giovedì 5 gennaio 2023

Il 2022 e i primi passi del 2023

Due parole due sui risultati del 2022. Se siete degli affezionati lettori di Appunti Finanziari sapete già come le cose sono andate. Infatti verrebbe voglia di dimenticare l'anno appena passato e pensare subitissimo al 2023. Basta un'occhiata, anche distratta, alle tabelle pubblicate qui sotto per rendersi conto che era quasi impossibile nel 2022 sfuggire a dei risultati per nulla soddisfacenti e che non hanno accontentato né gli addetti ai lavori né tanto meno i clienti. 


Ecco i numeri del 2022: ve li lasciamo leggere (per i deboli di vista, cliccate sulle tabelle...)





Che dire? Le statistiche ci informano che è stato uno dei peggiori anni da un secolo a questa parte... Hanno fatto peggio, come ci dimostra la tabella di Charlie Bilello,  solo il 1931 e il 1937 ma erano altri tempi.




Ridotto all'osso possiamo dire che in Europa le gestioni con un 30% di azioni ed un 70% di reddito fisso, valuta di riferimento euro o franco, hanno perso tra il 9% ed il 13% ed in alcuni casi anche di più. Probabilmente nel 2022 l'unica cosa giusta da fare era soprattutto vendere: tanto il comparto azionario e, a maggior ragione considerata l'evoluzione rialzista dei tassi, quello obbligazionario che ha fatto vedere i sorci verdi a tutti i gestori. Noi abbiamo venduto, ma si doveva avere il coraggio di andare oltre... 

Fermiamoci qui. Lungi da noi il voler minimizzare le insoddisfacenti performances del 2022 ma non ci piace piangere sul latte versato. Preferiamo concentrarci sul 2023 cercando di evitare il più possibile gli errori strategici.


* * *


Non è facile, come vedremo fra poco, parlare di previsioni in ambito finanziario ma putroppo non ne possiamo fare proprio a meno. Una direzione ai nostri portafogli la dobbiamo dare e non possiamo di certo farlo a casaccio.


Quando parliamo di previsione economica, come ci segnala la Treccani, siamo confrontati con un esercizio di "anticipazione dell‘andamento del mercato di eventi futuri (...) nel tentativo di ridurre, per quanto possibile, le future incertezze". Interessante questa definizione,  in quanto ci mette sull'attenti che anticipare è un esercizio rischioso e sovente si deve procedere per tentativi che solo il calcolo probabilistico ci aiuta in un qualche modo a gestire. Insomma di certezze non ve ne sono...


Fare previsioni è molto complesso e questo vale non solo per i neofiti, sa va sans dire, ma anche per chi mastica finanza tutti i giorni. Dimostrazione: un nostro carissimo amico, durante i brindisi di fine anno, propone ad una cerchia di amici, che a vario titolo si muovono professionalmente nel mondo delle finanza, di prevedere quali saranno  per l'anno che verrà le quotazioni di borse, cambi, tassi, metalli e quant’altro. Il risultato finale per  le previsioni del 2022 è interessante:





Senza scordarci che si tratta pur sempre di un gioco, si possono comunque trarre alcune indicazioni generali che spiegano piuttosto efficacemente perché l‘appena trascorso 2022 è stato finanziariamente uno dei peggiori degli ultimi 100 anni.


Iniziamo con una osservazione di carattere generale: i partecipanti al gioco, pur disponendo tutti di informazioni simili, hanno fornito risposte caratterizzate da una grande dispersione. Questa non è una novità. L‘informazione nel mondo della finanza è capillare, spesso in real time, raggiunge chiunque ma soprattutto è identica per tutti (insider a parte…). Ne deriviamo che ad informazioni simili se non addirittura identiche a)  l’interpretazione di questo materiale non è univoca, tutt'altro! e b) è verosimilmente influenzata dal background professionale dei diversi soggetti coinvolti in questo gioco. Basterebbero queste due osservazioni per terminare qui il discorso sull‘efficacia delle previsioni...

Ma andiamo avanti e vediamo di analizzare le risposte:
  • S&P500:  dopo un 2021 al fulmicotone ci si aspettava un anno di consolidamento, ma consolidare non significa perdere decine di punti percentuali. Solo un partecipante si aspettava uno S&P500 a 2500 punti, ma francamente ci è sembrato un pronostico troppo negativo anche per il più acerrimo dei pessimisti. La realtà è stata comunque un boccone amaro da ingoiare soprattutto perché nessuno (tranne uno) se l'aspettava. Ma già che stiamo parlando del S&P500 qualcuno che ci ha visto giusto quasi fino alla fine l'abbiamo conosciuto:

Per molti mesi (11) la previsione del trend dello S&P500 è stato catturato dall'algoritmo di Ned Davis. Il modello, purtroppo, ha fatto cilecca nel mese di dicembre privandoci del classico rally natalizio. Peccato! Ma abbiamo già ricevuto il modello per il 2023 che proporremo più avanti e siamo certi che la cosa vi stupirà...


  • Il Brent è sempre un terno al lotto anche se stiamo parlando di una commodity tra le più seguite:  tra il 20$ di minimo e il 120$ di massimo ci sono mille altre sfumature. In fatto di previsione qui c'è stata molta dispersione... Come sempre!


  • Oro: tutto sommato la previsione è stata piuttosto veritiera. Con una inflazione galoppante e con le banche centrali di mezzo mondo che stanno comprando oro a tonnellate (soprattutto quelle che stanno cercando di staccarsi dalla dominanza del dollaro) il metallo giallo poteva essere anche maggiormente prezzato. Ha comunque subito la concorrenza dei rendimenti americani, che si aggirano attorno al 4-4.5%,  e alla relativa forza del dollaro (con il quale spesso è negativamente correlato).


  • In mezzo a tanta dispersione salta all‘occhio la previsione riguardante il Treasury a 10 anni: a dicembre 2021 la resa del decennale si fissava attorno al punto e quaranta. Molto interessante notare che praticamente tutti i soggetti hanno correttamente ravvisato il movimento al rialzo dei tassi (che quindi era atteso)  ma fa specie che nessuno ha previsto che durante l‘anno i rendimenti sarebbero triplicati (4.24% sul decennale il 24.10.22) per poi chiudere con un comunque inatteso 3.74%. Da questo errore di valutazione è derivato il grosso danno che le obbligazioni hanno fatto nel 2022.

  •  Se l‘America piange per i danni nei portafogli obbligazionari, l‘Europa non è da meno: forse un pelino meglio ma solo perché la BCE per il momento non può permettersi di affrontare l‘inflazione alzando i tassi come vorrebbe. L‘inflazione, appunto, quella che mancava da 40 anni si è improvvisamente risvegliata. E' fuor di dubbio che questa è stata di gran lunga la sorpresa più grande e quella che ha generato perdite enormi in un comparto, quello obbligazionario, dove di norma un investitore prudente non pensa sia possibile avere delle minus valenze che tranquillamente hanno raggiunto livelli quantificabili tra il -12% ed il -18% a dipendenza della durata e della qualità della parte obbligazionaria in deposito. 

  • Euro/Usd: Considerato che tutti hanno intravisto un aumento dei tassi americani, coerentemente hanno correttamente giudicato il dollaro al rialzo.  In effetti la valuta americana si è apprezzata durante una buona parte dell'anno fino a raggiungere i 0.9689 cts per poi iniziare ad indebolirsi partendo dalla metà di settembre. Francamente abbiamo cercato la ratio di questo movimento di indebolimento ma senza giungere a spiegazioni convincenti se non alludendo ad una anticipazione di un periodo recessivo che potrebbe indurre la FED ad un ammorbidimento nella lotta all'inflazione. Insomma, è tutto un giocare d'anticipo.


  • Bitcoin: le previsioni dei Nostri sono da bolla speculativa… Quando ti ritrovi con un bitcoin che quota 48'310$ e azzardi previsioni che dai 120'000$ passano ai 150'000$ e arrivano ai 250'000$ non possiamo che essere in presenza di una classica bolla speculativa che presto o tardi ti scoppia veramente tra le mani e fa danni… Senza troppi sforzi ci viene in mente la bolla dei bulbi di tulipano nell'Olanda del Seicento, quella degli Happy Fish della Swatch ad inizio anni 90 e non da ultimo la bolla delle Dot Com di fine anni 90: soprattutto quest'ultima, quando esplose, si fece sentire... Quella delle crypto currencies è di sicuro una bolla ed è implosa nel 2022; probabilmente qualcuno si è anche fatto male ed anche parecchio. Noi non guardiamo con diffidenza le cripto, anzi... Così come l'industria tecnologica americana si è brillantemente ripresa dopo il suo scoppio (non era ancora matura abbastanza) è probabile che succederà la stessa cosa con il bitcoin o simili in quanto la blockchain è una tecnologia che è qui per restare. Probabilmente il settore ha bisogno di qualche regola che la trasformi in un asset maggiormente stabile, altrimenti temiamo che resterà solo ed unicamente uno strumento per speculatori con le spalle molto larghe. 


Crediamo che abbiate capito che fare previsioni non è facile e si possono sbagliare i pronostici anche di parecchio. Per questo motivo non diamo molto peso ai target degli analisti, ma comunque un'occhiatina la gettiamo.

Abbiamo riassunto in una tabellina alcune previsioni per il 2023 di 5 banche,  tanto per vedere cosa ne pensano:


Veloce commento: per le azioni non sembra essere un anno di quelli  che ci ricorderemo; il franco svizzero, questa volta con il supporto della banca nazionale, è destinato a rafforzarsi; i tassi americani non arriveranno al 5% come nelle intenzioni della FED e quelli tedeschi tenderanno a restare stabili se non addirittura a scendere (JP Morgan si è veramente sbilanciata); per il petrolio abbiamo le solite previsioni in disperisione; oro: parecchio al ribasso  (ma con le banche centrali che comperano non siamo sicuri...).

***

2023: la nostra visione


Sono giorni che stiamo riflettendo su cosa ci potrebbe riservare il 2023 e siamo sempre più convinti che due sono gli eventi che vanno osservati con attenzione e che potrebbero, nel bene e nel male, muovere in modo significativo i mercati ed obbligatoriamente saranno sempre in cima alla nostra personale watch list. Stiamo parlando del conflitto tra Russia ed Ucraina e l'uscita della Cina da due anni di quasi totale isolamento causa covid.


La guerra tra Russi ed Ucraini la possiamo considerare una sorta di cigno nero: era totalmente inattesa ed infatti non è stata intercettata per tempo da nessun algoritmo. Da marzo in poi ha contribuito ad accentuare il malessere dei mercati che già erano indeboliti da due anni di Covid ed ha mandato al creatore tutte le previsioni per il 2022. Abbiamo poi visto come l'anno finanziariamente è finito ed una buona fetta delle responsabilità le possiamo senza dubbio addebitare a questo evento.

Doveva essere una guerra lampo: tre giorni, a quanto pare, sarebbero bastati alla truppe di Putin per sottomettere Kiev. Le cose sono andate diversamente ed ora a quasi un anno dall'inizio del conflitto non se ne vede la fine. Però tutte le guerre hanno un inizio, poi evolvono e quasi sempre hanno una data di scadenza. Aspettiamo questa data con ansia, non è detto che sarà nel 2023, ma se dovesse essere c'é molto da recuperare nelle borse di mezzo mondo e la reazione dei mercati pensiamo sarà più che positiva.
Ovviamente non possiamo escludere completamente che il conflitto possa prendere delle pieghe diverse, come ad esempio estendersi ad altre nazioni confinanti, ma riteniamo che non sono molte le Nazioni che hanno voglia di menar le mani e quindi vogliamo dare a questo scenario una bassa  probabilità che diventi realtà. Dovesse succedere,  allora vuol dire che saremo nuovamente nei guai!


La Cina ha un sacco di problemi da risolvere. Si è messa all'angolo con le proprie mani quando ha optato per una strategia, quella dello zero covid, che aveva poche probabilità di successo e così è stato. Pochi casi di covid erano sufficienti per confinare milioni di cinesi nelle loro case con evidenti contraccolpi per la produzione industriale. Contraccolpi che si sono ben manifestati anche alle nostre latitudini: basta dare un'occhiata distratta alle catene di approvigionamento per intuire di cosa stiamo parlando.
Se la Cina dovesse effettivamente riprendere l'attività è di certo una buona notizia per tutti ma le insidie in questo paese sono molte e cerchiamo nel limite del possibile, considerata l'opacità dell'informazione made in China, di tenerle sotto controllo. Nella fattispecie abbiamo messo nel nostro mirino quanto segue:

  • Verificare l'abbandono effettivo della strategia "zero covid"
  • Non escludiamo che in Cina ci possa essere una strage che passerà sottotono (c'è chi ipotizza almeno 1.5 mio di morti ma non lo sapremo mai) ma potrebbe indurre le autorità a fare un passo indietro e riattivare i lockdown.
  • Vedremo se la domanda cinese di materie prime ed energetiche riprenderà a pieno regime e quali conseguenze vi saranno sui prezzi:  questo potrebbe essere un problema anche per la nostra inflazione
  •  La bolla immobiliare, in parte ridottasi, è pur sempre di dimensioni considerevoli. Quando siamo in presenza di una bolla abbiamo visto cosa può succedere...
  • Tenderemmo ad escludere,  anche se probabilmente è in cima alla to do list di Xi Jinping, una invasione di Taiwan. Diciamo che per stare tranquilli ci piacerebbe poter dire che lo escludiamo categoricamente. Ma non possiamo.

Se vivessimo in un mondo ideale, la pace tra Russi ed Ucraini e la ripresa dell'attività Cinese, darebbero ai mercati una sferzata di energia che speriamo di riuscire a catturare. Putroppo il mondo ideale alla Avatar è solo una fantasia cinematografica,  ma se anche solo una parte di quanto abbiamo segnalato si trasformasse in realtà, potremmo sicuramente considerare il 2023 un buon anno per i mercati finanziari.

Ma allora cosa potrebbe rovinare ulteriormente la festa? Una sola cosa ed è quella che sta togliendo il sonno a tutti i governatori delle principali banche Nazionali con Jerom Powel a fare da capofila. Stiamo ovviamente parlando dell'inflazione che anche per il 2023 sarà al centro della nostra attenzione.

La pensavamo estinta per sempre ed infatti quando si è rifatta viva non l'abbiamo riconosciuta per tempo. Quando ce ne siamo accorti era già troppo tardi: dallo 0% al 10% in 4 mesi netti. E' probabile che si tratti di un record. Farla retrocedere non sarà uno scherzo e la storia fianziaria ci insegna che quando la FED e la BCE sono impegnate a lottare contro l'inflazione (notoriamente alzando i tassi) è quasi impossibile non avere effetti negativi sulla crescita economica che si manifestano attraverso delle recessioni più o meno profonde. Tutti vorrebbero vedere un soft-landing senza grossi scossoni ma è un lavoro da funamboli.



Quando le Banche Centrali agiscono aumentando i tassi direttori per cercare di contrastare il rincaro, è risaputo che è soprattutto la parte a breve termine dei rendimenti (in rosso nel grafico) che viene coinvolta in questo esercizioe ci ritroviamo con il corto termine che rende di più del lungo termine. Significa che siamo in presenza di una "curva inversa dei tassi". E' quello che sta succedendo a quelli americani dove l'inversione è avvenuta agli inizi di luglio (punto blu). Da allora il Treasury a due anni ha una resa maggiore del decennale.




Le conseguenze di una tale inversione sono bene esplicitate nel grafico qui sopra: quando la linea blu scende sotto la linea dello zero significa che siamo in presenza di una curva inversa. Le statistiche ci dicono che ogni qualvolta che abbiamo osservato l'inversione della curva (nel grafico indicata con il punto nero), nei 12-18 mesi successivi,  l'economia è entrata in recessione (nel grafico segnalata dalle bande rosa). Se ne deduce che l'economia americana, che presenta una curva inversa dal mese di giugno del 2022,  è destinata ad entrare in recessione all'inizio dell'estate 2023 o al più tardi nell'autunno di quest'anno.

Se saranno due o tre mesi di recessione (tecnica, come viene definita in questo caso) come nel febbraio 2020 non ci preoccupiamo più di tanto, ma sarà comunque fondamentale capire per tempo se la recessione sarà di quelle profonde che fanno vedere i sorci verdi a tutti.

In quel caso dovremo preoccuparci seriamente per gli utili societari. Per quanto riguarda lo S&P500 è già in corso una loro revisione al ribasso e se facciamo una media tra i vari analisti che abbiamo incontrato sul nostro cammino possiamo già mettere in conto una diminuzione del 15%-20%. Questo dato è già scontato dal mercato: per il 2023 sono attesi utili per lo S&P500 di 216$; gli ottimisti prevedono anche 220$ mentre i più prudenti li stimano attorno ai 200$. L'essere costretti durante l'anno a rivedere gli utili sotto i 200$ è uno dei grandi rischi del 2023, almeno per quello che concerne il mercato americano, ma sospettiamo che potrebbero esserci delle ripercussioni anche sui mercati europei.

Vogliamo comunque vedere il bicchiere mezzo pieno in quanto:

  • Saremo confrontati con una delle recessioni più attese degli ultimi decenni. Non sarà una sorpresa e sappiamo quanto i mercati odino le sorprese soprattutto se sono negative.
  • Il P/E dello S&P500 è già da tempo sotto i livelli post bolla tecnologica. Insomma, certe valutazioni stravaganti si sono sgonfiate e i piedi sono quasi per terra.
  • L'impatto sugli utili societari dovuti all'aumento dei tassi è oramai più che scontato, in questo ambito si può solo che migliorare.
  • La FED difficilmente taglierà i tassi per il 2023 ma probabilmente sarà costretta a farlo nel 2024. Inoltre siamo dell'idea che altrettanto difficilmente vedremo un terminal rate americano superare il 5%. Questo ovviamente dipenderà molto dall'evoluzione dell'inflazione.
L'inflazione, sempre lei! Ma a che punto siamo?

Sia quella americana che quella europea stanno dando segnali di rallentamento. Sembra che alcune variabili non spaventino più di tanto:



I costi delle materie prime si stanno sgonfiando e proprio qualche giorno fa hanno rotto al ribasso il supporto che le teneva a galla dal mese di giugno. Vedremo se il risveglio della Cina sarà così importante da rispedirle al rialzo.



I costi dell'energia sono in costante declino. L'inverno, almeno quello europeo, è mite e anche in questo caso vedremo se la ripresa dell'attività Cinese avrà qualche impatto soprattutto sul prezzo del petrolio.



Anche i costi di trasporto via mare hanno subito un notevole ridimensionamento. Nell'immagine il grafico del Baltic Dry Index.



Vi ricordate quando un container per trasportare merci da Shanghi a New York costava 16'000$? Oggi per lo stesso servizio ce ne vogliono "solo" 3788$...


Fin qui tutto bene ma c'è ancora del lavoro da fare. Stanno ancora preoccupando in Usa tutti i dati che fotografano lo stato di salute del mercato del lavoro che pare essere ancora più che apprezzabile. Paradossalmente questa è la preoccupazione maggiore della FED e quindi nei prossimi mesi saremo obbligati ad avere un occhio di riguardo per:
  • L'offerta di posti di lavoro. E' pure in atto un fenomeno che non è facile da comprendere: i lavoratori stanno continuando a licenziarsi in massa. Evidentemente non devono avere molte difficoltà a trovarne uno nuovo. Alla FED questo non piace.
  • Disoccupazione: sempre ai minimi storici... altra grana per Powell
  • Nuove richieste di disoccupazione: stabile anche se leggermente al rialzo ma la FED ne vorrebbe vedere di più.
  • Paghe orarie. Il grande spauracchio della FED. In costante rialzo ma per la prima volta venerdi 6 gennaio questa voce ha subito un rallentamento. 
  • Aziende che licenziano. Probabimente stanno anticipando la recessione e questo fenomeno nei prossimi mesi potrebbe effettivamente accentuare la disoccupazione.
  • Qualità dei posti di lavoro (purtroppo bassa e si è spesso costretti ad avere anche un secondo o terzo lavoro per arrivare alla fine del mese... anche in America non è tutto oro...
In Europa con molta lentezza qualche cosa si sta muovendo: la natura della nostra inflazione è legata all'aumento sconsiderato dei costi energetici ed alimentari. Se i primi si stanno riducendo non ci sembra ancora il caso per i secondi: se andate a fare la spesa ve ne accorgerete subito. Comunque possiamo stimare che il picco dell'inflazione è già stato raggiunto; non si può che migliorare.
La cosa interessante, e per una volta tanto potrebbe mettere l'Europa in una posizione di vantaggio, è che possiamo constatare un ritracciamento dell'inflazione senza che la BCE sia dovuta intervenire drasticamente aumentando i tassi come invece ha fatto la FED. Ovviamente avrebbe voluto farlo, ma sappiamo benissimo che muovere al rialzo la leva dei tassi in Europa significa generare grossi problemi ad almeno la metà dei paesi che la compongono. Ora, con un'inflazione al ribasso si può anche pensare che non sia fondamentale pigiare sul tasto degli aumenti come pianificato dalla Lagarde. Se così fosse prevediamo che per i mercati europei ci possa essere uno spazio di risalita importante.


Come investire nel 2023

Per il momento vogliamo concentrarci sul comparto azionario e ci riserviamo di estendere le nostre osservazioni sugli altri comparti in un secondo intervento che seguirà a breve.

Iniziamo dagli Stati Uniti e partiamo subito da un grafico che siamo certi catturerà la vostra attenzione...




...se siete stupiti sappiate che non siete i soli! Secondo il modello di Ned Davis, che prende in considerazione una enorme quantità di dati e cicli economici, i primi sei mesi di quest'anno saranno dominati da un ritracciamento dello S&P500 che lo porterà a recuperare almeno la metà di quanto perso nel 2022. Poi, verosimilmente con l'entrata dell'economia americana in recessione, la musica cambierà e assisteremo più che altro ad uno spostamento laterale. La voglia di riempirci di azioni statunitensi è decisamente grande, ma a nostro giudizio dobbiamo prestare attenzione ad un fattore tecnico per nulla trascurabile:



Purtroppo dal gennaio dello scorso anno lo S&P500 si trova in un mercato orso (ribassista) evidenziato nel grafico dalla freccia blu discendente. I principi dell'analisi tecnica ci dicono che vi rimarrà fino a quando non avrà la forza di superare con convinzione (leggi: volumi in deciso rialzo) la linea blue che segnala appunto il trend discendete. Putroppo è una delle leggi fondamentali di questo genere di analisi che mette sull'attenti che un trend rimane tale fino a quando non si avrà l'evidenza di esser stato negato. Ergo se ogni volta che ci approssimiamo alla linea blu si tende a retrocedere significa che siamo in presenza di brevi periodi di recupero inseriti appunto in un trend di medio termine che nel nostro caso è purtroppo negativo. E' come dire che si continuerà a scendere...

Intuitivamente ci verrebbe voglia di dire che Ned Devis ha ragione ma, non essendo degli speculatori, non vogliamo anticipare gli acquisti prima di esser certi di uscire dal trend negativo. Potrebbero volerci giorni o settimane, dipende. Lo scorso venerdi è bastato il calo delle paghe orarie americane per scatenare la reazione positiva del mercato; ci piace pensare che superare la linea blu in tempi rapidi non sia poi così difficile.
Per coloro invece che vogliono comunque buttare una fische sul tavolo possiamo consigliare di procedere attraverso l'assemblamento di qualche strumento derivato: una zero cost strategy (short put, long call)  potrebbe andare benissimo.




Anche il Nasdaq, l'indice che forse più di tutti ha un potenziale di recupero enorme, si trova ancora in un baer market di medio periodo. Positiva la presenza di un suppporto leggermente sopra i 10'000 punti che dovrebbe scongiurare il pericolo di ulteriori cadute fragorose. Se i rendimenti continueranno ad aver voglia di scendere bisogna non perderlo d'occhio. Un semplice acquisto di un etf potrebbe già essere un buon metodo per sfruttare i movimenti futuri. Ma prima, attenzione alla linea blu...




Come vi avevamo preannunciato i mercati europei possono quest'anno fare bene e qui sopra ci sono le prove: performances che sfiorano il 5%-6% nella prima settimana di contrattazioni dell'anno nuovo non si vedevano da un pezzo... 




Il nostro indice, purtroppo sempre tenuto schiacciato dalla sottoperformance di Roche (accidenti!!), è riuscito a riportasi a ridosso della linea del trend che per il momento rimane negativo. Potrebbe sorprenderci nei prossimi giorni se contemporaneamente superasse la media mobile dei duecento giorni (in blu nel grafico) che guarda caso permetterebbe all'indice di issarsi sopra la freccia blu e porre fine al trend negativo di medio periodo.
Ma NON siamo ancora in questa situazione benché non manchi molto. NON ci piace che i movimenti di questi primi giorni dell'anno siano avvenuti con volumi che con il passare dei giorni si sono indeboliti (freccia rossa). Per superare la linea blu dovranno essere molto più consistenti;  la fine imminente delle vacanze natalizie dovrebbe aiutare. Comunque fino a quanto non abbiamo l'evidenza del cambio di trend tenderemmo a stare tranquilli. 



Sulla nostra borsa ci vogliamo comunque sbilanciare: crediamo di aver individuato una figura tecnica rialzista, quella che i tecnici chiamano una configurazione spalla-testa-spalla rovesciata. Se e ripetiamo se, si dovesse riuscire a perforare la resistenza indicata dalla  freccia blu e pure la linea rossa orizzontale (il cosiddetto "collo") stimiano che il nostro indice avrà un potenziale al rialzo nei prossimi mesi che potrebbe portarlo a ridosso dei 12'500 punti. Non diamolo per scontato ma potrebbe essere la bella sorpresa di questo 2023... (Roche permettendo...)





Che sia l'anno delle azioni europee pare sia confermato dal grafico dell'Eurostoxx50 che già agli inizi di novembre (cerchio verde)  è uscito dal canale discendete che ne ha caratterizzato il movimento da inizio 2022. Il fatto che la BCE non abbia esagerato con il rialzo dei tassi, un inverno più mite del previsto e dati macro incoraggianti (L'ultimo il PMI del 4 gennaio, era atteso a 48.8. Ci ha invece sorpresi con un notevole 49.3 ad un passo dal superare il 50: vorrebbe dire che il settore manifatturiero ritorna a crescere...) stanno aiutando questo indice a riguadagnare un po' di smalto e soprattutto la fiducia degli investitori. Guardatelo con attenzione...


Riassumendo: con le previsioni degli analisti abbiamo un rapporto di odio-amore e preferiamo i segnali che ci lancia l'analisi tecnica. Il 2022 è stato un anno caratterizzato da una guerra che non era facilmente pronosticatile e dalla fallimentare gestione cinese della pandemia che ha prolungato i problemi di molte catene di approviggionamento. Le cose potrebbero cambiare nel 2023, vi è solo da sperarlo, e diamo già per scontato che l'America entrerà in recessione probabimente durante l'estate. Un problema in più per la FED che dovrà ad un certo punto decidere se sia meglio abbattere l'inflazione oppure evitare che l'economia cada in una profonda recessione: il mercato crede nella seconda opzione. L'algoritmo di Ned Devis ha detto la sua e bisognerebbe, se ha ragione, investire con decisione nelle borse (a nostro giudizio soprattutto europee) ma dobbiamo comunuque essere certi che il trend negativo che si è avviato a gennaio del 2022 sia superato: giocare d'anticipo non sarà facile.


Buona domenica!









 

 

 


sabato 24 dicembre 2022

Christmas rally non pervenuto

Un professore di statistica dell'università di Ginevra ci aveva sempre consigliato di diffidare della sua materia soprattutto quando quest'ultima potrebbe essere subdolamente utilizzata per orientare i comportamenti della gente. Forse non aveva tutti i torti: quando le statistiche ci dicono che il mese di dicembre è uno dei mesi più propizi per gli investimenti azionari siamo tutti contenti e tendiamo a sottostimare l'effetto negativo di certi dati che ci arrivano dall'econonia reale. Diciamo che quest'anno è successo una cosa simile e al posto di avere il classico rally natalizio ci siamo trovati tra le mani una delle peggiori settimane borsistiche dicembrine di sempre.

Ad impallinare Babbo Natale e le sue renne ci hanno pensato lunedì il rialzo a sorpresissima dei tassi Giapponesi che, dopo 40 anni di totale piattume, si sono rimessi in moto e giovedì una serie di dati americani che ostinatamente ci dimostrano che:


Le nuove richieste di disoccupazione rimangono a livelli bassi e stabili; insomma la gente per il momento lavora  e non va in disoccupazione... 


...inoltre continua a consumare, non diciamo come se non ci fosse più un domani, ma comunque a livelli sufficientemente elevati per infastidire gli emissari della FED...


...la ciliegina sulla torta è arrivata giovedì quando l'ufficio di analisi economica ha rivisto al rialzo il PIL americano del terzo trimeste portandolo dal 2.9 al 3.2%. E' vero, si tratta di una correzione ex post di un dato di oramai tre mesi fa, ma comunque aiuta a confondere un po' le idee: infatti stiamo parlando da qualche settimana con una certa insistenza di un'economia americana che dovrebbe entrare in recessione,  ma per il momento questo scenario sembra ancora lontano. Vedremo con grande interesse i dati del quarto trimestre 2022 che saranno pubblicati il 26.1.23: si aspettano una bella frenata del PIL che dovrebbe passare dal 3.2% all'1.2%; se così fosse la paventata entrata in recessione potrebbe farsi più realistica. Parleremo di questo nei prossimi post quando affronteremo lo scenario economico-finanziario del 2023.



La reazione dei rendimenti dei Treasury a 2 (linea nera) e 10 anni (linea rossa) è stata fulminea in quanto simili dati macroeconomici portano a pensare che il prossimo aumento dei tassi della FED, agli inizi di febbraio, potrebbe essere anche maggiore del quarto di punto oramai scontato dal mercato. Ricordiamo che il terminal rate della FED è qualcosina superiore al 5%,  ma anche noi facciamo fatica a credere che arriveranno a quei livelli... intanto il mercato una piccola sterzata verso l'alto dei rendimenti l'ha fatta e questo non giova nè alle borse nè tanto meno al comparto del reddito fisso.

Poi arriviamo a ieri e, primo indizio di un rallentamento,  scopriamo che:


I beni durevoli sono in vistosa frenata. Ricordiamo che i beni durevoli sono "
definiti anche beni a fecondità ripetuta, sono quei beni che non esauriscono la loro funzione una volta utilizzati ma continuano a soddisfare i bisogni del consumatore nel tempo. In pratica sono quegli oggetti riutilizzabili, quali automobili, biciclette, smartphone, elettrodomestici o computer. Si tratta di beni il cui acquisto è oneroso e nei periodi di crisi viene spesso posticipato dai consumatori". Il dato pubblicato è palesemente antiinflattivo.



Poi è la volta, secondo inidizio di un rallentamento, del PCE: si tratta dell'Indice dei prezzi per la Spesa Personale (Core Personal Consumption spending) che misura il cambiamento del prezzo di beni e servizi acquistati dai consumatori, escluso cibo ed energia. 
E' uno degli indicatori più seguiti dalla FED ed uno strumento chiave per misurare i cambiamenti nelle tendenze di acquisto che ha notevoli ripercussioni sull'inflazione americana. Il dato ce lo segnala, come quasi tutti gli indicatori dell' inflazione delle ultime settimane, in buon ribasso. 

Riassumendo. In due giorni sono usciti parrecchi dati, anche parecchio contrastanti tra di loro, che non ci aiutano a chiarire lo scenario economico al quale stiamo andando incontro: diciamo pure che lo rende confuso ed in una tale situazione non è facile prevedere quale sarà, tra i tanti possibili, quello che avrà la maggior probabilità statistica di essere veritiero. Viste le premesse con le quali abbiamo avviato questo post, cercheremo di fare del nostro meglio per mettere a punto una previsione che avrà l'ambizione di essere la più oggettiva possibile...

Ma vediamo rapidamente come hanno reagito le borse:



Lo S&P500 di questi giorni è stato piuttosto volatile: pure lui è in stato confusionale e avrebbe voglia di ripartire ma per il momento preferisce flirtare con il supporto. Giovedi era in forte calo mentre ieri praticamente non si è mosso malgrado i dati pubblicati erano chiaramente a favore di una minor inflazione futura. Fortuna nostra è che questi movimenti non sono sostenuti da volumi eccezionali, anzi, proprio l'assenza di parecchi operatori ha limitato i danni. Ricordiamoci che per il momento il trend dell'indice è quello di un mercato orso ben consolidato... E' probabile che la prossima settimana, in assenza di dati di rilievo, si procederà ad una sorta di consolidamento ma putroppo, causa impallinamento delle renne, scordiamoci il rally...



L'indice SMI tutto sommato tiene anche se rimane "schiacciato" da un paio o tre di titoli, primo fra tutti Roche che non capiamo per quale motivo si ostina a rimanere sotto i 300 chf  che significa un -22% da inizio anno: se pensiamo che il titolo pesa il 20% tra i componenti dell'indice possiamo chiaramente farci un'idea del perché la borsa svizzera quest'anno non ha brillato come avrebbe dovuto essendo il nostro un mercato prettamente difensivo. Anche nel nostro caso i volumi sono parecchio al ribasso e quindi i movimenti di questa settimana sono poco significativi. Saremmo contenti se la prossima settimana ci fosse la possibilità di rientrare nel canale ascendente formatosi a partire da metà settembre... Con l'aria che tira non sarebbe un Christmas rally ma poco ci manca...


Buon Natale!


giovedì 15 dicembre 2022

0.50% X 3

 Il dado è tratto: oggi la Banca Nazionale Svizzera ha alzato il tasso di riferimento di mezzo punto così come la  Banca d'Inghilterra e nel pomeriggio la Banca Centrale Europea ha fatto la stessa mossa. Per saldo, tra ieri ed oggi,  4 banche centrali hanno semplicemente spostato verso l'alto la loro asticella ma gli spread tra i tassi dei 4 paesi sono rimasti invariati.

Ciò non toglie che oggi vi sono stati dei movimenti sui mercati azionari e valutari di una certa ampiezza che,  non ve lo nascondiamo, facciamo ancora fatica a comprendere pienamente. 

Proviamo quindi a fare un ragionamento ad alta voce che condividiamo con voi:


Ieri la FED si è espressa attraverso le parole di Powell abbastanza chiaramente,  indicando un terminal rate che potrebbe essere superiore al 5%. Un vecchio detto che circola dagli anni 70  nei circuiti finanziari recita "don't fight the Fed" (copyright Martin Zweig) lasciando intendere che quando i tassi, come nel caso odierno, salgono occorre una buona dose di prudenza prima di continuare ad imbottirsi di azioni; anzi bisognerebbe addirittura, per prudenza, procedere a degli alleggerimenti. In realtà negli ultimi 20 anni i messaggi provenienti dalla banche centrali sono sempre stati accolti con un po' di leggerezza in quanto con un pizzico di incoerenza, alle prime difficolta dei mercati, gli istituti di emissione  avviavano le rotative e li inondavano di liquidità.

Ancora oggi, ci par di capire,  si ha ancora la tendenza a non prendere i messaggi delle banche centrali per oro colato;  forse dovremmo essere un pochino più prudenti, soprattutto in considerazione del fatto che ora abbiamo a che fare con tassi di inflazione che non si vedevano da 40 anni. Quindi,  quando Powell ci dice che i tassi saliranno al 5%,  verrebbe voglia di credergli.


Chi sembra non credere, o per lo meno ha un'altra opinione, è il mercato dei Treasury che in questi giorni non ha fatto una piega: movimento in parte comprensibile per quanto riguarda il decennale (linea rossa) mentre è un po' meno intelligibile quello che succede sulla parte corta, quella a due anni (linea nera) che avrebbe dovuto reagire al rialzo ma non è (per il momento) stato il caso. E' probabile che sono ancora in molti che pensano che la recessione che arriverà nel 2023 obbligherà la FED a cambiare la sua visione. Probabile, ma quel che conta è che con l'attuale livello dei tassi ,se proprio la recessione sarà di quelle profonde,  avranno spazio per una discesa del costo del denaro convincente.

Lo stesso non può dire la BCE che sta lottando con una inflazione che mediamente è attorno al 10% e non può permettersi un'azione più aggressiva. Purtroppo in cascina, con i tassi al 2.5%,  non c'è abbastanza fieno e la lotta ad una eventuale recessione sarà molto dura. 


E' forse per questo che i mercati europei sono parecchio sotto pressione. Non che quelli americani si stanno comportando diversamente ma per il momento la correzione sembra essere meno accentuata.



Lo S&P500 si sta adagiando sulla media mobile dei 100 giorni (linea verde) e speriamo che sia un supporto abbastanza significativo...



Mentre lo SMI è pericolosamente in vista del suo supporto dinamico: se va sotto, bisognerebbe alleggerire... vedremo; per il momento siamo ancora all'interno del canale ascendente... i volumi non sembrano segnalare una svendita a piene mani... ciò non toglie che siamo in pre-allarme come sempre quando ci avviciniamo ad un supporto. Certo che son bastati 2 giorni per passare da una situazione di tutta tranquillità ad una molto meno confortevole... ma questi sono i mercati del giorno d'oggi...



Chi è in uno stato confusionale è il dollaro (nella figura contro chf) : in poche parole NON dovrebbe essere a questi livelli e pure contro euro dovrebbe essere maggiormente quotato.  Per quale diavolo di un motivo non lo sappiamo.  Sospendiamo qui il nostro giudizio e vedremo di chiarirci le idee nei prossimi giorni.



mercoledì 14 dicembre 2022

CPI in ritirata



 Qualche cosa si sta muovendo nella giusta direzione: da tempo stiamo osservando come una buona parte delle componenti dell'inflazione americana sono al ribasso ed in effetti ieri ne abbiamo avuto la conferma. L'inflazione anno su anno era attesa al 7.9% (precedente 8.2%) mentre la realtà l'ha fotografata al 7.7%. Insomma sembra che stia scendendo più rapidamente del previsto e se non vi fosse stata la componente affitti che è la parte più tenace di questo rincaro saremmo stati anche più bassi.




Stesso discorso vale per la core inflation che abbiamo visto scendere al 6.3% (attesa 6.5%). Bene così ma dobbiamo comunque sottolineare che siamo ancora lontani dall'obiettivo del 2% e di conseguenza non ci facciamo nessuna illusione: questa sera la FED alzerà di mezzo punto i tassi.



Quello che sta cambiando è comunque la percezione del mercato riguardo al futuro dei tassi: se fino alla scorsa settimana si era ancora a ridosso del 5% ad un anno, con i dati di ieri il mercato ha spostato il terminal rate della FED sotto il 5%...Questa sera speriamo di sapere dalla viva voce di Powell se questa percezione è corretta.

 


La reazione iniziale della borsa americana è stata ovviamente quasi euforica ma poi con il passare delle ore la prudenza ha avuto il sopravvento... in sostanza la borsa ha chiuso leggermente sopra il valore del giorno precedente...


...e stamani anche sulle borse europee l'entusiasmo sembra già essersi assopito.




La reazione del dollaro è stata piuttosto violenta: si è subito deprezzato contro le più importanti parità mondiali... la reazione a noi sembra esagerata; è vero che domani anche in Europa assisteremo a degli aumenti ma crediamo che saranno di entità minore rispetto a quelli americani. Quindi non siamo convinti che la debolezza del dollaro di queste ultime settimane sia permanente.

Sarà comunque importante ascoltare cosa avrà da dirci Powell questa sera. Domani vi faremo partecipi delle nostre impressioni. 

Buona giornata!




sabato 10 dicembre 2022

*#@!!☠️$?!



Non vi nascondiamo che quando ieri alle 14:30 abbiamo visto il dato sui Prezzi alla Produzione americani (PPI) non siamo riusciti a trattenere la stizza (*#@!!☠️$?!). Che peccato! Dovremmo essere sulla strada giusta per vedere finalmente un'inflazione scendere  ma,  se produrre costa sempre un occhio della testa,  questo dato non sarà piaciuto a Powell e compagni. Infatti i rendimenti americani sono subito saliti di una decina di punti base, non moltissimo,  ma abbastanza per dare fastidio alle borse che in effetti hanno chiuso la giornata in negativo come d'altronde hanno fatto per tutta la settimana (una delle peggiori da due mesi a questa parte...).

Come ben sapete la prossima settimana  è probabilmente una delle più importanti dell'anno ed il dato sull'inflazione americana di martedì è attesissimo. Il PPI di ieri doveva fungere da apripista e spianare la strada ad un'inflazione che dal 7.7% di ottobre dovrebbe scendere al 7.3%,  mentre la core inflation (ricordate? quella più seguita dalla FED) dovrebbe passare dal 6.3% al 6.1%.

Siamo andati a curiosare tra alcune variabili che influenzano l'inflazione e le premesse, PPI a parte, sono buone:

 


Il costo delle materie prime in generale è al ribasso (sarebbe comunque meglio che si decidano ad andare sotto la line nera del supporto...)



Anche l'energia sembra avere imboccato con una certa decisione la strada del ribasso...



 ...aiutata anche (ma non solo) dal prezzo del petrolio che a 72$ al barile si sta avvicinando ai minimi dell'anno.



Per contro il prezzo del gas (nell'immagine il future ad un mese) è in salita, ma siamo anche in pieno inverno e la domanda sale di conseguenza.


Anche i prezzi dei trasporti marittimi sono in forte discesa e stanno tornando quasi ai valori pre-pandemici...

Abbiamo letto da qualche parte che gli americani hanno speso 9.2 miliardi di dollari solo durante il Black Friday, una cifra considerevole che potrebbe far pensare che non hanno perso il vizio degli acquisti compulsivi, ma qualcuno sottolineava che il successo della giornata è stato sancito solo perché moltissima merce è stata venduta con sconti da capogiro.

Insomma, potremmo continuare a lungo a portare acqua al mulino che macina un'inflazione al ribasso ma qui ci fermiamo. Aspettiamo cosa ci dicono i numeri di martedi prossimo e speriamo che siano per lo meno aderenti alle aspettative. Poi prepariamoci all'aumento dei tassi americani di mercoledi (0.5% atteso) e giovedi  e vedremo se la BCE e la BNS faranno, in un impeto di emulazione,  lo stesso rialzo o decideranno di essere più aggressive. Poi i giochi per questo balordo 2022 saranno fatti e dalla prossima settimana ci concentreremo sulle previsioni.



Per lo S&P500 non è stata una settimana gloriosa, se non ci sbagliamo è la peggiore da quasi tre mesi a questa parte. Venerdì ha chiuso a 3934 punti adagiadosi sulla media mobile dei 100 giorni che fa da supporto. Sarebbe stato bello se fosse riuscito a superare la resistenza dinamica (linea rossa) dove probabilmente avrebbe potuto tentare di dare continuità al trend (linee tratteggiate) mentre il fallimento di questo movimento significa che il mercato orso avviatosi ad inizio genniao di quest'anno è ancora in essere. Non vorremmo che il rialzo,  avviatosi durante il mese di settembre, sia un semplice rimbalzo all'interno di un movimento ribassista di lungo corso... Per il 2023 non sarebbe un bel segnale...



Anche per lo SMI di gloria, durante questa settimana che sta per finire, ce n'é stata poca. Comunque avevamo avvisato che delle prese di profitto, considerato il livello d'ipercomprato della scorsa settimana, potevano esserci e ci sono effetivamente state. Ha chiuso a 11'068 punti, a livello di RSI (freccia nera) siamo diventati neutri ma quello che ci piace di più è il fatto che la correzione, soprattutto negli ultimi due/tre giorni,  è avvenuta con volumi molto bassi (freccia rossa) a significare che i movimenti ribassisti non sono stati causati da un'ondata di vendite fuori controllo. Insomma: nessuno ha venduto a piene mani e la cosa ci fa piacere. Anche nel caso del nostro indice sarebbe comunque buona cosa che si riuscisse ad andare sopra la media mobile dei 200 giorni (linea blu) e sarà determinanante la prossima settimana.



Facciamo ancora molta fatica a comprendere il movimento sul dollaro/franco: è vero che la nostra Banca Nazionale Svizzera si appresta giovedi prossimo ad aumentare i tassi (atteso 0.5% ma da non escludere pure uno 0.75%...) e non disdegna l'idea di un franco svizzero forte in ottica anti-inflazione, ma tra la nostra moneta e quella americana ci son sempre una valanga di punti percentuali che ci separano:



 Fra un anno il mercato si aspetta che i rendimenti sul dollaro saranno al 4.63% contro l'1.47% della Svizzera.... più che sufficiente per continuare a far da traino alla valuta americana... o forse ci sbagliamo? Lasciamo aperta la domanda e vediamo se la prossima settimana quando le Banche Centrali si saranno espresse e avremo (si spera) qualche dettaglio supplementare per capire meglio la dinamica tra le due valute.



Per chi guarda invece l'evoluzione del dollaro nei confronti dell'euro in questo caso la dinamica sembra abbastanza chiara,  per lo meno dal punto di vista tecnico: siamo in un canale che ci sta portando verso 1.0750. Tutte le medie mobili sono state ampiamente superare e sul breve non vediamo cosa possa fermare il rafforzamento dell'euro... lo verremo probabilmente a sapere tra martedi e giovedi.


Considerata l'importanza della prossima settimana, se sarà necessario,  vi terremo informati con dei brevi e puntuali Appunti... Per questa settimana basta così, andare oltre non ha senso.

Buon week end!



domenica 4 dicembre 2022

Quando parla Powell...

 Dobbiamo tenere duro ancora un paio di settimane in attesa delle ultime (importantissime) riunioni delle Banche Centrali (FED: 14.12; BCE:15.12; BNS:15.12))  e poi  potremo concentrarci sulle previsioni per il 2023. Ci stiamo lavorando.

Questa settimana, una volta di più in questo difficile 2022,  abbiamo constatato come tutta l'attenzione degli investitori è rivolta all'attività delle Banche Centrali. Oseremmo quasi dire che mai, come in questi ultimi 12 mesi,  il loro ruolo sia determinante per definire in quale direzione vogliono andare le azioni, le obbligazioni ed il mondo del forex. Non sarà così per sempre,  ma in questo preciso momento il destino della finanza è in gran parte nelle loro mani e ne dobbiamo avere la consapevolezza.

Mercoledì ha parlato Powell e la reazione dei mercati è stata sintomatica. Quello che ha detto lo possiamo succintamente riassumere come segue:

1) La Fed è pronta a rallentare l'aumento dei tassi. Li alzerà ancora, ma ad un ritmo meno sostenuto. Dal momento che l'inflazione è una realtà difficile da estirpare (scende ma con il contagocce) e che giustificherebbe altri corposi aumenti, se ne deduce che la FED ha in mano una serie di dati che le suggeriscono un approccio più cauto nel rialzare il costo del denaro onde evitare che a rallentare (eccessivamente) sia l'economia...

2) È probabile che il tasso finale (final rate) sia leggermente più alto di quanto il mercato si aspetti: desumiamo che si potrà iniziare a parlare di un eventuale pivot della Fed quando i Fed Funds saranno tra il 5 e il 5.25%. Oggi sono al 4% e quindi i tassi dovranno salire di almeno un altro centinaio di punti base.

3) Verosimilmente, più che il tasso terminale, sarà decisiva per la lotta all'inflazione la DURATA, cioè quanto a lungo i tassi rimarranno ad un certo livello. Se l'inflazione non dovesse scendere, potremmo aspettarci un periodo prolungato di tassi piuttosto alti. Se così fosse, giocoforza dovremo cercare di capire quale potrebbero essere gli effetti di questi tassi in primis sugli utili aziendali. Temiamo comuque che le risposte che otterremo non saranno confortanti. 

Interessante per contro è la reazione dei mercati (il 30.11) stimolati dall'ipotesi che potrebbe esserci un rallentamento dell'aumento dei tassi:


Il Nasdaq (nell'immagine) , notoriamente l'indice più sensibile al movimento dei tassi di interesse, alla fine del discorso di Powell ha segnato un rialzo del 4.41%. E' la prova provata che gli investitori stanno aspettando il pivot della FED come la manna che cade dal cielo. Gli altri indici, per simpatia, sono ovviamente saliti anche se in modo più contenuto. Il problema è che per il momento di pivot (per intenderci quanto la FED deciderà di abbassare i tassi di interesse) non se ne parla e bisognerà attendere almeno altri sei mesi per vedere un simile movimento (quando illustreremo le previsioni per il 2023 spiegheremo nel dettaglio il perché).

Putroppo la finanza è una brutta bestia da comprendere e spesso e volentieri reagisce alle notizie in modo totalmente inaspettato. In questo momento (ma non per sempre) stiamo vivendo, finanziariamente parlando, in un mondo all'incontrario dove le buone notizie sono pessime notizie e viceversa;  nulla di veramente trascendentale ma se non se ne ha la consapevolezza ce n'è abbastanza per dar di matto.



Venerdì sono stati pubblicati i dati riguardanti la creazione di nuovi posti di lavoro (NFP) e a Powell gli sarà andato il pranzo di traverso: oltre a rivedere il dato del mese precedente (da 261k a 284k) ha dovuto prendere atto che 263k nuovi posti sono stati generati, ben oltre i 200k attesi. Insomma, per il momento,  l'econonia sembra ancora essere in buona salute. Sappiamo bene quanto il mercato del lavoro sia una delle variabili più importanti e discusse durante le sedute della FED e numeri simili, per chi sta lottando contro l'inflazione, sono paradossalmente pessimi dati. E' abbastanza probabile che la FED sarà contenta solo quando la creazione di nuovi posti lavorativi inizierà ad essere inferiore alle 100'000 unità.




In concomitanza con gli NFP abbiamo preso nota che le paghe orarie hanno subito un ennesimo aumento: dal precedente 4.9% (dato rivisto) al 5.1%, atteso:4.6%. Insomma, oltre che a creare un buon numero di nuovi posti di lavoro, bisogna anche pagare di più chi viene assunto e questo soprattutto nell'ambito dei servizi che, nelle economie avanzate come quella americana, fanno quasi i due terzi del PIL. Inflazione da salario la chiamano, non un bel segnale, ed è esattamente il contrario di quello che la FED vorrebbe vedere! 



Ciliegina sulla torta, la disoccupazione americana è inchiodata al 3.7% praticamente da inizio anno.

Riassumiamo: sono stati creati molti posti di lavoro in barba alle aspettative, le paghe orarie salgono e la disoccupazione rimane ai minimi storici. Detta così non sembra che l'economia americana se la passi male e soprattutto per la lotta all'inflazione c'è ancora molto lavoro da fare. Ma allora non siete curiosi di sapere per quale diavolo di un motivo la FED si è lasciata sfuggire che il prossimo aumento dei tassi (previsto per il 14.12) potrebbe essere di soli 50 basis points? Che cosa sanno che noi non sappiamo? Noi un'idea ce la stiamo facendo e ve l'espliciteremo quando parleremo delle previsioni per il 2023,  ma non vi nascondiamo che siamo molto curiosi di sentire dalla viva voce di Powell quale sarà la giustificazione che ha causato il probabile rallentamento dell'aumento dei tassi. Poi ne riparleremo perché sarà fondamentale per l'andamento dei mercati per il 2023.



In attesa del discorso di Powell constatiamo che tutto sommato il mercato sta vivendo quest'ultima parte dell'anno manifestando una calma quasi insperata. L'indice VIX, che registra gli stati d'animo degli investitori, è ai minimi dell'anno e questo è un buon segnale che potrebbe indurci a pensare che siamo in un periodo di discreta stabilità delle quotazioni...

A tal proposito siamo pure confortati dall'amico Ned Devis e dal suo rassicurante algoritmo (che fa quasi paura per la sua precisione...):


...così come dalle statistiche:

...statistiche che ci suggeriscono come gli utimi mesi dell'anno e i primi di quello nuovo sono fondamentalmente propizi agli investimenti azionari.



Lo S&P500 in effetti è in costante progressione e sta pure tentando di superare la media mobile dei 200 giorni (linea blu). E' molto probabile che nel breve termine questo slancio potrà continuare e almeno fino al 14 di dicembre non vediamo all'orizzonte particolari ostacoli che potrebbero interrompere la sua ascesa. Poi tutto sarà nelle mani di Powell...




Anche il nostro indice SMI è parecchio tonico: sta seguendo il canale ascendente sostenuto da volumi decisamente sopra la media (freccia blu) e potrebbe persino provare ad issarsi sopra la resistenza degli 11'250 punti forando in tal modo al rialzo la media mobile dei 200 giorni riuscendo magari persino a chiudere il gap creatosi nel mese di giugno (cerchietto rosso); sarebbe un bel regalo per l'imminente Natale... Qualche presa di profitto, considerato un RSI in zona ipercomprata, è sempre possibile ma non dovrebbe essere nulla di particolarmente distruttivo, anzi... la crescita dell'indice tutto sommato è avvenuta grazie anche ad una sana rotazione tra i vari titoli dello SMI. Per il momento bene così.






...per contro non va proprio benissimo con il dollaro che al sol pensiero di un rallentamento dell'aumento dei tassi è stato vittima di prese di profitto. Forse ce lo dovevamo aspettare un simile comportamento ma restiamo comunque dell'idea che i tassi non stanno diminuendo, anzi, e considerate le difficoltà che ha la BCE nel procedere ad aumenti decisi del costo del denaro come operato invece dalla FED, il differenziale di rendimento tra euro e dollaro dovrebbe ancora giocare a favorre di quest'ultimo. Per il momento il mercato ha comunque un'altra idea... vedremo nelle prossime settimane se sarà necessario procedere a qualche alleggerimento.


Buona (uggiosa) domenica!