A dire la verità per questo week end avevamo programmato altro ma chi vi scrive è da qualche giorno bloccato a letto da una noiosa e persistente influenza di quelle che spesso hanno il potere di annebbiarti le idee; in queste condizioni scrivere qualche baggianata è un attimo e quindi per oggi ci limiteremo all'essenziale.
La settimana è stata corta e poco movimentata come confermato dai volumi al ribasso di molte borse: il Thanksgiving ed il successivo Black Friday hanno avuto un ruolo importante. Ciò non toglie che lo S&P500, probabilmente memore che novembre è statisticamente il migliore dei mesi per le borse, in zona Cesarini ha messo in atto uno spettacolare recupero di oltre tre punti e mezzo portando questo indice ad un nonnulla dal suo record storico. I 7'000 punti sembrano ora più a portata di mano.
Complici di un simile rimbalzo sono stati senz'altro il ritorno della volatilità sotto il 20 - quasi a significare "allarme rosso rientrato" - la pubblicazione dei dati del terzo trimestre che hanno evidenziato numeri di tutto rispetto (+14% su base annua, ben oltre le aspettative) e soprattutto il ritorno, come evidenziato dai futures, della convinzione che il 10 dicembre la FED taglierà i tassi:
Se vi ricordate bene, il 16 novembre un taglio aveva una probabilità del 44% di realizzarsi mentre oggi lo possiamo dare - la probabilità è dell'86%- quasi per scontato. E' chiaro che se Powell dovesse prendere una decisione diversa, allora potremo dire addio al rally natalizio e considerare i giochi del 2025 praticamente conclusi. Saranno poi riaperti da Trump con la nomina anzitempo del nuovo governatore della FED ma questa è musica per il 2026.
Domanda: Powell potrebbe essere tentato di non abbassare i tassi?
Sappiamo che le decisioni della Fed si basano innanzitutto sui dati relativi all’inflazione e al mercato del lavoro, dati che non sono stati pubblicati con la consueta regolarità durante il lungo lockdown. Le cifre diffuse mercoledì, riguardanti le richieste continuative di sussidi di disoccupazione e le nuove richieste, risultano sostanzialmente in linea con le attese e, soprattutto, non mostrano preoccupanti pressioni al rialzo. A ciò si aggiunge un’inflazione che fatica a convergere verso l’obiettivo del 2%.
In questo contesto, Powell potrebbe effettivamente essere indotto a procrastinare. Tuttavia, siamo inclini a pensare che alla fine cederà alle pressioni politiche provenienti da Trump.
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Come già sottolineato l'ipotesi di un taglio ai tassi ha contribuito al rialzo di questa settimana dello S&P500: per il momento la nostra visione è quella di uno spostamento laterale dell'indice fino alla fine dell'anno. Diventeremo rialzisti solo una volta che l'indice avrà superato la resistenza (linea rossa superiore) e non prima. Mercoledì 10 dicembre sarà cruciale.
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Come detto il recupero settimanale dello S&P500 (+16.45% ytd) è stato spettacolare ma va sottolineato che è avvenuto con volumi molto bassi e quindi, prima di esaltarci più del dovuto, vogliamo vedere lunedì, quando si ritornerà alla normalità, se tutto questo ottimismo sarà confermato. Per il momento c'è uno scoglio importante da superare rappresentato dai 6935 punti che guarda caso è pure il record storico di questo indice. Insomma, superare un ostacolo psicologico di questa entità non sarà facile. Un taglio ai tassi di certo aiuta!
Bene anche il recupero del Nasdaq (+21% ytd) che così facendo si è allontanato dal supporto dei 22'200 punti rimanendo in tal modo saldamente all'interno del canale ascendente a conferma di un trend rialzista molto solido. I risultati, soprattutto delle società coinvolte nell'AI, sono stati fondamentali e lo saranno verosimilmente anche durante il 2026. Ma non diamo comunque tutto per scontato e soprattutto prestiamo molta attenzione ad alcuni segnali che di tanto in tanto fuoriescono da questo mondo dorato: vi mostriamo un grafico, tra i tanti che stiamo analizzando, utile per avviare una riflessione su cosa potremmo attenderci per il 2026 e che sarà nostra premura pubblicare al più presto:
Non vogliamo allarmarvi, ma non possiamo nemmeno ignorare il fatto che i CDS di Oracle — rappresentano in sostanza il costo di un’assicurazione contro il rischio d'insolvenza — sono schizzati alle stelle.
Quando un’azienda annuncia un forte aumento della spesa in un settore ad alta intensità di capitale (come nel caso di Oracle), il mercato del credito tende a reagire prima di quello azionario.
In altre parole, il mercato non sta bocciando l’AI in sé, ma teme che Oracle si sia impegnata in un ciclo d'investimenti troppo pesante rispetto alla propria struttura finanziaria. Vero o falso che sia, qualcuno questa domanda se la sta ponendo e le conseguenze sono ben evidenti. Quante altre aziende si trovano, o presto si ritroveranno, nella stessa situazione? Non lo sappiamo ancora ma per noi è arrivato il momento di scoprirlo.
Abbiamo ormai la consapevolezza che la strada verso l’Intelligenza Artificiale è tracciata: non si tornerà più indietro. D’ora in avanti dovremo chiederci quali aziende sapranno adattarsi con maggiore efficacia a un mondo in costante e rapidissima evoluzione. La selezione sarà intensa, quasi darwiniana, e la nostra sfida consisterà nell’individuare quali società non solo sopravvivranno ma riusciranno a prosperare. Non è affatto scontato che siano quelle che oggi consideriamo leader. Torneremo su questo tema nei prossimi post.
Bene! Il test del supporto dei 5'500 punti è perfettamente riuscito all'Eurostoxx50 (+15.77% ytd). Sulla falsariga del cugino americano pensiamo che da qui alla fine dell'anno lo spostamento sarà piuttosto laterale anche se abbiamo sempre nel mirino i 5870 punti.
Supporto dei 12'400 punti confermato anche per lo SMI (+10.63% ytd) che a quanto pare sta ritrovano un po' dello smalto dei tempi migliori. Potenziale di miglioramento ne ha: soprattutto se, come sembra, i dazi americani verranno ridotti e se dollaro ed euro si rafforzeranno un pochino nel 2026.
Per il momento continua lo spostamento laterale di Euro/usd... Sul breve c'è una leggera tendenza rialzista a favore della valuta americana ma la convinzione è poca...
Ogni volta che euro/chf si allontana dal supporto inviduato a 0.9216 siamo solo che contenti. Non sarebbe male chiudere l'anno come l'abbiamo iniziato, ovverosia con questa parità che segnava 0.9398... Non siamo molto lontani.
C’è un bel movimento in casa Bitcoin! Questa settimana la criptovaluta ha tentato — ed in parte c'è riuscita — un recupero che l’ha riportata a testare la nuova resistenza in area 92.000 $.
Il pattern è un classico: una volta rotto il supporto dei 92.000 $, il prezzo è sceso verso gli 80.000 $. Successivamente si è innescato un movimento rialzista — un tipico pullback — che, guarda caso, si è fermato proprio in prossimità di quella che ora è diventata la nuova resistenza (i vecchi supporti, come sappiamo, una volta violati si trasformano in resistenze e viceversa). Se questa resistenza non viene superata con decisione, capita spesso che il movimento ribassista riprenda forza: nel nostro caso l’obiettivo tecnico diventerebbe il successivo supporto situato in prossimità dei 75.000 $.
Nelle crypto l’analisi tecnica funziona “così così”: offre qualche indicazione utile, ma non è ancora uno strumento imprescindibile. Quindi prendetela con prudenza.
Comunque per quanto ci riguarda, compreremo Bitcoin solo quando avremo la prova che i 92.000 $ sono stati superati con convinzione. Farlo prima, a nostro avviso, significa assumersi un rischio inutile.
Buona domenica!
Per chi ha voglia di leggere – e tanto per iniziare a portarci avanti con i lavori preparatori in vista del 2026 – condividiamo un'altra delle riflessioni che abbiamo maturato in questi giorni. Ci siamo chiesti come mai la volatilità è diventata estremamente sensibile: basta poco (si fa per dire...) per metterla in movimento. Una tale reattività non va affatto sottovalutata e potrebbe diventare uno dei grandi problemi da affrontare per l'anno nuovo.
La nuova era della liquidità sottile: perché oggi gli shock pesano di più
Negli ultimi giorni abbiamo assistito a movimenti molto insoliti nei mercati finanziari. Giovedì 20 novembre lo S&P 500 ha aperto in forte rialzo grazie ai buoni risultati di Nvidia, ma poche ore dopo una serie di vendite automatiche da parte di investitori “sistematici” ha ribaltato il trend: l’indice è
passato da +1,4% a –1,6% in giornata. Una tale fluttuazione è favorita dalla pochissima liquidità in circolazione; bastano ordini non particolarmente grandi per far muovere i prezzi in modo brusco.
Questa dinamica non sembra legata ai fondamentali economici: è un problema di funzionamento del mercato, più che di risultati delle aziende. Approfondiamo.
Perché la liquidità è così importante?
La parola liquidità significa due cose:
1) La possibilità di finanziare o rifinanziare posizioni: molti investitori utilizzano prestiti
e leva; spesso gli stessi titoli vengono usati più volte come garanzia. Se questo
meccanismo si inceppa, anche temporaneamente, rischia di incepparsi tutto il resto.
2) La facilità con cui si può comprare o vendere senza muovere troppo i prezzi: dopo
il 2008 le regole hanno reso più costoso fare market making. Risultato: quando
qualcuno deve vendere o comprare, il mercato “si svuota” e i prezzi saltano
rapidamente.
In sintesi: il mercato è diventato più grande, ma la porta d’uscita è più stretta. Basta un po’
di pressione per creare movimenti violenti.
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Effetti sulla criptovaluta
Anche il mercato delle criptovalute ha subito il colpo: il Bitcoin è sceso fino a 80.000 dollari,
più del 35% sotto i massimi di ottobre. Dopo l’entusiasmo per gli ETF negli USA, hanno pesato:
- dubbi sulle vulnerabilità tecnologiche future (quantum computing) argomento assolutamente da approfondire nel 2026
- meno utilizzo del Bitcoin per pagamenti, a favore delle stablecoin
- le tensioni sul funding: un settore molto basato sulla leva soffre parecchio quando i costi di finanziamento salgono
Ancora una volta: non è una crisi di valutazioni ma è una crisi di finanziamento.
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Molti segnali suggeriscono che la fase di risk-off dei mercati azionario non dipenda da un’eccessiva sopravvalutazione dei listini, ma da problemi di liquidità: proprio per questo il Presidente della Fed di New York, John Williams, ha lasciato intendere che la banca centrale potrebbe dover riattivare gli acquisti di titoli (il cosiddetto QE, Quantitative Easing) per stabilizzare il sistema.
Il messaggio è chiaro:
oggi le banche centrali devono intervenire prima, perché i meccanismi che tengono
insieme il finanziamento del sistema sono più fragili rispetto al passato.
Per fare un confronto:
- nel 2008 si aspettò mesi prima di intervenire;
- oggi bastano due giorni di stress sui Treasury per costringere le autorità a frenare.
- adesso, con le riserve bancarie vicine ai 3.000 miliardi, molti operatori chiedono già un nuovo QE e probabilmente lo otterranno.
Politiche fiscali molto espansive: un’altra fonte di pressione
Nel frattempo, i governi continuano a spendere molto:
- negli USA si parla di trasferimenti diretti da 2.000 dollari finanziati tramite dazi;
- in Giappone la nuova premier ha lanciato un piano di stimoli da 130 miliardi di dollari.
Quando le politiche fiscali e monetarie sono entrambe espansive e l’inflazione resta sopra il
target, il risultato è un indebolimento strutturale della valuta e un aumento dei rendimenti a
lungo termine. È il cosiddetto debasement trade.
Lo si ottiene quando le banche centrali cercano di tenere artificialmente bassi i rendimenti più lunghi
(come fa la Bank of Japan) e la pressione si scarica inevitabilmente sul cambio.
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