È stata una settimana interlocutoria in attesa della prossima, decisamente più significativa, in cui con ogni probabilità (si stima un 86%) la FED procederà al taglio dei tassi. Come già osservato, la vera sorpresa sarebbe un mantenimento degli attuali livelli: alla luce dei dati pubblicati in questi giorni, non vi è motivo per cui la banca centrale americana dovrebbe guastare il Natale agli investitori. I mercati azionari sembrano averlo intuito e, negli ultimi due giorni, hanno infatti aggiunto quasi ovunque un ulteriore mattoncino dell’1% alla performance annuale. Niente male.
Come accennato, osservando i dati pubblicati negli Stati Uniti, non vediamo motivi per cui la Federal Reserve dovrebbe discostarsi da quella che appare la scelta più probabile: un taglio dei tassi di un quarto di punto. Entriamo dunque nel dettaglio dei principali indicatori:
- ADP novembre: - 32k (atteso: 40k ; precedente: 47k). Il settore privato ha cancellato per il mese di novembre 32'000 posti di lavoro. Per quanto non sia uno degli indicatori favoriti dalla FED è comunque ben al di sotto delle aspettative e giustificherebbe un taglio.
- Nuove richieste di disoccupazione 29 al novembre: 191k (atteso: 218k; precedente: 216k). Le richieste sono inferiori alle aspettative segno che il mercato del lavoro è ancora vivo; da questo punto di vista forse un taglio non si giustifica fino in fondo ma insomma...
- PCE yoy: 2.8% (atteso: 2.9%; precedente: 2.7%9; Core PCE yoy: 2.8% (atteso: 2.8%; precedente: 2.9%). Il PCE è il dato riguardante l'inflazione americana preferito dalla FED e quello pubblicato venerdì 5 dicembre misura l'inflazione di fine settembre. Mancano ottobre e novembre, che non sappiamo ancora come sono andati, ma per il momento l'inflazione sembra apparentemente non essere un problema anche se il rincaro non è dove la FED lo vorrebbe (al 2%). Quando parleremo dell'oro, vedremo che negli USA (ma non solo...) in fatto di rincaro non è tutto rosa e fiori.
Alla luce dei dati, è ragionevole ritenere che un taglio dei tassi sia un’ipotesi più che plausibile. Con il pensiero però siamo già proiettati al 2026, anno in cui – tra i vari eventi attesi – assisteremo anche al pensionamento di Powell. Con ogni probabilità, all’inizio dell’anno Trump annuncerà ufficialmente il suo successore e le indiscrezioni convergono sul nome di Kevin Hassett figura a lui molto vicina e considerata un candidato decisamente ‘dovish’. È verosimile che Hassett imprimerebbe sin da subito un orientamento favorevole a tagli rapidi e consistenti dei tassi d’interesse; parallelamente guarderebbe con favore a una riduzione delle riserve nel bilancio della FED, dinamica che potrebbe rafforzare il dollaro e contribuire a contenere parzialmente le pressioni inflazionistiche. La scelta di Hassett potrebbe mettere a dura prova l'indipendenza della Banca Centrale ma francamente, prima di fare un processo alle intenzioni, preferiamo vedere il nuovo governatore all'opera. Poi ci esprimeremo.
Nel frattempo siamo comunque in grado di dire cosa si aspetta il mercato a proposito di tagli ai tassi per il 2026:
Per quanto concerne l'America, i tagli di un quarto di punto attesi sono almeno 3. Sarà interessantissimo il 10 dicembre ascoltare Powell a tal proposito...
Nessun taglio atteso nell'anno nuovo per Europa (prossima riunione: 18.12) e per la Svizzera (prossima riunione: 11.12).
Non abbiamo mai parlato, ma forse è arrivato il momento di farlo, della Banca Nazionale Giapponese che per decenni ha tenuto i tassi vicino allo zero ma l'arrivo del nuovo primo ministro sta agitando le acque...
...ed anche per il
Giappone sono previsti almeno
un paio di rialzi, il primo molto probabilmente già il
19.12 di un quarto di punto, mentre il secondo è atteso durante il 2026. Ne parliamo in quanto questa inedita situazione tocca da vicino tutti coloro che sono abituati a fare del carry trade con la valuta giapponese che ora sta diventando un po' meno appetitoso e obbliga non pochi investitori a chiudere controvoglia molte delle posizioni aperte. Sicuramente ricordate ancora l'agosto del 2024: non ci attendiamo una reazione tanto drammatica ma, comunque sia, un po' di volatilità supplementare la vedremo. Il 19 prestiamo attenzione più del solito alla BoJ.
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Per il momento – e va più che bene così – confermiamo la nostra visione secondo cui lo S&P 500 dovrebbe muoversi lateralmente fino a fine anno. Un eventuale taglio dei tassi potrebbe offrirgli un modesto impulso al rialzo, nell’ordine di qualche punto percentuale, ma molto dipenderà dalle indicazioni che fornirà Powell. Siamo sinceramente curiosi di ascoltare le sue parole anche perché, con l’inizio del nuovo anno, dovrà già confrontarsi con il suo successore designato. Trump sembra infatti intenzionato ad annunciarne il nome già nelle prime settimane del 2026: sebbene a Powell restino comunque cinque mesi di mandato, la fase di transizione potrebbe avviarsi rapidamente e l’impronta del futuro Governatore potrebbe iniziare a farsi sentire ben prima del suo effettivo insediamento.
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Forse stiamo esagerando ma ci sembra di aver intravisto per lo
S&P500 (+16.81% ytd) uno spalla - testa - spalla rovesciato (3 parentesi rosse) che notoriamente è una figura rialzista: basterebbe, si fa per dire, che
l'indice abbia la forza di issarsi sopra il suo record storico (6'939 punti) per innescare il potenziale di rialzo insito in questa figura: significherebbe che il nuovo target tecnico sarebbe ben oltre i 7'000 punti. Restiamo però con i piedi ben saldi per terra: Babbo Natale lo lasciamo ai bambini, anche se concedersi ogni tanto qualche sogno ad occhi aperti non è certo proibito. Lo vedremo meglio nei prossimi post dedicati alle prospettive per il 2026: non pochi analisti ritengono infatti che l’indice possa superare senza troppe difficoltà la soglia dei 7.000 punti.
Non è così facile invece stabilire un target per il
Nasdaq (+22.10% ytd) ma a noi interessa semplicemente che il suo percorso si sviluppi all'interno del canale ascendente rappresentato dalle due parallele verdi. Per il momento il trend è più che confermato. Godiamocelo.
Non ricordiamo più qual'è stata l'ultima volta che l'
Eurostoxx50 (+16.91% ytd) ha fatto gara a pari con lo S&P500! Trump nei confronti dell'Europa non è (mai) stato tenero ed affermare che "
se l'Europa non cambia, sparirà!" forse ha ragione ma per il momento, almeno borsisticamente parlando, è bella presente e tutto sommato non sembra sull'orlo di un precipizio. Purtroppo non possiamo beneficiare, non essendo previsti, di alcun taglio ai tassi ma i 5'870 punti sono ancora il nostro target per fine anno.
Lo SMI (+11.51% ytd) ci ha fatto penare per tutto il 2025 ma nelle ultime settimane si è messo di buzzo buono ed ora i 13'000 punti sembrano a portata di mano. Non osiamo pensare dove sarebbe potuto andare senza il franco troppo forte, i dazi al 39% (entro fine anno saranno al 15%) e senza le disavventure di qualche colosso come Nestlé, Roche e via dicendo. Le medie mobile a 100 (verde) e 200 (blu) giorni si stanno incrociando sostenendo in tal modo il trend nel medio termine: il 2026 potrebbe anche non essere un brutto anno per il nostro mercato.
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Considerato che il target dell'
oro è stato da molti rivisto ben oltre i 5'000 dollari l'oncia, ci hanno chiesto se è il momento di (ri)comprarlo: vorremmo rispondere a questa domanda in modo un pochino più tecnico di un semplice si o no.
È noto che l’oro rappresenta tradizionalmente una delle coperture più efficaci contro l’inflazione. Se nella nostra economia l’inflazione sembra essersi temporaneamente attenuata, basta allargare lo sguardo oltre i confini nazionali – ed in particolare oltreoceano – per trovare un quadro decisamente diverso, con dinamiche dei prezzi più sostenute e persistenti:
Nello schema emerge chiaramente come il costo della vita per un americano sia aumentato in modo significativo dal marzo 2020 (piena pandemia) all’agosto di quest’anno. Due osservazioni:
a) il PCE ha catturato solo parzialmente il rincaro di molte delle voci considerate e
b) l’aumento dei salari orari ha compensato solo in parte l’impatto dei maggiori costi.
Come tutti gli indici, anche il PCE restituisce una fotografia parziale della realtà, spesso lontana dall’esperienza quotidiana dei consumatori. Attualmente quelli americani non sono contentissimi a meno che non abbiano comprato dell'oro: da marzo 2020 ad oggi il metallo giallo si è rivalutato del 174%. Bisognerebbe fare un calcolo molto più preciso ma di norma, per chi teme gli effetti dell'inflazione nel lungo termine, l'acquisto di oro non è sbagliato, anzi!
Altra osservazioni un pochino più tecnica: non è l’inflazione in sé che fa salire l’oro, ma a farlo muovere sono i tassi reali.
Tasso reale = tassi nominali - aspettative d'inflazione.
Senza entrare nel merito dei tassi nominali e delle aspettative di inflazione (se qualcuno è interessato trova ampie spiegazioni in internet) vale la regola seguente:
più i tassi reali scendono più l'oro sale e viceversa.
L’oro è notoriamente quotato in dollari e, di conseguenza, è il tasso reale statunitense a rappresentarne il principale driver. Oggi il tasso reale si colloca attorno all’1,5% ma se la FED dovesse effettivamente avviare un ciclo di tagli nel corso del prossimo anno – a inflazione invariata – la sua traiettoria sarebbe tendenzialmente discendente con effetti favorevoli sulla quotazione dell’oro.
Qualora l’inflazione scendesse in misura equivalente alla riduzione dei tassi nominali, l’impatto sull’oro sarebbe sostanzialmente nullo.
Tuttavia appare plausibile che l'amministrazione Trump possa spingere la FED verso tagli più decisi, mentre l’inflazione – verosimilmente – potrebbe mostrare una dinamica più sostenuta: in un tale scenario la contrazione dei tassi reali sarebbe pressoché inevitabile e il metallo giallo ne beneficerebbe in modo significativo.
Vi sono poi diversi altri fattori che incidono sul prezzo dell’oro: dall’intensa attività di accumulo da parte di molte Banche Centrali – in particolare Cina, India e Russia – alla crescita degli ETF che detengono oro fisico. A ciò si aggiunge l’avversione al rischio di una parte crescente degli investitori, che tende a includere una quota di metallo giallo nella propria asset allocation. Infine, tensioni geopolitiche, conflitti e shock sanitari contribuiscono ulteriormente a sostenere la domanda.
Se l’obiettivo è acquistare oro in un’ottica puramente speculativa, il timing d’ingresso diventa determinante. Dal punto di vista tecnico, un livello di entrata più interessante potrebbe collocarsi attorno ai 4.000 dollari l’oncia; rispetto alle quotazioni attuali ciò implicherebbe attendere una fase correttiva. Acquistarlo ora significherebbe pagarlo 4.197 dollari l’oncia e, secondo il nostro modello, il target di uscita si situerebbe intorno ai 4.320 dollari: un margine di profitto tutt’altro che entusiasmante. Certo che se si mira ai 5'000$ allora si può entrare subito ma bisogna poi armarsi di pazienza.
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Anche questa settimana non possiamo esimerci dal parlare di bitcoin. E' sulla bocca di molti se non di tutti e questa volta la grande correzione ha l'aria di essere più tenace e consistente delle altre. Le motivazioni di una tale correzione sono molte e tra le più gettonate troviamo l'halving (il dimezzamento della ricompensa per coloro che minano bitcoin), il ruolo degli istituzionali che sono sempre più presenti (fanno massa e quando si muovono si sentono) e di certo hanno giocato un ruolo importante anche i margin call che hanno colpito duro coloro che si sono indebitati fortemente per comprare crypto ( ne conosciamo tanti che si sono fatti male...). Insomma, una volta di più invitiamo tutti coloro che sono attratti dalle cryptocurrencies a non farsi prendere troppo la mano e soprattutto attenzione a non esagerare con le leve.
Tecnicamente abbiamo assistito già la scorsa settimana ad un pullback che è stato reiterato anche durante la settimana che sta per finire ma pare che la resistenza posta tra 92 e 93'000 $ non sia così facile da superare. Fino a quando non avremo l'evidenza di essere andati ben oltre questo livello stiamo molto attenti a non comprare a piene mani. I manuali di analisi tecnica ci suggeriscono che una resistenza (ragionamento valido anche per i supporti) è superata con convinzione quando siamo sopra di essa di almeno un 3%: nel nostro caso significa che se la resistenza è posta a 92'000 la possiamo considerare definitivamente superata se il bitcoin evolverà sopra i 94'760$.
Buona domenica!
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