. Tra i nomi che circolano la scelta di Trump potrebbe ricadere su Kevin Hassett, figura a lui molto vicina – uno scenario che potrebbe generare non poche tensioni – oppure su Chris Waller, tecnocrate, in Fed dal 2009 e riconosciuto esperto di politica monetaria.

    Per il momento, possiamo aspettarci dalla FED per il 2026 da 1 a 2 tagli e non di più. Non lo diamo comunque per scontato.


    2) Cosa deciderà la Corte Suprema?

    Quello che potrebbe essere definito un vero e proprio “Tariff Day” si sta avvicinando e, secondo alcune fonti, potremmo conoscere già prima della fine dell’anno la decisione della Corte Suprema in merito alla legittimità dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump. Tali misure sono state giustificate facendo ricorso – secondo diversi osservatori in modo improprio – all’Emergency Economic Powers Act.
    Qualora la Corte dovesse pronunciarsi contro le argomentazioni dell’amministrazione, si aprirebbero numerose criticità, a partire dalla questione dei rimborsi per le imprese colpite (tema su cui realtà come Costco Wholesale si sono già cautelate), fino alle possibili ripercussioni sul deficit di bilancio federale che allo stato attuale dovrebbe beneficiare in modo non trascurabile degli introiti tariffari.
    In uno scenario di questo tipo riteniamo plausibile l’emergere di un picco di volatilità sui mercati difficilmente gestibile nel breve periodo.


    3) Evoluzione dell'economia e utili aziendali.

    Non finiremo mai di sottolineare come agli attuali livelli i mercati azionari non sono proprio più a sconto e soprattutto quelli americani si portano appresso dei P/E che sono sostenibili solo se gli utili continueranno a crescere con costanza.

    Abbiamo gettato un'occhiata al documento, rilasciato dalla FED mercoledì scorso, che descrive bene cosa la Banca Centrale americana si aspetta dalla sua economia. Per chi è interessato, cliccando qui , trova il documento originale

    Riassunto succintamente la Federal Reserve prevede una crescita economica moderata negli Stati Uniti, con il PIL in aumento di circa l’1,7% nel 2025 ed un leggero miglioramento nel 2026 che porterebbe la crescita al 2.3%. Il mercato del lavoro resta solido, con disoccupazione attorno al 4–4,5%. L’inflazione è la grande incognita e non la dobbiamo attendere al 2% prima del 2028 (o forse mai!). I tassi di interesse dovrebbero scendere lentamente dai livelli attuali, senza però un ritorno rapido ai minimi storici. Lo scenario rimane soggetto a incertezze ma il quadro centrale è di normalizzazione ordinata dell’economia.

    Ciò che apprezziamo del messaggio trasmesso dalla FED è l’assenza di toni allarmistici e, soprattutto, il fatto che non emerga alcun riferimento a una recessione imminente. Questo è un elemento positivo, poiché rappresenta la conditio sine qua non affinché le aziende possano continuare a operare e a generare utili in modo sostenibile.

    Per quanto riguarda gli utili societari, che saranno uno dei principali osservati speciali nel 2026, gli analisti si attendono una crescita degli utili per azione compresa tra il 7% e il 10% annuo, in linea con quanto già osservato nel 2025. I margini dovrebbero rimanere stabili o mostrare una lieve espansione, soprattutto qualora le aziende riuscissero a sfruttare in modo efficiente le opportunità offerte dall’Intelligenza Artificiale.
    Proprio su questo fronte, tuttavia, le aspettative sui “miracoli” che la tecnologia potrebbe generare stanno crescendo in modo esponenziale, forse eccessivo. Uno dei principali rischi è infatti che gli ingenti investimenti effettuati non siano accompagnati da ritorni adeguati. È probabile che questo tema emerga con maggiore forza a partire dal 2027, ma riteniamo che già nel 2026 il mercato inizierà a valutare con maggiore attenzione la distanza tra promesse e risultati concreti dell’AI.

    Così come già avvenuto nel 2025, anche nel prossimo anno più dei numeri contabili conteranno le aspettative sui trimestri successivi. Non di rado, infatti, sono proprio gli outlook a rovinare la festa a molte aziende che, pur presentando risultati eccellenti, finiscono per deludere il mercato sulle prospettive future.

    ***

    Prima di gettare la consueta occhiata agli indici e ai cambi, a sostengo di quanto abbiamo appena menzionato a proposito degli outlook, vi sarete accorti che venerdì la giornata borsistica non si è chiusa in gloria, anzi... Siamo certi che, come noi, vi sarete chiesti cosa diavolo è successo.

    Purtroppo a muovere i mercati sono stati i numeri di Broadcom che in occasione della pubblicazione degli utili (stratosferici) ha annunciato problemi in vista per i prossimi trimestri legati soprattutto ad una diminuzione delle marginalità dei chip che verranno venduti. Per farla breve: venderanno sempre un sacco ma guadagneranno di meno... ergo il titolo perde quasi un 11%, contagia il settore e trascina al riabbasso il suo indice di riferimento che è il Nasdaq.  Lo S&P500 non sta a guardare e pure lui si adegua al trend di giornata influenzando i mercati europei che chiudono tutti in rosso.

    Come se non bastasse andate a gettare un'occhiata al rendimento del decennale americano... anzi ve lo facciamo vedere:



    Un rendimento del 4,18% sul Treasury decennale, nonostante una politica monetaria più accomodante, non passa certo inosservato. È vero che la Fed controlla il prezzo del denaro principalmente sul breve termine, ma proprio per questo diventa legittimo interrogarsi sul fatto che oggi il decennale sia dominato da fattori fiscali, inflattivi e di rischio strutturale. Tra questi spicca un deficit pubblico che non accenna a ridursi e che si avvia verso i 38 trilioni di dollari.
    Finché queste criticità resteranno sul tavolo, appare difficile immaginare un rendimento stabilmente sotto il 4%, anche in presenza di una politica monetaria più dovish. In questo contesto, persino sei tagli dei tassi rischierebbero di avere un impatto limitato sulla parte lunga della curva.
    Va infine ricordato che rendimenti intorno al 4,18% non rappresentano certo il miglior alleato dei  mercati azionari...

    ***


    Certo che se non ci fossero stati gli outlook negativi di Broadcom lo S&P500 ( +16.08% ytd), una volta testato il massimo storico,  avrebbe avuto la forza di andare oltre e dirigersi verso i 7'000 punti. Non è purtroppo stato il caso ed ora intravvediamo un doppio massimo che potrebbe anche rovinarci parzialmente il Natale. Contiamo, in caso di ulteriore correzione, che la media mobile dei 50 giorni (linea viola) funga da supporto tenendoci lontani dai 6'700 punti. Non siamo tranquillissimi... anche se per il momento il trend a medio-lungo non è messo in discussione.


    A maggior ragione, il Nasdaq (+20,12% YTD) non poteva ignorare il messaggio arrivato da Broadcom. L’indice ha già effettuato una discesa verso il supporto della media mobile a 50 giorni, livello che, fortunatamente, ha per ora retto.
    Il trend di fondo resta dunque intatto, ma è innegabile che il segnale abbia attirato la nostra attenzione. Abbiamo quindi “drizzato le antenne” e sarà la prossima settimana a dirci se possa essere opportuno alleggerire selettivamente alcune posizioni, anche solo per cristallizzare parte dei profitti accumulati.


  • Anche l’Europa non è rimasta indenne da quanto accaduto negli Stati Uniti e, nel finale di seduta, i listini hanno registrato uno storno significativo. Un vero peccato, perché l’EuroStoxx 50 (+16,85% YTD, meglio dello S&P 500) sembrava ben avviato verso area 5.870 punti, livello che speravamo potesse finalmente essere superato.
    Detto questo, se dobbiamo essere sinceri, sui mercati europei siamo meno preoccupati: oltre a valutazioni che non appaiono eccessive in termini di P/E, è opinione diffusa che nel 2026 possano addirittura fare meglio dei “cugini” americani.
    Un eventuale sblocco del conflitto Russia–Ucraina potrebbe inoltre rappresentare un ulteriore elemento di supporto. Gli Stati Uniti stanno già muovendosi con decisione per posizionarsi sul fronte della ricostruzione, e forse questa potrebbe essere l’occasione giusta affinché l’Unione Europea si (ri)compatti, evitando di restare tagliata fuori da un processo strategicamente rilevante.



    È forse passato un po’ sottotraccia, ma anche la Banca Nazionale Svizzera si è riunita questa settimana e, come da attese, ha lasciato i tassi a zero, facendo chiaramente intendere che questo livello di rendimento dovrà essere gestito ancora per un periodo prolungato. Se per il reddito fisso ciò rappresenta una criticità evidente, per lo SMI  è invece un fattore di supporto, considerata la scarsità di alternative all’investimento azionario per chi detiene franchi svizzeri.

    Anche il nostro mercato, nella seduta di venerdì, stava beneficiando di una notizia positiva legata a UBS. Il temuto aumento di capitale da 24 miliardi di dollari, che si vorrebbe imporre all’istituto, potrebbe infatti essere realizzato tramite l’emissione di obbligazioni AT1 (Additional Tier 1), strumenti ibridi a metà strada tra capitale proprio e debito. Alla luce dell’esperienza maturata con strumenti analoghi emessi da Credit Suisse, resta da capire quanto questa strategia sarà facilmente percorribile; tuttavia, il mercato ha accolto favorevolmente l’ipotesi. Il titolo UBS ha infatti guadagnato oltre il 4% in corso di seduta, per poi restituirne circa la metà in chiusura, trascinato dal ribasso dei mercati americani.

    Peccato per il finale, ma il messaggio resta chiaro: la Borsa svizzera è tutt’altro che spenta. Lo SMI, da inizio anno, segna comunque un progresso dell’11,09%.

    ***


    Per quanto il taglio dei tassi fosse ampiamente atteso, il dollaro non ha resistito alla tentazione di indebolirsi ulteriormente e, contro franco svizzero, si è spinto pericolosamente vicino ai minimi storici. Una reazione che sorprende solo fino a un certo punto.
    Come accennato in precedenza, i problemi che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare sono numerosi e, sebbene un rendimento del 4,18% sul Treasury decennale non sia da scartare a priori, sempre più investitori iniziano a ritenere che non compensi adeguatamente il rischio insito nel detenere titoli di Stato americani.
    L’esito finale di questa dinamica appare, in fondo, piuttosto chiaro: o i rendimenti continueranno a salire per attrarre capitali, oppure la Federal Reserve dovrà, volente o nolente, intervenire facendosi carico della situazione.


     
    Anche l'euro ha perso qualcosina contro franco nella giornata di venerdì ma per fortuna siamo ancora lontani dai minimi storici. Per un po' lo spostamento sarà laterale.


    Vi sarete probabilmente accorti che il Bitcoin, da alcune settimane, non riesce – pur avendoci provato ripetutamente – a superare la resistenza chiave in area 92.000–93.000 dollari. Le ragioni che stanno verosimilmente comprimendo questa criptovaluta sono diverse.

    • Dal punto di vista tecnico, l’area 92–93 mila dollari rappresenta una resistenza “robusta”, confermata sia dai livelli di Fibonacci sia da altri strumenti di analisi grafica. Ogni tentativo di rottura è avvenuto con volumi in progressiva diminuzione, segnale di una domanda poco aggressiva.

    • Il mercato appare oggi chiaramente venditore sulle salite, comportamento tipico di un asset entrato in una fase di consolidamento.

    • flussi verso gli ETF su Bitcoin hanno rallentato, contribuendo a un indebolimento della domanda marginale.

    • È inoltre probabile che una parte degli investitori sia stata “punita” per un eccesso di leva finanziaria. Dopo simili episodi, riprendere l’attività come se nulla fosse accaduto non è immediato. Non a caso, il sentiment sembra essersi spostato da un atteggiamento FOMO (“comprare a qualsiasi prezzo”) a un più pragmatico “wait and see”.

    A questo punto la domanda è: che cosa sta aspettando il mercato? La risposta resta la stessa già indicata la scorsa settimana: una rottura convincente della resistenza, che riteniamo possibile solo in caso di un superamento deciso di 94.700 dollari. Fino ad allora, è lecito attendersi una fase laterale.





    Dal punto di vista tecnico, l’oro – sostenuto dal taglio dei tassi americani e da un contesto geopolitico particolarmente vivace – ha raggiunto il target tecnico in area 4.320 dollari, per poi correggere nella seduta di venerdì pomeriggio. È verosimile che nelle prossime settimane il metallo prezioso entri in una fase di consolidamento su questi livelli.
    Un’estensione oltre il massimo storico segnato lo scorso ottobre non appare scontata e, per quanto ci riguarda, torneremmo acquirenti solo in caso di una rottura convincente di tale soglia. Chi detiene già oro in portafoglio può invece mantenere le posizioni.


    Buona domenica!!

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