Sono trascorse due settimane dal nostro ultimo aggiornamento e siamo certi, considerata la quantità e la qualità delle fonti oggi disponibili, che non sono solo i nostri Appunti che vi tengono aggiornati sui mercati finanziari! Rischiamo quindi di essere ripetitivi e ridondanti ma riteniamo tuttavia importante lasciare una traccia di quanto emerso dall’ultima riunione della Federal Reserve del 29 luglio perché il cambio di rotta impresso da Kevin Warsh alla politica monetaria americana non appare soltanto formale ma presenta elementi di sostanziale discontinuità rispetto al recente passato.
Dalla riunione è scaturito un messaggio decisamente più prudente di quanto possa suggerire il semplice mantenimento dei tassi al 3.50-3.75%: la decisione non è stata approvata all'unanimità e 3 membri, sui 9 che decidono, erano addirittura favorevoli ad un rialzo di 25 punti base segno che l'inflazione, giustamente, fa ancora paura. Warsh nel suo intervento, a dir la verità piuttosto scomposto e (volutamente?) caotico, ha riconosciuto la solidità dell’economia e del mercato del lavoro ma ha comunque ribadito che l’inflazione rimane troppo elevata e che il 2% è un obiettivo vincolante e non negoziabile. E' pure consapevole che il dato parecchio favorevole del CPI del mese di giugno, non è sufficiente per decretare la vittoria sui prezzi; è come dire che una rondine non fa primavera! e quindi la guardia non la si deve abbassare.
La Fed ha inoltre osservato che il forte aumento dei rendimenti nominali e reali lungo la curva dei Treasury ha già prodotto un significativo inasprimento delle condizioni finanziarie, anche in assenza di un reale rialzo dei Fed Funds, consentendole per ora di restare ferma.
Particolare enfasi è stata dedicata al boom degli investimenti tecnologici e nell’AI, che aumenta sì la produttività delle aziende ma alimenta parimenti le pressioni inflazionistiche. Bisognerà monitorare con attenzione.
Ciò che bisogna tenere bene a mente è che la Fed ha abbandonato quasi completamente la forward guidance (le indicazioni prospettiche per intenderci) e quindi ogni riunione torna a essere realmente aperta. Le decisioni di politica monetaria dipenderanno dal reale andamento dell’inflazione, dalla crescita, dal mercato del lavoro, dalle condizioni finanziarie e da molto altro ancora.
Il rischio monetario si è quindi spostato: non bisogna più chiedersi soltanto quando arriveranno i tagli ma - e qui Trump dovrà farsene una ragione - dovremo considerare seriamente la possibilità che i tassi possono rimanere elevati più a lungo o che addirittura la prossima mossa possa persino essere quella di un loro rialzo.
Forse però ha ragione Fugnoli (Il Rosso e Il Nero, Kairos) che, in conclusione del suo ultimo intervento (lettura consigliata, clicca qui) evidenzia come "Warsh ci ha ricordato che i mercati devono imparare ad arrangiarsi da soli. Devono guardare la palla, l’economia, e non quello che fa l’arbitro, la Fed. Se guardano la palla, quello che possono vedere, come ricorda oggi David Zervos, è un’economia che va bene e un mercato del lavoro in perfetto equilibrio tra domanda e offerta. È quanto basta, senza spaccarsi la testa sul Fomc di ieri o sul prossimo in settembre." Come detto, Fugnoli potrebbe aver ragione ma comunque sia noi, un pochino, la testa ce la vogliamo ammaccare e quindi un’occhiata alle aspettative degli investitori su cosa farà la FED a settembre la vogliamo dare:
- Posti di lavoro privati (ADP) luglio: 44k (atteso: 75k; precedente: 95k) dato in ribasso
- Disoccupazione 1° agosto: 199k (atteso: 204; precedente: 198K) dato stabile
- Nuovi posti di lavoro luglio: -23K (atteso: 83K; precedente: 20k) dato in forte ribasso
- Paghe orarie yoy : +3.2% (atteso: 3.5%; precedente: 3.45) guadagnano un po' meno
Il quadro che emerge dalla stagione degli utili del secondo trimestre 2026 dello S&P 500 è nel complesso decisamente positivo e mostra una forte accelerazione rispetto ai trimestri precedenti. Con 442 società su 498 già passate alla prova dei conti, il campione è sufficientemente ampio per trarre indicazioni significative: i ricavi hanno superato le attese mediamente del 3,5%, mentre la sorpresa sugli utili raggiunge un eccezionale +29,5%, nettamente superiore ai trimestri precedenti. Se ricordate bene le aspettative per questa seconda tornata di utili parlava di una sorpresa generale che non doveva superare il 16%!
La qualità della stagione appare inoltre abbastanza diffusa: quasi tutti i settori presentano sorprese positive sia sul fatturato sia sugli utili, con la sola eccezione delle Utilities, dove i ricavi risultano inferiori alle attese del 1,5%. Spiccano Technology, con utili superiori alle stime dell’11,8%, Health Care (+18,7%) e soprattutto Consumer Discretionary (+106,9%) e Communications (+96,9%), valori straordinariamente elevati che contribuiscono però a gonfiare il dato aggregato e suggeriscono la presenza di alcuni risultati particolarmente fuori scala.
Tuttavia il messaggio più interessante arriva dal confronto con la reazione delle quotazioni azionarie (riquadro in basso a destra): il grafico Bloomberg evidenzia una relazione sorprendentemente debole tra entità della sorpresa sugli utili e performance del titolo nella seduta successiva: è successo sovente che sorprese molto elevate sono state accompagnate da ribassi in alcuni casi anche sorprendenti. Il mercato sembra quindi avere già incorporato nei prezzi una stagione degli utili molto forte e sta premiando meno il semplice superamento delle stime, concentrandosi piuttosto sulla guidance, sulla qualità e sostenibilità della crescita e, soprattutto per le società tecnologiche, sulle prospettive di monetizzazione degli enormi investimenti nell’AI.
È forse questa la conclusione più importante: i fondamentali societari restano solidi e forniscono un supporto importante alle valutazioni dello S&P 500, ma l’asticella delle aspettative si è alzata considerevolmente; battere le stime non basta più, mentre qualsiasi delusione sulle prospettive future può essere punita con particolare severità.
La stagione degli utili volge ormai al termine: all’appello manca soltanto Nvidia, che pubblicherà i risultati il 26 agosto. Viene quindi progressivamente meno uno dei principali potenziali catalizzatori capaci di fornire agli indici ulteriore slancio. L’attenzione dovrà ora concentrarsi soprattutto sui dati macroeconomici e sull’evoluzione di un quadro geopolitico che appare sempre più complesso e indecifrabile. Proprio la geopolitica rimane il principale fattore di rischio e potrebbe fungere da innesco per una correzione, in particolare se le tensioni dovessero tradursi in un nuovo e deciso rialzo del prezzo del petrolio. Alla luce di queste premesse e dei guadagni già accumulati dai mercati, non ci sorprenderebbe se, improvvisamente, qualche investitore decidesse che è arrivato il momento di passare all’incasso e prendere profitto.
Anche se non vi piace più di tanto, è arrivato il momento di gettare rapidamente un'occhiata ai grafici delle borse e vedere se i trend dei vari mercati sono confermati:
Lo S&P500 (+13.32% ytd), dopo esser fuoriuscito dal triangolo di consolidamento, si trova a contatto con la resistenza dinamica segnando l'ennesimo record storico dell'anno. Se riesce a superare la resistenza abbiamo individuato un target tecnico a 8'000 punti. Trend positivo in essere.
Il Nasdaq (+14.84% ytd) dopo tre mesi di spostamento laterale è uscito dal canale e sta puntando verso i 27'500 punti. Il trend positivo è sempre in essere.
L'Eurostoxx50 (+12.65% ytd) non finisce più di stupire e continua imperterrito a confermare la positività del suo trend. Volumi in leggero calo ma il periodo estivo li giustifica.
Anche lo SMI (+9.63% ytd), malgrado una certa debolezza del comparto assicurativo "vittima" di un leggero profit taking, ha chiuso venerdì in prossimità del suo record storico. Per il momento il trend è confermato.
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Dobbiamo spendere qualche parola in più per quanto riguarda il franco svizzero: la recente debolezza del franco nei confronti sia del dollaro sia dell’euro sembra derivare soprattutto dal nuovo ruolo che il CHF sta assumendo come valuta di finanziamento per operazioni di carry trade. Con i tassi della BNS prossimi allo zero e sensibilmente inferiori a quelli statunitensi ed europei, per gli investitori è diventato conveniente finanziarsi in franchi per acquistare valute e attività con rendimenti più elevati.
Il fenomeno è in parte collegato allo yen, tradizionale funding currency mondiale: la progressiva normalizzazione della politica monetaria della Bank of Japan e la maggiore volatilità della valuta giapponese hanno reso il carry trade in yen meno scontato e più rischioso, favorendo lo spostamento di una parte delle operazioni verso il franco.
Il meccanismo comporta la vendita di CHF per acquistare USD, EUR o altri asset ad alto rendimento e genera quindi una pressione strutturalmente ribassista sulla valuta svizzera. A ciò si aggiunge una BNS che, con un' inflazione molto contenuta, non ha particolare interesse a contrastare un moderato indebolimento del franco che stimola la competitività delle esportazioni.
Questo non significa tuttavia che il franco abbia perso il proprio status di bene rifugio.
In presenza di uno shock geopolitico, finanziario o di un improvviso aumento della volatilità, le posizioni di carry trade finanziate in franchi potrebbero infatti essere rapidamente chiuse: gli operatori dovrebbero ricomprare CHF per rimborsare i finanziamenti, provocando potenzialmente un rafforzamento molto rapido del franco. La debolezza attuale va quindi interpretata più come conseguenza del differenziale dei tassi e della crescente funzione del CHF come alternativa allo yen nel carry trade, piuttosto che come un deterioramento strutturale della valuta svizzera. E' abbastanza probabile che il franco svizzero possa, per un certo periodo, mostrare una insolita volatilità.
Anche il cambio EUR/CHF sembra orientato verso la resistenza situata in area 0.94. Per il momento, il movimento della valuta europea rimane prevalentemente laterale; tuttavia, il superamento al rialzo di tutte e tre le medie mobili rappresenta un incoraggiante segnale di forza relativa, che accogliamo con favore.
Il rialzo dell’oro di questa settimana trova la sua principale spiegazione nel cambiamento delle aspettative sulla politica monetaria americana: come abbiamo già sottolineato i segnali di raffreddamento provenienti dal mercato del lavoro hanno ridimensionato la convinzione che la FED debba necessariamente procedere con un ulteriore rialzo dei tassi per contrastare l’inflazione, provocando una discesa dei rendimenti dei Treasury e un contemporaneo indebolimento del dollaro. Una combinazione particolarmente favorevole per il metallo giallo che non offre cedole e beneficia quindi della riduzione del costo opportunità legato alla sua detenzione.
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