domenica 25 gennaio 2026

In arrivo una settimana importante.

Non vi nascondiamo che questa settimana, complice il World Economic Forum di Davos, i mercati non li abbiamo seguiti con la consueta meticolosità. Del WEF si è parlato ovunque —  giornali, televisioni e social — al punto che oggi non avevamo quasi intenzione di tornarci sopra. Poi abbiamo visto l’ultima copertina dell’Economist




… e due parole, ma proprio due, sull’attività di Donald Trump dall’inizio dell’anno e sul suo intervento a Davos ci sembrano inevitabili: il suo modo di agire sta avendo un impatto percepibile sui mercati finanziari ed il comportamento dei metalli preziosi ne è forse la miglior testimonianza.

Se Joe Biden è passato alla storia come uno dei presidenti meno interventisti sul piano operativo, il suo successore appare agli antipodi e, nel giro di appena tre settimane, ha già inanellato una serie di iniziative che vale la pena riassumere:

Ha sorpreso il mondo con un inusuale intervento militare in Venezuela, culminato nella rimozione del presidente in carica e accompagnato dall’evidente obiettivo strategico di assicurarsi l’accesso al petrolio venezuelano: la quantità è enorme ma di qualità mediocre.

Ha inoltre avviato uno scontro frontale con la Federal Reserve o più precisamente con il suo attuale presidente. Le preoccupazioni sull’indipendenza della banca centrale statunitense sono comprensibili e — come vedremo — il dollaro ne sta già risentendo.

La tentazione di intervenire militarmente in Iran per reprimere le proteste popolari sarebbe stata forte, ma per il momento qualcuno lo ha convinto a soprassedere. Resta da capire cosa accadrà alla prossima ondata di disordini.

C’è poi il capitolo Groenlandia. «È solo un grosso pezzo di ghiaccio», dice Lui , ma i ghiacci si stanno sciogliendo e sotto la superficie si trovano le terre rare. Inoltre, l’apertura di nuove rotte di navigazione artica fa gola a molti. Più che un’invasione militare, sembra però profilarsi una guerra commerciale: sono previsti dazi nei confronti dei Paesi contrari a vedere la bandiera americana sventolare sull’isola. Del resto, sono proprio le tariffe doganali ciò che i mercati temono di più e pure questo Lui lo sà! Questa settimana la sola prospettiva di nuove imposte ha fatto aumentare la volatilità e scendere i listini; una relativa calma è tornata soltanto quando è apparso chiaro che, almeno per ora, non se ne farà niente.

Per non farsi mancare nulla, Trump è anche l’artefice e il presidente del Board of Peace, un organismo che ricorda una versione riveduta e corretta delle Nazioni Unite. L’iniziativa nasce principalmente per affrontare la ricostruzione e la transizione post-conflitto nella Striscia di Gaza nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, ma è stata presentata pubblicamente con un mandato più ampio in materia di gestione dei conflitti e governance internazionale.

Le caratteristiche di questo nuovo organismo non vi saranno certo sfuggite, soprattutto per il ruolo centrale attribuito al suo fondatore:

  1. Trump ne è presidente a tempo indeterminato.

  2. Decide personalmente chi può aderire.

  3. Per ottenere un seggio permanente occorre versare un miliardo di dollari.

  4. Il presidente dispone del diritto di veto.

Se non sembra un club per giocatori di golf, poco ci manca.

Per il momento una ventina di Paesi hanno dato il loro assenso ma all'appello mancano ancora quelli di peso sistemico. È inoltre interessante notare che Jared Kushner, in qualità di consigliere speciale e genero di Trump, è stato tra i principali promotori del piano statunitense per la ricostruzione di Gaza presentato a Davos, dove ha mostrato rendering e concept della cosiddetta “Nuova Gaza”: infrastrutture moderne, quartieri residenziali, turismo e sviluppo economico. A quanto pare, i primi 20 miliardi di dollari per questa operazione immobiliare sarebbero già stati reperiti...

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Fortunatamente, la settimana che sta per concludersi non è stata particolarmente ricca di dati macroeconomici rilevanti; la prossima, invece, si preannuncia decisiva per l’andamento dei mercati nei mesi a venire. In particolare, mercoledì è in calendario la riunione della Federal Reserve:


la probabilità di un taglio dei tassi è scesa ad un misero 4,4%  e quindi, in questo contesto, sarà particolarmente importante prestare attenzione alle parole di Powell che verosimilmente, non avendo più vincoli politici immediati, potrebbe esprimersi in modo più diretto sulla situazione economica statunitense.

A breve è inoltre attesa la nomina del nuovo Governatore e, da quel momento, Powell potrà considerarsi — con qualche mese di anticipo — un felice pensionato .

Sempre mercoledì 28 gennaio sono attesi i numeri dell'ultimo trimestre di alcune importanti società:


In particolare, ciò che interesserà maggiormente gli investitori — oltre al confronto tra utili per azione ed aspettative  — sarà il piano di investimenti che molte società stanno delineando in ambito Intelligenza Artificiale (IA). (clicca sul grafico se non lo vedi bene)



Non è più un segreto che molti analisti si stanno interrogando sull’eventuale eccesso d'investimenti in Intelligenza Artificiale.  Le grandi società tecnologiche, come dimostra il grafico,  hanno già messo in conto oltre mezzo trilione di dollari e, qualora tali livelli di spesa risultassero effettivamente troppo elevati, sono già partite le scommesse su quanto tempo potrebbe essere necessario prima di vedere un ritorno a utili particolarmente robusti simili a quelli a cui ci hanno abituato negli ultimi anni.

Non dobbiamo dimenticare che il mercato appare parecchio  “tirato” e basta davvero poco per essere severamente puniti dagli investitori. Emblematico è il caso di Intel che venerdì, pur avendo pubblicato risultati non drammatici, ha chiuso la seduta con un ribasso del 17%. Un segnale poco rassicurante.


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Vi avevamo già avvertito che il 2026, dal punto di vista borsistico, non si preannuncia come un anno semplice e anche l’algoritmo di Ned Davis sembra averlo capito. Gli eventi potenzialmente in grado di provocare improvvisi aumenti della volatilità non mancheranno e, in un contesto così complesso, chi non se la sente di affrontare un percorso tanto tortuoso,  potrebbe valutare l’opportunità di consolidare parte dei guadagni realizzati lo scorso anno e, per il momento, osservare l’evoluzione dei mercati da una posizione meno esposta rispetto al pieno investimento.



La settimana dello S&P 500 (+1.02% ytd) si è conclusa sostanzialmente invariata, ma non si può certo parlare di una fase di consolidamento tranquilla. Il timore di nuovi dazi su scala globale ha infatti riacceso la volatilità, spingendo l’indice fino a testare la media mobile a 100 giorni, prima di rimbalzare.

Dal punto di vista tecnico restiamo pienamente inseriti nel trend rialzista di medio periodo e, allo stato attuale, non emergono segnali concreti di un’inversione di direzione. Manteniamo quindi le posizioni in essere, consapevoli che un superamento deciso della resistenza in area 7.000 punti potrebbe fornire un’ulteriore accelerazione al movimento ascendente.

Le trimestrali in pubblicazione nelle prossime settimane saranno un passaggio chiave per valutare la sostenibilità del trend.



Abbiamo temuto il peggio. Nel corso della settimana il Nasdaq (+1.12% ytd) ha violato al ribasso il supporto del triangolo evidenziato in azzurro; fortunatamente, anche in questo caso, la media mobile a 100 giorni ha svolto un ruolo di trampolino per il rimbalzo, consentendo all’indice di rientrare all’interno della figura di consolidamento.

L’episodio dimostra, ancora una volta, come quest’anno anche l’analisi tecnica possa generare segnali fuorvianti e richieda quindi un’interpretazione particolarmente prudente. È evidente che dobbiamo imparare a leggere i grafici con una flessibilità maggiore rispetto al passato — un esercizio tutt’altro che semplice in un contesto dominato da fattori esogeni e geopolitici.


Il fatto che l’Eurostoxx 50 (+2.71% ytd) abbia corretto, lasciando sul campo quasi due punti percentuali, non ci sorprende più di tanto. Lo sprint — accompagnato da una salita quasi verticale — messo a segno tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno rendeva infatti plausibile una fase di consolidamento.

Per il momento, con un RSI rientrato su livelli prossimi alla neutralità, ci sentiamo relativamente a nostro agio. Il trend rialzista avviato verso la metà del 2025 resta pienamente intatto e, nonostante il recente arretramento, ci attendiamo risultati societari complessivamente solidi che dovrebbero contribuire a sostenere la direzionalità dell’indice.



Osservando la performance dello SMI (-0.91% ytd) verrebbe spontaneo pensare: ci risiamo! Lo scorso anno, prima di colmare il divario rispetto alle altre borse europee, ci sono voluti quasi undici mesi. L’avvio del nuovo esercizio è stato segnato da una rotazione settoriale che ha penalizzato — e non di poco — le compagnie assicurative. Titoli che, non a caso, occupano un posto rilevante nei portafogli orientati al reddito grazie a dividendi particolarmente generosi (tra il 3,5% e il 5,5%) e che nel 2025 avevano effettivamente trainato l’indice.

All’inizio dell’anno lo SMI si trovava in una condizione di evidente ipercomprato (cerchio in nero), rendendo una correzione non solo possibile ma in parte attesa. È quindi positivo constatare che l’RSI sia rientrato su livelli neutri e, soprattutto, che il supporto in area 13.070 punti stia svolgendo il proprio ruolo. Nel complesso lo SMI resta perfettamente inserito nel trend rialzista di fondo e, per il momento, non vediamo motivi per una preoccupazione eccessiva.


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Ci dispiace constatarlo, ma la narrativa del “sell America” — con la conseguente fuga dal dollaro e dai Treasury verso beni rifugio come l’oro e il franco svizzero — continua a persistere.

La rottura del supporto in area 0,7890 non rappresenta un segnale incoraggiante; il prossimo livello tecnico rilevante si colloca attorno a 0,7720. Resta la possibilità che un RSI in territorio ipervenduto possa favorire un rimbalzo tecnico della valuta statunitense ma al momento preferiamo mantenere un approccio cauto su questo scenario.



Anche contro l’euro il dollaro continua a mostrarsi fragile: a breve potrebbero essere necessari 1,19 dollari per acquistare un euro, un livello già toccato brevemente verso la metà di settembre dello scorso anno. In linea teorica quest’area dovrebbe rappresentare una resistenza significativa.

Naturalmente, qualora tale soglia venisse superata in modo convincente, si aprirebbero scenari più complessi che, allo stato attuale, preferiamo non anticipare.



Nel contesto attuale non sorprende ritrovare l’EUR/CHF in prossimità del supporto in area 0,9216. È comprensibile un certo livello di preoccupazione: qualora tale soglia dovesse cedere, si aprirebbero scenari decisamente meno rassicuranti dal punto di vista dei flussi valutari.

Si tratta già della sesta volta che il cross testa questo livello tecnico: finora ogni tentativo di rottura è stato seguito da un rimbalzo. Tuttavia, se l’attuale incertezza geopolitica dovesse protrarsi, il comportamento degli investitori potrebbe effettivamente cambiare mettendo sotto pressione anche supporti che in passato si sono dimostrati solidi.



Per quanto riguarda il Bitcoin, dobbiamo constatare con una certa delusione che il pullback dopo il ri-test del supporto in area 92.800 dollari — che avrebbe dovuto rilanciare la criptovaluta ben oltre quota 100.000 — si è rivelato un falso segnale. Le quotazioni sono infatti rientrate nella dinamica laterale che caratterizza l’andamento degli ultimi tre mesi.

Per chi ha costruito una posizione confidando nel segnale fornito dall’analisi tecnica, capiamo perfettamente la sua delusione. Detto ciò, i falsi segnali fanno parte integrante dei mercati e rappresentano un promemoria importante: non conviene mai fare un passo più lungo della gamba soltanto perché un grafico ha generato un’indicazione d’acquisto.


Buona domenica!






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