domenica 18 gennaio 2026

L'inflazione USA è appiccicosa: cause e conseguenze.

Sono trascorsi poco più di quindici giorni dall’inizio dell’anno e ancora meno sono stati quelli in cui i mercati finanziari hanno operato a pieno regime. Guardando a questo avvio del 2026, il confronto con le prime due settimane del 2025 viene naturale, ma le differenze tra i due periodi appaiono evidenti.


All’inizio del 2025 i mercati erano partiti con maggiore decisione, sostenuti da un diffuso ottimismo, dal buon andamento dei titoli growth e dalla convinzione che i tassi di interesse sarebbero scesi rapidamente. Il 2026, al contrario, si è aperto in modo più prudente e disomogeneo, con movimenti contenuti, maggiore volatilità e una rotazione più marcata tra i diversi settori.
Anche i cosiddetti “Magnifici 7” sembrano aver rallentato mostrando una perdita di slancio rispetto al passato. Sullo sfondo restano inoltre le tensioni geopolitiche che, sebbene per il momento i mercati sembrino ignorarle, potrebbero nel tempo tornare a influenzare in modo significativo l’andamento finanziario, con effetti difficili da prevedere ma sicuramente potenzialmente negativi.

Insomma, fin dalle prime battute il 2026  - come avevamo già sottolineato la scorsa settimana - sembrerebbe non essere un anno semplice, avvalorando l'ipotesi che per le borse sarà un anno di consolidamento. I movimenti attesi saranno per lo più laterali. Ovviamente speriamo di essere smentiti.

All’inizio dello scorso anno le aspettative di mercato per una riduzione del costo del denaro negli USA erano particolarmente ambiziose e si parlava di almeno cinque o sei tagli dei tassi. I fatti hanno poi raccontato una storia diversa: la Federal Reserve, nel corso del 2025, è intervenuta solo tre volte. Per il 2026 le attese, ad oggi,  sono decisamente più contenute: il consenso di mercato si orienta verso un paio di tagli con la possibilità di un terzo solo nella parte finale dell’anno, ammesso e non concesso, che le  condizioni macroeconomiche lo permetteranno.

Questa maggiore cautela da parte della Fed ha motivazioni ben precise. Da un lato, l’inflazione si è dimostrata più persistente del previsto e alcuni fattori strutturali — come le pressioni sui costi e le politiche commerciali — continuano a rappresentare elementi di rischio. 

Dall’altro, la banca centrale americana è impegnata a difendere la propria indipendenza dalle crescenti pressioni politiche. L’amministrazione Trump sta esercitando, anche con modalità poco ortodosse, forti sollecitazioni affinché la politica monetaria diventi più accomodante. In questo contesto il presidente della Fed Jerome Powell, ormai prossimo alla fine del suo mandato, sembra determinato a preservare l’autonomia dell’istituzione. Non avendo più obiettivi di carriera da difendere sta opponendo una resistenza decisa a interferenze esterne, consapevole di quanto l’indipendenza della banca centrale sia un elemento fondamentale per la credibilità della politica monetaria. Chi ha familiarità con i mercati finanziari sa bene quanto questa battaglia sia rilevante: una Fed percepita come politicamente condizionata rischierebbe di perdere autorevolezza, con conseguenze potenzialmente molto più gravi di qualche mancato taglio dei tassi.

A proposito d'inflazione, questa settimana sono stati pubblicati i dati relativi a quella americana:

  • CPI yoy         : 2.7% (atteso: 2.7%; precedente: 2.7%)
  • Core CPI yoy: 2.7% (atteso: 2.6%; precedente: 2.6%9

Se guardiamo la struttura del CPI statunitense, il contributo più rilevante alla persistenza inflazionistica proviene da servizi correlati all’alloggio (shelter cost), seguiti da componenti come alimentari e alcune categorie di servizi legati alla salute, trasporti e tempo libero. Questi comparti non solo hanno un peso significativo nel paniere dei consumi, ma tendono anche a rispondere con più lenta dinamica alle variazioni monetarie, rendendo l’inflazione più “sticky” nel tempo.

L’ultimo Beige Book della Federal Reserve conferma che le pressioni inflazionistiche negli Stati Uniti non sono del tutto rientrate: nella maggior parte dei distretti i prezzi continuano, anche se ad un ritmo moderato, a crescere .

Un tema ricorrente nel report è l’impatto dei dazi, indicati da molte imprese come una fonte significativa di aumento dei costi. Dopo averli inizialmente assorbiti nei margini, un numero crescente di aziende sta iniziando a trasferirli sui prezzi finali, contribuendo a mantenere una certa pressione inflazionistica.



Anche se per il momento gli analisti non ne parlano diffusamente, riteniamo opportuno segnalare un movimento rialzista piuttosto evidente nel comparto delle materie prime, come indicato dall’apposito indice Bloomberg. Qualora questa tendenza dovesse proseguire con l’attuale intensità, sarebbe solo una questione di tempo prima che tali rincari si riflettano sui prezzi finali esercitando un’ulteriore pressione inflazionistica.

Le conseguenze di una persistente inflazione si esplicitano in una riduzione dei consumi nelle fasce medio-basse della popolazione americana:  esistono report, in parte da verificare con precisione in quanto recenti, che indicano come una larghissima quota di famiglie statunitensi, si parla di un 92% dei consumatori americani,  hanno tagliato la spesa nel corso del 2025 anche su voci essenziali come alimentari e sanità. In base a un articolo pubblicato il 7 gennaio 2026, si stima  che quasi la metà abbia attinto ai risparmi per far fronte alle spese correnti. A sostenere i consumi rimangono solo le famiglie delle fasce alte per le quali l'inflazione è un problema marginale. Per quanto potrà continuare non si sa ma il rischio è quello che prima o poi anche il PIL americano potrebbe risentirne.


Per il momento il GDPNow calcolato in tempo reale dalla FED di Atlanta non sembra fare una piega: anzi, non è mai stato così alto negli ultimi anni ma, se ben ricordate, dobbiamo tenere in considerazione che questo è l'effetto soprattutto di una diminuzione delle importazione in America. Nel calcolo del PIL, la riduzione delle importazioni contribuisce ad aumentare il tasso di crescita perché diminuisce la componente sottrattiva della bilancia commerciale; si tratta tuttavia di un effetto in larga parte contabile, che può sostenere temporaneamente il dato aggregato senza riflettere necessariamente un rafforzamento strutturale dell’economia domestica. Ergo, vedremo i dati ufficiali del PIL americano pubblicati il 20 febbraio cosa ci diranno...

È possibile che il PIL “made in USA” non raggiungerà il 5,3% ma tuttavia ci aspettiamo che il dato pubblicato sarà ancora solido. Se tale dinamica dovesse confermarsi sufficientemente sostenuta, rappresenterebbe un ulteriore elemento a favore di una FED orientata a rinviare eventuali tagli dei tassi di interesse.

E' chiaro che l'assenza di tagli ai tassi non fa del bene all'universo obbligazionario:


In realtà, lo scorso anno il comparto obbligazionario statunitense non si è comportato affatto male: l’indice total return elaborato da Bloomberg mostra una crescita dell’8,26%, un risultato tutt’altro che trascurabile. Tuttavia, se si considera la significativa debolezza del dollaro, che nello stesso periodo ha perso circa il 12% sia contro il franco svizzero sia contro l’euro, il rendimento per un investitore europeo o svizzero risulta negativo, nell’ordine di un –4%. Il 2026, coerentemente con lo scenario che abbiamo appena delineato, non è iniziato nel migliore dei modi e l’indice registra già una flessione dello 0,76%.



La BCE ha tagliato i tassi, probabilmente per l’ultima volta, nel giugno 2025 e da allora sul comparto obbligazionario si è instaurata una fase di sostanziale stabilità. Il settore aveva già ampiamente anticipato, nell’ultimo trimestre del 2023, i significativi tagli dei tassi poi realizzati nel corso del 2024 e,  a partire dall’estate di quell’anno, non si sono più registrati movimenti di rilievo: l’indice si è infatti mosso prevalentemente in laterale fino a oggi. Siamo certi che molti di voi hanno notato come la modesta performance del 2025 non sia stata nemmeno sufficiente a compensare l’inflazione che in Europa si colloca intorno al 2%.

Per capire cosa accadrà nel 2026 al comparto obbligazionario europeo siamo ricorsi ad un articolo pubblicato dall'Economist in data 9.1.2026. Lo riteniamo un articolo importante e correremo il rischio di annoiarvi ma secondo noi va letto. Per comodità l'abbiamo riassunto:

L’articolo spiega che i governi europei si troveranno nei prossimi anni ad affrontare una crescente difficoltà nel collocare titoli di Stato, soprattutto a lunga scadenza, perché uno dei principali acquirenti strutturali sta uscendo dal mercato: i fondi pensione olandesi.

Nel 2026 l’area euro emetterà circa 1.400 miliardi di euro di nuovo debito, mentre la BCE ridurrà il proprio bilancio; al netto delle scadenze, serviranno nuovi compratori per quasi 900 miliardi di euro, un livello senza precedenti. Proprio mentre l’offerta aumenta, la domanda di lungo periodo si indebolisce.

La causa principale è la riforma del sistema pensionistico olandese, che sta trasformando i fondi da schemi a prestazione definita (DB) a contribuzione definita (DC): in sostanza il sistema distribuirà la prestazione secondo la performance ottenuta dalla gestione dei fondi pensione I fondi DB avevano un forte incentivo a detenere titoli di Stato a lunghissima scadenza per coprire passività future certe; i fondi DC, invece, non hanno obblighi fissi e privilegiano asset più rischiosi ma potenzialmente più redditizi, come le azioni. Di conseguenza, una parte rilevante dei titoli di Stato europei a lungo termine sarà progressivamente venduta.

Secondo le stime, i fondi pensione olandesi potrebbero ridurre di 100–150 miliardi di euro le loro esposizioni su titoli con scadenza superiore ai 25 anni, colpendo in particolare i bond dei paesi con rating più elevato (Germania, Paesi Bassi, Scandinavia). Questo processo eserciterà pressione al rialzo sui rendimenti, aumentando i costi di finanziamento per i governi.

L’articolo sottolinea anche un rischio qualitativo: al posto di investitori stabili e “insensibili al prezzo” come fondi DB e BCE, entreranno operatori più tattici e volatili, come hedge fund, con il risultato di maggiore volatilità sui mercati obbligazionari. I governi potrebbero essere tentati di emettere più debito a breve termine per contenere i costi, ma ciò li renderebbe più vulnerabili a futuri rialzi dei tassi essendo questo debito a breve più sensibile all'attività esercitata dalla BCE in fatto di costo del denaro.

Concludendo: il mercato obbligazionario europeo potrebbe entrare in una fase meno “assistita” dalle banche centrali (la BCE non sarà più un compratore marginale)  e dagli investitori istituzionali di lungo periodo, con rendimenti più alti ma anche più instabili: un ambiente meno favorevole alle strategie passive e più esigente in termini di gestione del rischio. La carenza di capitali rende più costoso il ricorso al credito, il che a sua volta aumenta la possibilità di un panico sul debito sovrano che fa aumentare anche i premi di rischio. 



Nel frattempo i rendimenti del lungo termine stanno salendo un po' in tutto il mondo (e anche Trump dovrà farsene una ragione...)

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La stagione degli utili è in pieno svolgimento e gli analisti di Wall Street si aspettano una crescita dell’8–8,5% anno su anno per il quarto trimestre 2025. Questo riflette un’economia statunitense ancora resiliente e profittevole con contributi diffusi oltre i soli titoli tecnologici. 

Contrariamente alla norma, le stime degli utili per il Q4 2025 sono state rialzate nel corso dell’ultimo trimestre, indicazione di una fiducia crescente sulle prospettive di profitto, soprattutto nel settore tecnologico

Secondo i dati aggregati disponibili per una parte delle società dello S&P 500, le utilità riportate riportano una crescita media forte e percentuali elevate di “beats” delle stime sugli EPS;  la maggioranza delle aziende che hanno pubblicato ha riportato utili superiori alle attese ma il mercato azionario ha manifestato una certa cautela: nonostante utili solidi alcuni settori — in particolare finanziario e tecnologico più “maturi” — hanno registrato prese di profitto o reazioni negative alle trimestrali. Come già sottolineato, quest'anno la prudenza è d'obbligo.


Ci ha provato per tutta la settimana ma lo S&P500 (+1.38% ytd) non è riuscito a superare la resistenza dei 7000 punti (freccia blu). Purtroppo i volumi sono crescenti (freccia rossa) ma il mancato superamento della resistenza indica che il mercato sta incontrando un forte muro di vendite: la partecipazione cresce, ma non la convinzione rialzista. È un segnale che invita alla prudenza, nonostante gli utili nel complesso non siano affatto deludenti. In altre parole, al momento c’è qualcosa che non torna pienamente e di cui è opportuno prendere atto. Molto dipenderà da ciò che emergerà nelle prossime due settimane, quando le Magnifiche 7 inizieranno a pubblicare i risultati trimestrali. La prima a farlo sarà Netflix, il 20 gennaio, dopo la chiusura dei mercati.



Eravamo convinti che il Nasdaq (+1.18% ytd) questa settimana fosse stato in grado di superare la resistenza del triangolo rialzista ma ci siamo sbagliati. Ci proverà senz'altro la prossima settimana: il problema è capire se la rottura sarà rialzista (allora il nostro obiettivo sono i 25'100 punti) oppure ribassista nel qual caso ci potremmo anche ritrovare a quata 22'200 punti in poche settimane. Insomma, la prossima sarà una settimana importante.


Innanzitutto dobbiamo scusarci: la linea superiore del canale rialzista è stata tracciata in modo impreciso e provvederemo a correggerla la prossima settimana. Al di là di questo dettaglio tecnico, resta una certa incertezza su quale direzione intenda prendere l’Eurostoxx 50 che registra un +4,11% da inizio anno. L’indice ha infatti già realizzato almeno metà della performance che veniva ipotizzata per l’intero 2026, un elemento che invita alla prudenza. Non è quindi da escludere una fase di correzione che potrebbe riportare i corsi all’interno del canale ascendente; non sarebbe comunque un dramma ed è un’ipotesi coerente con il segnale fornito dal RSI in ipercomprato evidenziato dal cerchio rosso.



Una correzione dello SMI (+1,10% ytd) era ampiamente attesa: con un RSI in area 80 non era realistico pensare che il mercato potesse continuare a salire senza pause. Ciò che invece ci ha sorpreso, ed in parte deluso, è stato constatare come la fase correttiva sia stata alimentata non solo dal comparto assicurativo, ma anche da due titoli che sembravano essersi lasciati alle spalle un periodo complesso, come Geberit e Sika. In particolare quest’ultima continua a risentire della debolezza del mercato immobiliare cinese e soffre in modo accentuato la forza del franco svizzero. Un’evoluzione poco incoraggiante, soprattutto considerando che l’anno era iniziato con segnali decisamente più promettenti.

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Il dollaro mostra qualche timido segnale di rafforzamento ma non ci facciamo particolari illusioni su un cambiamento strutturale del trend che, nei confronti del franco svizzero, rimane sostanzialmente laterale da giugno 2025. Rivedremo la nostra posizione solo qualora il cambio dovesse riuscire a superare in modo convincente 0,8175.


Anche nei confronti dell’euro il dollaro appare leggermente più reattivo avendo trovato supporto sulla media mobile a 200 giorni che al momento svolge un ruolo di sostegno tecnico. Sarà la prossima settimana a dirci se questo livello riuscirà a favorire un’estensione del movimento; per ora lo scenario più probabile resta quello di una fase laterale.


Pure laterale è lo spostametno di euro/franco. Per il momento non vediamo come sia possibile uscire da questo movimento...



Anche nel caso del bitcoin si può discutere a lungo su dove collocare correttamente la linea di supporto. In termini operativi riteniamo che l’area compresa tra 93.000 e 94.000 dollari rappresenti un livello tecnico rilevante: si tratta infatti della precedente resistenza, superata nel corso di questa settimana, che ha innescato un movimento rialzista fino a circa 97.000 dollari. Successivamente il prezzo ha dato luogo a un classico pullback riportando il bitcoin in area 95.000 dollari. Da questi livelli ci attendiamo una ripresa del movimento ascendente con un obiettivo di breve periodo che continuiamo a indicare in prossimità dei 106.000 dollari.


Buona domenica!


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