Non vi sarà certamente sfuggito che venerdì 5 giugno il mercato tecnologico americano è stato colpito da un violento sell-off facendo subire al Nasdaq un calo di oltre il 4%: una flessione di questa portata non si osservava dall'ottobre 2025. È probabilmente prematuro interpretare questo movimento come l'inizio di un vero e proprio cambio di trend ma sarebbe altrettanto imprudente ignorarlo. Più realisticamente, si tratta di un campanello d'allarme che ricorda agli investitori come nemmeno i titoli più strettamente legati all'intelligenza artificiale possono salire indefinitamente senza attraversare periodiche fasi di consolidamento e prese di profitto.
La settimana che si sta concludendo è stata comunque particolarmente ricca di eventi geopolitici, sviluppi di politica economica e pubblicazioni macroeconomiche, soprattutto negli Stati Uniti, che meritano di essere analizzati con attenzione. Molti di questi elementi potrebbero infatti contribuire a definire il comportamento dei mercati finanziari nelle prossime settimane. Per questo motivo abbiamo pensato di proporre una rapida ricapitolazione degli avvenimenti che abbiamo annotato sul nostro taccuino e che, a nostro avviso, meritano di essere monitorati con particolare attenzione.
Lunedì 1 giugno
- La borsa svizzera, apparentemente senza un motivo preciso, ci ha regalato una delle peggiori sedute dell'anno con l'indice SMI in calo dell'1.75% e con i due pesi massimi, Roche e Novartis, che hanno lasciato sul terreno oltre il 3%. Il contrasto con Wall Street non potrebbe essere più evidente: nello stesso giorno i principali indici americani hanno aggiornato nuovi massimi storici confermando l'entusiasmo degli investitori per il settore tecnologico e per il tema dell'intelligenza artificiale. È possibile che una parte del mercato stia progressivamente perdendo interesse nei confronti del listino svizzero poiché, più che essere un vero mercato azionario orientato alla crescita, viene ormai spesso percepito come una sorta di surrogato del mercato obbligazionario denominato in chf. Grazie a rendimenti generalmente generosi e a una composizione fortemente difensiva, molte società quotate in Svizzera vengono acquistate più per il dividendo che distribuiscono che per le prospettive di espansione degli utili con la conseguente rivalutazione del titolo azionario. Una caratteristica che per anni ha rappresentato un punto di forza del nostro listino ma che rischia di diventare un limite quando gli investitori sono disposti a privilegiare crescita e innovazione rispetto alla stabilità e al rendimento. Non sarà per sempre così ma per il momento è quello che passa il convento.
- Lunedì mattina veniamo a sapere che domenica 31 maggio, nel suo primo intervento pubblico da ex presidente della Federal Reserve, Jerome Powell non ha esitato a lanciare un chiaro segnale d'allarme: un'eccessiva politicizzazione della banca centrale americana rischierebbe di comprometterne l'indipendenza e la credibilità trasformandola in un fattore di rischio sistemico per l'intera economia statunitense e non solo. Un monito che si aggiunge a molti altri ascoltati negli ultimi anni e che gli investitori farebbero bene a non sottovalutare. Ancora una volta, il messaggio è arrivato forte e chiaro. La prossima riunione della FED, la prima con Warsh alla presidenza, è prevista il 16-17 giugno: capiremo subito che aria tira.
- Trump ha "cazziato" pubblicamente Netanyahu durante una telefonata molto tesa avvenuta dopo che Israele aveva perpetrato attacchi contro obiettivi di Hezbollah a Beirut. Secondo diverse fonti americane, Trump avrebbe definito Netanyahu addirittura "crazy" e gli avrebbe chiesto, in termini molto duri, perché stesse rischiando di far saltare gli sforzi diplomatici statunitensi nella regione. Il grosso pericolo è quello di rivedere il prezzo del petrolio risalire sopra i 100 $ al barile. E' la prova provata che Trump sta cercando in ogni modo di far cessare il conflitto: un costo del petrolio troppo alto non se lo può più permettere.
- La pubblicazione dei JOLTS, molto più forti delle attese, ha generato paradossalmente una certa apprensione: i posti di lavoro vacanti sono saliti a 7.62 milioni (attesi: 6.8 mio; precedente: 6.8 mio) ai livelli più elevati degli ultimi due anni. Il messaggio è chiaro: il mercato del lavoro americano continua a mostrare una forza sorprendente nonostante i tassi elevati e il rallentamento economico.
I timori di una minore probabilità di tagli ai tassi nel breve periodo, anzi si sta persino pensando che bisognerà alzarli, mette i rendimenti obbligazionari sotto pressione. Il decennale americano è tornato al 4.52% (troppo alto, non solo per Trump...).
- Trump torna alla carica con i tanto amati dazi malgrado la sentenza della Corte Suprema. Infatti l'ufficio del rappresentante commerciale americano (USTR) ha pubblicato una nuova proposta di dazi basata non più soltanto su criteri economici o commerciali, ma anche sul comportamento dei Paesi in materia di lavoro forzato, diritti umani e standard etici nelle catene produttive. L'amministrazione Trump ha cercato di giustificare nuovi dazi verso circa 60 Paesi sostenendo che essi non fanno abbastanza per impedire l'importazione o la produzione di beni realizzati con il lavoro forzato. La notizia si commenta da sé... Qualcuno parla, facendo riferimento al presidente USA, di "perdita del senso della misura che sconfina nell'arbitrario" ma non è purtroppo una novità. Quello che appare evidente è che la prima economia al mondo ha bisogno di soldi come non mai e farà di tutto per averli!
Broadcom, uno dei leader mondiali nella produzione di semiconduttori, ha pubblicato risultati trimestrali eccellenti. Tuttavia il management non ha rivisto al rialzo le proprie stime di vendita per i chip destinati all'intelligenza artificiale, indicando per il terzo trimestre ricavi attesi pari a "soli" 16 miliardi di dollari contro i 17.2 miliardi che il mercato si aspettava. La reazione degli investitori è stata impietosa: tra giovedì e venerdì il titolo ha perso quasi il 20%, bruciando oltre 450 miliardi di dollari di capitalizzazione una cifra che, tanto per dare un termine di paragone, equivale all'incirca all'intero PIL del Belgio.
L'episodio merita particolare attenzione perché evidenzia quanto il settore legato all'intelligenza artificiale sia diventato vulnerabile alle aspettative del mercato. Quando le valutazioni raggiungono livelli molto elevati, non basta più pubblicare risultati eccellenti: è necessario superare continuamente le attese e alzare l'asticella delle previsioni future. Quanto accaduto a Broadcom potrebbe quindi rappresentare la punta di un iceberg di un mercato sempre più sensibile a qualsiasi indizio di rallentamento nella crescita dell'AI anche quando tale rallentamento è più percepito che non reale.
- Altra tegola sulla capoccia di Trump: con 215 voti favorevoli (di cui 4 repubblicani) e 208 contrari il Congresso americano non ha votato formalmente "contro la guerra in Iran al fine di dichiararne l'immediata cessazione" ma ha voluto ribadire il principio costituzionale secondo cui una guerra prolungata richiede l'autorizzazione del Congresso. Dal punto di vista politico è stato interpretato come il primo vero segnale bipartisan di opposizione del Congresso alla gestione della guerra da parte di Trump. Vedremo ora come la penserà il Senato. Rammentiamo che mancano 150 giorni (3 novembre 2026) alle Midterm...
- Caro amico ti scrivo. Zelensky invia una lettera aperta all'amico Putin chiedendo un incontro faccia a faccia per discutere la fine della guerra; parimenti gli comunica che "in bilico non è il futuro della Russia ma il tuo. E lo sai bene. Le tue risorse si stanno riducendo. Quando il popolo russo si stanca arriveranno i cambiamenti". Non un bel modo per avviare un incontro di pace ma comunque sia Putin replica che "Zelensky può venire in Russia quando vuole!" Che sia l'inizio di un dialogo più promettente dei precedenti?
- Ci si interroga seriamente su cosa sta succedendo nel mondo del credito privato e l'immagine che ne esce non è delle più rassicuranti: Il mercato dei prestiti privati continua a vivere una fase di straordinaria espansione. Negli ultimi anni il progressivo ritiro delle banche tradizionali da alcune attività di finanziamento ha aperto spazi enormi ai fondi specializzati che oggi gestiscono migliaia di miliardi di dollari e finanziano una quota crescente dell'economia reale. Gli investitori sono stati attratti da rendimenti generalmente superiori a quelli offerti dal mercato obbligazionario tradizionale e da una volatilità apparente più contenuta.
Proprio questo successo sta però iniziando a sollevare alcuni interrogativi. La crescente concorrenza tra operatori rischia infatti di comprimere gli spread e di indebolire gli standard di concessione del credito. Inoltre, dopo anni di forte crescita economica e abbondante liquidità, il settore non è ancora stato realmente testato da una recessione profonda e prolungata. Un ulteriore elemento di attenzione è rappresentato dal fatto che alcuni importanti gestori hanno recentemente attivato (come da regolamento dei fondi) o rafforzato limitazioni ai riscatti su determinate strategie di credito privato, dopo aver ricevuto richieste di rimborso superiori alle attese. Si tratta di una caratteristica intrinseca di questa asset class: gli investimenti sottostanti sono per loro natura poco liquidi e, in momenti di tensione, la possibilità per gli investitori di uscire rapidamente da questo tipo di mercato può risultare limitata. Spesso ce lo dimentichiamo.
In un contesto caratterizzato da tassi d'interesse ancora elevati e da una crescita economica meno robusta, gli investitori dovranno quindi prestare particolare attenzione non solo alla qualità dei debitori finanziati, ma anche alle condizioni di liquidità offerte dai veicoli d'investimento. Come spesso accade nei mercati finanziari, è proprio nei momenti di maggiore entusiasmo che diventa importante distinguere tra rendimento e rischio effettivamente assunto.
- La settimana si è conclusa con un dato sul mercato del lavoro americano decisamente più robusto delle attese. A maggio l'economia statunitense ha creato 172.000 nuovi posti di lavoro non agricoli, circa il doppio rispetto alle previsioni degli analisti, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,3%. A rendere il dato ancora più significativo hanno contribuito le revisioni al rialzo dei mesi precedenti, che confermano come il mercato del lavoro americano continui a mostrare una sorprendente capacità di resistenza nonostante i tassi d'interesse elevati, le tensioni geopolitiche e le crescenti incertezze economiche. Se da un lato questa solidità rappresenta una buona notizia per l'economia americana, dall'altro complica ulteriormente il compito della Federal Reserve. Un mercato del lavoro ancora così dinamico rischia infatti di alimentare le pressioni inflazionistiche proprio mentre l'aumento del prezzo dell'energia e le tensioni in Medio Oriente stanno già contribuendo a mantenere elevata l'inflazione. Non sorprende quindi che, subito dopo la pubblicazione del dato, i rendimenti obbligazionari siano saliti e gli investitori abbiano ridimensionato le aspettative di futuri tagli dei tassi, arrivando addirittura a considerare la possibilità che la prossima mossa della FED possa essere un rialzo anziché una riduzione del costo del denaro. Per i mercati azionari, soprattutto per i titoli tecnologici e a forte crescita, il messaggio è chiaro: una economia troppo forte potrebbe tradursi in tassi elevati più a lungo del previsto. Il Nasdaq non ha gradito e si è congedato dalla settimana numero 23 del 2026 con un -4.18%.
- Putin dopo aver discusso a quattrocchi con l'ex cancelliere tedesco Schroeder risponde all'amico Zelensky: "non c'è ragione di vederci". La guerra continua... ma non avevamo dubbi.
- il 10.6 potremo misurare ancora una volta lo stato dell'inflazione americana:
- 11.6 : verremo a sapere cosa ne pensa la BCE di tutto quanto abbiamo appena finito di scrivere: anche in Europa l'inflazione non sta a guardare e salvo sorprese dell'ultima ora la BCE si avvia verso il primo rialzo dei tassi dal 2023. L'accelerazione dell'inflazione, alimentata dal rincaro energetico e dalle tensioni geopolitiche, sembra aver convinto Francoforte che il rischio di agire troppo poco sia oggi superiore a quello di frenare ulteriormente una crescita economica già debole. Allacciamo le cinture...
- Tra gli appuntamenti più attesi della prossima settimana spicca senza dubbio l'IPO di SpaceX, prevista per venerdì 12 giugno. Se le indiscrezioni saranno confermate, l'azienda di Elon Musk debutterà al Nasdaq con una valutazione vicina a 1.750 miliardi di dollari e una raccolta di circa 75 miliardi, numeri che la renderebbero la più grande quotazione in borsa della storia, superando ampiamente il precedente record detenuto da Saudi Aramco. Aswath Damodaran, universalmente considerato uno dei massimi esperti mondiali di valutazione aziendale, ha calcolato il valore intrinseco della società a "soli" 1'300 miliardi. Comunque sia, la domanda degli investitori sembrerebbe già eccedere di circa due volte l'offerta disponibile, segnale di un entusiasmo che ricorda le grandi fasi speculative del passato. Al di là degli aspetti finanziari, il collocamento rappresenta anche un importante test per il mercato azionario americano: il successo dell'operazione confermerebbe la straordinaria capacità degli investitori di attribuire valutazioni sempre più elevate alle società considerate protagoniste delle grandi trasformazioni tecnologiche del futuro. La FOMO (fear of missing out, la paura di mancare all'appuntamento) farà il resto. Come spesso accade in questi casi, la vera sfida non sarà tanto giustificare l'entusiasmo iniziale quanto riuscire a soddisfare, nel tempo, aspettative che appaiono già oggi estremamente ambiziose. Va però ricordato che, come per tutte le IPO molto attese, una parte rilevante del successo iniziale dipenderà dal sentiment del mercato e dalla disponibilità degli investitori a pagare multipli estremamente elevati per la crescita futura piuttosto che per gli utili attuali. Anthropic e OpenAI, anche loro prossime alla quotazione, sono avvisate!
Prima di dare una rapida occhiata ai grafici degli indici e delle valute, soffermiamoci sull'evoluzione delle performance dei principali mercati azionari americani ed europei. S&P 500 e Nasdaq hanno certamente perso parte dello slancio mostrato nei mesi scorsi, ma continuano a esibire rendimenti più che soddisfacenti rispetto ai listini europei che possono tuttavia contare su P/E decisamente più ragionevoli. Resta comunque evidente una realtà difficilmente contestabile: in questa fase di mercato, se un indice non dispone di una forte concentrazione di titoli tecnologici — in particolare di società legate all'intelligenza artificiale — diventa molto difficile tenere il passo di Wall Street. Oggi la crescita continua ad avere un nome ben preciso: tecnologia e ad esempio la Svizzera non ne ha...
Fa parzialmente eccezione la borsa italiana che, pur essendo storicamente poco rappresentata nel settore tecnologico, continua a mostrare una performance sorprendentemente robusta grazie al peso rilevante del comparto bancario. Le banche, sostenute da tassi d'interesse ancora elevati e da utili ai massimi storici (se fossimo clienti di una banca italiana qualche domanda ce la porremmo...), sono infatti tra i pochi settori europei capaci di attirare in modo consistente l'interesse degli investitori e stanno contribuendo in misura determinante alla tenuta del listino italiano.
La correzione registrata venerdì dallo S&P 500 ha contribuito ad allentare una condizione di ipercomprato che si protraeva ormai da quasi due mesi. L'attuale posizionamento, tornato su livelli più neutrali, non ci dispiace affatto: il trend rialzista rimane infatti pienamente intatto e l'indice continua a muoversi comodamente all'interno della fascia verde che ne delimita la tendenza positiva. In quest'ottica, la flessione delle ultime sedute potrebbe addirittura rivelarsi salutare, consentendo al mercato di smaltire parte degli eccessi accumulati e di gettare basi più solide per un'eventuale prosecuzione del rialzo.
Per il Nasdaq il discorso è molto simile. La correzione delle ultime sedute ha leggermente raffreddato un mercato che appariva particolarmente tirato senza però compromettere in alcun modo il quadro tecnico di fondo. L'area dei 25'700 punti potrebbe ora rappresentare un primo livello di supporto, sul quale gli investitori avranno modo di misurare la solidità del trend già a partire dalla prossima settimana. Sarà interessante osservare la reazione del mercato ma allo stato attuale non emergono segnali tali da mettere in discussione l'impostazione rialzista: il trend rimane infatti pienamente in essere e continua a favorire un'interpretazione costruttiva dello scenario.
Per lo SMI continua invece a mancare la forza necessaria per rientrare stabilmente nel trend rialzista avviato nel luglio dello scorso anno. Ogni tentativo di recupero si è finora rivelato insufficiente e il listino svizzero sembra faticare a ritrovare un reale slancio. Alla luce dell'attuale configurazione tecnica, continuiamo a ritenere più probabile uno scenario di movimento prevalentemente laterale nelle prossime settimane in attesa di un catalizzatore capace di imprimere una direzione più convincente al mercato.
Il dollaro continua a mostrare una sorprendente tenuta nei confronti del franco svizzero. A sostenerlo contribuisce probabilmente il differenziale dei rendimenti ancora favorevole agli Stati Uniti e la crescente convinzione che la Federal Reserve possa essere costretta a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto, se non addirittura valutare un ulteriore rialzo dei tassi. Uno scenario che certamente non farà piacere a Trump, ma sul quale pesa anche una parte delle conseguenze delle sue stesse politiche economiche e commerciali. Il risultato è che, nonostante le numerose previsioni di indebolimento formulate negli ultimi mesi, il biglietto verde continua a difendersi egregiamente contro il franco svizzero, tanto da vantare da inizio anno una performance leggermente positiva pari allo 0.48%...
L'euro ha mostrato qualche timido segnale di risveglio nei confronti del franco svizzero nel corso dell'ultima settimana. A sostenere la valuta unica europea contribuisce probabilmente la crescente convinzione degli investitori che la BCE possa adottare un atteggiamento più restrittivo nella riunione di giovedì, arrivando persino ad aumentare i tassi d'interesse. Nonostante questo recente recupero, il bilancio da inizio anno resta ancora negativo, con l'euro che cede circa l'1,45% nei confronti della valuta elvetica. Tuttavia, dopo mesi di debolezza quasi ininterrotta, il cambio sembra quantomeno aver ritrovato una certa capacità di reazione.
Più in generale si potrebbe avanzare un'ipotesi interessante per spiegare, almeno in parte, la deludente performance della borsa svizzera. Per anni molti investitori internazionali hanno acquistato azioni elvetiche non solo per la qualità delle società quotate ma anche per beneficiare del costante apprezzamento del franco svizzero. Se il mercato sta iniziando a ritenere che la valuta elvetica abbia esaurito una discreta parte del proprio potenziale di rivalutazione, viene meno uno degli elementi che negli ultimi anni aveva sostenuto gli afflussi di capitale verso la Svizzera. È una teoria che richiederà ulteriori conferme ma potrebbe contribuire a spiegare perché, nonostante la solidità dell'economia e delle aziende svizzere, il listino continui a sottoperformare rispetto ad altri mercati internazionali.
1. Bitcoin ai minimi da febbraio
- Il Bitcoin è sceso fino a circa 61.300 dollari, toccando il livello più basso degli ultimi quattro mesi.
- La criptovaluta si trova in una fase di mercato ribassista che sta mettendo in difficoltà gli investitori più ottimisti.
2. Forti deflussi dagli ETF spot
- Gli ETF statunitensi che investono direttamente in Bitcoin hanno registrato 12 sedute consecutive di deflussi.
- In totale sono usciti circa 4 miliardi di dollari, segnale che anche una parte degli investitori istituzionali sta riducendo l'esposizione.
3. Pressione macroeconomica
- Il mercato sta rivalutando le prospettive dei tassi d'interesse americani.
- Rendimenti obbligazionari elevati e una Fed ancora prudente riducono l'attrattiva degli asset più speculativi, comprese le criptovalute.
4. Bitcoin più debole rispetto ad altri asset
- L'oro continua a mostrare una forza relativa superiore.
- Anche diversi segmenti del mercato azionario statunitense, in particolare quelli legati all'intelligenza artificiale, stanno attirando più capitali rispetto alle criptovalute.
5. MicroStrategy sotto pressione
- La debolezza del Bitcoin si riflette sui titoli più esposti alle criptovalute, tra cui MicroStrategy.
- Gli investitori stanno ridimensionando le aspettative sui veicoli finanziari che hanno costruito la propria strategia attorno all'accumulo di Bitcoin.
6. Non è necessariamente la fine del ciclo
- Non diamo prematuramente morto il Bitcoin.
- In passato la criptovaluta ha già attraversato correzioni molto profonde prima di riprendere il trend rialzista.
Buona domenica!
PS: oggi, mentre scriviamo, piove a catinelle e si vede! Abbiamo ancora una volta esagerato con la lunghezza dei nostri appunti… sorry!
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