La scorsa settimana ci eravamo ripromessi di seguire con attenzione tre eventi destinati a caratterizzare quella che sta per concludersi e così abbiamo fatto.
Cominciamo dai dati del PCE americano, l’indicatore preferito dalla Federal Reserve per valutare lo stato di salute dell’inflazione a stelle e strisce. Cercheremo di capire quali indicazioni emergano dai numeri appena pubblicati e se questi abbiano in qualche modo influenzato il discorso pronunciato da Kevin Warsh a Jackson Hole, l’amena località che ha appena ospitato il tradizionale raduno estivo dei principali banchieri centrali mondiali.
Passeremo poi in rassegna i risultati di Nvidia, cercando di valutare se e in quale misura possano condizionare, nelle prossime settimane, non soltanto le quotazioni delle società legate all’intelligenza artificiale ma anche l’andamento più generale dei mercati azionari.
Concluderemo infine con la new entry della settimana facendo un rapido accenno alle intenzioni belliche del presidente russo Vladimir Putin. Il quadro rimane ancora poco chiaro, ma le ultime mosse di Mosca sembrano cominciare a preoccupare gli investitori e potrebbero trasformarsi, quantomeno, in un nuovo elemento di disturbo per i mercati finanziari di mezzo mondo.
Mercoledì 26 agosto sono usciti i numeri del Personal Consumption Expeditures (PCE) americano:
- PCE yoy luglio : 3.7% (atteso: 3.6%; precedente: 3.75)
- PCE Core yoy luglio: 3.3% (atteso: 3.3%; precedente: 3.3%)
Il PCE ha confermato un’inflazione ancora troppo elevata rispetto all’obiettivo della Federal Reserve. L’indice generale è aumentato dello 0,2% mensile e del 3,7% annuo, invariato rispetto a giugno ma leggermente superiore alle attese. Il PCE core, che esclude alimentari ed energia ed è la misura maggiormente osservata dalla Fed, è cresciuto dello 0,2% mensile e del 3,3% annuo, in linea con le previsioni e anch’esso invariato rispetto a giugno.
Il dato mensile non rappresenta una nuova accelerazione preoccupante, ma mostra che la disinflazione si è praticamente arrestata: il core PCE oscilla infatti intorno al 3,3% da diversi mesi, ancora molto lontano dall’obiettivo del 2%. Inoltre, i consumi reali sono rimasti sostanzialmente invariati, mentre il reddito disponibile reale è cresciuto dello 0,4%, segnalando una domanda meno vivace ma non ancora sufficientemente debole da far scendere rapidamente i prezzi. In un contesto del genere è difficile dare un taglio i tassi e a salire, immaginiamo, sarà di certo la gastrite di Trump che ultimamente di momenti felici ne ha avuti pochi.
Da quando Kevin Warsh ha assunto la presidenza della Federal Reserve, ci è stato ripetuto fino alla noia che non dovremo più attenderci indicazioni prospettiche troppo esplicite da parte della banca centrale americana. Per noi comuni mortali, desiderosi di capire quale direzione possa prendere la politica monetaria statunitense, ciò significa tornare a osservare e interpretare con ancora maggiore attenzione i dati economici.
Detto questo, ogni tanto anche Warsh sarà pur costretto a parlare: l'occasione, per ascoltarlo attentamente e cercare di comprendere che cosa gli passi per la testa, ci è stata fornita su di un vassoio d'argento dal simposio di Jackson Hole che si è appena concluso.
Abbiamo chiesto a ChatGPT, molto più bravo di noi nel riassumere per sommi capi, di elencare i punti principali del discorso di Warsh :
- Messaggio più restrittivo del previsto: Warsh non ha annunciato esplicitamente un rialzo dei tassi, ma ha chiarito che la lotta contro l’inflazione non è terminata e che la Fed dovrà intervenire se l’inflazione di fondo non si muoverà «chiaramente e con sufficiente rapidità» verso l’obiettivo.
- Obiettivo del 2% non negoziabile: il target del 2% sul PCE resta «fermo e fisso». La stabilità dei prezzi non arriva automaticamente: secondo Warsh, deve essere garantita attraverso le decisioni della Fed.
- Inflazione ancora troppo elevata: il PCE annuo si trova al 3,7% e quello annualizzato degli ultimi sei mesi al 4,1%. I dati estivi migliori delle attese non sono sufficienti per concludere che la tendenza sottostante sia realmente migliorata.
- Priorità alla stabilità dei prezzi: con disoccupazione al 4,1%, richieste di sussidio contenute e mercato del lavoro vicino alla piena occupazione, Warsh ritiene che la Fed possa concentrarsi prevalentemente sull’inflazione.
- Economia più forte e condizioni finanziarie poco restrittive: consumi, investimenti e utili societari rimangono solidi; gli spread creditizi sono bassi e il credito è facilmente disponibile. Warsh fatica quindi a considerare realmente restrittivo l’attuale livello dei tassi.
- Possibile rialzo dei tassi: il discorso ha aumentato la probabilità attribuita dal mercato a un rialzo già nella riunione del 15-16 settembre, portandola intorno al 50-60%. La decisione dipenderà comunque dai prossimi dati su inflazione (11.9.26) e occupazione (4.9.26).
- Una Fed più silenziosa: Warsh vuole ridurre la forward guidance e non intende comunicare anticipatamente un percorso dei tassi. La Fed deciderà riunione per riunione, osservando le tendenze economiche anziché singoli dati. Questo potrebbe rendere i mercati più volatili tra una pubblicazione macroeconomica e l’altra.
- AI e produttività: Warsh riconosce che oltre metà della crescita degli investimenti aziendali del 2026 è legata all’AI e che questa tecnologia potrebbe aumentare la produttività. Rimangono però dubbi su chi incasserà i maggiori benefici economici e su quali saranno gli effetti finali sull’occupazione.
Ci siamo quindi chiesti quali potrebbero essere le conseguenze di un tale discorso per i mercati finanziari:
- Treasury a breve scadenza: sono i più esposti a nuovi rialzi della Fed. Il rendimento del biennale (linea rossa) è infatti salito di circa 12 punti base al 4,35%, registrando il maggiore aumento giornaliero da marzo (freccia rossa). Se i prossimi dati sull’inflazione resteranno elevati, i rendimenti a 2-5 anni potrebbero salire ancora e i prezzi delle obbligazioni scendere.
- Treasury a lunga scadenza: la reazione potrebbe essere più moderata. Una Fed credibile e aggressiva contro l’inflazione può contenere le aspettative inflazionistiche di lungo periodo, limitando l’aumento dei rendimenti decennali (linea nera) e trentennali. Deficit pubblici, nuove emissioni e prezzi delle materie prime rimangono però fattori di pressione al rialzo.
- Curva dei rendimenti: nell’immediato è probabile un movimento di appiattimento, con il rendimento biennale che sale più del decennale. Se la stretta monetaria facesse successivamente temere una recessione, la curva potrebbe invertirsi maggiormente; se invece prevalessero deficit e inflazione persistente, potrebbero salire anche le scadenze lunghe.
- Obbligazioni societarie: tassi più elevati aumentano il costo del rifinanziamento. Le società solide possono resistere, mentre emittenti molto indebitati, high yield, neocloud e aziende AI dipendenti da finanziamenti continui diventano più vulnerabili. Forse la vera novità a tenere strettamente sotto osservazione è proprio il grado e il costo dell'indebitamento delle aziende coinvolte nello sviluppo dell'AI che fino a poco tempo fa pagavano gli investimenti per lo sviluppo della società attingendo alla cassa della stessa. Oggi sono costretti a rivolgersi a noi investitori chiedendo soldi in prestito.
- Borse azionarie: il messaggio è moderatamente negativo perché aumenta il tasso utilizzato per attualizzare gli utili futuri. Nella seduta successiva al discorso, l’S&P 500 ha perso lo 0,25% e il Nasdaq lo 0,52%.
- Energia e materie prime: potrebbero mantenere una forza relativa se petrolio e commodity continuassero a sostenere l’inflazione; sarebbero invece penalizzate da un marcato rallentamento economico.
Warsh ha quindi segnalato che l’economia americana è abbastanza robusta da sopportare una politica monetaria più severa e che, in assenza di un rapido ritorno dell’inflazione verso il 2%, la Fed potrebbe rialzare i tassi. Nell’immediato questo scenario favorisce rendimenti dei Treasury più alti, soprattutto sulla parte breve della curva, e rappresenta un ostacolo per obbligazioni a lunga durata e azioni growth.
la società ha pubblicato risultati nettamente superiori alle attese, confermando che la domanda di infrastrutture per l’intelligenza artificiale continua ad accelerare. Nel secondo trimestre fiscale 2027 i ricavi hanno raggiunto 96,2 miliardi di dollari, in crescita del 106% su base annua e del 18% rispetto al trimestre precedente, contro attese di circa 91,9 miliardi.
Il Data Center, ormai pari a oltre il 92% del fatturato, ha generato 89 miliardi, con un aumento annuo del 117%, mentre l’utile rettificato per azione si è attestato a 2,22 dollari, superando le previsioni di circa 2,09 dollari. Il margine lordo è rimasto sull’eccezionale livello del 75%.
Ancora più importante è la guidance: Nvidia prevede per il trimestre in corso ricavi per 108 miliardi, senza includere vendite di chip Data Center alla Cina. Per il prossimo esercizio prevista una crescita vicina al 70%, frenata più dai limiti dell’offerta che dalla mancanza di domanda.
Questi numeri indicano che il ciclo dell’AI non sta ancora rallentando e che la domanda si sta allargando dagli hyperscaler alle società neocloud, ai governi e alle imprese industriali, mentre l’intelligenza artificiale passa progressivamente dall’addestramento dei modelli all’utilizzo commerciale attraverso inferenza e agenti autonomi.
Rimane tuttavia necessaria una certa qual prudenza: valutazioni elevate, enormi fabbisogni di capitale e possibili finanziamenti “circolari” nell’ecosistema AI rendono vulnerabili le società più indebitate o prive di ricavi concreti. La trimestrale rafforza quindi strutturalmente il tema AI, ma alza ulteriormente le aspettative e rende indispensabile distinguere tra aziende con vantaggi competitivi e utili reali e titoli sostenuti prevalentemente dall’entusiasmo del mercato.
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Rapidissimamente gettiamo uno sguardo ai soliti indici azionari: tutti evolvono ancora all'interno del canale rialzista di medio periodo e non si vedono, per il momento, veri e propri cedimenti. Insomma, per tutti il trend rialzista è ancora in essere.
Lo S&P500 (+12.65% ytd) sembra comunque prendersi una pausa di riflessione e da inizio agosto si sta sviluppando lateralmente ed è ancora sopra tutte e tre le medi mobili. Come sappiamo il modello di Ned Davis prevede una correzione per il mese di settembre magari, perché no, favorita da un aumento dei tassi al termine della sessione della FED del 16 di settembre?
Discorso analogo per il Nasdaq (+12.60% ytd) che in fase laterare è entrato già dal mese di giugno. La media mobile dei 50 giorni fa da supporto ma ora che anche Nvida ha pubblicato e con la minaccia di un aumento dei tassi potrebbe anche facilmente cedere rappresentando in tal modo un primo segnale di debolezza tecnica.
Bene anche l'Eurostoxx50 (+11.99% ytd) che per il momento si muove ben al di sopra delle medie mobili. A livello di RSI siamo in zona neutra: indica come le pressioni degli acquirenti e dei venditori sono sostanzialmente equilibrate; preso a sé stante non offre un segnale operativo preciso.
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La prospettiva di un aumento dei rendimenti ha rimesso in movimento la valuta americana che si sta riavvicinando agli 81 centesimi contro franco svizzero...
La prospettiva di un rialzo dei tassi americani ha penalizzato nettamente l’oro, tornato al di sotto della media mobile a 50 giorni. La perdita di questo importante supporto dinamico rappresenta un primo, chiaro segnale di deterioramento del quadro tecnico.
Il Bitcoin si è ben comportato durante la settimana e, come avevamo prospettato nei nostri ultimi Appunti, è arrivato a testare la resistenza posta a 81’500 dollari. L’RSI segnala tuttavia una netta condizione di ipercomprato: una pausa di consolidamento sarebbe quindi salutare e permetterebbe alla criptovaluta di riassorbire gli eccessi prima di tentare un nuovo allungo verso la successiva resistenza di 92’800 dollari.
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