domenica 5 giugno 2022

L'inflazione non scende (per il momento)


 

Vorremmo fortissimamente riuscire a parlare d'altro, ma l'inflazione è decisamente un tema che sta influenzando in modo incisivo i mercati . Dai, mancava da un pezzo,  ed ora che c'è vediamo di tenerla sotto controllo.

 Sappiamo quanto il rincaro ha un'influenza nefasta tanto nel settore azionario quanto in quello obbligazionario: proprio quest'ultimo è il responsabile di quasi due terzi delle perdite che i portafogli hanno subito quest'anno e crediamo che non ha ancora finito di fare danni.

Infatti l'inflazione tedesca, dato pubblicato martedì scorso, è sempre in ascesa: dal 7.4% del mese di aprile ci si aspettava per maggio un 7.6% che nella realtà si è presentato con un 7.9%. Come termine di paragone vi rammentiamo che gli USA sono al 8.4% e la Francia al 5.4% (evidente l'influsso benefico dell'energia di fonte nucleare anche se di quest'ultima non siamo proprio dei fans sfegatati).



Due giorni dopo è stato il turno della Svizzera.  Siamo messi bene se ci paragoniamo agli altri, ma comunque anche alle nostre latitudini il rincaro inizia a preoccupare. Siamo al 2.9% (l'ultima volta era il 2008) e questa è una sgradita sorpresa che ci induce a pensare (e qui facciamo riferimento alle attese sui tassi svizzeri fra un anno visti la scorsa settimana) che le aspettative che vedono i nostri tassi passare da un -0.75% allo 0.43% non siano solo delle fantasiose ipotesi di lavoro. Come abbiamo già detto,  speriamo che la BNS non si muova prima della BCE, altrimenti le conseguenze sul cambio del franco svizzero non saranno facile di contenere:


...guardate che cosa è successo al cambio dollaro/franco alle 8.30 e qualche manciata si secondi del 2 giugno quando è stato pubblicato il dato inflativo: basta il pensiero rivolto ad un possibile aumento dei tassi per generare movimenti importanti. Figuriamoci se un giorno, a sopresa, la BNS ci annuncia un aumento effettivo: vi lasciamo immaginare dove il franco svizzero potrebbe andare.

Insomma, l'inflazione per il momento c'è ed è qui per rimanere. Poi vedremo se le politiche monetarie dei vari paesi riusciranno ad avere effetto. Lo ripeteremo fino alla noia: fino a quando non vedremo materie prime e costi energetici scendere con una certa decisione, sarà difficile che qualche cosa cambi drasticamente. 

Diamo quindi un'occhiata ai due grafici, ma sospettiamo che sapete già come si presentano...  (cliccateci sopra per vederli meglio: mat prime il primo ed energia il secondo):

  


...ovviamente entrambi al rialzo ed il secondo, quello dei costi energetici, non scherza.



Il prezzo del petrolio, malgrado l'embargo di quello russo (ma forse è proprio a causa di questo embargo) e l'accordo dell'OPEC per aumentarne la produzione, continua a salire. Riteniamo che per un po' ce lo possiamo solo sognare un calo del prezzo. Gli americani sono  diventati indipendenti energeticamente grazie al fracking oil che è costato un cifrone ed ora vogliono fortissimamente che si partecipi alle spese comprando il loro petrolio; è ovvio che non hanno interesse a far scendere il prezzo.  Il petrolio russo (che dovrebbe essere sotto embargo) viene venduto a caro prezzo alla Cina tanto per finanziare ancora un po' questa assurda guerra.  Forse non lo pagheranno 120 dollari al barile ma ne stanno comprando tanto. Non ci credete? Date un'occhiata a questo grafico che si commenta da sé:



... che i Russi stiano per cadere nelle braccia dei Cinesi ci sembra palese ( e siamo solo agli inizi).


Quindi per quanto riguarda l'inflazione e le sue conseguenze per il momento mettiamoci l'anima in pace e teniamoci ancora per un po' i soldi sui conti correnti (anche se le banche, ovviamente continuano a dire che bisogna investire per  evitare la perdita di potere d'acquisto). Per il momento ci accontentiamo di non perdere troppi soldi e ci armiamo di un po' di pazienza supplementare almeno fino a quanto l'inflazione non ci dimostrerà di non riuscire ad andare oltre gli attuali livelli.



Ovviamente, dopo quanto sopra esposto, non possiamo pretendere di vedere i mercati azionari esplodere di gioia. Siamo in una fase piuttoso noiosa e saremmo già contenti di vederele borse spostarsi lateralmente: non sarebbe chiedere troppo. Lo SMI sembra volerlo fare: si è tolto dalla zona degli 11'250 punti, bene, ma saremmo più tranquilli se lo vedessimo salire almeno fino ai 12'000 punti.

La prossima settimana, il 10, non perdetevi l'appuntamento con la pubblicazione del CPI USA per il mese di maggio. Lo stanno aspettando, comprensibilmente,  un po' tutti. Fino a mercoledì quindi cerchiamo di essere prudenti: non dovrebbe essere difficile; domani la borsa CH è chiusa e martedì vedremo che aria tira. 


domenica 29 maggio 2022

Qualche dato incoraggiante...


Vista dall'osservatorio della FED,  l'inflazione continua a far paura e non passa giorno che non si venga informati su cosa intendono fare per calmierare i prezzi: purtroppo più che aumentare i tassi ed eventualmente assottigliare il bilancio della banca centrale americana non vediamo chiaramente cos'altro potrebbero fare. 

Un paio di giorni fa veniamo a sapere che la Daly (governatrice della FED di San Francisco), la più moderata dei 12 governatori,  si è schierata assieme al falcone Bullard (FED di St Louis) e si dicono convinti che contro l'inflazione bisogna fare di più. Se i due estremi la pensano così, innutile chiedersi come la pensano gli altri 10: alle sfumature siamo poco interessati.  Dovremmo quindi attenderci un ulteriore restringimento della politica della FED ben oltre quello già annunciato ed assistere ad una ulteriore contrazione dei multipli azionari? Così pare! Finalmente capiamo cosa voleva dirci Powell quando a più riprese ci ha avvisato che "ci sarà un po' da soffrire!" 

Beh, se diamo un'occhiata alla performace delle borse da inizio anno (vedi tabella qui sopra), diremmo che il nostro grado di sofferenza è altino con tendenza al rialzo e quindi, caro Powell, ci sembra di aver già dato. Grazie!




In aiuto al nostro mal di pancia,  negli USA  è uscito venerdì l'atteso dato che misura l’aumento medio dei prezzi per i consumi personali interni (PCE), dato che rimane alto ma che nel contempo ha mostrato una battuta d'arresto che farà sicuramente piacere ai Governatori della FED, essendo il PCE uno dei dati che cattura maggiormente la loro attenzione. 

Un PCE in rallentamento (precedente: 5.2%, atteso: 4.9% , effettivo: 4.9%)  fa comunque piacere anche alle borse che infatti hanno festeggiato come non succedeva da un po'. 




Il sondaggio sulla fiducia dei consumatori elaborato dall'Università del Michigan, uscito con un 58.4 (atteso 59.1) è testimone di un morale non proprio a 1000, ma ha messo un po' paradossalmente il turbo ai mercati che intravvedono un probabile rallentamento dei consumi che contribuirà di certo a calmierare un po' la temuta inflazione. 

Facciamo anche tesoro di un altro dato, quello riguardante  il tasso di risparmio americano,  che sta scendendo (dal 5% al 4.4%) segno che gli americani, malgrado il pieno impiego, stanno attingendo ai risparmi per compensare una crescita salariale insufficiente. Il notevolissimo aumento dell'uso delle carte di credito combinato con un costo del denaro sempre più caro, farà il resto: per quanto si potrà continuare così non lo sappiamo ma intravvediamo all'orizzonte l'arrivo di una contrazione dei consumi.




Ma vediamo cosa si aspetta il mercato in fatto di tassi: in America oramai è abbastanza chiaro che vi sarà un aumento che tra un anno porterà i tassi al 3%: significa due aumenti di mezzo punto nei prossimi mesi e 5 aumenti di un quarto di punto a seguire... Vedremo se serà veramente così oppure la FED, smentendo Daly e Bullard, opterà per una politica meno aggressiva, tollerando un'inflazione per un certo periodo piuttosto elevata con l'intento di pilotare l'economia verso un soft landing ma evitando accuratamente di mandare in recessione l'intero sistema economico. Quale sarà effettivamente la reale strategia della FED non lo sappiamo ancora ma prossimamente ne sentiremo parlare fino alla noia.

Anche in Europa l'inflazione preoccupa ed è abbastanza probabile che la BCE si muoverà  presto nella direzione di un aumento dei tassi: c'è chi dice già durante l'estate, più probabile in autunno. Obiettivo: mettere fine al periodo dei tassi negativi. Poi cosa succederà all'economia europea lo sapremo solo vivendo...

A quanto pare un simile obiettivo potrebbe essere perseguito anche dalla BNS ( la banca nazionale svizzera): il mercato sembra crederci ed ha già messo in conto una serie di rialzi che fra un anno porterebbe i rendimenti svizzeri dal -0.75% allo 0.43%. Facciamo fatica a crederci ma in effetti presto o tardi anche la nostra banca nazionale dovrà far fronte ad un minimo di inflazione (oggi al 2.43%). Vedremo se avrà il coraggio di muoversi prima della BCE!



Ma torniamo un attimo negli USA , dove dobbiamo annotare un movimento di acquisto sul Treasury a 10 anni che ne ha fatto scendere il rendimento al 2.73%... potrebbe essere un indizio che qualcuno inizia a credere che la FED, malgrado quello che dicono i suoi Governatori,  non sarà così severa nei confronti dell'inflazione...


... è bastato un leggero rilassamento dei rendimenti per subito indebolire il dollaro. Contro chf dalla parità si è sgonfiato fino a 0.96;  come già fatto notare corrisponde ad un ritracciamento del 50% del movimento rialzista partito ad aprile. Sembra comunque aver voglia di andare oltre e quindi potremmo vederlo la prossima settimana attorno a 0.95 e anche meno. Ancora prudenza per chi vuol comprare dollaro.


...stesso discorso per euro/dollaro...



...meno chiara la direzione di euro/chf ma quest'ultimo si sta rafforzando, quasi ad anticipare le mosse future della BNS (certo che se la nostra banca dovesse alzare i tassi prima della BCE avremo qualche problema a calmierare la forza del franco...)



In questi giorni abbiamo osservato un certo rilassamento di alcuni indicatori dello stato d'animo degli investitori: ricordate il put/call ratio (primo grafico)? L'acquisto di put options è decisamente diminuito e anche il VIX (secondo grafico) sembra voler recuperare zona 20.




L'indice che sta approfittando della riduzione dei rendimenti americani e che tecnicamente si trovava in una posizione dove un rimbalzo era possibile, è il Nasdaq. 11'500 punti rappresentava l'obiettivo del ritracciamento ed in effetti da lì è ripartito. La tecnologia dai massimi ha perso un buon 30% e molte aziende anche decisamente di più. D'accordo che gli outlook non sono bellissimi ma comunque certe reazioni ci sono sembrate esagerate. Non è comunque un mercato per deboli di cuore...



Anche lo S&P500 sembra voler rimbalzare: dobbiamo putroppo segnalare che non ha portato a buon fine il suo ritracciamento che resta un po' come una spada di Damocle sulle nostre teste. Saremmo stati tutti più tranquilli se avesse raggiunto i 3550 punti per poi ripartire. Godiamoci questo momento di rilassamento ma quando andiamo a dormire un occhio rimanga aperto...



Il movimento del mercato svizzero non ci dispiace: portato a temine un convincente ritracciamento a 11'250, lo SMI è poi rimbalzato e lo scorso venerdi con ogni probabilità è persino riuscito ad uscire dal canale discendente che si era formato ad inizio maggio fornendoci un incoraggiante segnale rialzista.
Bene così.


Buona domenica!

mercoledì 18 maggio 2022

Paura della FED


Anticipiamo di qualche giorno il nostro consueto intervento settimanale in quanto abbiamo intercettato questo  sondaggio di Bank of America che ha chiesto a 288 gestori di fondi quali sono, a loro giudizio, i principiali rischi che possiamo riscontrare in un mercato come quello attuale dominato da non pochi fattori di disturbo.

La distribuzione delle risposte non ci sorprende ed in effetti le preoccupazioni derivanti da  quello che sarà l'intervento della FED nelle prossime settimane non deve generare ansia solo all'investitore professionista ma in generale a tutti coloro, che a vario titolo, si interessano di finanza e/o si occupano di investimenti. 

In effetti al primo posto troviamo proprio l'assillo per una FED troppo hawkish, seguita dalla paura di una recessione globale, che in gran parte potrebbe essere anche figlia della futura attività della banca centrale americana, che a sua volta si sta armando per entrare in guerra contro un'inflazione che da passeggera rischia di trasformarsi in permanente.

Capita a fagiolo l'intervento di Powell, che su invito del Wall Street Journal, ieri si è espresso a tutto tondo proprio sull'attività futura della FED. Intervento che stamani abbiamo potuto leggere nei report che quotidianamente riceviamo e che ci ha lasciati un po' perplessi. 

Il presidente della FED ha esordito tranquillizzando la platea dicendosi certo che "un atterraggio morbido" per l'economia statunitense è certamente possibile. Evidentemente i Governatori devono aver messo in linea di conto che l'atterraggio dell'economia a stelle e strisce potrebbe anche essere di altro tipo e non necessariamente morbido. Ad ogni buon conto iniziare una conferenza mettendo le mani avanti non sembra di buon auspicio. 

Cosa vuol fare Powell lo riassumiamo ridotto all'osso, pardon, all'essenziale usando le sue parole: "Dobbiamo vedere l'inflazione scendere in modo chiaro e convincente, quindi continueremo a spingere (leggi: ad alzare i tassi a suon di 50 basis point cadauno) finché non osserveremo la sua riduzione".  Obiettivo: riportarla al 2%. Poi aggiunge: "Questa non è una previsione o una dichiarazione di forward guidance (ci chiediamo allora cosa sia...) e nei prossimi mesi potrebbero accadere cose che sfuggono al controllo della Fed".  Di bene in meglio verrebbe da dire, ma alle parole di Powell i mercati azionari statunitensi ieri sera hanno reagito molto positivamente; francamente fatichiamo a capire tutta questa euforia... Ed infatti oggi le borse si rimangiano quanto accumulato nella giornata di ieri.

Vogliamo rendere questa pillola ancora più amara? Dai, proviamoci:

Dagli ultimi dati che ci giungono dal sistema economico statunitense, scopriamo che il credito al consumo è letteralmente esploso (52,5 mia $) e ci viene segnalata la più alta variazione netta mensile mai registrata: solo per le carte di credito, il debito è aumentato di 31,3 mia di $. Ciò significa che gli americani stanno consumando (e sembra una buona notizia...) ma è anche evidente che i risparmi accumulati durante la pandemia sono esauriti e la gente deve ricorrere ai prestiti per continuare a consumare. Lo sappiamo: gli americani sono i numeri uno dell'indebitamento, soprattutto quando i tassi erano a zero,  ma indebitarsi per consumare a tassi sempre più elevati ci sembra un tantino pericoloso e di solito è il primo passo verso una recessione.

Cosa se ne deduce?

Tutto e niente verrebbe voglia di dire ma ci limitiamo a consigliare, ancora per un po', prudenza. I mercati (azionari e del reddito fisso) sono da settimane in correzione e non vediamo l'ora che cambino tendenza ma per farlo in modo convincente dovremo attendere, come accennato sabato scorso, qualche segnale di capitolazione del mercato. Segnali che non abbiamo ancora visto...

Per il momento stiamo assistendo a quello che in gergo tecnico viene definito, e ci scusiamo anticipatamente nei confronti degli amanti di questi felini, come "the Dead Cat Bouce" o nel più italico "rimbalzo del gatto morto" a significare che qualsiasi cosa,  cascando soprattutto da altezze considerevoli,  presto o tardi impatta su di una superficie dalla quale se ne deriva un rimbalzo. Ma il rimbalzo ha un limite fisiologico e non è detto che dopo una simile caduta tutto continua come se nulla fosse... ma questo bisognerebbe chiederlo al gatto... 

Quindi stiamo attenti a non confondere un rimbalzo tecnico con un vero e proprio cambiamento del trend...




sabato 14 maggio 2022

Settimana complessa...

 Quando obbligazioni, azioni, metalli preziosi, cripovalute e qualsiasi altra cosa stai guardando evolve al ribasso non è facile essere ottimisti,  ma siamo anche consapevoli che una quota elevata di pessimismo è la conditio sine qua non dalla quale partirà il prossimo trend rialzista: sono sei settimane che il saldo dei mercati finanziari è in rosso e non eravamo più abituati ad un periodo di negatività che si protrae per così tanto tempo. Purtroppo, temiamo, dovremo tenere i nervi a bada ancora per diverse settimane prima di vedere la capitolazione definitiva del mercato. Per capire (cosa tutt'altro che evidente...) quando effettivamente avremo toccato il fondo stiamo seguendo alcuni indicatori:

1) Ritracciamento tecnico del 50% dell'ultimo movimento rialzista: avvenuto, come vedremo dopo, per lo SMI ed il Nasdaq, NON ancora per lo S&P500 e sappiamo quanto importante sia questo indice...


2) Put-call ratio: quando le put options (diritti di vendita) crescono in modo importante e superano le call (diritti di acquisto) è un segnale di grande pessimismo. Tale indicatore sta salendo ma non è ancora ai livelli di guardia...

3) I volumi sono nella media con una leggera tendenza alla crescita soprattutto sui movimenti ribassisti: una capitolazione avviene con volumi molto alti e non ci sembra ancora il caso...



4) Il VIX è, come detto più volte, posizionato con una certa costanza attorno al 30... una capitolazionie dovrebbe spingere questo indicatore ben oltre il 40... 

5) I deflussi dai fondi azionari e/o dagli etf sono in atto ma c'è ancora molto (troppo?) d'investito in queste asset classes. C'è probabilmente spazio per altre vendite...

Come avremo maturato la convinzione di essere per lo meno andati vicini ad una capitolazione ovviamente faremo un cenno...



Quello che per il momento sta veramente  preoccupando il mondo della finanza è il livello d'inflazione raggiunto: questa settimana abbiamo avuto la conferma che l'inflazione americana è forse al top (8.3%),  ma al top ci rimane e non sarà evidente chiederle di scendere velocemente di qualche punto percentuale.

 I costi energetici e quelli delle materie prime sono sempre troppo elevati ed incidono in modo evidente su quelli alla produzione che, sempre negli USA, sono crescituti dell 11% yoy e prima o poi incideranno sugli utili societari oppure verranno riversati sui consumatori. 

Discorso simile per la Germania dove mercoledì  abbiamo avuto conferma che il tasso di inflazione è al 7.4% e da lì non si schioda... Possiamo solo immaginare i mal di pancia che girano negli uffici della Bundesbank!


Questa settimana il rendimento del decennale americano, da tempo in costante aumento,  si è preso una pausa e dopo aver raggiunto il livello del 2018 (3.15%) si è riportato sotto il 3% a significare che queste rese iniziano probabilmente ad attrarre anche qualche compratore.


Ne ha subito approfittato il Nasdaq che nelle ultime settimane è stato letteralmente preso d'assalto dai venditori. Nel nostro post del 30 di aprile avevamo segnalato il movimento di ritracciamento che avrebbe potuto condurre l'indice a 11'500 punti. Ebbene ci siamo. A questi livelli (ma con un occhio sempre ben puntato sui rendimenti che non devono salire eccessivamente...) si potrebbe anche pensare di iniziare ad accumulare qualche azione o ricomprare un po' di etf su questo indice. Lo sappiamo, sembriamo in contraddizione con quanto affermato all'inizio di questo nostro intervento:  probabilmente la capitolazione non è ancora conclusa ma cogliere con certezza il low di mercato non sarà facile, ma l'importante è cercare di andarci vicini e per farlo dobbiamo iniziare pian piano ad accumulare...



Come detto molta attenzione allo S&P500 dove il movimento di ritracciamento è ancora in corso e per essere portato a termine dovremmo prima vedere i 3550 punti... Insomma mancherebbero ancora 10 punti percentuali di correzione e non son pochi. Procedere con prudenza in questo caso ha senso.



Lo SMI questa settimana ha avuto qualche problema: uno grosso l'ha creato Roche che c'informa del fallimento dei test di fase 3 di un farmaco (Tecentriq) contro il cancro ai polmoni ed è stata punita dagli investitori con un ribasso di oltre il 7% come non si vedeva da anni... Forse la reazione è stata eccessiva e ci lascia spazio per un rientro... (zero cost strategy consigliata...). 

Comunque, con un RSI attorno ai 34,  non dovemmo temere ulteriori grossi cedimenti dell'indice ed un modesto rientro tramite un acquisto di etf sull'indice o andare lunghi di futures potrebbe essere fatto...



Con l'attuale dinamica dei rendimenti americani che stanno pian piano diventando realmente positivi, il dollaro contro le principali valute si è rafforzato ed anche parecchio. Pure contro chf è andato dove doveva andare: 1 a 1. La salita è stata impressionante. Forse una pausa è necessaria prima di vedere ulteriori aumenti: un RSI a quasi 80 non si vede spesso. Prudenza se lo volete acquistare.



Lo stesso vale contro euro...



C'è del movimento anche in ambito delle cryptocurrencies e delle stablecoin che in questi giorni hanno definitivamente affossato l'idea che questo mondo si muova in maniera asincrona rispetto agli assets trattati sui mercati tradizionali (nel grafico il bitcoin) . Insomma, usare questo genere di moneta pensando di diversificare il portafoglio è per il momento un concetto da accantonare. Almeno fino a quando non avremo capito fino in fondo come funzionano, non tanto dal punto di vista tecnico (qui le idee sono in chiaro), ma, soprattutto nel caso delle stablecoins, dal punto di vista delle garanzie che dovrebbero rendere questo genere di moneta elettronica appunto più stabile e meno volatile del tradizionale bitcoin. Iniziano ad esserci dei dubbi sulla qualità degli assets messi a garanzia e soprattutto sui meccanismi ( i soliti algoritmi) che devono garantire l'ancoraggio all' asset (di norma il dollaro) che funge da stabilizzatore. Sarà anche il futuro,  ma a noi per il momento la fiat money ancora piace.

Buon week end!







 

sabato 7 maggio 2022

Il mezzo punto della FED


 

La scorsa settimana abbiamo cercato di dare una spiegazione alle preoccupazioni del mercato, che possiamo osservare attraverso l'evoluzione del VIX che rimane inchiodato da settimane sopra i 30, con la consapevolezza che la FED, che è sempre stata lesta nel ridurre i tassi in caso di bisogno, ha le mani legate ed un aiuto in tal senso ce lo possiamo scordare per un (bel) po'.

 Quando alcuni nodi iniziano ad incontrare un pettine succede  quello che possiamo osservare nel grafico: i mercati del reddito fisso e quelli azionari si muovono, e pure parecchio, in perfetta sincronia verso il basso. Abbiamo quindi due delle componenti più importanti delle nostre asset allocations in contrazione e a preoccupare maggiormente non è la parte azionaria (in blu) ma quella obbligazionaria (in giallo) che temiamo avrà bisogno di parecchio tempo prima di rivederla a livelli decenti: sta reagendo a degli scenari che prevedono, purtroppo, tassi in deciso rialzo che sono la criptonite del reddito fisso. Dovremo armarci di pazienza.


Mercoledì la FED ha fatto quello che doveva fare: un bel aumento di mezzo punto dei tassi in un sol boccone. Putroppo questa è la dimostraizione che la banca centrale americana è in ritardo (parzialmente giustificato) nella lotta all'inflazione che l'ha vista per troppo tempo dietro la curva ed ora è costretta ad essere audace (mezzo punto di aumento) e persino aggressiva (son previsti almeno altri due aumenti dello 0.5%) nella speranza che tutto questo funzioni ed inizi ad intaccare l'inflazione.

Powell ha giustificato l'irruenza della FED facendoci sapere che "nel breve sarà abbastanza doloroso il ritorno alla normalità, ma lo sarebbe molto di più se permettessimo all'inflazione di radicarsi per lungo tempo" e con questo possiamo dire addio all'idea che questa inflazione è solo di passaggio: c'è,  e se restiamo con la mani in mano, rimane!

 Se aveve seguito anche solo distrattamente i mercati azionari di mercoledì, vi sarete accorti che sulla scorta delle parole di Powell la borsa ha fatto festa chiudendo in netto rialzo. Francamente ci siamo chiesti cosa ci sia da festeggiare. Siamo di fronte ad almeno altri due (dolorosi) rialzi di mezzo punto  e svariati altri rialzini di un quarto di punto che dovrebbero servire a calmierare un'inflazione che sembra essere più tenace del previsto:  a noi, più che far festa, verrebbe da dire "speriamo che funzioni!"

Infatti, in questo caso, dubitare è lecito e non diamo per scontato che l'azione della FED possa avere successo in tempi rapidi. Il ragionamento che facciamo è semplice e potrebbe far storcere il naso a qualche economista ma partiamo dalla constatazione che siamo confrontati, e questa è la nostra ipotesi di lavoro,  ad un'inflazione che non ha come motore principale la domanda dei consumatori. Questo genere di domanda è l'elemento fondamentale del PIL americano (70%)  che negli USA è già in contrazione come ci segnala il -1.4% del primo trimestre ed è in netta frenata rispetto al +6.9% dell'ultimo trimestre 2021. 

Significa quindi che vi sono altre componenti, difficilmente governabili con un azione per quanto decisa sui tassi, che hanno un influsso determinante sul calcolo del rincaro: è probabile che fino a quando materie prime e costi energetici non invertiranno la loro rotta, temiamo che non vi saranno diminuzioni apprezzabili dell'inflazione americana e di quella del resto del mondo. Mercoledì prossimo vedremo come si è comportato il CPI americano per il mese di aprile. 

Ma torniamo ai costi di energia e materie prime:


...per il momento non ci sembra che il trend delle materie prime abbia voglia di cambiare direzione: sarebbe già qualche cosa se ci mostrasse di essere al top iniziando a muoversi lateralmente, ma non ci pare il caso.


...ed i costi dell'energia sono lì da vedere... nulla di buono per il momento.





Il Nasdaq ha chiuso ieri a 12'144 punti ed è probabile che vedremo gli 11'500 prima di avere una possibile reazione.




...ed anche lo S&P500 spaventa un poco in quanto la sua correzione è appena iniziata e i 3'550 punti sono lontani.




...ma cerchiamo di essere positivi: finalmente (era ora...) il temuto gap a 11'700 punti è stato ricoperto (freccia verde) e ce lo siamo tolto dai piedi: era lì come una spada di Damocle sopra la nostra testa e anche quando l'indice è tornato a 12'500 punti abbiamo sempre pensato che prima o poi saremmo tornati a coprirlo. Per tanti analisti la teoria della copertura dei gap è solo una delle tante leggende legate all'analisi tecnica ma a quanto pare funziona 8 volte su 10 ed anche noi l'abbiamo constatato con una certa costanza. 
Ora tutto è possibile, l'RSI (freccia blu) è in territorio di ipervenduto, il ritracciamento del 50% del movimento ascendente partito a marzo è cosa fatta e quindi una reazione anche di natura rialzista potrebbe esserci. Non ci facciamo troppe illusioni, considerato il clima generale, ma vedremo lunedì che aria tira.



Dollaro/franco continua la sua salita grazie anche ai rendimenti reali positivi... obiettivo: diciamo attorno alla parità.





...contro euro 1.05 l'abbbiamo visto. Non ci pare che l'Europa in questo momento possa risultare particolarmente attrattiva e quindi il trend del dollaro ha buone chance di continuare il suo percorso.


In settimana ci siamo chiesti, considerata la forte propensione alle importazioni da parte degli americani,  se un dollaro forte potrebbe favorire un ribasso dell'inflazione: istintivamente ci siamo detti che è molto probabile; ma a dir la verità, ci è passato questo grafico sotto gli occhi...



...che dimostra che per il momento ci stiamo sbagliando... Capita! ;-)


Godetevi il week end!









sabato 30 aprile 2022

Recessione in arrivo?

 


Quando vogliamo cercare di capire che aria tira sui mercati e soprattutto intuire qual’è il sentimento dominante che tormenta le notti degli investitori, gettiamo un’occhiata al VIX (l’indice della paura) che a volte, improvvisamente,  senza nessun segnale premonitore ma a giusta ragione,  s’impenna  mandando le quotazioni a farsi un giro nei bassi fondi dei grafici degli analisti tecnici (2001: Torri Gemelle, 2008: Lehmann, 2020: Pandemia , 2022:  Guerra in Ucraina).

Sinceramente in quei momenti vorremmo essere da un’altra parte ma non si può e a furia di gestire i mal di pancia che questi movimenti generano,  abbiamo osservato che spesso sono stati sorprendentemente  di breve durata. Date un‘occhiata al grafico degli ultimi venti anni ed il fenomeno sembrerà evidente anche a voi. Spiegazione (quasi scientifica) del fenomeno? I Governi e le banche centrali che li rappresentano, sono sempre intervenuti tempestivamente con iniezioni abbondanti di liquidità, tanto nel sistema economico quanto in quello finanziario, attutendo alla velocità della luce gli effetti potenzialmente distruttivi degli eventi poc'anzi tra parentesi menzionati. 

Ad essere obiettivi fino in fondo, c'è un evento che sembra discostarsi un poco dalla norma ed è proprio quello rappresentato dall'attuale conflitto ucraino: il picco c'è stato e tutto sommato abbiamo visto di peggio ma, e qui sta la differenza sostanziale, ha innalzato il supporto della volatilità ad un livello superiore. Per anni, anche dopo eventi eccezionali e potenzialmente distruttivi, abbiamo visto un ritorno della volatilità in un range tra il 10 e il 20; con questa guerra e con tutto quello che ne consegue (anche se gli strascichi del covid ci hanno messo lo zampino...) è abbastanza ragionevole che il nuovo livello di neutralità del VIX si posizioni tra il 20 e il 30 (ovale rosso). E' un po' come dire: se a livello 10 dormo sereno, con il VIX  tra il 20 e il 30 un occhio è sempre aperto...

Come lo spieghiamo? E' una probabile presa di coscienza da parte degli investitori che molto probabilmente, anzi è certo,  per parecchio tempo non potremo più fare grande affidamento sugli interventi tempestivi delle Banche Centrali che fino ad oggi ci hanno tolto le castagne dal fuoco: l'inflazione è salita a livelli preoccupanti e ciò rende, soprattutto in Europa, incompatibili le generose  politiche monetarie del passato. Un certo nervosismo è quindi giustificato. Il "buy the dips",  ovverosia il "compra (aggressivo) sui ribassi" va reinterpretato e modificato in un "compra sui ribassi ma non qualsiasi cosa che ti passa tra le mani". Insomma il mercato azionario rimane ancora il settore che preferiamo ma va fatta selezione e soprattutto bisogna allungare la visione temporale: i guadagni ci saranno ma non saranno sempre immediati come siamo stati abituati negli ultimi anni.

Sappiamo che il quadro della situazione non è proprio roseo ed ha il sapore amaro della "tempesta perfetta": abbiamo una guerra che non sappiamo dove può portarci, un'impennata dei costi delle materie prime e dell'energia, la catena delle forniture si sta nuovamente imballando e, notizia non propriamente rassicurante, un'America che anch'essa inizia a traballare:



Giovedì veniamo a sapere che il PIL a Stelle e Strisce é negativo... -1.4%. Scende da un +6.9% e se anche per il prossimo trimestre sarà negativo, l'America è tecnicamente entrata in recessione. Adesso capiamo meglio a cosa servono i 33 miliardi stanziati da Biden per l'Ucraina di cui 20 per le armi (ovviamente made in USA). Comunque sia,  se l'Amercia non se la passa benissimo, non vogliamo pensare come stanno gli altri Stati ma temiamo che la situazione sia ancora più complessa.


I risultati societari pubblicati fino ad oggi, un po' come ce l'aspettavamo, sono stati misti ma quello che ci ha maggiormente colpito sono quelli di aziende come Amazon, Netflix, Apple e tante altre che ci avevano sempre deliziati con numeri strepitosi, mentre questa volta si sono dovute accontentare di numeri più modesti (e anche qualche perdita) dimostrando di avere anche loro, come qualsiasi altro comune mortale,  qualche acciacco.




Cosa significa tutto questo per noi investitori è ben rappresentato dai due grafici seguenti:



Borse ben poco strepitose: era dal 1937 che non si vedevano i mercati finanziari faticare tanto ad inizio anno...




... e la chiusura di ieri sera ne è la conferma. (Lunedì mattina anche in Europa si ballerà parecchio...)








... lo stesso dicasi del settore obbligazionario, manco fosse il Nasdaq. D'altronde l'inflazione si è risvegliata in tutto il mondo


map of global inflation projections


e se la vogliamo combattere non vi sono molte altrenative ad un rialzo (deciso) dei tassi.



Cosa fare? Per quanto riguarda la borsa svizzera e considerando quanto è successo ieri sera in America è abbastanza probabile che andremo verso una chiusura del gap attorno agli 11'750 punti e fino a quel livello stiamo tranquilli (per modo di dire)  poi decideremo se comprare qualche cosa. Controlliamo quotidianamente che nei nostri depositi non ci siano titoli spazzatura ed in effetti è così: il fatto di avere solo azioni di qualità ovviamente ci tranquillizza.

Qualcuno l'altro giorno ci ha ricordato che stiamo per entrare nel quinto mese dell'anno e subito il vecchio adagio "sell in May and go away" scatta in automatico;  ma è ancora tutto da dimostrare che il mese di maggio sia effetivamente un mese da pecora nera. Diciamo che noi siamo più in sintonia con quell'analista del CS che ha affermato come "qualsiasi strategia di investimento che si possa riassumere in una rima è probabilmente una cattiva strategia!" e quindi non ci fasciamo la testa prima del previsto anche se come detto ci attendiamo un'ulteriore correzione (ma non è certo causata dal semplice fatto che il mese di maggio è alle porte...).


Il Nadaq ieri sera ha sfondato il supporto dei 12'588 punti ed il prossimo lo troviamo a 12'000. Ricordiamo che, in caso di ritracciamento, vale sempre la regola del 50%. Spesso infatti l'obiettivo di una correzione corrisponde al  50% dell'ultimo movimento rialzista. Nel caso del Nasdaq questo movimento è partito dai 7'000 punti (aprile 20209) ed è terminato a 16'000 (dicembre 2021): ci sono 9000 punti di rialzo e se la regola è corretta ne potremmo perdere 4500 prima di dichiarare esaurita la correzione. Ciò significa che vedere questo indice a 11'500 punti non è impossibile e fino ad allora consigliamo prudenza... C'è chi crede alle rime, noi crediamo nell'analisi tecnica.



Ci sarebbe piaciuto goderci il week end ma il nostro pensiero va già all'apertura di lunedì mattina dove anche lo Stoxx50,  così come tutte le altre borse, verrà shakerato per bene: la situazione era già abbastanza compromessa con l'indice che ha tentato più volte di risalire sopra la media mobile dei 50 giorni senza riuscirci. Temiamo che non avrà pace fino a quando non rivedremo i 3500 punti o giù di lì.



Il trend del dollaro sembra inarrestabile: contro euro, dopo aver visto quota 1.05 sembra volersi prendere una pausa di cosolidamento... dove poi vorrà andare non lo sappiamo ma fino a quando non vi saranno segnali di inversione di tendenza noi seguiamo il trend e quest'ultimo parla per un ulteriore rafforzamento.



Anche contro chf sembra ben impostato e con i rendimenti reali sul dollaro che iniziano ad essere positivi possiamo anche immaginare che possa raggiungere con una certa facilità quota 0.99 o addirittura la parità.



A proposito di rendimenti reali:  il concetto di tasso d'interesse reale è stato sviluppato dall'economista Irving Fisher più di un secolo fa e lo si calcola deducendo il rendimento reale dei titoli del Tesoro protetti dall'inflazione (TIPS)  dal rendimento della normale nota del Tesoro: facciamo il calcolo su quella a durata 10 anni che fa un po' da benchmark:  venerdi il tasso del Tips a 10 anni era del 2.72%  - 2.86% (TB10y) = -0.14%,  ancora leggermente negativo ma ce lo siamo già ritrovato positivo parecchie volte nei giorni scorsi e temiamo che lo sarà sempre di più costituendo una fonte di preoccupazione ulteriore per tutto il mercato azionario.


Chiudiamo con una nota di colore: ora che Musk si è pappato Twitter sono in molti a chiedersi politicamente da che parte sta. Guarda caso proprio il diretto interessato ci ha deliziato con una risposta che bisogna ammettere, almeno nella forma, piuttoso originale. Il contenuto giudicatelo da soli ma sembra che senza neppure accorgersene si è ritrovato piuttosto a destra per colpa della sinistra...