domenica 17 maggio 2026

Trump lascia Pechino senza accordi e Wall Street se ne accorge

Dal viaggio alla corte di Xi Jinping, per quanto ci è dato sapere, Trump sembra essere tornato a casa con una miriade di fotografie di rito più che con dei risultati concreti — molto probabilmente ne hanno tratto maggior beneficio i 17 CEO americani che lo hanno accompagnato — e una volta rientrato negli Stati Uniti si è ritrovato, con un’inflazione risalita al 3,8%, con i prezzi alla produzione ai massimi degli ultimi quattro anni, con il Treasury decennale che oramai rende il 4,60%, il Canale di Hormuz ancora bloccato, il petrolio a 105$ (WTI) e 109$ (Brent) e una benzina ormai prossima ai 5 dollari al gallone. Ci sarebbe dell'altro ma non vogliamo infierire oltre...

Con queste premesse si comprende meglio la postura strategica cinese: infatti Xi è sembrato molto compassato e non pare avere alcuna particolare fretta di aiutare Donald a risolvere il “pasticcio iraniano”, limitandosi piuttosto a restare seduto sulla proverbiale sponda del fiume in attesa che il rivale si logori da solo; in fondo, costringere il nemico a consumarsi economicamente, politicamente e psicologicamente può rivelarsi assai più efficace — e infinitamente meno costoso — di qualsiasi scontro diretto.




Nel frattempo dobbiamo prendere nota dell'avvicendamento alla presidenza della FED, ufficializzato anche dal Senato quando, venerdì, Warsh ha definitivamente preso il posto di Powell. 

Gli auguriamo buon lavoro ma non vorremmo essere in questo momento nei suoi panni:



come già sottolineato, martedì abbiamo saputo che l'inflazione è al 3.8%, più alta del 3.7% atteso (precedente: 3.35%) ...

…mentre i prezzi alla produzione - anticipatori d'inflazione futura certa - stanno accelerando rapidamente, riportandosi sui livelli osservati nel periodo 2021-2022 e che ricordiamo bene essere stati una delle principali fonti di pressione sull’inflazione americana.

Non ci aspettiamo necessariamente un ritorno a dei picchi superiori all’8%, ma finché i costi energetici continueranno a mantenersi elevati sarà difficile immaginare un rientro ordinato delle pressioni inflazionistiche. Energia, trasporti e materie prime continuano infatti ad agire come una tassa occulta sull’intero sistema economico, esercitando un’influenza persistente e decisamente negativa non solo sull’inflazione statunitense ma anche su quella di buona parte delle economie occidentali.



Il petrolio — sia il WTI (nero) sia il Brent (blu) — non sembra mostrare alcuna reale intenzione di scendere stabilmente sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, segnale che il mercato continua a prezzare un rischio geopolitico tutt’altro che rientrato.

Conoscendo l’imprevedibilità di Donald non si può nemmeno escludere che, archiviato con qualche sentore di frustrazione il viaggio in Cina, possa decidere di tornare ad alzare il livello dello scontro con l'Iran riprendendo i bombardamenti che a suo dire saranno "at a much higher level”. 

Del resto, dopo aver dichiarato di aver colpito oltre 80'000 obiettivi  iraniani militari e non — consumando una quantità enorme di munizioni e missili di precisione — l’apparato militare e logistico americano sembra ormai aver ricostituito buona parte dell’arsenale che si era rapidamente assottigliato nelle prime settimane del conflitto. Quando la macchina militare americana torna a riempire i magazzini, storicamente tende anche ad utilizzarli. Vorremmo chiaramente essere smentiti.



Per il momento quindi, la principale preoccupazione di Warsh dovrebbe essere quella di evitare che PPI ( prezzi alla produzione in viola) e CPI (inflazione in nero) sfuggano ancor più al suo controllo anche se l'impresa non sembra proprio una passeggiata di salute. Per fortuna può ancora contare su un mercato del lavoro non del tutto moribondo e su una disoccupazione (in blu) che con un 4.3% sembra essere costante nel tempo.




Ma potrebbe, come suggerisce la copertina dell'Economist di questa settimana, essere solo una questione di tempo. Riassunto all'osso l'articolo sostiene che l’apocalisse occupazionale causata dall’AI non è ancora arrivata, ma che i governi farebbero un grave errore ad aspettare prove definitive prima di prepararsi.

Il rischio non è tanto una scomparsa immediata del lavoro, quanto una società in cui produttività, ricchezza e profitti si concentrano sempre più nelle mani delle grandi aziende tecnologiche mentre salari, qualità del lavoro e stabilità sociale si deteriorano. Per questo, secondo l' Economist, gli Stati dovrebbero iniziare fin da ora a costruire reti di protezione così da evitare che il progresso tecnologico sfoci in tensioni sociali e politiche destabilizzanti. 

Non siamo ancora a questo livello ma in effetti non dovremmo sottostimare il problema. 

Nel frattempo vi ricordiamo che il nostro modello macroeconomico sta prevedendo l'arrivo della stagflazione (aumento dell'inflazione e contemporanea riduzione della crescita economica) con una probabilità vicina al 30%. Nelle prossime settimane faremo un aggiornamento e temiamo che la percentuale sarà ulteriormente aumentata.

Sfortunatamente in uno scenario di stagflazione la Federal Reserve avrebbe margini di manovra molto ridotti: tagliare i tassi rischierebbe di alimentare ulteriormente l’inflazione, mentre mantenerli elevati potrebbe accentuare il rallentamento economico e la disoccupazione. È per questo che i mercati tendono a temere particolarmente le dinamiche stagflazionistiche: sono tra le più difficili da “sterilizzare” senza provocare danni collaterali significativi. 

Cosa stia realmente passando nella testa di Kevin Warsh non è facile saperlo, ma se in un futuro non troppo lontano dovesse prevalere una linea monetaria più aggressiva nella lotta all’inflazione — e quindi inevitabilmente meno gradita a Donald Trump — allora dovremo probabilmente mettere in conto anche un progressivo deterioramento del mercato del lavoro e un aumento della disoccupazione.

Del resto, nella storia economica americana, quasi ogni seria battaglia contro l’inflazione è stata accompagnata da un rallentamento della crescita, condizioni finanziarie più restrittive ed inevitabili tensioni occupazionali. Come vorrà muoversi il nuovo presidente della FED lo sapremo fra qualche settimana (prossima riunione della FED: 17 giugno). 


Nel frattempo i rendimenti americani ed europei continuano a salire:


Il treasury americano a 10 anni in settimana ha sfiorato il 4.60% (due settimane fa era al 4.30%...)




... e quelli a 30 anni si sono attestati al 5%, lo stesso rendimento del 2023 quanto l'iflazione era molto più alta. Poi da quel livello i rendimenti a lungo termine hanno fatto molta fatica a scendere. 

 


Anche i rendimenti del Bund tedesco sono in aumento: quelli a 10 anni oramai hanno da qualche settimana superato il 3% attestandosi venerdì al 3.16%.



Anche la virtuosa Svizzera deve annotare un movimento rialzista simile benché di proporzioni più contenute: in fondo il decennale rende lo 0.53% che paragonato al 3.16% tedesco e al 4.60% americano ci fa ancora respirare. Stabile per il momento il tasso saron a 1 mese che è addirittura leggermente negativo.

A questo punto dovrebbe esservi sorta spontanea una domanda: ma come si sono comportati i mercati obbligazionari?  



La performance misurata dal total return in dollari elaborato da Bloomberg, fino a giovedì scorso era a zero; poi venerdì, con la resa del decennale in discreto aumento, hanno ceduto terreno e segnalano una perdita del -0.80% da inizio anno.


La musica non cambia di molto per l'indice espresso in euro che da inizio anno ha perso lo 0.60%.

Il 2026 è abbastanza probabile che non sarà l’anno del “grande bull market obbligazionario”, ma piuttosto quello della transizione verso un nuovo regime finanziario fatto di tassi strutturalmente più alti, maggiore volatilità e rendimenti obbligazionari che forse possono competere con l’azionario. Fatto sta che, per il momento, guadagnare con le obbligazioni, tanto in dollari quanto in euro, non sarà facilissimo.


***

Stiamo arrivando agli sgoccioli della stagione delle trimestrali relative al primo trimestre per le società inserite nello S&P 500: all’appello mancano ormai poco più di una quarantina di aziende ma soprattutto manca ancora il protagonista più atteso, NVIDIA, oggi la società a maggiore capitalizzazione al mondo.

Il colosso americano dei semiconduttori pubblicherà i propri risultati mercoledì 20 maggio dopo la chiusura di Wall Street in quello che molti operatori considerano uno degli appuntamenti più importanti dell’intera stagione degli utili, non solo per il settore tecnologico ma per l’intero equilibrio dei mercati finanziari globali.



Le aspettative, come ormai accade regolarmente quando si parla di NVIDIA, sono semplicemente stellari e il mercato sembra continuare a prezzare uno scenario di crescita quasi perfetta. Prima o poi arriverà inevitabilmente anche una trimestrale capace di deludere investitori e analisti — è nella natura stessa dei cicli di mercato — ma, osservando come continua ad evolvere l’intero ecosistema legato all’Intelligenza Artificiale, riteniamo che anche questa volta la società abbia buone probabilità di soddisfare le aspettative degli azionisti.

Del resto, la corsa globale agli investimenti in AI non sembra minimamente rallentare e i grandi hyperscaler americani continuano a spendere decine di miliardi di dollari in infrastrutture, data center e capacità computazionale, alimentando una domanda che per ora appare ancora estremamente robusta.

E chissà che Jensen Huang non sia tornato dal recente viaggio in Cina con qualche sorpresa inattesa da mettere sul tavolo proprio in occasione della trimestrale.

Dopodiché verrà progressivamente meno anche quel “carburante” che nelle ultime settimane ha sostenuto i mercati attraverso la pubblicazione dei dati macroeconomici, delle trimestrali e delle indicazioni prospettiche fornite dalle aziende. Gli investitori dovranno quindi attraversare una fase potenzialmente più fragile e meno ricca di catalizzatori, cercando di mantenere equilibrio e lucidità fino al prossimo vero appuntamento di rilievo, la pubblicazione dei dati del secondo trimestre, che entrerà nel vivo dopo i primi dieci giorni di luglio.

Nel frattempo l’attenzione tornerà inevitabilmente a concentrarsi sui dati macroeconomici — inflazione, occupazione, consumi, prezzi energetici e andamento dei rendimenti obbligazionari — ma soprattutto sull’evoluzione dello scenario geopolitico internazionale che continua a rappresentare una delle principali insidie per i mercati finanziari.

Con  petrolio ancora elevato, tensioni persistenti in Medio Oriente e banche centrali tutt’altro che serene sul fronte inflazionistico riteniamo che mantenere un approccio prudente, selettivo e disciplinato resti, almeno per il momento, la scelta più ragionevole.

***

Questa settimana — anche perché rispetto a quella precedente ben poco è realmente cambiato nello scenario tecnico dei mercati azionari e valutari — eviteremo volutamente di riproporre la consueta, e per molti probabilmente ormai un po’ noiosa, carrellata di analisi tecnica su indici e valute.

Preferiamo invece concentrare l’attenzione su un tema che continua a catalizzare sempre più interesse, capitali e attenzione politica: il Bitcoin e più in generale l’intero universo delle criptovalute che, nelle ultime settimane, sta vivendo una fase particolarmente interessante sia dal punto di vista finanziario sia soprattutto sotto il profilo normativo e geopolitico.

Ci perdoneranno coloro ai quali questo variegato e spesso controverso universo interessa poco o nulla ma questa settimana si è verificato un evento che, almeno per i sostenitori delle criptovalute, ha assunto contorni quasi rivoluzionari.

I “fans” delle crypto —  in particolare del Bitcoin — hanno infatti più di un motivo per festeggiare perché ciò che è accaduto negli ultimi giorni potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso la progressiva legittimazione politica, finanziaria e istituzionale dell’intero settore.

Ma iniziamo da una breve analisi tecnica (proprio non ce la facciamo a stare senza...)  del bitcoin:


E' dal mese di aprile, quasi a dare per scontato quanto fra poco vi illustreremo, che il bitcoin ha cambiato trend salendo fino a 81'500 $ per poi incontrare una resistenza che non sarà facilissimo, nel breve termine, superare. Troppi sono stati gli accumuli di questa crytpo avvenuti tra febbraio e aprile del 2025 (ovale rosso) seguiti a ruota da quelli tra ottobre e dicembre dello stesso anno per non costituire un ostacolo duro da oltrepassare. Ma molto probabilmente sarà solo una questione di tempo e le nuove regole del gioco sono tutte (o quasi) a favore di questa cryto currency.

Ma cosa è successo? Probabilmente avrete sentito parlare del Clarity Act che proprio questa settimana è stato avallato dal senato americano  -  più precisamente dalla United States Senate Banking Committee -  il 14 maggio del 2024 con un voto bipartisan di 15 a favore e 9 contrari.

Abbiamo chiesto a ChatGPT di riassumere i punti salienti di questo Atto e posto alcune domande nel tentativo di chiarire  a) chi ha voluto il Clarity Act e perché;  b) stessa domanda per chi NON l'ha voluto;  c) chi ne è uscito vincitore al Senato e d) quale influsso avrà sul bitcoin in particolare e sul mondo crypto in generale.

Qui di seguito la risposta:

Il CLARITY Act (“Digital Asset Market Clarity Act”) è probabilmente il più importante tentativo legislativo mai fatto negli Stati Uniti per dare una struttura regolamentare chiara al mondo crypto.
L’obiettivo principale è molto semplice: smettere con anni di “regulation by enforcement” — cioè SEC e tribunali che decidevano caso per caso — e stabilire finalmente chi controlla cosa nel settore delle criptovalute.  

In estrema sintesi, il CLARITY Act:

  • divide il potere tra SEC e CFTC;
  • considera Bitcoin e molte crypto mature come digital commodities (quindi più simili all’oro o alle materie prime);
  • crea regole precise per exchange, stablecoin, token e DeFi;
  • definisce quando un token smette di essere assimilabile a un titolo finanziario (“security”) e diventa una commodity decentralizzata.  

Il vero vincitore politico e filosofico della battaglia è il mondo crypto “americano”, guidato da:

  • Coinbase,
  • Circle,
  • Ripple,
  • venture capital della Silicon Valley,
  • lobby crypto,
  • parte del Partito Repubblicano,
  • e una fetta crescente di Democratici pragmatici.  

Chi l’ha voluto?
Per tre motivi fondamentali:

  1. Evitare la fuga dell’industria dagli USA
    Negli ultimi anni molte società crypto hanno spostato attività in Europa, Dubai o Singapore per la mancanza di chiarezza normativa americana.
  2. Aprire le porte al capitale istituzionale
    Fondi pensione, assicurazioni e grandi banche avevano enormi limiti regolamentari nell’investire in crypto. Con regole certe, il settore diventa “investibile”.  
  3. Trasformare le crypto da Far West a asset class ufficiale
    Il passaggio cruciale è questo: Washington sta implicitamente riconoscendo che Bitcoin e parte dell’universo crypto non spariranno più.

Chi non l’ha voluto?
Principalmente:

  • grandi banche tradizionali,
  • parte del sindacato democratico,
  • ala anti-crypto della SEC,
  • Elizabeth Warren e i democratici più ostili alle crypto.  

Perché?
Perché temono:

  • fuga di depositi bancari verso stablecoin;
  • perdita di controllo del sistema finanziario tradizionale;
  • rischi sistemici;
  • utilizzi illeciti;
  • e soprattutto la “disintermediazione” delle banche.  

La vera guerra si è combattuta sulle stablecoin con rendimento (“yield-bearing stablecoins”).
Le banche volevano impedirle perché avrebbero creato una specie di “conto corrente parallelo” fuori dal sistema bancario. Alla fine è stato trovato un compromesso: niente interessi diretti espliciti, ma alcuni meccanismi di remunerazione  restano consentiti.  

Chi ha vinto davvero?
Nel breve termine:

  • ha vinto il settore crypto americano;
  • ha vinto Coinbase;
  • ha vinto la CFTC (che ottiene molto più potere);
  • e ha vinto Bitcoin come concetto politico-finanziario.  

Ha perso invece:

  • la linea dura della SEC dell’era Gensler;
  • l’idea che quasi tutte le crypto fossero securities;
  • e in parte il sistema bancario tradizionale, che vede nascere un concorrente regolamentato.  

Effetto su Bitcoin
Per Bitcoin il CLARITY Act è enormemente positivo.

Perché? 

  • Bitcoin viene implicitamente consacrato come “digital commodity”;
  • aumenta la probabilità di ingresso massiccio di capitali istituzionali;
  • riduce il rischio regolamentare USA;
  • rende più semplice creare prodotti finanziari collegati a BTC.  

In pratica:
il mercato potrebbe iniziare a trattare Bitcoin sempre più come:

  • oro digitale,
  • collateral globale,
  • asset macro-finanziario istituzionale.

Ed è probabilmente questo il punto più importante.

Effetto sulle crypto in generale:


Qui il discorso è più complesso.

Le crypto “serie” e decentralizzate:

  • Ethereum,
  • Solana,
  • alcune infrastrutture DeFi,
    potrebbero beneficiare enormemente della chiarezza normativa.

Molti token minori invece rischiano l’effetto opposto:

  • maggiore controllo,
  • obblighi di disclosure,
  • classificazione come securities,
  • esclusione dagli exchange regolamentati.  

Quindi il CLARITY Act potrebbe:

  • rafforzare Bitcoin e le grandi crypto,
  • ma “ripulire” brutalmente il sottobosco speculativo.

La vera implicazione storica è forse questa:
gli Stati Uniti stanno passando da una fase di ostilità verso le crypto a una fase di integrazione controllata nel sistema finanziario ufficiale.

Ci è sorta un'ultima domanda:

Come mai il Bitcoin e le altre crypto questa settimana non hanno brillato soprattuto dopo l'introdizione del Clarity Act?

Il mercato delle criptovalute ha accolto freddamente il CLARITY Act non tanto perché la normativa sia negativa — anzi, rappresenta una svolta storica favorevole all’istituzionalizzazione del settore — quanto perché gran parte della notizia era già stata scontata dai prezzi e perché il Bitcoin viene ormai trattato sempre più come un asset macro-finanziario tradizionale piuttosto che come una scommessa antisistema.

Speriamo di aver contribuito a fare un po' di ordine nelle vostre idee come noi ce lo siamo fatto nelle nostre... Quello delle crypto è un mondo (troppo) complesso ma non possiamo più restarne ai margini.

Buona domenica!

PS: il prossimo week end Appunti Finanziari non sarà pubblicato e ci risentiremo domenica 31 maggio

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