domenica 31 maggio 2026

Stagflazione in arrivo? Forse no...

Le ultime 2 settimane sono state dominate da una continua alternanza tra tensioni geopolitiche e ottimismo tecnologico: cerchiamo di riassumere, nella maniera più succinta possibile, quanto ci è parso di capire. 

Il confronto tra Stati Uniti e Iran, accompagnato dal rischio di nuove escalation militari nell'area strategica dello Stretto di Hormuz, ha continuato a rappresentare una delle principali fonti di preoccupazione per gli investitori. Il timore che eventuali interruzioni delle forniture energetiche potessero compromettere gli equilibri del mercato petrolifero ha mantenuto il greggio su livelli particolarmente elevati, alimentando a sua volta pressioni inflazionistiche che si sono propagate all'intero comparto delle materie prime. Le tensioni geopolitiche si sono riflesse anche sui mercati obbligazionari, dove il timore di un'inflazione più persistente del previsto ha contribuito a mantenere elevati i rendimenti e a ridimensionare le aspettative degli investitori circa futuri tagli dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve.

In questo contesto, i mercati azionari statunitensi hanno mostrato una sorprendente capacità di ignorare i rischi provenienti dal quadro geopolitico e macroeconomico. A sostenere Wall Street hanno contribuito soprattutto l'entusiasmo legato all'intelligenza artificiale e una stagione degli utili del primo trimestre 2026 generalmente superiore alle attese. Gli investitori continuano infatti a concentrarsi sul potenziale trasformativo dell'AI, considerata da molti una rivoluzione tecnologica in grado di incrementare significativamente produttività, margini aziendali e crescita degli utili nei prossimi anni. È proprio questa combinazione di risultati societari solidi e aspettative straordinariamente ottimistiche sull'intelligenza artificiale che ha consentito alle borse americane di raggiungere nuovi massimi storici nonostante uno scenario internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, petrolio elevato e persistenti timori stagflazionistici.

Come sottolineato il prezzo del petrolio ha continuato a gravitare con notevole ostinazione attorno alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile, alimentando i timori di nuove pressioni inflazionistiche e spingendo gli investitori a ridimensionare le aspettative di un imminente allentamento monetario da parte della Federal Reserve. A partire dal 20 maggio, tuttavia, il mercato ha iniziato ad intravedere la concreta possibilità di un accordo tra Stati Uniti e Iran. La prospettiva di una firma ormai vicina del trattato, come vedremo tra poco, ha contribuito a raffreddare le quotazioni del greggio, attenuando almeno temporaneamente le preoccupazioni legate all'inflazione energetica.



Nel frattempo, Trump è chiamato a trovare rapidamente una strategia capace di arrestare il progressivo deterioramento del suo consenso. Alcuni recenti sondaggi, tra cui quello particolarmente severo pubblicato da The Economist, evidenziano infatti un calo di popolarità non trascurabile. In questo contesto, una discesa del prezzo del petrolio e il conseguente alleggerimento del costo della benzina alla pompa rappresenterebbero un sostegno concreto per il potere d'acquisto delle famiglie americane e, inevitabilmente, anche per il consenso dell'amministrazione. Trump respinge con decisione l'idea che la ricerca di un accordo con Teheran sia motivata da esigenze di natura elettorale, ma appare altrettanto difficile immaginare che non guardi con favore agli effetti politici che un petrolio più basso potrebbe generare. In fondo, una riduzione dell'inflazione energetica sarebbe un risultato utile tanto per l'economia americana quanto per i suoi indici di gradimento.



In effetti, da alcuni giorni il petrolio sembra voler progressivamente prendere le distanze dalla fatidica linea rossa dei 100 dollari al barile e ha già messo a segno un ritracciamento che lo ha riportato in area 90 dollari. Una discesa che potrebbe anche proseguire nelle prossime settimane, a patto però che cessino le continue schermaglie militari che stanno caratterizzando gli ultimi giorni e che, in aperta violazione del cessate il fuoco, hanno visto entrambe le parti continuare a colpire obiettivi strategici e militari. Il mercato, ancora una volta, oscilla così tra la speranza di una normalizzazione diplomatica e il timore che basti una nuova escalation per riportare immediatamente il greggio verso livelli ben più elevati.

Un primo assaggio di cosa potrebbe significare convivere troppo a lungo con un prezzo del petrolio stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari al barile lo abbiamo avuto giovedì 28 maggio, quando è stato pubblicato il famoso PCE, l’indicatore d’inflazione maggiormente osservato dalla Federal Reserve perché ritenuto più rappresentativo delle reali dinamiche dei consumi americani. Il dato, calcolato al 3.8% (atteso: 3.8%; precedente: 3.5%) pur senza provocare panico sui mercati, ha confermato che le pressioni inflazionistiche stanno tornando lentamente ma percettibilmente a riaffacciarsi sull’economia statunitense.



È infatti piuttosto evidente come un prezzo del petrolio elevato — che direttamente attraverso carburanti ed energia e indirettamente tramite trasporti, logistica e costi di produzione si riflette su una vasta gamma di beni e servizi — finisca inevitabilmente per alimentare nuove tensioni inflazionistiche. Se il greggio dovesse continuare a mantenersi su questi livelli o addirittura accelerare ulteriormente al rialzo, la Federal Reserve potrebbe trovarsi costretta ad abbandonare definitivamente ogni ipotesi di taglio dei tassi nel breve periodo. 

Riportare l’inflazione verso il livello obiettivo della Federal Reserve, quel famoso 2% continuamente evocato dai membri della banca centrale americana, è fondamentale non soltanto per salvaguardare concretamente il potere d’acquisto del consumatore statunitense ma anche per ricostruire un clima di fiducia economica che appare oggi in via di deterioramento. Come spiega molto bene un recente articolo pubblicato da Barron's, ampie fasce della popolazione americana percepiscono infatti l’attuale situazione economica e inflazionistica come essere addirittura peggiore di quella vissuta negli anni 70, un decennio che la storia economica ricorda proprio per la violenta impennata dei prezzi, le crisi energetiche e la progressiva erosione del benessere delle famiglie.

La sensazione diffusa è che, nonostante alcuni indicatori macroeconomici continuino a mostrare una certa resilienza dell’economia statunitense, il costo della vita stia aumentando più rapidamente dei salari reali, comprimendo il reddito disponibile e alimentando un crescente malcontento sociale. Ed è proprio questa percezione, spesso persino più severa dei dati ufficiali di dominio pubblico, che rischia di diventare un fattore politico ed economico estremamente delicato nei prossimi mesi.



La seconda revisione del PIL statunitense del primo trimestre 2026 ha confermato un'economia in rallentamento, ma con un'intensità inferiore rispetto a quanto temuto soltanto poche settimane fa. La crescita annualizzata è stata infatti rivista all'1.6% dallo 0.5% della prima stima, pur restando al di sotto del consenso degli analisti che si attendevano un dato vicino al 2.0%. 

Un elemento particolarmente interessante emerso dai dati sul PIL del primo trimestre riguarda il ruolo centrale del consumatore americano. Nonostante il rallentamento dell'attività economica, la spesa delle famiglie ha continuato a rappresentare il principale motore della crescita statunitense, confermando ancora una volta la resilienza dei consumi. Tuttavia, questa capacità di spesa sembra essere stata sostenuta sempre meno dal reddito corrente e sempre più dall'utilizzo dei risparmi accumulati negli anni precedenti. Non a caso il tasso di risparmio personale è sceso al 2.6%, il livello più basso dal giugno 2022. Si tratta di un segnale da monitorare attentamente: se da un lato la riduzione del risparmio ha consentito ai consumatori di continuare a sostenere la crescita economica, dall'altro evidenzia come una parte della forza mostrata dall'economia americana negli ultimi trimestri sia stata finanziata attingendo a una riserva che non può diminuire indefinitamente. La vera sfida per i prossimi mesi sarà capire se il consumatore statunitense riuscirà a mantenere questo ruolo di sostegno alla crescita senza compromettere ulteriormente il proprio equilibrio finanziario.




Cerchiamo comunque di vedere il bicchiere mezzo pieno:  dopo settimane dominate dal timore che l'impennata dell'energia potesse alimentare una nuova accelerazione dell'inflazione proprio mentre la crescita economica mostra alcuni segnali di rallentamento, il mercato sembra ora scommettere su una normalizzazione dei prezzi energetici. La situazione resta molto fluida e sul cortissimo termine il punto centrale è che Trump non ha ancora dato il via libera definitivo all'accordo con l'Iran nonostante negli ultimi giorni abbia lasciato intendere che le parti siano vicine a un'intesa preliminare. Il rischio geopolitico è quindi ancora presente ma i mercati finanziari hanno già deciso, Donal firmerà, e quindi si sono portati avanti con i lavori.

Non sorprende quindi che, parallelamente alla flessione del Brent (linea blu) e del WTI (linea rossa), siano scesi anche i rendimenti dei Treasury americani (linea nera) segnale che gli investitori si aspettano minori pressioni inflazionistiche  (ovale verde).  Se questa tendenza dovesse consolidarsi, le obbligazioni potrebbero beneficiare di un ulteriore calo dei rendimenti mentre i mercati azionari troverebbero un non trascurabile sostegno nella prospettiva di una Fed meno restrittiva.


 Anche il comparto obbligazionario sembra aver ritrovato una certa vitalità. In particolare, le obbligazioni denominate in dollari hanno messo a segno una performance di circa l'1.30% dall'inizio dell'anno, mentre quelle in euro, pur mostrando un andamento più moderato, sono comunque riuscite ad accumulare un guadagno prossimo allo 0.5%. Si tratta di risultati ancora lontani dall'essere entusiasmanti ma potrebbero rappresentare l'inizio di una fase più favorevole per il reddito fisso dopo mesi caratterizzati da una performance poco rallegrante. (clicca sul grafico per una miglior visione).

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I timori di una possibile deriva stagflazionistica dell'economia americana non sono certamente scomparsi. La crescita economica mostra infatti segnali di rallentamento, mentre il recente rialzo dei prezzi energetici rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche proprio nel momento in cui la Federal Reserve sperava di poter dichiarare conclusa la battaglia contro l'inflazione. In un contesto simile, la prudenza degli investitori sarebbe normalmente giustificata, soprattutto considerando che la stagflazione è storicamente uno degli scenari meno favorevoli sia per i mercati azionari sia per quelli obbligazionari.

Eppure, almeno per il momento, questi timori sembrano essere stati ampiamente superati dall'entusiasmo generato dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Gli investitori guardano infatti oltre le difficoltà cicliche di breve termine e immaginano un futuro caratterizzato da una crescita della produttività senza precedenti. L'AI promette di automatizzare processi, ridurre i costi operativi, accelerare la ricerca scientifica, migliorare l'efficienza aziendale e creare nuovi mercati ancora difficili da quantificare. 

Per il comparto azionario questa narrativa è particolarmente potente: maggior produttività significa potenzialmente margini più elevati, crescita degli utili più sostenuta e valutazioni che possono mantenersi superiori alle medie storiche. In altre parole, mentre la stagflazione rappresenta un rischio concreto per i prossimi trimestri, l'intelligenza artificiale viene percepita dagli investitori come una trasformazione strutturale capace di influenzare positivamente la redditività delle imprese per molti anni a venire. È proprio questa visione di lungo periodo che continua a sostenere le quotazioni azionarie americane nonostante un quadro macroeconomico che, osservato isolatamente, suggerirebbe molta più cautela.

I continui record storici registrati dalle borse americane nelle ultime due settimane trovano la loro principale giustificazione nelle straordinarie promesse generate dal potenziale creativo dell'intelligenza artificiale. L'Europa, al contrario, sta beneficiando solo marginalmente di questo fenomeno. Le principali borse del Vecchio Continente presentano infatti una composizione settoriale molto diversa da quella americana: il peso delle grandi società tecnologiche è limitato, mentre prevalgono banche, assicurazioni, utilities, industria tradizionale e beni di consumo. Inoltre, il mercato statunitense ospita gran parte delle aziende che stanno guidando la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e che attirano la maggior parte dei capitali globali destinati all'innovazione. Di conseguenza, mentre gli investitori internazionali sono disposti a pagare multipli sempre più elevati per partecipare alla crescita dell'AI negli Stati Uniti, le borse europee rimangono maggiormente ancorate ai fondamentali economici tradizionali, beneficiando in misura molto più contenuta dell'entusiasmo che sta caratterizzando il mercato americano.


L'attuale narrativa che sostiene lo S&P500 giustifica la divaricazione tra il modello calcolato da Ned Davis (linea blu) e l'indice ytd (linea arancione) osservato durante il mese di maggio dove gli investitori hanno deciso di privilegiare il lungo periodo (AI e produttività) rispetto ai rischi di breve periodo (inflazione, petrolio e rallentamento economico).

Paradossalmente, proprio questa forte divergenza rende ancora più importante osservare il tratto del grafico compreso tra agosto e ottobre. Se nei prossimi mesi gli utili delle società legate all'AI continueranno a sorprendere positivamente, il mercato potrebbe ignorare ancora una volta il ciclo. Se invece dovessero riaffacciarsi inflazione e tassi elevati, la sovraperformance accumulata tra maggio e (speriamo) giugno potrebbe diventare il carburante per una correzione più marcata rispetto a quella prevista dal modello di Ned Davis.

Se la prossima stagione delle trimestrali dovesse deludere le aspettative degli investitori, il mercato potrebbe trovarsi a fare i conti con un rapido processo di rivalutazione dei multipli piuttosto generosi in molti comparti. In un contesto in cui le quotazioni azionarie statunitensi si trovano su livelli record e gran parte dell'ottimismo è già incorporato nei prezzi, il rischio è che eventuali sorprese negative vengano accolte con particolare severità. Ne potrebbe derivare una correzione di una certa consistenza, tanto più difficile da assorbire quanto più dovessero contemporaneamente riaffacciarsi i timori legati alla stagflazione, al petrolio o a una Federal Reserve costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto. In altre parole, dopo mesi in cui la narrativa dell'intelligenza artificiale ha avuto la meglio su quasi ogni altra considerazione, sarà il momento dei numeri: i prossimi dovranno giocoforza essere eccellenti e forse ancora non basta...

Riteniamo quindi sempre più importante monitorare con attenzione l'evoluzione tecnica dei mercati azionari, così da poter individuare il più tempestivamente possibile eventuali segnali di inversione del trend. Come spesso ricordiamo, un trend rimane tale fino a quando non emergono evidenze concrete del suo capovolgimento; per questo motivo continuiamo a seguire quotidianamente l'andamento dei mercati, cercando di distinguere le normali oscillazioni di breve periodo dai cambiamenti di direzione più significativi.

Siamo consapevoli che non tutti i nostri lettori sono appassionati di analisi tecnica o desiderano soffermarsi sui numerosi grafici che abitualmente accompagnano i nostri commenti. Per questa ragione continueremo a pubblicare gli aggiornamenti grafici in una forma essenziale, limitando le spiegazioni ai passaggi realmente rilevanti. Quando però ravviseremo segnali sufficientemente chiari da suggerire un cambiamento dello scenario di mercato, ve lo comunicheremo con la massima tempestività, indicando anche le eventuali implicazioni operative per i portafogli. Il nostro obiettivo non è prevedere ogni movimento dei mercati, bensì riconoscere per tempo i cambiamenti più importanti e intervenire quando è necessario.


Il grafico dello S&P 500 ( +10.73% ytd) continua a mostrare una struttura tecnica estremamente costruttiva. Il trend rialzista è in essere. Attenzione al RSI in costante ipercomprato:non vuole ancora dire che siamo in prossimità di una correzione ma bisogna essere vigili.


Anche il Nasdaq (+16.05% ytd) presenta un quadro tecnico in deciso rialzo (anche troppo...) Per il momento il trend rialzista è in essere e i volumi lo sostengono.



L'Eurostoxx50 (+4.47% ytd) sta confermando il suo trend rialzista. Non è neppure in ipercomprato e quindi non dovrebbe sorprenderci con delle correzioni di ampio respiro.



Vorremmo poter dire che lo SMI (+2.07% ytd) è in un trend rialzista degno di questo nome. NON lo possiamo ancora confermare se non quando avrà la forza di rientrare nel canale ascendente partito nel settembre 2025. Per il momento ci accontentiamo di vederlo scorrere lateralmente.

Buona domenica!

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