Ci risiamo. Lo Stretto di Hormuz è tornato, di fatto, a essere paralizzato: le petroliere e le navi mercantili che lo attraversano si contano allo stato attuale sulle dita di una mano e mezza e non ci sorprenderemmo più di tanto se il traffico venisse pure completamente bloccato:
Giovedì scorso sono state solo 7 le navi che sono riuscite ad attraversare lo Stretto.
Come ha giustamente osservato Federico Fubini sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa, per Teheran «l'obiettivo non è incassare i pedaggi (anche), ma utilizzare lo Stretto come un'arma di pressione e di ricatto nei confronti degli Stati Uniti e della comunità internazionale». In questo contesto appare sempre più evidente che trovare un'intesa con gli iraniani non sarà affatto semplice.
Infatti l'elemento di maggiore novità del conflitto è stato la trasformazione interna dell'Iran. La morte di Khamenei ha accelerato il passaggio da una teocrazia dominata dal clero a uno Stato ultranazionalista in cui il vero centro del potere è rappresentato dai Pasdaran o Guardiani della rivoluzione che dir si voglia. Una leadership di questo tipo appare più propensa a utilizzare la leva militare e soprattutto il controllo dello Stretto di Hormuz come strumenti negoziali e di deterrenza.
Che le trattative con l'Iran non siano proprio una passeggiata di salute lo mette simpaticamente in evidenza il Corriere di sabato 11 luglio che pubblica, a mo' di gioco dell'oca, uno schema dove il cortocircuito tra Trump e l'Iran è evidente:
Comunque sia, anche ammesso — e non concesso — che si riuscisse a raggiungere un accordo che riconoscesse una qualche forma di sovranità iraniana sullo Stretto, resterebbe un altro ostacolo difficilmente superabile: l'opposizione dei Paesi del Golfo che considererebbero questa soluzione del tutto inaccettabile contribuendo ad un nuovo e pericoloso innalzamento della tensione militare nella regione. D'altronde Hormuz è (o era) una via d'acqua internazionale disciplinata dal diritto del mare: il principio della libertà di navigazione è un pilastro dell'ordine internazionale che dall'inizio di questa guerra non è più garantito. Comprensibilmente qualche emiro del Golfo potrebbe anche esprimere un malcelato disappunto con conseguenze che difficilmente si limiterebbero al solo piano diplomatico.
A farne le spese sarebbe ancora una volta il prezzo del petrolio che da mesi è il nostro sorvegliato speciale:
Dall'inizio della guerra il costo dei due petroli, WTI e Brent, è salito velocemente ma altrettanto velocemente è sceso; basta comunque un po' di incertezza e qualche attacco militare da ambo le parti per farlo ripartire al rialzo. Per il momento sembra essersi fermato e dai telegiornali di sabato si apprende che uno straccio di dialogo sembra essersi rimesso in marcia. Speriamo sia sufficiente ad evitare di rivedere nuovamente il prezzo del barile sopra i 100 $. Le conseguenze sarebbero spiacevoli.
Infatti ci siamo chiesti quali potrebbero essere le conseguenze e poi, già che c'eravamo, abbiamo iniziato a riflettere allargando il campo d'indagine a tutti i potenziali fattori di rischio che potrebbero intralciare il trend positivo dei mercati azionari. Di fattori ne abbiamo trovati almeno una dozzina che abbiamo riassunto nella tabella sottostante (clicca sulla tabella per una miglior lettura)
Tra i rischi ad alta probabilità e a maggior impatto troviamo il ritorno dell'inflazione e così capite perché siamo tanto interessati al prezzo del petrolio e di riflesso anche a quello delle materie prime:
materie che, come dimostra l'indice delle materie prime elaborato da Bloomberg, sono tutt'altro che insensibili agli stravolgimenti geopolitici. Basta un nonnulla per mandarle al rialzo e alimentare in tal modo la crescita dell'inflazione.
Anche il rialzo dei rendimenti obbligazionari e dei Treasury potrebbero, alla lunga, causare non pochi problemi:
In sintesi, il mercato non appare oggi particolarmente vulnerabile a un singolo fattore, bensì a una combinazione di eventi. Lo scenario che avrebbe il maggiore potenziale destabilizzante sarebbe un ritorno delle pressioni inflazionistiche tanto da costringere le banche centrali a mantenere tassi elevati tanto da far risalire i rendimenti obbligazionari. Altro fattore di rischio - diremmo imminente visto che fra due settimane i Magnifici 7 pubblicheranno i dati del secondo trimestre - sono gli utili delle imprese soprattutto se dovessero deludere le aspettative che, ricordiamo, sono assai elevate. In un contesto di valutazioni già molto tirate, tale combinazione di tassi alti e utili deludenti potrebbe innescare una correzione significativa sia delle borse statunitensi sia di quelle europee. Per il momento, come vedremo, i trend ascendenti dei vari mercati sono ancora in essere e ovviamente non sarebbe male se ci restassero!
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Secondo l'algoritmo di Ned Davis durante questo mese dovremmo assistere ad un aumento dello S&P500 di almeno un paio di punti percentuali prima di iniziare la correzione di metà agosto che durerà fino alla fine settembre. Saranno decisivi i dati.
A proposito: venerdì PepsiCo e Delta Airlines hanno pubblicato per primi i dati del secondo trimestre: buoni ma non buonissimi quelli di PepsiCo e, come da attese, molto buoni quelli di Delta Airline che però ha corretto nel dopo borsa mostrando il classico esempio di cosa vuol dire "buy the rumor, sell the news".
Il messaggio che arriva da queste due società è incoraggiante: il consumatore americano continua a spendere, sia nei beni di consumo (PepsiCo) sia nei servizi e nei viaggi (Delta). È un primo segnale positivo all'avvio della stagione delle trimestrali del secondo trimestre 2026, anche se sarà necessario verificare nelle prossime settimane se questa solidità verrà confermata anche dalle grandi banche (dal 14.7) e soprattutto dalle società tecnologiche (ultima settimana del mese).
A tal proposito vorremmo mostrarvi questo grafico:
Se c'è una novità che merita di essere evidenziata nel 2026 è il cambio di leadership all'interno della borsa americana. Per la prima volta dopo diversi anni le cosiddette Magnifiche 7 (linea nera) non sono più il principale motore del rialzo dello S&P 500 (linea blu). Mentre il paniere formato dalle sette big della tecnologia registra un progresso di appena il 3,2%, le restanti 493 società dell'indice guadagnano circa il 13,7%. È il segnale di una rotazione settoriale importante: gli investitori stanno progressivamente alleggerendo le posizioni sui titoli tecnologici più costosi per orientarsi verso comparti come industriali, finanziari, sanità, energia e utility, caratterizzati da valutazioni più interessanti e da una crescita degli utili più equilibrata.
Dal punto di vista dell'analisi di mercato questa è di norma una dinamica costruttiva. Un mercato che sale grazie al contributo di un numero crescente di società è generalmente più solido e meno vulnerabile rispetto a uno sostenuto esclusivamente da pochi titoli a mega capitalizzazione. Resta ora da capire se questa rotazione sia destinata a proseguire oppure se saranno le imminenti trimestrali delle Big Tech a consentire alle Magnifiche 7 di riconquistare la leadership. Lo sapremo nelle prossime settimane.
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Diamo ora un rapido e sintetico sguardo ai principali indici azionari:
S&P500 (+10.66% ytd). Trend rialzista confermato. Chiaro triangolo di consolidamento in procinto di essere forato verso l'alto ma il segnale per essere significativo necessita di volumi al rialzo. Per il momento non lo sono (freccia rossa). Non diamo il segnale di bullish breakout per scontato. Ci vuole prudenza.
Anche il Nasdaq ( 13.08% ytd) nel breve termine è in piena fase di consolidamento laterale all'interno di un trend rialzista di maggior respiro. Volumi nettamente calanti (freccia rossa) e RSI in posizione neutra. E' evidente che siamo in molti ad aspettare i risultati del secondo trimestre...
La correzione dell'Eurostoxx50 (+8.26% ytd) di questa settimana non è di certo passata inosservata: la si spiega con la brusca correzione del settore tecnologico (forti ribassi per ASML, STM e Soitec), con il ritorno delle tensioni geopolitiche, l'aumento dei rendimenti obbligazionari e di certo anche per alcune prese di beneficio dopo i massimi delle scorse settimane. Per il momento il trend è in essere e non intravvediamo nessun cambiamento strutturale.
Il trend positivo dello SMI (+7.29% ytd) è per il momento confermato ma siamo in pre-allarme in quanto ci sembra di aver individuato la formazione di un spalla-testa-spalla che notoriamente è una figura tecncica che precede una correzione del mercato. Se fosse così non saremmo sorpresi di vedere lo SMI a 13'500 punti. Prendiamo il tutto ovviamente con le pinze e speriamo di esserci sbagliati (è risaputo che l'analisi tecnica può sfornare una valanga di falsi segnali... )
Buona domenica!
PS
Nella serata di sabato, ripresa dalle principali televisioni europee, è apparsa questa fotografia. La pubblicazione sembra autentica: l'immagine sarebbe stata diffusa da Hamshahri, quotidiano controllato dalla municipalità di Teheran e vicino agli ambienti più radicali del regime iraniano. Nella composizione compaiono, oltre a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, anche Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e altri esponenti politici occidentali. Il titolo viene tradotto come «La vendetta è inevitabile», mentre il testo che accompagna il collage attribuisce ai leader raffigurati una responsabilità politica nella morte di Ali Khamenei e lascia intendere una possibile minaccia nei loro confronti.
Per il momento non risulta, almeno sulla base delle informazioni disponibili, che si tratti di una lista operativa ufficiale emanata dal governo iraniano o dai Guardiani della Rivoluzione. È quindi difficile stabilire se la fotografia rappresenti esclusivamente uno strumento di propaganda destinato al pubblico iraniano oppure un messaggio di intimidazione rivolto anche all'Occidente. In ogni caso, il fatto che un quotidiano vicino agli ambienti di potere iraniani abbia scelto di pubblicare un'immagine di questo tipo non può essere liquidato come una semplice provocazione e merita di essere seguito con attenzione.
Se il messaggio dovesse essere accompagnato da azioni concrete o da ulteriori minacce ufficiali, il confronto tra Iran e USA potrebbe diventare uno scontro tra Iran e Occidente. Si passerebbe infatti da uno scontro prevalentemente geopolitico e militare a una contrapposizione caratterizzata anche da una pressione diretta nei confronti dei vertici politici europei, con inevitabili ripercussioni sul piano della sicurezza, della diplomazia e della stabilità internazionale.
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