domenica 23 agosto 2026

USA: troppi debiti !


Per vedere tutti numeri dell'US Debt Clock:    clicca qui
 

Prima o poi doveva succedere che il debito nazionale a Stelle e Strisce superasse i 40 trilioni di dollari. Lo ha fatto prima del previsto ed ora qualcuno - colui che sta a capo del Tesoro americano -  inizia, meglio tardi che mai, a preoccuparsi! Abbiamo finalmente capito qual'è la soglia di dolore dell'amministrazione Trump che probabilmente non gradisce per nulla vedere i rendimenti del Treasury decennale avvicinarsi al 5%... potete quindi facilmente immaginare dove stanno andando le rese dei Treasury con scadenze superiori. Insomma, è un problema che non può più essere ignorato.



Infatti il costo annuale di questo enorme debito si situa al terzo posto di una classifica che vede gli esborsi per la salute e quelli per la previdenza occupare il primo e il secondo posto dell'articolato budget americano.  Sul terzo gradino del podio troviamo il costo dei debiti:  1.1 trilioni di dollari di soli interessi passivi non sono noccioline e la tendenza è in chiaro aumento.  Il recente e forte rialzo dei rendimenti dei Treasury a lungo termine sta mettendo sotto pressione il governo americano ed è il frutto di una combinazione particolarmente perniciosa costituita da inflazione persistente, crescente offerta di debito e minore fiducia nella sostenibilità delle finanze pubbliche a lungo termine. 

Inoltre le tensioni geopolitiche nello Stretto di Hormuz e il rincaro dell’energia e delle materie prime in generale alimentano il timore che l’inflazione possa in effetti restare elevata più a lungo del previsto (ne parliamo brevemente tra poco) mentre le ingenti emissioni obbligazionarie delle grandi società tecnologiche, necessarie a finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale, aumentano la concorrenza per il capitale e costringono il Tesoro americano ad offrire rendimenti più generosi se vuole piazzare presso gli investitori tutte le emissioni.


 Il problema comunque non è solo americano: infatti l’espansione dei debiti e dei disavanzi pubblici è comune a molti altri Paesi quali Francia, Italia, Inghilterra e Giappone dove gli investitori dubitano della volontà politica di ridurre la spesa o aumentare le entrate. Anche alle nostre latitudini è un bel dilemma che diventa sempre più difficile da ignorare: prima o poi i nodi arrivano al pettine. 

A rendere il quadro ancora più fragile contribuisce il progressivo passaggio dei titoli pubblici dalle mani di istituzioni relativamente poco sensibili alla fluttuazione del prezzo delle obbligazioni (come le casse pensioni o le assicurazioni)  a quelle di investitori privati, che richiedono un premio più elevato per finanziare il debito di aziende e stati a lunga scadenza e sono  sensibili anche alle variazioni di prezzo degli strumenti a reddito fisso.

Il messaggio dei mercati obbligazionari è quindi piuttosto palese: i redimenti a lungo termine, senza un miglioramento credibile della disciplina fiscale e delle prospettive d’inflazione, difficilmente scenderanno in maniera duratura, con conseguenze potenzialmente negative per i conti pubblici, il credito, gli investimenti, le ipoteche e i tassi debitori delle carte di credito. Attenzione:  anche le valutazioni azionarie potrebbero risentirne. Anzi, è quasi certo!

Quindi la decisione del segretario al Tesoro Scott Bessent del 18 di agosto d'intervenire direttamente sul mercato obbligazionario statunitense, acquistando Treasury a lunga scadenza finanziando tali operazioni con maggiori emissioni di titoli a breve termine, segna una svolta interventista e rischia di entrare in aperto conflitto con la politica della Federal Reserve guidata da Kevin Warsh. L’obiettivo è ridurre artificialmente i rendimenti a lungo termine dopo che il trentennale ha raggiunto il livello più elevato degli ultimi diciannove anni. 

La strategia contraddice l’impostazione del capo della FED Warsh, che aveva considerato l’aumento dei rendimenti utile per contenere l’inflazione e che sostiene pure una riduzione del bilancio della Fed accompagnata dalla vendita di titoli a lunga scadenza. Come dire che la mano destra non sa cosa fa quella sinistra! Secondo diversi economisti questa sovrapposizione fra politica fiscale e monetaria, aggravata dalle continue pressioni di Trump per ottenere un taglio dei tassi, alimenta il rischio di “dominio fiscale”: una situazione nella quale la banca centrale sarebbe, di fatto, condizionata dall’esigenza del Tesoro di contenere il costo del debito pubblico. 

Per il momento Bessent si è  limitato ad indicare che il Tesoro potrebbe acquistare il doppio dei Treasury rispetto a quello che già sta facendo (si passerebbe nel periodo tra agosto e novembre da 18 a 32 miliardi): l'operazione potrebbe indebolire il dollaro e creare ulteriori pressioni inflazionistiche, costringendo la Fed ad aumentare i tassi a breve proprio mentre il Tesoro cerca di ridurre quelli a lungo termine. 




Il risultato è una comunicazione istituzionale sempre più confusa, nella quale i mercati non riescono più a distinguere quale sia il vero orientamento delle autorità, riaprendo il tema dell’effettiva indipendenza della politica monetaria statunitense dalle necessità di finanziamento del governo. Comunque sia il mercato ha subito reagito il primo giorno come Bessent si sarebbe aspettato (riduzione dei rendimenti)  ma tre giorni dopo ci ha ripensato rispedendo al mittente l'idea e riportando i rendimenti di venerdì sera allo stesso livello di dove erano il 18 agosto... Il messaggio del mercato per il momento sembra chiaro.


Ci perdonerete ma prima di gettare uno sguardo ai noiosi grafici azionari, dobbiamo spendere ancora qualche parola per chiarificare la nostra posizione nei riguardi dell'inflazione. Il 12 di agosto c'è stata la pubblicazione dello stato di salute di quella americana:

  • CPI yoy luglio         : 3.4% (atteso: 3.4%; precedente: 3.5%)
  • Core CPI yoy luglio: 2.5% (atteso: 2.5%; precedente: 2.6%) 
Il leggero calo dell'inflazione rispetto al mese precedente ha messo tutti di buon umore ma temiamo che la lettura di quella di agosto,  verrà pubblicata il 16 di settembre, sarà un pochino diversa. Infatti:


il CPI americano di luglio ha beneficiato ancora di un contributo favorevole dell’energia, con questa componente in calo dell’1,5% sul mese e soprattutto la benzina in flessione del 2,9%, contribuendo così a contenere l’inflazione generale. Da agosto, però, il quadro potrebbe cambiare sensibilmente, perché il forte rialzo del petrolio registrato tra luglio e agosto sta iniziando a trasferirsi sui prezzi dei carburanti: la benzina pesa per circa il 4% nel paniere CPI e, indicativamente, un suo aumento mensile del 5% potrebbe aggiungere quasi 0,2 punti percentuali al CPI complessivo. 

Il primo effetto dello shock petrolifero sarà quindi visibile soprattutto sull’inflazione attraverso la benzina, il diesel  e gli altri prodotti energetici, mentre il Core CPI, che esclude direttamente energia e alimentari, dovrebbe inizialmente risentirne molto meno. Il rischio più importante emerge però qualora il petrolio rimanesse stabilmente su livelli elevati: in questo caso, nei mesi successivi potrebbero manifestarsi effetti di secondo ordine attraverso maggiori costi di trasporto, logistica, produzione e servizi, rendendo l’inflazione più persistente. 

Il vero pericolo, pertanto, non è necessariamente un’immediata esplosione del CPI, quanto il fatto che il rincaro energetico interrompa il processo disinflazionistico americano e mantenga l’inflazione ostinatamente sopra il 3%. Una situazione particolarmente delicata per la FED, che potrebbe trovarsi di fronte alla scomoda combinazione di mercato del lavoro in rallentamento e inflazione nuovamente sotto pressione, riducendo sensibilmente lo spazio disponibile per eventuali tagli dei tassi. Per questo motivo, il CPI di agosto e quelli immediatamente successivi saranno decisivi per capire quanto dello shock petrolifero si sarà effettivamente trasferito sui prezzi al consumo americani.



Da non trascurare, in ottica infalzionistica, anche il rincaro delle materie prime che è vicino ai massimi dell'anno: è vero che i riflessi negativi di questo tipo di 
rincaro li avremo verosimilmente in autunno ma tutto contribuisce a far si che non sarà facile rispedire il livello di inflazione sotto il 3%, anzi, dovremmo iniziare a temere addirittura un ulteriore aumento dei prezzi (e dire addio ad eventuali tagli ai tassi...).


***



Nelle ultime settimane il ciclo composito dello S&P 500 elaborato da Ned Davis ha mostrato una buona capacità di descrivere soprattutto la direzione del mercato, pur con alcune differenze nell’ampiezza e nella tempistica dei movimenti. Dopo una fase piuttosto irregolare tra giugno e luglio, nella seconda metà di luglio l’indice reale — linea arancione tratteggiata — ha inizialmente sottoperformato il percorso storico, ma tra la fine di luglio e la prima metà di agosto ha recuperato rapidamente, ricongiungendosi quasi perfettamente alla linea del ciclo. Entrambi hanno infatti raggiunto un massimo verso metà agosto e, negli ultimi giorni riportati nel grafico, hanno cominciato a ripiegare insieme. Questa recente convergenza rafforza temporaneamente l’utilità del modello come indicatore tattico: non perché abbia previsto esattamente i livelli dello S&P 500, ma perché ha individuato abbastanza bene la successione dei movimenti.

La parte più interessante è però quella prospettica. Il ciclo composito suggerisce che il massimo di agosto potrebbe lasciare spazio a una fase stagionalmente difficile: una prima discesa tra la fine di agosto e settembre, seguita da volatilità e da un possibile minimo più importante tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Dopo una breve ripresa nella seconda metà di ottobre, il modello segnala poi una marcata accelerazione rialzista da novembre fino alla fine dell’anno, con soltanto alcune correzioni intermedie. In altre parole, il ciclo descrive un autunno inizialmente fragile ma un ultimo bimestre decisamente favorevole.

Va comunque ricordato che le due linee utilizzano scale differenti e che Ned Davis specifica esplicitamente: “Trend is more important than level”. Non bisogna quindi confrontare i valori numerici delle due curve né interpretare l’ampiezza prevista della discesa come una percentuale attesa. Il ciclo è una media, con uguale ponderazione, di tre regolarità storiche — ciclo stagionale annuale, ciclo presidenziale quadriennale e ciclo decennale — e rappresenta una traccia probabilistica, non una previsione. Il messaggio operativo è pertanto di aumentare la prudenza tra la fine di agosto e l’inizio di ottobre, verificando però la previsione con trend, ampiezza di mercato, volatilità e condizioni macroeconomiche; un’eventuale tenuta del mercato durante questa finestra negativa costituirebbe invece un segnale di forza relativa particolarmente significativo. Comunque se sentite il bisogno di proteggervi, noi non abbiamo nulla in contrario.


***


Lo S&P500 (+12.11% ytd) dopo aver testato la resistenza dinamica durante la settimana senza riuscire a superarla ha iniziato uno spostamento ribassista che, come indica Ned Davis, potrebbe durare qualche settimana. Per il momento rimane saldamente all'interno del canale rialzista e vedremo cosa succederà la prossima settimana dopo aver preso conoscenza dei dati di Nvidia.


L'evento clou della prossima settimana per l'indice Nasdaq (+12.64% ytd) è senz'altro la pubblicazione dei numeri del Q2 di Nvidia mercoledì 26 agosto dopo la chiusura della borsa.
Il consenso degli analisti prevede ricavi intorno a 91,9–92,1 miliardi di dollari e un utile rettificato di circa 2,08–2,09 dollari per azione, valori quasi doppi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’attenzione del mercato sarà però rivolta soprattutto alle previsioni per il trimestre successivo — ricavi attesi intorno a 103 miliardi —, alla domanda per i sistemi Blackwell e Vera Rubin, alla tenuta dei margini di fronte al rincaro delle memorie e alla continuità degli investimenti dei grandi operatori nei data center. Poiché le aspettative sono già molto elevate, per sostenere ulteriormente il titolo potrebbe non bastare superare il consenso: serviranno indicazioni convincenti sulla crescita futura e sui margini.

Per il momento l'indice si trova ancora all'interno del canale rialzista ma il movimento dal mese di giugno sembra essere più che altro laterale.



Il trend dell'Eurostoxx50 (+11.58% ytd)  è ancora chiaramente al rialzo anche se durante la settimana che sta per finire un paio di sedute deboli lo hanno allontanato dall'ipercomprato. 



L'indice che sembra rischiare maggiormente da un punto di vista tecnico è lo SMI (+8.97% ytd): il rimbalzo sul supporto dinamico di venerdì in chiusura lo ha tolto da una posizione scomoda ma resta il nostro controllato speciale.

***



Il rally del bitcoin di questa settimana  è nato dall’incrocio di quattro elementi: timore di svalutazione del dollaro e dominio fiscale (vedi provvedimento Bessent) , forti afflussi negli ETF (circa 600 mio), liquidazione delle posizioni short (short squeeze)  e la maggiore apertura normativa americana (Clarity Act). Il Senato americano si esprimerà sul Clarity Act  il 15 settembre 2026 alle 14.15 di Washington, cioè alle 20.15 in Svizzera. Tuttavia, non sarà ancora necessariamente il voto definitivo sulla legge: si tratterà innanzitutto di un voto procedurale necessario per chiudere l’ostruzionismo e avviare formalmente l’esame del provvedimento.

La velocità dell’ascesa di questa settimana è stata però accentuata dalla leva finanziaria; perciò, dopo un guadagno superiore al 20% in pochi giorni, è ragionevole attendersi consolidamenti o prese di profitto. La prova decisiva sarà verificare se gli afflussi negli ETF continueranno anche dopo l’esaurimento dello short squeeze: se resteranno sostenuti, la rottura avrà fondamenta più solide; se si fermeranno, una parte del rialzo potrebbe essere rapidamente riassorbita. Prossima resistenza: 81'500 $. 



Anche il rimbalzo dell’oro delle ultime settimane nasce da fattori che vanno ben oltre il semplice recupero tecnico. Il movimento è cominciato già in luglio, quando l’area dei 4.000 dollari l’oncia ha attirato nuovi compratori dopo la correzione superiore al 25% registrata dai massimi di inizio anno. La discesa aveva ridimensionato il posizionamento speculativo e reso le valutazioni nuovamente interessanti per investitori istituzionali e compratori asiatici. In luglio gli ETF globali garantiti da oro fisico hanno raccolto circa 3 miliardi di dollari, interrompendo due mesi consecutivi di deflussi e aumentando le proprie riserve di circa 23 tonnellate.

L’annuncio di Bessent ha poi rappresentato l’acceleratore decisivo. Il tentativo del Tesoro di comprimere i rendimenti a lungo termine attraverso maggiori riacquisti è stato interpretato come un possibile segnale di repressione finanziaria e dominio fiscale. Gli investitori temono che l’esigenza di rendere sostenibile un debito federale superiore a 40 trilioni possa prevalere sulla lotta all’inflazione e portare nel tempo a tassi reali più bassi e ad una progressiva perdita di valore del dollaro. Questa è una combinazione particolarmente favorevole all’oro: il metallo non distribuisce interessi e diventa relativamente più attraente quando diminuiscono i rendimenti reali delle obbligazioni o cresce il rischio che l’inflazione li eroda.


Buona domenica!

Nessun commento:

Posta un commento